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    <title>Il Foglio RSS</title>
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    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 05:00:47 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-04T05:00:47Z</dc:date>
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      <title>Salvate il classico! Studenti in calo, liceo a picco: una tragedia, perché è la miglior scuola del mondo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/03/04/news/salvate-il-classico-studenti-in-calo-liceo-a-picco-una-tragedia-perche-e-la-miglior-scuola-del-mondo-8735897/</link>
      <description>&lt;p&gt;Ecco una vera battaglia culturale “di destra”, certo più identitaria e tradizionale e nazional-sovranista che trovare un programma a &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pino-insegno/"&gt;Pino Insegno... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Alberto Mattioli</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-04T05:00:00Z</dc:date>
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      <title>Settant’anni e una connessione internet. Il diritto allo studio trova finalmente il suo equilibrio</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/24/news/settant-anni-e-una-connessione-internet-il-diritto-allo-studio-trova-finalmente-il-suo-equilibrio-8697901/</link>
      <description>&lt;p&gt;Dei permessi retribuiti per il diritto allo studio, il dato più rivelatore non sta nelle concessioni. Sta nelle richieste che non arrivano, perché il lavoratore sa già come va a finire quella conversazione, e ha trovato il modo di non doverla fare. Ci sono voluti settant’anni dalla Costituzione e una connessione internet per arrivarci. Immaginate un meccanismo composto da tre ingranaggi.&lt;strong&gt; Il primo porta inciso il diritto allo studio; il secondo, la libertà dell’impresa; il terzo, il dovere della pubblica amministrazione di funzionare senza incepparsi. &lt;/strong&gt;Sulla carta, i tre ingranaggi si incastrano con eleganza. Nella realtà, ogni mattina in cui un lavoratore bussa alla porta dell’ufficio “risorse umane”, il cartellino plastificato, la moquette grigia, la pianta di ficus sul bordo della scrivania, con il modulo di richiesta permesso stretto tra le dita come una supplica, qualcosa si s’inceppa. Nella storia dell’umanità lavorativa, uno degli “appuntamenti” più inutili di sempre. La legge non è indifferente a questa frizione. L’articolo 10 dello Statuto dei lavoratori, uno di quei testi che gli anni hanno reso venerabile senza renderlo anacronistico, riconosce ai dipendenti privati il diritto a permessi retribuiti per frequentare corsi universitari e sostenere esami. La contrattazione collettiva ha tradotto questo diritto in ore concrete: fino a centocinquanta annue, oppure fruibili nell’arco di un triennio. Per i dipendenti pubblici, il Testo Unico del Pubblico Impiego (decreto legislativo n. 165 del 2001) prevede un impianto analogo, con una complicazione in più: l’articolo 97 della Costituzione impone che le amministrazioni funzionino secondo i principî di buon andamento e imparzialità. Ogni assenza, anche la più legittima, deve fare i conti con la continuità del servizio. Il diritto è garantito; il suo esercizio è spesso negoziato.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; Il datore di lavoro privato può invocare l’articolo 41 della Costituzione, che tutela la libertà di iniziativa economica, e calcolare quanto costi, in termini di sostituzione e riorganizzazione, avere un dipendente che il mercoledì mattina è seduto in aula universitaria invece che alla sua scrivania. Il dirigente pubblico ha a disposizione uno strumento ancora più raffinato: le “esigenze di servizio”, formula di una vaghezza così calibrata da poter essere applicata con chirurgica selettività. La malafede, di solito, non c’entra. &lt;strong&gt;C’entra la logica delle istituzioni, che tende a preferire la propria continuità alla crescita dei singoli che la compongono e lo fa con la tranquilla coerenza di chi segue una regola non scritta.&lt;/strong&gt;&lt;br&gt; In questo scenario, gli Atenei online, riconosciuti dal Ministero dell’Università e della Ricerca, abilitati al rilascio di lauree con pieno valore legale, hanno modificato la geometria del problema. Il lavoratore-studente può seguire le lezioni in streaming o in differita, organizzare la propria settimana senza scegliere tra carriera e sapere, sostenere esami in sessioni distribuite lungo tutto l’anno. Il numero di permessi richiesti si riduce in misura sostanziale. Gli ingranaggi tornano a girare senza stridere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;br&gt; La riduzione non è solo quantitativa. Quando il percorso formativo diventa compatibile con l’orario di lavoro, le lezioni recuperabili la sera, gli esami non più concentrati nelle sole sessioni estive e invernali, il permesso retribuito perde quella residua ambiguità funzionale che da sempre ne complica la gestione. &lt;strong&gt;Chi lo chiede, lo chiede per studiare. L’istruzione a distanza rende questa verifica quasi automatica, perché non lascia ragioni alternative per cui valga la pena richiederlo.&lt;/strong&gt; È una selezione che non viene imposta da nessuna norma nuova, non richiede controlli aggiuntivi, non presuppone sospetti: scaturisce semplicemente dalla struttura del sistema. Nel lessico del diritto costituzionale si chiama bilanciamento: non la vittoria di un principio sull’altro, la ricerca di una forma in cui tutti coesistano senza annullarsi. L’articolo 34 Cost. sul diritto allo studio, l’articolo 41 Cost. sulla libertà d’impresa, l’articolo 97 Cost. sul buon andamento della P.A.: tre prescrizioni che il legislatore del 1970 aveva cercato di tenere insieme con la norma sui permessi, ottenendo una soluzione parziale. La tecnologia ha fatto il resto, rendendo il diritto realmente esercitabile senza che la sua esigibilità diventasse un campo di trattativa permanente.&lt;strong&gt; Un diritto che funziona davvero non fa rumore.&lt;/strong&gt; Non genera contenziosi, non riempie le circolari, non richiede negoziati. Semplicemente viene esercitato. Il fatto che oggi, per migliaia di lavoratori, il diritto allo studio si eserciti in silenzio è forse la migliore misura di quanto il sistema, in questo caso, abbia trovato il suo equilibrio.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Prof. Antonello Olivieri, Ordinario Diritto del Lavoro, Università Pegaso&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 24 Feb 2026 16:06:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonello Olivieri</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-24T16:06:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>L’università di massa non democratizza il sapere. Alimenta la mediocrità</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/14/news/l-universita-di-massa-non-democratizza-il-sapere-alimenta-la-mediocrita--8658313/</link>
      <description>&lt;p&gt;Se c’è una missione impossibile, è ricevere notizie incoraggianti dal mondo dell’istruzione. Sono quarant’anni che leggo giornali e non ne ricordo una. L’ultima, diffusa dall’Osservatorio sull’orientamento scolastico, dice una cosa abbastanza prevedibile ma accolta ovunque con stupefatta costernazione: &lt;strong&gt;i figli di genitori con basso titolo di studio non vedono nell’università uno strumento capace di garantire successo economico e, di solito, non ci vanno.&lt;/strong&gt; Invece di stracciarci le vesti, cerchiamo di ricavarne una lezione: forse l’idea che tutti possano e debbano andare all’&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/universit%C3%A0/"&gt;università&lt;/a&gt; è campata in aria. E premiare gli atenei pronti a qualunque compromesso pur di gonfiare il numero degli iscritti è sbagliato. In &lt;i&gt;Io sono un autarchico&lt;/i&gt; Nanni Moretti recita a memoria l’Unità: “Ventimila tesserati in più quest’anno, per il nostro partito”, e commenta: “Come se fossero abbonamenti della Roma per lo stadio Olimpico”. &lt;strong&gt;La bandiera del populismo, prima che in politica, è stata piantata nelle aule dell’accademia.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Proviamo a scaldarci a un fuocherello di razionalità minima: se non è obbligatorio intendersene di taglio e cucito, perché dovrebbe esserlo passare anni sui libri? &lt;strong&gt;Una strada da esplorare è quella già battuta in Germania e in altri paesi europei: separare la &lt;i&gt;universitas studiorum &lt;/i&gt;di tradizione medievale e humboldtiana dai percorsi professionalizzanti e tecnici, le &lt;i&gt;Hochschule&lt;/i&gt;.&lt;/strong&gt; Per non dire eresie, conviene partire dal mondo reale, non dal mondo che ci immaginiamo. E nella realtà accade questo: si va all’università o perché si vuole o perché si deve. Nel primo caso lo studio deve essere un tragitto lungo e, almeno in parte, fine a se stesso. Nel secondo caso serve solo a trovare un lavoro, e dovrebbe essere più breve. &lt;strong&gt;Confondere i piani è dannoso, ed è ciò che accade nei nostri corsi di laurea, dove la frustrazione è all’ordine del giorno. &lt;/strong&gt;Un po’ perché la vita è fatta così, un po’ perché i conti non tornano: la mole degli esami e il carattere più teorico che pratico dei corsi sono tarati su chi studia per piacere e ha talento, e richiedono tempo. Ma poi i ragazzi vengono fatti correre come criceti sulla ruota, ficcandogli bene in testa che non è necessario essere i primi della classe, perché il lavoro aspetta al varco. Le due logiche non stanno insieme. &lt;strong&gt;Si pretende che una distanza da mezzofondo venga bruciata con scatto da centometrista. E alla fine vissero tutti ansiosi e scontenti.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’università di massa è diventata una bottiglia da un litro dentro cui ci ostiniamo a versarne dieci. Lo aveva pronosticato nel 1969 il filosofo &lt;strong&gt;Raymond Ruyer&lt;/strong&gt;, attirandosi l’ostracismo sempiterno della sinistra: “L’inflazione dell’insegnamento superiore non democratizza il sapere ma lo svaluta. &lt;strong&gt;Quando il numero degli studenti aumenta esponenzialmente, aumenta anche la mediocrità. La sovrapproduzione di intellettuali genera degli inetti al lavoro, e basta”. &lt;/strong&gt;Sono passati cinquant’anni, è andata esattamente così, e c’è ancora chi fa finta di non capire.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 04:07:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Tommaso Tuppini</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-17T04:07:00Z</dc:date>
    </item>
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      <title>Università e rapporti con la politica: come sarà l’Ucei di Ottolenghi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/16/news/universita-e-rapporti-con-la-politica-come-sara-l-ucei-di-ottolenghi-8667316/</link>
      <description>&lt;p&gt;Tra i candidati a succedere a &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/noemi-di%20segni/"&gt;Noemi Di Segni&lt;/a&gt; alla guida dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Livia Ottolenghi era quella con il maggior standing. Sessantatré anni, docente ordinaria di odontoiatria alla Sapienza di Roma, oltre 3400 citazioni accademiche e 150 pubblicazioni scientifiche, Ottolenghi vanta un lungo impegno nelle organizzazioni ebraiche, sin dall’età giovanile. Dopo un percorso nell’Ugei (Unione giovani ebrei d’Italia) e nell’Eujs (European Union of Jewish Students), entra nel consiglio degli Asili Israelitici di Roma e poi in quello della Comunità ebraica di Roma. Già nel 2021 si era candidata alla presidenza Ucei, ma questa volta, forte di una lista “nuova”, Habait, è riuscita a raccogliere consensi trasversali. Anche grazie alla promessa di “un progetto di governance ampia e rappresentativa di tutte le anime del consiglio”. I&lt;strong&gt;n questi anni ha svolto l’incarico di assessore alla Scuola e all’Educazione ed è proprio quest’approccio pedagogico che potrebbe marcare un obiettivo del suo mandato: soprattutto sul fronte universitario, dopo l’esperienza maturata in un ateneo come La Sapienza, uno di quelli in cui le proteste pro Pal sono state più forti&lt;/strong&gt;. Ciononostante, come ebbe a dire la stessa Ottolenghi in un’intervista di un paio di anni fa, “ogni ebreo vive questa guerra come un momento molto doloroso e drammatico. Ci troviamo di fronte ancora una volta a grandi interrogativi, in cui l’esistenza di Israele è messa a rischio, un rischio che coinvolge anche noi ebrei italiani. Tuttavia, la mia esperienza è che oggi la situazione sia meno grave di quella che vivemmo per i fatti del 1982”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Se sul versante educativo e universitario, insomma, ci sarà un’attenzione particolare, dal punto di vista delle interlocuzioni politiche l’elezione di Ottolenghi è vista come un segnale di continuità rispetto al lavoro portato avanti dall’Ucei in questi anni. Una delle battaglie della presidenza Di Segni è stato il tentativo di convincere le forze politiche ad approvare un testo di legge per il contrasto all’antisemitismo. Da questo punto di vista la nuova presidente dell’Ucei vedrà, con ogni probabilità, il varo di quel ddl in corso di esame in commissione Affari costituzionali al Senato. Le prime reazioni alla sua elezione alla guida dell’Ucei hanno fotografato lo stato dei rapporti tra forze politiche e Comunità ebraiche: buoni con la maggioranza, proficui con il sindaco di Roma Roberto Gualtieri e con i riformisti del Pd, praticamente nulli con il Nazareno e con M5s e Avs. Anche se rispetto alla presidenza Di Segni, nei confronti di chi ostacola l’adozione di un ddl per il contrasto all’antisemitismo, i toni potrebbero essere più morbidi.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 16 Feb 2026 18:42:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-16T18:42:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Processo ai voti in una scuola tutta calcolo e registro elettronico</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/12/news/processo-ai-voti-in-una-scuola-tutta-calcolo-e-registro-elettronico-8647765/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;em&gt;Due insegnati dialogano senza filtri dopo aver concluso gli scrutini del primo quadrimestre.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/author/Mario%20Leone"&gt;&lt;b&gt;Mario Leone&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;: E’ tempo di scrutini, hai fatto medie, inserito voti, calcolato assenze?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/author/Antonio%20Gurrado"&gt;&lt;b&gt;Antonio Gurrado&lt;/b&gt;&lt;/a&gt;: Ossessivamente. In questo periodo la scuola si rivela come libro scritto in caratteri matematici; tutto quanto è avvenuto nei mesi precedenti viene tradotto in numeri, percentuali, quozienti, coefficienti, medie, crediti o debiti. Credo sia l’unica realizzazione concreta dell’auspicio utopistico di Leibniz, quando vagheggiava una società in cui fosse sufficiente dire “&lt;i&gt;calculemus&lt;/i&gt;”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Lo facevano anche Milton Babbitt e Iannis Xenakis, usando modelli matematici per generare strutture musicali. Alla fine, quando si parla di valutazione, si creano due poli: negativo, con la valutazione ridotta a selezione, repressione, sanzione; positivo, con la valutazione elevata a progresso, stimolo, adattamento. &lt;strong&gt;Tanta teoria della valutazione, ma nei fatti poca roba&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: Si tratta di una pseudoscienza, per almeno tre motivi. Anzitutto, come a ragione sosteneva Luciano Canfora, la didattica è una disciplina comparabile alla teoria del nuovo. Poi, la pretesa scientifica di una valutazione capillarmente oggettiva nega il principio stesso su cui si fonda la scuola, ossia l’incontro fra persone – docenti e allievi – che, come tutti gli incontri, è poroso e avviene su un terreno instabile, che muta condizione giorno dopo giorno. &lt;strong&gt;Infine, la valutazione è inutile poiché accanirsi sui decimali dei voti contraddice (o forse compensa) il fatto che la scuola italiana non sia selettiva: tutti si diplomano prima o poi, mentre manca un criterio oggettivo, uniforme e nazionale per stabilire quali alunni o quali istituti siano migliori degli altri&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Detto fra noi, spesso la valutazione è espressione di autorità e non di autorevolezza. Il voto dovrebbe essere l’espressione di un docente competente, mentre spesso è un’arma per punire l’alunno mascherando una propria inadeguatezza. Tutti cercano di oggettivare la valutazione (non è un errore, entro certi limiti) moltiplicando strumenti quali griglie, indicatori, descrittori. &lt;strong&gt;Una burocrazia insostenibile, un intricarsi di procedure senza poi comprendere bene se stiamo ponendo un argine all’arbitrarietà o la stiamo solo mascherando&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: Faccio un esempio concreto. Uno studente del triennio del liceo viene valutato ogni anno fra le quattro e le otto volte per materia, da moltiplicarsi per una decina di esse, così da conseguire a fine anno circa dieci voti, con l’aggiunta delle più blande valutazioni in educazione civica e in condotta, onde ottenere una media arrotondata al secondo decimale, che dà diritto a un credito utile per il punteggio dell’esame di maturità. I voti sono tantissimi, ma le fasce di credito molto appiattite. Significa che questo studente può essere valutato anche duecentocinquanta volte per ottenere, in sede d’esame, magari quattro o cinque centesimi di differenza rispetto a chi è andato sempre bene o sempre male.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Poi, se permetti, i docenti sono la categoria più chiamata a valutare ma anche quella che più rifiuta di essere valutata: partono subito i sindacati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: &lt;strong&gt;Non è un caso, infatti, che si siano&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;sindacalizzati anche gli studenti&lt;/strong&gt;: da un lato imperniando l’intero senso dell’apprendimento sull’ansiogeno accumulo di valutazioni, dall’altro contestando minuzie con un’acribia che, se solo la impiegassero nello studio, garantirebbe tutti dieci in pagella. Se gli insegnanti rifiutano con sdegno l’ipotesi che il proprio lavoro venga valutato, perché gli alunni non dovrebbero imitarli?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Concordo. Alla fine, poi, sai cosa fanno? Alzano i voti, tolgono le insufficienze per raggiungere una sorta di pace sociale: i genitori non rompono, cala il rischio di ricorsi e tutti sono più felici.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: Ti svelo un segreto: sono fra i pochissimi ad aver bocciato un candidato ammesso all’esame di maturità. Ha presentato l’immancabile ricorso e ha ottenuto di sostenerlo a settembre con un’altra commissione. È stato bocciato di nuovo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Eppure, tra le nuove mode della didattica, c’è l’ideale di una scuola senza voti. Abbiamo creato la scuola senza libri, senza banchi, senza voti… Manca solo la scuola senza insegnanti. Alla fine cosa resta?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: Niente, nemmeno gli studenti: sono tutti impegnati in attività extracurricolari.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Nel saggio &lt;i&gt;Storia critica del voto scolastico&lt;/i&gt;, Matteo Morandi parla anche di come il registro elettronico abbia cambiato il rapporto scuola-famiglie, nonché la relazione docente-studente in classe. Tutto è verificabile in tempo reale (spesso mi capita di inserire per sbaglio un’assenza e di ricevere dopo pochi minuti la visita della bidella, che chiede: “Professore, la mamma di Caio chiede se suo figlio è in classe”. Peccato che il figlio lo ha accompagnato a scuola la stessa mamma). &lt;strong&gt;Questi poveri ragazzi non possono più bigiare, far filone, far sega, che subito sono scoperti&lt;/strong&gt;. Per non parlare dei voti, sempre visibili in tempo reale. Mi fa venire in mente dei versi di T. S. Eliot: “Cercano sempre di evadere / dal buio esteriore e interiore / sognando sistemi talmente perfetti che nessuno avrebbe bisogno d’esser buono”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: Ma è in linea col grande registro elettronico a cui tutti noi adulti ci sottoponiamo quotidianamente! Il numero di like sui social, il minaccioso novero di mail inevasi, i flussi di denaro sulle app di home banking, i contatori automatici di passi o battiti cardiaci che portiamo al polso… Perciò ai genitori consiglio di non compulsare il registro elettronico, almeno durante l’orario scolastico, come esercizio spirituale per dimenticare di avere dei figli. Ringiovanirebbero.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: Si stava meglio nel Medioevo, quando esisteva il voto &lt;i&gt;sì/no&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;approvato/respinto&lt;/i&gt;. Scrive Morandi che sono stati i gesuiti a introdurre, a fine Cinquecento, “il voto come dispositivo conformante basato sulla competizione. Il loro insegnamento prevedeva la centralità della disputa, o meglio di una gara perenne con tanto di accumulo di punti, cui erano sottoposti gli alunni allo scopo di stuzzicarne l’istinto e la crescente ambizione”. &lt;strong&gt;Una scuola competitiva, che ora genera ansia negli studenti. Per quanto sia riduttivo e semplicistico confinare i problemi di ansia dei ragazzi alle sole prestazioni scolastiche&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;AG&lt;/b&gt;: &lt;strong&gt;Io auspico una riforma rilassante&lt;/strong&gt;: una sola valutazione pubblica, a fine anno scolastico, divisa in quattro fasce. Eccellente per chi si è dimostrato naturalmente portato per la materia, buono per chi si è impegnato con profitto, sufficiente per chi sa le cose fondamentali, insufficiente, con obbligo di ripetere il programma, per chi non ha raggiunto gli obiettivi minimi. Interrogazioni e verifiche durante l’anno si trasformerebbero, da ordalie che sono, in laboratori congiunti per migliorare il risultato finale. Qualsiasi insegnante vuole che tutti i suoi alunni vadano bene a scuola.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;b&gt;ML&lt;/b&gt;: E gli scrutini durerebbero molto meno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 13 Feb 2026 04:03:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado e Mario Leone</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-13T04:03:00Z</dc:date>
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      <title>“Sugli esami servono regole stabili e uguali per tutti”. Gli studenti delle telematiche scrivono a Bernini</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/11/news/-sugli-esami-servono-regole-stabili-e-uguali-per-tutti-gli-studenti-delle-telematiche-scrivono-a-bernini-8647436/</link>
      <description>&lt;p&gt;Le rappresentanze studentesche delle università telematiche del gruppo Multiversity (Mercatorum, Pegaso e San Raffaele Roma) hanno inviato una lettera aperta al ministero dell’Università e della Ricerca e all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur) per chiedere una decisione chiara e definitiva sul &lt;strong&gt;futuro degli esami online&lt;/strong&gt;. Il nodo centrale è la stabilizzazione regolata delle prove a distanza, nel rispetto degli standard di qualità. &lt;strong&gt;Nella lettera gli studenti scrivono di non voler “rivendicare eccezioni o scorciatoie”, ma di chiedere “una scelta politica e di sistema coraggiosa, organica e definitiva sul tema didattica in remoto ed esami online”, capace di garantire “stessi standard, più accesso”&lt;/strong&gt;. La qualità, precisano, “non è negoziabile”, ma deve essere assicurata “a prescindere dalle modalità di erogazione”, evitando che il confronto si riduca a un’alternativa tra rigore e flessibilità.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel documento si richiama il quadro normativo vigente,&amp;nbsp;che prevede come regola lo svolgimento in presenza delle verifiche, ammettendo deroghe e possibili integrazioni in base all’evoluzione tecnologica. Le rappresentanze sottolineano l’urgenza della questione per il diritto allo studio: &lt;strong&gt;nelle università telematiche è ampia la presenza di studenti lavoratori, caregiver, persone con vincoli familiari o di salute, appartenenti alle forze armate o alla pubblica amministrazione. Per molti, spiegano, l’esame online “non è una ‘comodità’: è la condizione pratica che rende possibile studiare”.&lt;/strong&gt; Una sua eventuale soppressione generalizzata rischierebbe di tradursi “in una compressione del diritto allo studio” con effetti concreti in termini di rinunce o abbandoni. Il tema viene collegato anche al dato strutturale del basso numero di laureati in Italia rispetto alla media europea, indicando la necessità di ridurre le barriere all’accesso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La lettera affronta anche il dualismo tra atenei tradizionali e telematici, che spesso risponde a una logica “discriminante” da superare. &lt;strong&gt;“Uno studente non è ‘di serie A o di serie B’ in base alla modalità con cui studia o sostiene una prova”, si legge&lt;/strong&gt;, richiamando anche le valutazioni Anvur che attestano livelli di qualità in linea con molte università tradizionali. Le rappresentanze chiedono trasparenza sull’eventuale tavolo tecnico tra ministero e atenei, la valutazione di un principio di scelta tra esame online e in presenza, e un possibile intervento integrativo al decreto per consentire una “stabilizzazione regolata” delle modalità a distanza. Oltre alla lettera, gli studenti hanno anche lanciato alcune&amp;nbsp;petizioni online che&amp;nbsp;hanno già raccolto migliaia di adesioni.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 11 Feb 2026 14:02:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-11T14:02:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La Sapienza offre supporto psicologico agli studenti italiani traumatizzati da Gaza</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/06/news/la-sapienza-offre-supporto-psicologico-agli-studenti-italiani-traumatizzati-da-gaza-8624111/</link>
      <description>&lt;p&gt;La facoltà di Lettere della &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/la-sapienza/"&gt;Sapienza&lt;/a&gt;, primo ateneo d’Italia per numero di occupazioni pro Pal con partecipazione di docenti, primo per aver impedito a un pur dottissimo Ratzinger di tenere lezione, e quarto in Europa per densità di striscioni “anticoloniali” al metro quadro, ha infine colmato una lacuna che affliggeva la comunità accademica: il supporto psicologico per studenti traumatizzati dal “conflitto in Medio Oriente”.&lt;strong&gt; Non per gli studenti del Medio Oriente, quelli continuano a soffrire per conto proprio a casa loro, ma per gli studenti italiani che a Roma patiscono la guerra a distanza. &lt;/strong&gt;L’effetto è ovviamente comico. Un po’, sono – povere stelle – come le zitelle degli anni 50 che si dichiaravano “vedove di guerra” avendo calcolato nel numero di caduti durante il conflitto i mariti mancati. E un po’ sono – povere stelle – come certi zii ipocondriaci che leggono di epidemie in Nuova Guinea e sviluppano immediatamente i sintomi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Si suppone che il giovane Rosario da Cosenza, giunto a Roma per laurearsi in Lettere Moderne, possa presentarsi allo sportello lamentando che non riesce a studiare Petrarca per il “disagio” che gli arreca Benjamin Netanyahu. &lt;/strong&gt;Non è chiarissimo se il servizio possa aiutare Rosario – povera stella – nel caso in cui dovesse sviluppare ansie per la condizione degli uiguri nello Xinjiang. O per l’Etiopia, la Birmania, l’Ucraina, per i massacri in Sudan o per una delle altre sessantadue aree di crisi attualmente censite dall’Onu. Parrebbe di no. E’ solo per il “conflitto in Medio Oriente”. &lt;strong&gt;Rosariuzzo – povera stella – s’arrangi, o impari a manifestare il disagio giusto.&lt;/strong&gt; Per la causa giusta. Resta da capire come possa svolgersi concretamente il colloquio. “Dottore, non riesco a concentrarmi su Dante”. “E da quando?”. “Da quando ho visto un post sull’imperialismo occidentale”. “Capisco. Ha provato a smettere di seguire certi account?”. “Ma dottore, che dice? Quelli sono i miei professori”. Povere stelle.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 06 Feb 2026 05:17:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-06T05:17:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>La Sapienza sotto attacco hacker: l’università torna all’era analogica</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2026/02/05/news/la-sapienza-sotto-attacco-hacker-l-universita-torna-all-era-analogica-8622263/</link>
      <description>&lt;p&gt;"È quasi un'esperienza da anni '90. Siamo tornati tutti a utilizzare carta e penna. Ha un certo fascino, ma dall'altro lato questa situazione mette in luce che i sistemi informatici dell'ateneo, e non solo, non sono abbastanza sicuri. Siamo preoccupati". &lt;strong&gt;Carta, foglietti e post-it&lt;/strong&gt;. &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/La%20Sapienza"&gt;La Sapienza&lt;/a&gt; torna indietro quasi di trent'anni. Da lunedì scorso uno dei più grandi atenei europei è sotto scacco di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2025/09/03/news/nell-ultimo-anno-gli-attacchi-hacker-in-italia-sono-aumentati-del-98-per-cento-8051593/"&gt;alcuni hacker che ne hanno paralizzato i sistemi informatici&lt;/a&gt;. E la situazione sembra essere molto seria (&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/roma-capoccia/2025/05/22/news/l-universita-roma-tre-e-vittima-di-un-attacco-hacker-da-due-settimane-7748553/"&gt;ricordare il precedente a Roma Tre&lt;/a&gt;). Da quattro giorni è impossibile usufruire di tutti i servizi web per prenotare esami, verbalizzare voti o pagare le rate. &lt;strong&gt;E ora l'università si è dovuta ri-adattare a una vita analogica&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;Cos'è successo&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Da quattro giorni i tecnici della Sapienza sono al lavoro insieme all'&lt;strong&gt;Agenzia per la cybersicurezza nazionale&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;(Acn) per risolvere quello che, già da lunedì, è stato definito un "attacco informatico". Nello specifico, un attacco ransomware. "Si tratta di un attacco che ha cifrato i dati del funzionamento dei sistemi, e quindi dei server di molti &lt;em&gt;client&lt;/em&gt;", ha spiegato ieri a Rai Radio 1 l'ammiraglio &lt;strong&gt;Gianluca Galasso&lt;/strong&gt;, capo del Servizio operazioni e gestioni delle crisi cyber dell'Acn. In altre parole, gli hacker hanno reso illeggibili dei dati critici e i file del server della Sapienza, rendendo inutilizzabili le infrastrutture informatiche dell'ateneo (i client).&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Al momento non ci sono rivendicazioni pubbliche, ma il sospetto è che dietro ci sia un gruppo&amp;nbsp;di hacker filorussi. La provenienza potrebbe essere confermata dal modo con il quale hanno agito nell'attaccare il sistema, simile a quelli&amp;nbsp;utilizzati in altri paesi europei. Fonti qualificate confermano al Foglio&amp;nbsp;che i tempi di risoluzione saranno lunghi,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;ma per i servizi principali ed essenziali potrebbero essere dell'ordine di poche ore&lt;/strong&gt;. La conferma è arrivata anche attraverso l'ultima comunicazione dei tecnici che si stanno occupando del problema.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Esiste poi una "ransome-note", un "messaggio" lasciato&amp;nbsp;dagli hacker dopo l'attacco, ma non si conoscono&amp;nbsp;i dettagli del contenuto e non si conosceranno a breve:&amp;nbsp;i sistemi sono fermi anche per iniziativa dei tecnici,&amp;nbsp;&lt;strong&gt;lo scopo è&amp;nbsp;arginare la propagazione del malware&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;L'università si riorganizza&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Le attività accademiche continuano. Anche se le scadenze per le tasse e per l'iscrizione all'Erasmus sono state prorogate a data da destinarsi. Lungo le vie di piazzale Aldo Moro, la sede della città&amp;nbsp;universitaria a Roma, spuntano&amp;nbsp;infopoint fisici. Come spiegano alcuni universitari, l'ateneo ha istituito delle strutture con personale dedicato che aiuterà gli studenti a raccogliere le informazioni che fino a lunedì erano reperibili sul web. Ce n'è uno per ogni edificio (circa&amp;nbsp;uno per&amp;nbsp;ogni facoltà).&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"Sono veri e propri infodesk", ci spiega &lt;strong&gt;Ilaria Vinattieri&lt;/strong&gt;, coordinatrice di Sinistra universitaria e rappresentante degli studenti. "C'è ancora molta confusione, ma le cose sembrano funzionare bene", dice al Foglio. La "fortuna" degli iscritti è che l'attacco è avvenuto in un periodo relativamente tranquillo: durante la&amp;nbsp;sessione d'esame.&amp;nbsp;"Le date sono state confermate&amp;nbsp;e chi non è riuscito a prenotare potrà presentarsi&amp;nbsp;direttamente all'appello", spiega ancora la rappresentante. I voti però saranno verbalizzati alla vecchia maniera: con carta e penna.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Negli infopoint&amp;nbsp;il personale della Sapienza&amp;nbsp;ha file excel con scritto date,&amp;nbsp;aule e gli orari di tutti gli esami del corso. Pile di fogli excel. "Hanno cartelle divise per&amp;nbsp;materie ed esami, sopra sono appuntate le informazioni necessarie", racconta uno&amp;nbsp;studente. Tra gli universitari c'è chi collabora&amp;nbsp;per raccogliere date e scadenze degli esami in modo da creare un calendario fisico, esterno&amp;nbsp;da quello del sistema dell'ateneo momentaneamente offline.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"Alcuni infopoint sono anche online e si accede con delle videocall", dice&amp;nbsp;un altro rappresentante,&lt;strong&gt; Luca Tallarico&lt;/strong&gt;, di Azione universitaria. "Collaboriamo tutti e chiederemo di essere informati dai vertici&amp;nbsp;su quanto sta accadendo", continua. "Un&amp;nbsp;fatto del genere impone anche una riflessione sulla vulnerabilità dei nostri sistemi informatici e cosa si potrà fare per proteggerli meglio in futuro".&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I rappresentanti degli studenti sono stati convocati già lunedì dalla rettrice per una riunione che ha messo tutti al corrente della situazione. "Ma ora è complicato continuare a mantenere un'informazione capillare", dicono ancora i ragazzi. "Alcuni studenti sono disorientati, è nostro compito aiutare il più possibile tutti e diffondere attraverso&amp;nbsp;Instagram&amp;nbsp;e i canali Whatsapp le informazioni necessarie". Quindi, sì&amp;nbsp;all'analogico, ma fino a un certo punto. Le associazioni si sono messe in moto. "Non è facile come si pensa. Le informazioni ci mettono più tempo ad arrivare. Un'attesa che nessuno di noi è abituato a sostenere". Tutto si rallenta. Tutto è "un gran casino". Ma funziona.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"Noi stiamo reagendo. I ragazzi sono estremamente collaborativi", dice al Foglio &lt;strong&gt;Maria Cristina Marchetti&lt;/strong&gt;, direttrice del dipartimento di Scienze politiche. "Gli esami si svolgono, la sessione procede. Questo è l'aspetto che sta&amp;nbsp;andando meglio". Per i professori? "Il problema riguarda bandi o concorsi, legato alle scadenze. Non possiamo accedere ai documenti Sapienza", spiega. Ma anche lei è ottimista: "Penso che sia un periodo di grande riflessione. In merito alla&amp;nbsp;sicurezza informatica,&amp;nbsp;ma anche in merito alla&amp;nbsp;digitalizzazione senza freni che si porta&amp;nbsp;avanti. Ne faremo una grande esperienza", dice.&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E le responsabilità? Non è questo il tempo di fare polemica, dicono i ragazzi. Serve collaborazione. "Ma è difficile non pensare a come anni di definanziamenti pubblici alle università abbiano a che fare con questa situazione", ammoniscono&amp;nbsp;da Sinistra universitaria. "Una riflessione che porteremo avanti quando l'emergenza sarà finita", dicono. Ora l'obiettivo è continuare a far andare avanti la didattica. &lt;strong&gt;Per tutto il resto il tempo&amp;nbsp;si troverà&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 05 Feb 2026 15:14:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Nicolò Zambelli</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-05T15:14:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Se solo quelli di Azione studentesca leggessero Kant</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/02/04/news/se-solo-quelli-di-azione-studentesca-leggessero-kant-8612221/</link>
      <description>&lt;p&gt;E così i miei alunni che da sempre mi domandano perplessi se sia di destra o di sinistra erano inconsapevoli antesignani degli estensori del famigerato &lt;strong&gt;questionario di Azione studentesca&lt;/strong&gt;, che richiede di &lt;strong&gt;indicare se a scuola ci siano insegnanti di sinistra che fanno propaganda&lt;/strong&gt;. Vorrei rassicurare i giovani militanti: sì, ci sono, c’erano e ci saranno. &lt;strong&gt;Il non trascurabile dettaglio è però che tutti gli insegnanti fanno propaganda&lt;/strong&gt;, indipendentemente dalle inclinazioni elettorali. &lt;strong&gt;L’insegnamento consiste infatti di per sé nell’interpretazione delle nozioni, non nella loro trasmissione asettica&lt;/strong&gt;: una didattica diafana, priva di qualsiasi prospettiva, sarebbe umanamente impossibile; se si va a scuola al solo scopo di apprendere fatterelli a mo’ di filastrocche, ci si rende subito conto che bastava restare a casa a leggere Wikipedia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Gli autori del questionario hanno dunque una curiosa idea della scuola o dei ricordi piuttosto confusi: sembrano rimasti ai tempi del nozionismo, quando si credeva che la scuola consistesse nella sequela di informazioni da memorizzare, pena la fustigazione o i ceci sotto le ginocchia. Quel tipo di insegnamento era molto più indottrinante dell’esprimere il proprio parere, parlando con gli alunni, o del far acquisire all’argomento una coloritura in linea con ciò che circola nel cervello del docente. Pensare che la scuola debba ripararsi dalle opinioni degli insegnanti significa ridurla all’apprendimento delle tabelline. Man mano che gli alunni crescono e le questioni si complicano, l’illustrazione di qualsiasi materia – le più politiche, come storia e filosofia, ma anche quelle insospettabili, come scienze o letteratura – deve manifestarsi tramite l’espressione di ciò che il docente pensa in merito: è l’unico modo per far capire agli studenti che le persone hanno opinioni, che bisogna averne, che possono essere diverse, che anche loro devono svilupparne una.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Quand’era ancora un ignoto libero docente, Kant scrisse che “lo studente non deve imparare dei pensieri, ma a pensare”&lt;/strong&gt;. Va riconosciuto che in Azione studentesca non nutrono soltanto una desueta propensione al nozionismo, ma anche una granitica fede nella capacità persuasiva degli insegnanti organici, come ai tempi d’oro delle cellule del Pci. &lt;strong&gt;Il principio sotteso al questionario è infatti che la propaganda degli insegnanti di sinistra sia infallibile, manco fossero plotoni di testimoni di Geova armati di bazooka, e che le classi siano bovine distese di teste vuote disposte ad annuire con aria grave&lt;/strong&gt;, come i contadini pugliesi che nel secondo Dopoguerra, riferiva Guareschi, ascoltavano le conferenze dei kolchoziani in russo, pur sapendo essi stessi a stento l’italiano. Fosse davvero così, ogni anno si diplomerebbero migliaia di elettori di sinistra; &lt;strong&gt;fatto sta che gli studenti sottoposti alla presunta propaganda diventano maggiorenni e, com’è come non è, la sinistra alle elezioni non vince quasi mai&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per chi ci lavora, invece, la situazione nelle scuole appare differente. &lt;strong&gt;Esiste una corposa porzione di docenti di sinistra – per formazione, moda o convinzione – che non può né deve mascherare la propria opinione, come chiunque altro&lt;/strong&gt;. Esiste altresì una cospicua palude, forse la maggioranza, di docenti che non ha opinioni poiché fermi alla concezione della scuola come inattingibile tempio delle tabelline, delle date di nascita, delle poesie recitate in piedi sulla sedia. C’è una minoranza politicizzata di studenti che, in gran parte dei casi, è di sinistra – per moda o convinzione, visto che la formazione è ancora &lt;i&gt;in fieri&lt;/i&gt;; e, infine, una maggioranza di alunni che va a ruota dei pochi politicizzati, un po’ per convenienza, un po’ per rassegnazione. Credo appartengano a questo gruppo quelli che indagano sulle mie opinioni politiche, salvo restare spiazzati quando rispondo che sono di sinistra per i diritti e di destra per i doveri, quindi è ora di non perdersi in chiacchiere ma di far lezione. Chissà se mi denunceranno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-04T04:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Eccola qui tutta la “protesta” delle università italiane per il massacro in corso in Iran</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/01/21/news/eccola-qui-tutta-la-protesta-delle-universita-italiane-per-il-massacro-in-corso-in-iran-8551457/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La Human Rights Group Activists News Agency annuncia che il numero delle vittime confermate in Iran ha raggiunto quota 4.029&lt;/strong&gt;, con oltre novemila decessi in corso di revisione e gli arresti superano i 26 mila. Eppure, il bilancio tragico e ancora provvisorio della protesta contro la Repubblica islamica è scemato via dai notiziari e dagli hashtag, proprio come speravano gli ayatollah. E non è mai entrato nelle nostre università. &lt;strong&gt;Sono 93 gli accordi attualmente in vigore tra le accademie italiane e quelle della Repubblica islamica&lt;/strong&gt;. Un singolo accordo è previsto dalle Università di Siena, Trieste, Pisa, L’Aquila e da Ca’ Foscari, tre sono in vigore all’Università del Sannio e Perugia, sette all’Università della Basilicata e altrettanti a Ferrara, nove a Bari, quattro a Camerino, cinque all’Università di Firenze, tre a Modena, due alla Federico II e a Padova, nove all’Università di Torino, ventidue solo alla Sapienza di Roma. &lt;strong&gt;Patti non astratti: implicano scambi di studenti, ricerche congiunte, fondi condivisi. Revocarli significherebbe un gesto concreto contro il regime&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tutto tace invece dalle parti della Sapienza: neanche un comunicato o un sospiro retorico per gli iraniani ammazzati. Nessuno che faccia il nome di Robina Aminian, la studentessa a cui hanno sparato alla testa da distanza ravvicinata durante le proteste. L’Università di Siena, attraverso il rettore Roberto Di Pietra, esprime “piena solidarietà nei confronti degli studenti dell’Iran”, ma nient’altro. Zero da Bari. &lt;strong&gt;“Esprimo preoccupazione e grande sconcerto per quanto sta avvenendo in Iran”: così il rettore dell’Università di Parma Paolo Martelli&lt;/strong&gt;. Simile il commento del rettore di Bologna, Giovanni Molari. Su un altro fronte, l’Università di Pisa ha interrotto due accordi quadro con le Università israeliane Reichman e Hebrew. L’Università di Bari ha sospeso i suoi accordi e deciso di istituire un sistema di verifica sui progetti scientifici con Israele.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’Università di Torino ha votato di non partecipare al bando Maeci per la cooperazione tra istituzioni italiane e israeliane. Così ha fatto l’ateneo di Firenze. E dove non hanno deciso di cancellare gli accordi, le università si sono rese protagoniste di continui appelli e manifestazioni del corpo docente per mettere fine ai rapporti con Israele.&lt;strong&gt; Sull’Iran, nessuna azione accademica contro il regime e non si registra una sola iniziativa del corpo docente. Non una parola dalla Conferenza dei rettori, che invece un anno fa si era espressa su Gaza&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel 2008, al tempo di altre proteste in Iran, uscì un video&amp;nbsp;girato all’Università di Shiraz. Uno studente prende la parola di fronte allo speaker del Parlamento iraniano, Ali Larijani (che ha una figlia impiegata alla Emory University negli Stati Uniti): “Io non le farò una domanda, in quanto non la riconosco come legittimo”. Non si sa che fine abbia fatto quello studente, mentre sappiamo che fine ha fatto la dignità di università che rompono con il paese al 39esimo posto nella&amp;nbsp;classifica mondiale della libertà accademica &amp;nbsp;(Israele è avanti a molti paesi occidentali come Svizzera, Finlandia, Regno Unito e Olanda) e flirtano con il paese al 154esimo posto, l’Iran. &lt;strong&gt;Ma c’è chi ha fatto peggio, come Firenze, Bari e Trieste: accordi con gli ultimi in classifica, l’Afghanistan e la Corea del nord&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 21 Jan 2026 04:19:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-01-21T04:19:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La nuova nota ministeriale sul pluralismo a scuola è un po’ stonata</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/01/16/news/la-nuova-nota-ministeriale-sul-pluralismo-a-scuola-e-un-po-stonata-8536645/</link>
      <description>&lt;p&gt;A me la nota ministeriale su “manifestazioni ed eventi pubblici all’interno delle istituzioni scolastiche” non ha proprio convinto. &lt;strong&gt;E’ scritta nel solito burocratese scolastico: dice e non dice, dice che non dice, si richiama al già detto, vorrebbe appena ribadire, giusto estendere un poco quel che già c’è. &lt;/strong&gt;Evoca ritualmente l’&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/cultura/2025/06/07/news/quando-i-libri-per-bambini-non-erano-corsi-pedanti-di-educazione-civica-7791811/"&gt;Educazione civica&lt;/a&gt;, la “libertà di opinione”, il “dialogo costruttivo”, il “rispetto reciproco”, il “pensiero critico”, la “complessità della realtà”. Entro le mura scolastiche chiede “libero e sereno confronto tra posizioni diverse” con “ospiti ed esperti di specifica competenza e autorevolezza”. In concreto che vuol dire? A cercar bene si troverà sempre per qualsivoglia tesi qualcuno esperto nel sostenerla. Andrà bene ogni contenuto, purché rispettoso delle forme? A scuola come a Hyde Park, in nome della più integrale libertà di espressione? E si dovranno sempre proporre più posizioni diverse? &lt;strong&gt;Se a scuola si spiegherà il pareggio di bilancio, ci vorrà anche un sostenitore del Reddito di cittadinanza e della patrimoniale?&lt;/strong&gt; Se qualcuno racconterà dell’Ucraina invasa, potrà mai mancare qualcun altro a lamentare i presunti latrati della Nato? Tutti devono poter dire la loro perché tutti hanno ragione, o almeno hanno le loro ragioni? E magari, se qualcuno ha ragione davvero e qualcun altro ha torto, la verità, o almeno l’opinione migliore, non potrà che emergere dal confronto? Questa fu l’ottimistica previsione di John Stuart Mill, che però si figurava di conversare amabilmente con altri squisiti onestuomini come lui davanti al tè delle cinque. &lt;strong&gt;Non poteva immaginarsi la società di massa, l’uno vale uno, i social, TikTok e ChatGPT. Si finirà come in televisione? Dove però l’urgenza è di tener svegli i telespettatori a ora tarda, tra uno spot e l’altro, facendo battibeccare politicanti di opposto schieramento.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando si hanno voci contrapposte a scuola, è la scuola stessa a sceglierle disponendosi nel mezzo tra loro, che non vuol dire nella posizione più equilibrata. &lt;strong&gt;Per essere a tutti i costi equidistanti spesso è necessario falsare le posizioni. Lo stesso principio della pluralità di esperti a confronto non è nuovo, ma l’applicazione è sempre stata occasionale, spesso opportunistica.&lt;/strong&gt; Nel liceo in cui insegno, tanto per fare un esempio, lo scorso anno mi sono imbattuto in un progetto scolastico di Emergency in cui si insegnava agli studenti che la Costituzione “ripudia”. Punto e basta. Si faceva intendere che il riarmo europeo sarebbe in contrasto con l’art. 11 della Carta costituzionale (che a scuola è cosa sacra, alla base dell’Educazione civica, dunque della stessa nota ministeriale). Nessuno pensò fosse il caso di ospitare qualcuno abbastanza abile da riuscire a leggere quell’articolo oltre le prime parole della prima frase della prima riga. Forse perché non era un “evento”, una “manifestazione pubblica”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Quando invece, nello stesso liceo, due anni fa, invitai Sergio Della Pergola, pacato studioso ebreo israeliano di fama mondiale, affinché parlasse con gli studenti di passato e presente di Israele, ecco che spuntò per vie misteriose un’iniziativa alternativa, a riparazione dello scandaloso squilibrio.&lt;/strong&gt; Ci si appellò all’attualità, alla complessità, alla pluralità. Per restare nel politicamente corretto, si invocò l’urgenza di un diverso approccio metodologico. Di fatto gli stessi studenti si dovettero sorbire il monologo di tale Fabrizio Eva, sedicente esperto di Geopolitica, quindi pure alla moda. Tanto esperto da sostenere che nel conflitto mediorientale la religione islamica non c’entra, che nel Corano però ci sarebbe un riferimento a Gerusalemme, che Israele nacque per un’imposizione coloniale occidentale (tesi illustrata con la solita serie di cartine bicolori dove un’immaginaria Palestina araba viene progressivamente divorata dal dilagare della macchia sionista), che è normale che gli arabi rifiutino lo stato ebraico, che è il “muro” costruito da Israele a impedire rapporti fraterni coi palestinesi, che Gerusalemme non è la capitale di Israele, che gli israeliani uccisi il 7 ottobre sono poco più di mille laddove i palestinesi uccisi dagli israeliani dopo quella data sono svariate decine di migliaia con un 60 per cento di donne e bambini. E poi qualcuno lamenta che a scuola non si fa più geografia!&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ultimo episodio del genere, un paio di settimane fa. Su una comunicazione ufficiale della dirigenza scolastica si legge che un oratore a favore di Israele (&lt;strong&gt;Alessandro Litta Modignani&lt;/strong&gt;, ben noto ai lettori di questo quotidiano) non avrebbe potuto parlare da solo all’assemblea degli studenti perché occorreva “garantire il contraddittorio, necessario, come previsto dalla nota MIM n. 4.445 del 6/11/23”. Infatti gli è stato affiancato Maso Notarianni, tra i fondatori di Emergency e tra i navigatori nella &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/global-sumud-flotilla/"&gt;Global Sumud Flotilla&lt;/a&gt;, perché spiegasse agli studenti che per una sindrome psicopatologica il popolo ebraico starebbe facendo oggi al popolo palestinese quanto aveva a suo tempo subìto dai nazisti ovvero starebbe commettendo un genocidio, che però esiste pur sempre il diritto alla “resistenza”, e che l’ostilità contro il sionismo non è affatto antisemitismo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Insomma a scuola, se ancora non si è capito, le due parti non sempre espongono pacatamente delle plausibili congetture teoriche con fare salottiero. Spesso c’è una contesa e qualcuno lancia pesanti accuse.&lt;/strong&gt; L’analogia più calzante sembra allora quella del tribunale, dove però il giudice è, o dovrebbe essere, davvero terzo, il testimone risponde di quel che dice, soprattutto se denuncia e pure se fa la vittima. Vige la presunzione di innocenza e&lt;i&gt; in dubio pro reo&lt;/i&gt;, mentre diffamazione e calunnia sono perseguite come reati. A scuola invece si può ospitare chi semina menzogne, presentarlo come esperto imparziale, e attendersi che l’altra parte si difenda in modo valido e sereno. Ora, lo ammetto, se qualcuno mi accusasse di pedofilia, magari davanti a una scolaresca, non saprei da dove cominciare per cercare di dimostrare la mia innocenza. Si dirà che nei casi citati (ma quanti ce ne saranno di simili nelle diverse scuole?) la nota è stata applicata alla rovescia rispetto agli intendimenti ministeriali. &lt;strong&gt;Infatti, benché il testo sia vago e reticente, tutti hanno subito ben compreso trattarsi di una timida risposta proprio al fazioso attivismo fiorito nelle nostre scuole contro Israele e contro gli ebrei dopo il 7 ottobre.&lt;/strong&gt; Tanto che le si sono levate contro senza indugio le accuse di censura da parte dei soliti sindacati, associazioni e partiti che reclamano il diritto di impiegare anche a scuola la parola “sionista” come legittimo insulto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si vede che qualcuno ha la coda di paglia. Ma che fare invece con chi capisce, o finge di capire, l’opposto? Non si poteva essere più diretti? &lt;strong&gt;L’amministrazione quattro anni fa adottò le Linee guida sul contrasto all’antisemitismo nella scuola, che recepivano pienamente la definizione Ihra: che fine hanno fatto?&lt;/strong&gt; Se si vuole davvero tracciare una linea di continuità, perché non ripartire da lì? La nuova Nota ministeriale al confronto rischia di apparire solo un pavido passo indietro.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 16 Jan 2026 04:05:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Andrea Atzeni</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-16T04:05:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Gli studenti italiani hanno un problema con la Fisica? Un girotondo di opinioni</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2026/01/12/news/gli-studenti-italiani-hanno-un-problema-con-la-fisica-un-girotondo-di-opinioni-8522511/</link>
      <description>&lt;p&gt;Sono stati più di 22 mila gli studenti che hanno superato il &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/test-medicina/"&gt;test di Medicina,&lt;/a&gt; ma &lt;strong&gt;soltanto la metà di loro ha ottenuto una sufficienza alla prova di Fisica.&lt;/strong&gt; Con la riforma Bernini da quest'anno&amp;nbsp;i ragazzi non hanno sostenuto l'esame d'ingresso per entrare nella facoltà di Medicina, ma si sono iscritti&amp;nbsp;a un &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/07/29/news/perche-il-semestre-filtro-a-medicina-e-un-autogol-7962565/"&gt;semestre filtro&lt;/a&gt; al termine del quale hanno affrontato tre prove nelle materie fondanti dei primi sei mesi di lezione:&amp;nbsp;Chimica, Fisica&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Biologia.&amp;nbsp;Per passare era necessario prendere una sufficienza in almeno una delle tre. &lt;strong&gt;Tra i due appelli, di novembre e dicembre, i voti validi sono stati 21.763 in Chimica e 19.898 in Biologia, ma il dato più eclatante, come detto prima, è stato il risultato nella prova di Fisica: solo in 10.022 lo hanno superato.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da qui nasce una domanda: gli studenti italiani hanno un problema con la Fisica? Per spiegare questa differenza di punteggio, &lt;strong&gt;Enrico Bucci&lt;/strong&gt;, adjunct professor presso la Temple University, parte dalla struttura stessa dei test. &lt;strong&gt;Il professore spiega come i quesiti di Biologia e Chimica fossero sostanzialmente nozionistici, per cui “non era necessario fare uno sforzo creativo, ma bisognava scegliere le risposte possibili”. &lt;/strong&gt;Per rispondere bene ad alcune domande bastava quindi aver imparato a memoria le nozioni. Per la Fisica però il discorso è stato diverso perché i quesiti chiedevano di risolvere un problema, cioè di riconoscerne la struttura matematica. &lt;strong&gt;Ed è per questo motivo che ci sono state così tante difficoltà: era necessario riconoscere nel caso particolare un caso generale e poi applicarlo.&lt;/strong&gt; In questo tipo di test, continua il professore Bucci, non si può contare solo sulla memoria “perché i casi particolari sono infiniti e non puoi averli tutti in mente. Sono convinto che se i test di Biologia e Chimica fossero stati impostati in questo modo, il risultato sarebbe stato identico a quello ottenuto con Fisica”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il perché è presto spiegato: la scuola italiana non riesce a staccarsi dall’impianto voluto dal ministro dell’Istruzione Giovanni Gentile nel 1923, essenzialmente di tipo nozionistico, che ha privilegiato l’allenamento della memoria rispetto all’applicazione pratica. E il risultato del test di Fisica ne è la prova. Secondo la divulgatrice scientifica e scrittrice &lt;strong&gt;Gabriella Greison&lt;/strong&gt;, “se un esame di Fisica boccia in massa, non sta esprimendo un’opinione morale. Sta mostrando una frattura”. Anche Greison, quindi, ritiene che il problema sia nella preparazione che gli studenti hanno ricevuto a scuola: &lt;strong&gt;“Sono convinti di conoscere la Fisica perché hanno superato le verifiche. Poi all’università scoprono quella stessa parola, ‘fisica’, significa un’altra cosa”.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ed è qui che nasce un altro problema. Perché se è vero che il test ha dimostrato che gli studenti appena usciti dalla scuola superiore hanno alcune lacune in Fisica, allo stesso tempo si è visto come il semestre filtro, che avrebbe dovuto aiutare nella preparazione in vista dell’esame, non è stato sufficiente. &lt;strong&gt;“Partendo da una scarsa preparazione in Fisica è estremamente improbabile che, col modo di somministrare la materia durante il semestre filtro, si riesca a raggiungere un livello accettabile in grado di superare il test”,&lt;/strong&gt; a dirlo è il professore di Fisica alla Sapienza &lt;strong&gt;Roberto Maoli&lt;/strong&gt;. Ma sono gli stessi studenti che giudicano insufficiente la preparazione ricevuta al liceo. È il professore di Fisica &lt;strong&gt;Mauro Raggi&lt;/strong&gt;, anche lui della Sapienza, a spiegare che nel questionario Opis – che rileva le opinioni degli studenti - tra le varie domande, ce n’è una che chiede se le conoscenze di base siano state sufficienti per affrontare l’esame. Nel caso di Fisica, “questo tipo di risultato è spesso non eccellente, cioè gli studenti lamentano di avere problemi con le conoscenze di base”, spiega il professore Raggi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È chiaro quindi che nella scuola italiana ci sia un problema. Anzi per il professore di Storia e Filosofia &lt;strong&gt;Antonio Gurrado&lt;/strong&gt;, i problemi sono due: &lt;strong&gt;“Il primo è culturale: si ritiene che la cultura sia solo quella umanistica e quella scientifica sia subordinata. Il secondo riguarda lo svolgimento materiale dei programmi”. &lt;/strong&gt;Su questo punto, Gurrado ritiene che soprattutto nelle materie scientifiche ci sia una discrepanza “enorme” tra ciò che i programmi richiedono e quello che si riesce effettivamente a realizzare. Come aveva detto anche Greison, gli studenti escono dal liceo convinti di sapere la Fisica, ma andando all’università scoprono che in realtà non la conoscono così bene. &lt;strong&gt;Ma è un discorso generale che abbraccia tutte le materie che si insegnano a scuola.&lt;/strong&gt; Il professore richiama l’esempio della prima prova dell’esame di maturità del 2013 quando, in una delle tracce proposte, bisognava analizzare un testo dello scrittore italiano Claudio Magris e tutti avevano protestato perché non era nel programma. Ma, ritornando al discorso di Bucci, la scuola non deve insegnare a risolvere il caso particolare, deve dare gli strumenti per ricondurre quel problema a un caso generale. &lt;strong&gt;Le difficoltà degli studenti nelle materie scientifiche emergono anche dai test Invalsi di matematica che però, secondo Gurrado, “non sono un criterio validissimo in assoluto, ma al momento è il più valido di cui disponiamo”.&lt;/strong&gt; I risultati Invalsi hanno dimostrato come dal Covid 19 ci sia stato, si legge nel rapporto 2025, “un andamento altalenante: dopo una lieve ripresa nel 2024, nel 2025 il punteggio medio è tornato a contrarsi, suggerendo una ripresa che fatica ancora a consolidarsi”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I bassi punteggi alle prove Invalsi di matematica aiutano a capire i risultati del test di Medicina di quest’anno. Lo spiega il professore Raggi:&lt;strong&gt; “Per rispondere a un test di Chimica o di Biologia servono conoscenze di matematica in molti casi relativamente semplici. Invece per rispondere alle domande di Fisica bisogna avere conoscenze abbastanza avanzate di matematica”.&lt;/strong&gt; Infatti, sottolinea il professore, chi sceglie di studiare Fisica all’università - alla Sapienza quest’anno si sono iscritti in circa cinquecento - è “tipicamente portato per la matematica. Nei test d’ingresso riscontriamo solo qualche carenza non gravissima”. Per fare un esempio, il professore Maoli racconta che per iscriversi a Medicina in Canada è necessario avere una votazione molto alta all’esame finale di matematica del liceo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ed è proprio Maoli, alla fine, a spiegare perché è così importante conoscere la Fisica per essere un buon medico. &lt;strong&gt;C’è una serie di meccanismi nel corpo umano “che richiedono delle conoscenze di Fisica anche piuttosto avanzate: per capire come funziona il sistema cardiocircolatorio, per esempio, bisogna conoscere la fluidodinamica”. &lt;/strong&gt;Ma anche per conoscere i concetti di respirazione, di diffusione di alcune malattie, di statistica o, anche banalmente, il funzionamento degli strumenti medici. “La Fisica – conclude Maoli - è una palestra formidabile di analisi di tutto ciò che è modellizzabile in maniera quantitativa”. Per tutti questi motivi, il professore Raggi ritiene che “forse bisognerebbe far capire meglio agli studenti che la medicina è una materia scientifica. E, in quanto tale, richiede tutte quelle basi che uno scienziato deve avere, tra cui Matematica, Fisica e Biologia. Tutte le basi della cultura scientifica”.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 12 Jan 2026 10:25:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Alessandro Villari</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-12T10:25:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Se l’educazione affettiva diventa uno strumento per sorvegliare e punire</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/27/news/se-l-educazione-affettiva-diventa-uno-strumento-per-sorvegliare-e-punire-8463586/</link>
      <description>&lt;p&gt;Una curiosa illusione ottica riguardo alla scuola ci ha indotti a credere che il campo sia diviso &lt;strong&gt;fra una fazione che ne ha una concezione intrinsecamente conservatrice (per intenderci, i fautori delle bocciature, del latino alle medie, del voto in condotta e della requisizione dei telefonini) e un’altra che le attribuisce invece un ruolo progressivo, &lt;/strong&gt;grazie alla pratica dell’educazione civica, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/educazione-affettiva/"&gt;affettiva&lt;/a&gt;, sessuale e quant’altro possa garantire la coltivazione di una futura società migliore dell’odierna. In realtà, di là da qualche distinzione di facciata, le due fazioni coincidono. Per scoprirlo non c’è bisogno di immergersi in astrusi e spesso pseudoscientifici saggi di didattica o di pedagogia, ma basta rileggere – a mezzo secolo dalla pubblicazione, se vi interessano gli anniversari: 1975 l’edizione Gallimard, 1976 l’edizione Einaudi – “Sorvegliare e punire” di &lt;strong&gt;Michel Foucault&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Si scopre così che il modello originario della scuola resta sempre e comunque la Rasphuis di Amsterdam, il più antico carcere moderno (risale al 1596), non a caso destinato ai giovani malfattori.&lt;/strong&gt; L’istituto funzionava secondo tre principii che sono rimasti come pilastri del sistema dell’istruzione: l’impiego dei detenuti in un lavoro scandito da un orario; l’inflizione di pene proporzionali alla valutazione della loro condotta; una costante esortazione spirituale volta ad attirare verso il bene e a distogliere dal male. &lt;strong&gt;La sintesi di questi tre aspetti sta nel termine “disciplina”, cui Foucault aveva dedicato un’intera sezione del saggio. La disciplina è un “metodo di apprendistato che permette agli individui di integrarsi alle esigenze generali”.&lt;/strong&gt; Consiste anzitutto nella ripartizione degli individui nello spazio, secondo “clausura” (dalla scuola non si può uscire a piacimento) e “ubicazione funzionale” (pensate alle patetiche mappe che stabiliscono i compagni di banco). Quindi nell’impiego del tempo secondo una scansione capillare. Se vi sembra ridicolo che Foucault citasse una scuola elementare che scandiva la giornata dei bambini in blocchi da quattro minuti, pensate che oggi le scuole stabiliscono più o meno altrettanti minuti di tolleranza per gli ingressi in ritardo, e il registro elettronico esige che ne venga segnato il minuto esatto; coi miei occhi ho visto una nota che denunciava come un alunno fosse stato in bagno dalle 10:50 alle 11:01.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il fulcro della disciplina è dato tuttavia dalla combinazione fra “articolazione corpo-oggetto” e “utilizzazione esaustiva”. Qui si fondono le due fazioni apparentemente opposte. L’utilizzazione esaustiva è l’insieme di stratagemmi atti a impedire l’ozio, in cui rientra a pieno titolo, per esempio, il bando del telefonino, ma anche il divieto di andare in bagno durante la prima ora di lezioni o simili brocardi nei regolamenti scolastici. L’articolazione corpo-oggetto consiste invece nell’insegnamento dell’utilizzo di strumenti, attraverso una tecnica – l’esercizio – in cui all’individuo vengono imposti compiti uniformi e ripetitivi. &lt;strong&gt;L’educazione civica nella versione roussoviana escogitata qualche anno fa, così come l’educazione affettiva/sentimentale/sessuale che dir si voglia, si fonda sulla convinzione che, a furia di inculcare principii etici negli alunni per trentatré ore all’anno, si otterranno cittadini migliori:&lt;/strong&gt; è la pratica di una religione civile cui si attinge attraverso una ritualità da interiorizzare per mezzo di automatismi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il povero Foucault è rimasto inascoltato, se ben cinquant’anni fa rimarcava come proprio questo fosse il problema della pedagogia: “Specializzando il tempo di formazione e distaccandolo dal tempo adulto, predisponendo differenti stadi separati da prove graduate, determinando programmi da svolgersi secondo difficoltà crescente, qualificando gli individui secondo il modo in cui hanno percorso queste serie”, &lt;strong&gt;viene istituito un “tempo disciplinare” volto a “fabbricare gli individui”. &lt;/strong&gt;Sotto questo aspetto, il dibattito su come punire le bestioline che hanno vergato la lista degli stupri in un liceo romano, o quelle che filmano i compagni mentre rovesciano il cestino della carta straccia in testa ai prof, o quelle che si estraniano dalle lezioni per dedicarsi al &lt;i&gt;brainrot&lt;/i&gt; da &lt;i&gt;scrolling&lt;/i&gt;, &lt;strong&gt;è identico al dibattito sulla necessità e sull’urgenza di istituire a scuola un’ora di – inserire di volta in volta la materia che si presuppone serva a sopperire a un’emergenza sociale, dalla violenza sulle donne agli omicidi stradali, dall’intelligenza artificiale al cambiamento climatico.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;All’interno di questo sistema disciplinare, spiegava Foucault, funziona “un piccolo meccanismo penale”, fatto non solo di castighi ma anche di ricompense, secondo uno schema indipendente rispetto al mondo reale, allo scopo di stabilire una divisione binaria (buono/cattivo) di forte valore coercitivo. &lt;/strong&gt;Ciò esige il controllo da parte di un potere che si faccia arbitro dell’etica; che proibisca i telefonini o insegni a non far sciogliere i ghiacciai, la scuola si configura come moderno Panopticon, quell’istituto di contenzione impostato sul controllo simultaneo che Jeremy&lt;b&gt; &lt;/b&gt;Bentham riteneva capace di “riformare la morale, preservare la salute, rinvigorire il lavoro, diffondere l’istruzione”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il salto verso l’educazione etica si verifica ogni volta che si chiede alla disciplina “di giocare un ruolo positivo, facendo aumentare la possibile utilità degli individui”, pur sostituendo al vecchio principio violento della rappresaglia quello del profitto conseguito per blandizie. &lt;strong&gt;Non è un caso, dunque, se la scuola somiglia ancora alla vecchia Rasphuis: intende infatti essere “un microcosmo di una società perfetta, in cui gli individui sono isolati nell’esistenza morale” secondo una scansione che prevede un po’ di intimidazione, un po’ di lavoro, un po’ di moralizzazione, un po’ di vita comunitaria;&lt;/strong&gt; un “luogo di formazione di un sapere clinico”, a mo’ di quelle prigioni ottocentesche in cui era proibita ogni lettura, se non quella di libri di morale. Tanto l’eccesso disciplinare, rimproverato dalle frange estreme al ministero, quanto gli slanci ottimistici dei fautori dell’educazione civica o affettiva (secondo la pia speranza che l’etica sia insegnabile) hanno lo stesso obiettivo: &lt;strong&gt;“Rendere naturale e legittimo il potere di punire, cancellare ciò che può esservi di esorbitante nell’esercizio del castigo”.&lt;/strong&gt; Un castigo che, come voleva Mably, punisca l’anima e non il corpo; un castigo che vuole obbligare gli alunni a credere nei valori fondamentali, dimenticando che uno di essi è la libertà.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 27 Dec 2025 08:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Antonio Gurrado</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-27T08:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Tutto quello che non avete mai osato chiedere sui test di medicina</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/18/news/tutto-quello-che-non-avete-mai-osato-chiedere-sui-test-di-medicina-8449867/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il problema dei test di ammissione all’università &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/17/news/semestre-filtro-di-medicina-il-disastro-non-e-la-selezione-ma-il-sistema-anche-all-estero-8445393/"&gt;non è un’anomalia italiana&lt;/a&gt;. E’ un problema discusso da decenni in tutte le università del mondo, dalle Ivy League americane ai sistemi europei più selettivi.&lt;strong&gt; Esiste una letteratura sterminata che mostra quanto sia difficile – se non impossibile – costruire strumenti di selezione che siano insieme equi, predittivi del successo accademico e socialmente accettabili.&lt;/strong&gt; I test standardizzati selezionano, ma selezionano anche per background familiare; le valutazioni scolastiche riflettono scuole molto diverse tra loro; le prove orali introducono discrezionalità. Non esiste una soluzione perfetta, però in tutto il mondo si continuano a fare i test di ammissione. In Italia, il dibattito su Medicina aveva un punto di partenza chiaro e condiviso: servono più medici. &lt;strong&gt;Il problema politico era quindi semplice: aumentare il numero di accessi a Medicina, programmando seriamente la formazione e le borse di specializzazione.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si poteva fare, gradualmente o anche in modo più deciso. Ma non si è voluto fare così. Si è scelta la via del populismo. &lt;strong&gt;Per accontentare la richiesta di “accesso libero”, agitata in particolare da Matteo Salvini, si è costruito un meccanismo che non esiste in natura.&lt;/strong&gt; Formalmente l’ingresso è libero, nella sostanza si introduce dopo sei mesi un filtro durissimo, improvviso e concentrato. Una selezione rinviata, non abolita. Anzi, resa più traumatica, più opaca e più conflittuale. Fino all’anno scorso per entrare a medicina c’era un normale test ingresso con diverse domande a crocetta di logica, matematica, fisica, chimica e biologia. Adesso c’è un “semestre filtro” per cui entra solo chi supera contemporaneamente 3 esami da dare a dicembre: Fisica, Chimica e Biologia. Le stesse materie quindi ma non a settembre come test di ingresso ma dopo un semestre di corsi per lo più online. Il vecchio test di Medicina aveva mille difetti, ma almeno aveva una funzione chiara: selezionare prima dell’ingresso. &lt;strong&gt;Se non andava bene si poteva migliorarlo: potevi studiare la correlazione tra centinaia di migliaia di risultati test del passato e la carriera seguente degli studenti e così trovare domande del test più utili e predittive.&lt;/strong&gt; Invece non è mai stato fatto nessuno studio.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Potevi chiederti, sulla base dei test passati: quanti ragazzi avevano fatto un test sufficiente contemporaneamente in 3 materie? &lt;strong&gt;A quel punto avresti capito che il numero di quelli che sarebbero passati al nuovo semestre “filtro” sarebbe stato esiguo, potevi ben prevedere che sarebbe stato un disastro. Ma non è stato fatto niente.&lt;/strong&gt; E così è stato introdotto il semestre filtro. L’idea era di far credere che effettivamente potevano entrare tutti. La giustificazione nobile era dimostrare che pochi mesi di università insegnano e selezionano meglio degli odiati test a crocetta. E’ andato tutto storto. Il nuovo sistema illude decine di migliaia di studenti e famiglie, scarica sull’università una selezione che la scuola non ha fatto, concentra tutto su pochi esami e produce un effetto socialmente esplosivo: due studenti su tre esclusi dopo aver investito un anno di vita. Sono stati bocciati talmente tanti che non si coprono neppure i 18 mila posti di medicina disponibili nelle università pubbliche. &lt;strong&gt;Mentre con l’esame di ammissione a settembre tutti avevano già un piano B dell’iscrizione ad un’altra facoltà in caso non fossero passati al test di medicina, adesso molti non hanno davvero il piano B perché in caso, anche se passassero la graduatoria, dovrebbero probabilmente andare in un’altra città.&lt;/strong&gt; Per non dire di tutti quelli che provano a trasferirsi a medicina da altre facoltà, che ogni anno sono circa la metà degli iscritti al test di ammissione. Questi li hai costretti a mollare tutto, a fare un semestre filtro e poi si ritrovano da capo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;In conclusione, per dar retta al populismo, il governo ha squalificato l’università perché alla fine del semestre filtro sono passati molti meno studenti che nel consueto test di ammissione di settembre degli anni scorsi. &lt;/strong&gt;Ha dato 50 milioni alle università per fare il semestre filtro ma avrebbe fatto molto meglio a spenderli per incrementare le borse di specializzazione. Ha frustrato migliaia di studenti e famiglie. Avrà mille ricorsi, perché per coprire i posti disponibili dovranno cambiare le regole in corso. Una pressione crescente per “recuperare” gli esclusi, allargando comunque i posti. E, parallelamente, un vantaggio competitivo per le università private, che continuano a offrire il consueto test di ammissione a settembre. &lt;strong&gt;Un’enorme pressione per accogliere in altre materie le decine di migliaia di studenti esclusi, con le altre facoltà non mediche che riaprono i termini di iscrizione a gennaio. Insomma davvero un disastro.&lt;/strong&gt; Qualcuno dice che ora aumenterà anche la pressione per permettere alle università online di fare anche i corsi di medicina. Chi vuole pensare male, come si dice, spesso ci azzecca.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 18 Dec 2025 04:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Marco Leonardi e Leonzio Rizzo</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-18T04:24:00Z</dc:date>
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      <title>Semestre filtro di Medicina: il “disastro” non è la selezione ma il sistema. Anche all’estero</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/17/news/semestre-filtro-di-medicina-il-disastro-non-e-la-selezione-ma-il-sistema-anche-all-estero-8445393/</link>
      <description>&lt;p&gt;I risultati del secondo appello del “semestre filtro” di Medicina arriveranno entro Natale, con l’augurio che siano meno negativi di quelli del primo appello, che tante polemiche di diversa natura hanno generato; la graduatoria nazionale è annunciata invece per il 12 gennaio, e solo dopo la chiusura del percorso arriveranno dal ministero dell’Università valutazioni ufficiali o eventuali commenti. Meno probabile che arrivino dal ministro Anna Maria Bernini, o dal suo staff, delle “scuse”, seppure da più parti vengano richieste, spesso in modo esagitato o di poca sostanza. Ultima ieri, dal Corriere veneto, la patologa Antonella Viola, pronta a immolarsi nelle scuse “alle studentesse, agli studenti e alle loro famiglie, per una farsa che è stata lesiva sul piano emotivo ed economico”. Viola prende di mira il bersaglio grosso, il nuovo sistema di ammissione, vorrebbe l’accesso illimitato. Ma l’alternativa reale, è ovvio, &amp;nbsp;sarebbe il ritorno al vecchio numero chiuso. Notevole però, e non è lei la sola, che la critica ai tre test – chimica, biologia e fisica somministrati in sequenza – riguardi non il merito ma un presunto non rispetto delle “nuove modalità di apprendimento dei ragazzi”, non più basato sullo studio mnemonico e nozionista: “Un fallimento di questo tipo non si spiega con un improbabile ‘non hanno studiato’, non è colpa loro, dobbiamo prendere atto di una realtà che cambia”. Ma un esame d’ammissione è per forza nozionistico; inoltre basterebbe uno sguardo agli esiti di ammissione in altri paesi europei per capire che se il problema non è il poco studio dei candidati italiani, non è neppure nel percorso adottato con la riforma (pur sempre perfettibile). In Francia, dove c’è un sistema con esame filtro nella prima annualità a cui si è parzialmente (ci si domanda perché solo parzialmente) ispirata la riforma italiana il tasso di ammissione è al 20 per cento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Nel Regno Unito, nessun test ma ammissione in base ai voti della scuola: attorno al 17 per cento. In Germania, dove c’è un rigido numerus clausus, tasso ancora più basso. Sugli accessi a Medicina c’è dunque qualche domanda di sistema da farsi (com’è che in questo caso “la complessità” non la evoca nessuno?) evitando il ricorso alla “catastrofe” alla denuncia del “populismo” e alla richiesta scuse. Meglio provare a dividere i punti. L’idea che non si sia “rispettato” il modo di studiare degli studenti è ricorrente. Il professor Andrea Bellelli, medico docente della Sapienza e blogger per il Fatto, in un lungo intervento con spunti interessanti (ad esempio sulla insufficiente tempistica del “semestre cosiddetto aperto”) ha bocciato la “tempesta perfetta” &amp;nbsp;della riforma. Bellelli sostiene che la concentrazione di tre prove in un giorni sarebbe troppo gravosa e “coercitiva” soprattutto per giovani abituati a studiare con la tecnica del “chiusone” (la studiata finale) e della “sbobina” degli appunti delle lezioni. Il test “non lasciava allo studente margini per organizzare lo studio nel modo da lui preferito”. Critica simile a quelle di Viola. A parte che quello è un sistema di studio semmai di studenti universitari, un esame di ammissione – non svolgerlo in un’unica prova non sarebbe corretto, spiegano gli organizzatori – &amp;nbsp;è un gradino di accesso che deve per forza essere alto e rigido. Troppo rigido? Non tutti gli esperti che hanno avuto accesso alle domande, anche senza essere tranchant come il prof. Burioni, ne sono convinti. &amp;nbsp;Ugualmente nei giorni scorsi, ad esempio un articolo del Corriere, si è provato a sostenere che, vista la falcidia, sarebbe stato meglio mantenere il quizzone del numero chiuso. Idea lecita ma discutibile. E bisogna ricordare che per anni, dal mondo accademico e da quello politico, sono piovute critiche pesantissime su quel sistema poi superato proprio in base alla sua poca equità. Ha senso oggi tornare al quiz? Dalle associazioni di studenti che annunciano ricorsi è stato detto che essendo il semestre filtro una sorta di concorso, richiedeva “par condicio, trasparenza e criteri immutabili”. Questi aspetti non sembrano essere stati negati. Quanto alla critica di molti accademici per essere stati “esclusi” dalla compilazione dei test la risposta del ministero è che la formulazione dei questionari è stata affidata a medici e docenti fuori ruolo per garantire massima trasparenza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Il tema più interessante attorno alla “catastrofe” del semestre filtro – e su cui anche il governo dovrà fare valutazioni – è invece un altro: se il meccanismo scelto risponda allo scopo: che era quello di aumentare le immatricolazioni – nominalmente sono stati portati a 24 mila i posti disponibili – senza però togliere un limite numerico e mantenendo una valutazione di qualità. Vale la pena ricordare che il famigerato numero chiuso, che qualcuno oggi chiede di abolire, fu introdotto non dalla destra meritocratica e liberista ma dai governi Prodi e poi D’Alema. E i motivi reali erano la limitata capacità ricettiva delle università, la scarsità di docenti e (il segreto di Pulcinella) l’impossibilità economica per lo stato di dare poi lavoro a tutti i medici. Un disastro non solo italiano: la Francia vive oggi la stessa situazione. Nella riforma Bernini c’è (c’era?) l’aspirazione a maggiore equità e l’idea di non far “perdere un anno” ai bocciati: purtroppo in questo caso la situazione si è complicata, anche se la possibilità di iscriversi a un altra facoltà c’è anche ora. Soprattutto, c’era l’idea “francese” di offrire una valutazione più pertinente al corso di studi.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; E proprio qui viene il punto focale. Quel sistema nato nel 2020 apriva la strada a due percorsi principali in ambito sanitario, il Pass (l’accesso diretto alla facoltà di Medicina) e il Las, una laurea triennale con accesso a diverse facoltà. Pensato per essere più equo e diversificato, è stato giudicato fallimentare: per mancanza di chiarezza nella selezione che avrebbe addirittura avvantaggiato studenti provenienti da contesti privilegiati. Ci sarebbe stato inoltre un calo di attrattiva in ambiti come Farmacia e Ostetricia. Infine, molti studenti “bocciati” sono passati a studiare all’estero, con l’obiettivo di tornare in patria poi. Ma anche questo aspetto ha aggravato la &amp;nbsp;penuria di futuri medici. Così nel 2026 è prevista una nuova riforma con il ritorno a un unico percorso a cui si potranno iscrivere tutti, concluso da una sorta di sbarramento dopo un anno e con un passaggio facilitato a Farmacia. Lo scopo è un accesso più semplice e una migliore distribuzione dei futuri professionisti sanitari. Tuttavia, dice la stampa francese, la riforma è contrastata dalle università che temono un aumento degli studenti ma senza risorse aggiuntive. Se in Italia si intendeva copiare quel sistema migliorativo, bisognerà prendere di nuovo appunti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Il caso tedesco è agli antipodi ma ugualmente per noi significativo. In Germania sono 38 le facoltà di Medicina. Si entra con un numero chiuso molto stretto gestito a livello centrale dalla Fondazione per l’ammissione all’università. Un sistema estremamente selettivo, il requisito principale è un diploma di maturità con un ottimo voto (i nostri 100 o 98). Un punteggio aggiuntivo può essere ottenuto da chi abbia svolto attività in ambito sanitario, Inoltre c’è un test attitudinale facoltativo, il Tms, che può essere considerato come un punto a favore. Posto che anche la Germania sopperisce con una dura selezione alla carenza di posti universitari (e con un’ampia immigrazione medica poi) perché non tornare a un sistema simile? C’è però da notare che in Italia non esiste una Fondazione per l’ammissione all’università; e se ci si dovesse basare solo sui voti di maturità, sono discussi da anni i dati che dimostrano la discrepanza tra i 100 elargiti in alcune regioni e i relativi risultati delle prove Invalsi, più oggettive. Ma i test Invalsi non vengono conteggiati nel voto di maturità. Perché invece non farlo e dare più oggettività ai test di ingresso? E perché non introdurre un test attitudinale come in Germania? La “catastrofe” del semestre filtro – seppure lo sia: siamo sicuri che il livello di bocciature anche all’estero non sia un segnale generale? – non è riducibile a disorganizzazione, incapacità o altro. Era una prima volta, sperimentale, si vedranno gli aggiornamenti, ma l’impianto la sua logica lo ha. La vera questione in Italia, come in Francia, come in Germania seppure in un sistema diverso, è strutturale. Per avere molti più medici sarebbe necessario avere quasi il doppio di aule e &amp;nbsp;docenti, e uno sbocco nel sistema sanitario nazionale adeguato: ovvio, non sono i malati che mancano in Italia, ma la spesa sanitaria è una tela di Penelope. La verità è che ovunque i filtri d’ingresso rispondono, se non a una logica, a una carenza strutturale del sistema sanitario molto più ampia e grave. Facciamo studiare pochi studenti per mancanza di aule, laureiamo pochi medici per mancanza di ospedali. Tra numero chiuso, aperto, o semestri filtro forse la soluzione sarebbe un numero programmato negli anni. Sarebbe più trasparente anche nei confronti delle aspettative dei candidati. Poi resterebbe sempre lo sbarramento del merito e della competenza, che non è malvagia meritocrazia. Come dimostrano i dati all’estero, non è soltanto il semestre filtro a creare catastrofi.&lt;br&gt; &lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 17 Dec 2025 05:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2025-12-17T05:00:00Z</dc:date>
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      <title>Conte rappresentante degli studenti di Medicina: "Vanno ascoltati non dileggiati". E domani interroga Bernini</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2025/12/16/news/conte-rappresentante-degli-studenti-di-medicina-vanno-ascoltati-non-dileggiati-e-domani-interroga-bernini-8443291/</link>
      <description>&lt;p&gt;Se la ministra non ascolta gli studenti, allora gli studenti&amp;nbsp;vanno da Giuseppe Conte. L'incontro si è tenuto oggi, nella sede nazionale del Movimento 5 Stelle, dove il presidente ha ricevuto una delegazione degli&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Unione degli Universitari e altre associazioni per un confronto sulla&amp;nbsp;riforma del semestre filtro di medicina.&lt;/strong&gt; "Abbiamo incontrato gli studenti che stanno vivendo i disagi e il disastro di questi test di Medicina e ovviamente stanno rimediando tantissima frustrazione.&amp;nbsp;Al di là dei disagi bisogna sempre ascoltarli e mai svillaneggiarli e dileggiarli&amp;nbsp;perché sono il nostro futuro e meritano che si offrano soluzioni adeguate e sostenibili alle loro difficoltà", ha&amp;nbsp;detto l'ex premier al termine dell'incontro durato quasi due ore. &lt;strong&gt;Le parole di Conte non sono casuali.&amp;nbsp;Il presidente fa riferimento alla protesta che c'è stata ad Atreju,&lt;/strong&gt; la&amp;nbsp;festa di Fratelli d'Italia, &lt;a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2025/12/11/video/la-ministra-bernini-contestata-ad-atreju-siete-dei-poveri-comunisti--8424496/"&gt;durante la quale la&amp;nbsp;ministra dell'Università Annamaria Bernini è stata contestata da un gruppo di studenti dell'Udu&lt;/a&gt;, alcuni dei quali presenti alla riunione di oggi, proprio per la sua riforma.&amp;nbsp;Bernini ha risposto riprendendo in parte le parole del fondatore di Forza Italia, Silvio Berlusconi: "Siete sempre solo dei poveri comunisti. Imparate ad ascoltare prima di contestare, fatemi parlare. Questo dimostra tutta la vostra inutilità, siete inutili".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Durante l'incontro tra 5 Stelle e studenti, si è discusso&amp;nbsp;soprattutto del cosiddetto semestre filtro per l’accesso alla facoltà di Medicina, &lt;strong&gt;una misura che sta suscitando forte preoccupazione e mobilitazione nel mondo studentesco. &lt;/strong&gt;L’appuntamento è servito&amp;nbsp;per ascoltare direttamente le istanze, le criticità e le proposte avanzate dagli studenti, e per aprire un confronto nel merito delle politiche sull’accesso all’università e sul diritto allo studio. Alla riunione ha partecipato anche una delegazione M5S composta da Marianna Ricciardi, Andrea Quartini, Barbara Floridia,&amp;nbsp;Vittoria Baldino e&amp;nbsp;il capogruppo in commissione cultura &lt;strong&gt;Antonio Caso,&lt;/strong&gt; che ha annunciato che domani &lt;strong&gt;farà un question time alla Camera proprio alla ministra Bernini: "Porteremo ancora una volta la voce della comunità studentesca dentro le istituzioni. Questa volta la ministra non potrà liquidare il tema come fatto ad Atreju, con battute e insulti.&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;Dovrà dirci cosa intende fare il governo di fronte a questo caos e, soprattutto, dovrà fare davvero la ministra, non la cabarettista". Caso,&amp;nbsp;commentando la riforma, la definisce &amp;nbsp;"una vera e propria truffa. Gli studenti ci hanno raccontato in modo diretto e concreto quanto questo sistema sia fallimentare, caotico e ingiusto, e quanto continui a produrre frustrazione, spreco di energie e mancanza di prospettive".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Dopo l'incontro&amp;nbsp;gli studenti hanno fatto sapere che c'è stato un "bel dialogo" e di essere "contenti di avere avuto anche questo spazio per esprimere la contrarietà al semestre filtro, le cui problematicità sono immense: aspettiamo domani per vedere cosa accadrà con il question time". &lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 16 Dec 2025 13:50:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-16T13:50:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Studenti impreparati o test sbagliati? Le opinioni di Burioni e Cartabellotta sull'appello di Medicina</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/15/news/studenti-impreparati-o-test-sbagliati-le-opinioni-di-burioni-e-cartabellotta-sull-appello-di-medicina-8439304/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Se anche un solo studente che ha fatto la maturità non ha saputo rispondere a una domanda che chiedeva quale fosse la formula del sale da cucina &lt;strong&gt;bisogna, a mio giudizio, interrogarsi non sull'università, ma sulla scuola superiore".&lt;/strong&gt; E' questa la considerazione che &lt;strong&gt;Roberto Burioni&lt;/strong&gt;, medico&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Professore di Microbiologia e Virologia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano fa a proposito della difficoltà espressa da alcuni studenti di Medicina dopo che hanno sostenuto il 10 dicembre il secondo appello del test&amp;nbsp;dopo il &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/semestre-filtro/"&gt;semestre filtro&lt;/a&gt;. &lt;a href="https://x.com/RobertoBurioni/status/1999062023578214434"&gt;Su X il professore aveva postato foto di alcune domande comparse nei test&lt;/a&gt;, che riguardavano il riconoscimento di una formula chimica e delle equivalenze,&amp;nbsp;commentando che le perplessità espresse dai ragazzi non sembrerebbero del tutto motivate. &lt;strong&gt;"Se dai dati del ministero dovesse risultare che un numero considerevole di studenti con la maturità&amp;nbsp;non ha saputo rispondere a domande molto semplici,&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;non porsi il problema di quella che è l'istruzione superiore sarebbe come fare gli struzzi.&lt;/strong&gt; E&amp;nbsp;anche quella delle scuole medie, perché alcune cose, come le equivalenze, erano proprio semplici".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dopo la riforma della ministra dell'Università e della Ricerca &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/anna-maria-bernini/"&gt;Anna Maria Bernini&lt;/a&gt;, per accedere alla facoltà di Medicina da quest'anno&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;i ragazzi non hanno dovuto sostenere l'esame d'ingresso per superare lo&amp;nbsp;sbarramento iniziale, ma si sono iscritti&amp;nbsp;a un semestre filtro al termine del quale hanno affrontato tre prove scritte nelle materie fondanti dei primi sei mesi di lezione:&amp;nbsp;Chimica e propedeutica biochimica,&amp;nbsp;Fisica&amp;nbsp;e&amp;nbsp;Biologia. Critico sulla riforma, &lt;strong&gt;il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta sostiene che questa "è stata lanciata con grande enfasi politica e toni propagandistici, ma senza un’adeguata fase di sperimentazione&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;e senza un confronto strutturato con tutti gli attori coinvolti.&lt;/strong&gt; I margini di miglioramento della riforma&amp;nbsp;esistono, ma richiedono interventi sostanziali sulla durata del percorso, da rendere coerente con la complessità delle tre materie, sui tempi di svolgimento delle prove e sull’introduzione di strumenti capaci di ridurre le disuguaglianze di partenza".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;La riforma è stata molto contestata anche dalle associazioni studentesche in questi mesi, &lt;a href="http://www.ilfoglio.it/politica/2025/12/11/video/la-ministra-bernini-contestata-ad-atreju-siete-dei-poveri-comunisti--8424496/"&gt;ed è successo anche pochi giorni fa&amp;nbsp;ad Atreju&lt;/a&gt;, la&amp;nbsp;festa di Fratelli d'Italia, &lt;strong&gt;quando&amp;nbsp;alcuni attivisti dell'Unione degli studenti universitari hanno interrotto il panel della ministra Bernini lamentandosi proprio del semestre filtro.&lt;/strong&gt; Sul caso il professore Burioni commenta: "Gli studenti in questo caso hanno contestato la selezione ed è nel&amp;nbsp;loro pieno diritto farlo perché la selezione è una scelta politica e quindi uno può essere d'accordo o no.&amp;nbsp;Io non ho&amp;nbsp;seguito la faccenda". Infatti il test tra università pubbliche e statali è diverso: il professore ricorda che "noi abbiamo già selezionato i nostri studenti prima dell'inizio del corso e adesso stiamo cominciando a fare gli esami a febbraio".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il presidente Cartabellotta invece ritiene che le proteste degli studenti non siano "un capriccio né una semplice insofferenza verso una prova selettiva. Quando le criticità segnalate riguardano tempi insostenibili, carichi di studio sproporzionati, modalità didattiche inadeguate e una carente organizzazione delle prove, &lt;strong&gt;è evidente che il problema va oltre la difficoltà del test che, di fatto, corrispondeva al superamento di tre esami universitari".&lt;/strong&gt; Infatti i presupposti della riforma erano altri: avrebbe dovuto costituire&amp;nbsp;un cambio di paradigma inclusivo, che spezzasse il tabù della selezione dei&amp;nbsp;test a crocette e concedesse&amp;nbsp;a tutti la possibilità di misurarsi con le materie fondanti del primo semestre&amp;nbsp;in modo trasparente e meritocratico &lt;strong&gt;"Se però una quota consistente di studenti - avverte il presidente Cartabellotta - segnala uno scarto netto tra la promessa e l’esperienza reale, è doveroso interrogarsi sull’efficacia del modello adottato&lt;/strong&gt;. E liquidare il disagio come eccessivo o strumentale non solo è ingiusto, ma impedisce di affrontare le criticità strutturali di una riforma che rischia di tradire i suoi stessi obiettivi".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Al di là della riforma in sé, che non commenta, l'attenzione del professore Burioni si concentra sull'istruzione. &lt;strong&gt;Se i risultati dei test dimostreranno che gli studenti non riescono a rispondere a&amp;nbsp;"domande che dovrebbero essere alla portata di uno che ha conseguito la maturità, noi non dovremmo preoccuparci della selezione di Medicina.&lt;/strong&gt; Ma di come sia&amp;nbsp;stato possibile che questi ragazzi siano arrivati alla maturità&amp;nbsp;senza avere queste conoscenze". Il presidente Cartabellotta ricorda però che la prova&amp;nbsp;equivale&amp;nbsp;"al superamento di tre esami del corso di laurea:&amp;nbsp;il rischio concreto è che non venga selezionato il merito, ma la capacità reggere lo stress e adattarsi a un contesto poco strutturato. In altre parole, più che una selezione dei migliori, si finisce per premiare i più resistenti".&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 15 Dec 2025 15:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Alessandro Villari</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-15T15:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Le Romanae Disputationes: un piccolo ma prezioso esercizio di democrazia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/13/news/le-romanae-disputationes-un-piccolo-ma-prezioso-esercizio-di-democrazia-8414759/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”. &lt;strong&gt;La massima, attribuita a Lao Tzu, non è impropria per descrivere la storia più che decennale di un concorso di filosofia&lt;/strong&gt; – le Romanae Disputationes (una porzione di foresta che cresce) – nel panorama della scuola italiana, cui media e opinione pubblica prestano attenzione quasi esclusivamente per fatti di cronaca incresciosi (l’albero che cade).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Infatti, Romanae Disputationes è il concorso nazionale di filosofia dedicato alle scuole superiori che, dal 2013, coinvolge migliaia di studenti e numerosi docenti in un’esperienza di ricerca condivisa. L’edizione 2025/26 affronta il tema “Ed io che sono? Individuo, persona, soggetto”,&lt;/strong&gt; invitando i ragazzi a interrogarsi sulle dimensioni costitutive dell’identità umana. Il percorso combina videolezioni di docenti universitari, letture critiche di testi filosofici, incontri tra i membri del team, attività di disputa regolamentata secondo il protocollo Age Contra e l’elaborazione di un contributo culturale originale. Gli studenti, organizzati in team da due persone fino a un’intera classe, possono scegliere fra saggio critico, monologo, video e realizzare l’opportuna integrazione di parole, immagini e musica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I lavori sono iniziati il 3 ottobre, all’Università Cattolica di Milano, con la lezione inaugurale del prof. Stefano Bancalari (Università “La Sapienza” di Roma). &lt;strong&gt;Le iscrizioni al concorso chiudono il 10 gennaio 2026 e gli elaborati dovranno essere inviati entro il 6 febbraio 2026.&lt;/strong&gt; Il convegno finale, con presentazione e premiazione dei migliori progetti, si terrà a Bologna il 9 e 10 marzo 2026. Romanae Disputationes è promosso da ApiS – Amore per il Sapere ETS. Presidente è Marco Ferrari, fondatore e direttore del concorso; Costantino Esposito (Università di Bari) presiede il comitato scientifico; Mario De Caro (Università Roma Tre) ne è il vicepresidente; Gian Paolo Terravecchia guida il comitato didattico; Gabriele Laffranchi è responsabile della comunicazione. &lt;strong&gt;Con oltre 30 mila studenti coinvolti in 13 edizioni, più di 200 team ogni anno e oltre 60 studiosi universitari partecipanti, Romanae Disputationes rappresenta oggi una delle esperienze più significative di educazione filosofica nel panorama scolastico italiano&lt;/strong&gt; e uno straordinario progetto di esercizio alla discussione critica che sta alla base dell’agenda democratica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La democrazia, in quanto dispositivo regolamentato dal diritto, indispensabile all’assunzione della decisione pubblica, scaturisce dalla discussione critica su questioni di interesse comune e impone la riflessione sull’impegno educativo per sostenere una cultura favorevole alla mente critica. &lt;strong&gt;Una democrazia così intesa, inconciliabile con le tentazioni post-liberali e post-democratiche che sventuratamente sembrano aver colonizzato anche una buona parte del dibattito pubblico delle democrazie liberali, ci impone la riflessione sugli strumenti di cui è opportuno che l’homo democraticus si doti per la promozione dei processi che conducono all’assunzione della decisione pubblica. &lt;/strong&gt;Con Enzo Di Nuoscio, nel suo &lt;i&gt;I geni invisibili della democrazia. La cultura umanistica come presidio di libertà&lt;/i&gt; (Mondadori, 2022), ci domandiamo come possa sopravvivere una democrazia se i cittadini, pur disponendo di una enorme quantità di informazioni, appaiono sprovvisti di una sufficiente capacità filologica di comprendere il significato di un testo e l’articolazione di una argomentazione; se, pur potendo disporre di sempre nuovi e più sofisticati strumenti per esprimere la propria opinione, le persone mostrano scarsa autonomia di giudizio; se, benché proiettati ad accrescere il proprio benessere individuale e abili nel profittare delle opportunità che la società aperta offre, gli stessi mostrano un totale disinteresse nei confronti di quel destino comune che li lega alla comunità; se, capaci come non mai a districarsi nella selva tecnologica, manifestano in modo inequivocabile una imbarazzante carenza di capacità critica e di resistenza morale; se, pur proiettati verso il futuro e coltivando aspettative elevate, dimostrano di non avere alcun senso della storia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ebbene, riteniamo che la democrazia liberale non possa sopravvivere a queste condizioni, per la semplice ragione che, sulla scorta dell’insegnamento socratico, la democrazia “è un cavallo nobile, ma indolente”, &lt;strong&gt;affinché la democrazia non imploda, degenerando in una delle tante forme di autocrazia, necessita di una risorsa tanto preziosa, quanto rara e deperibile: &lt;/strong&gt;“lo spirito critico” e, a tal proposito, le Romanae Disputationes appaiono davvero come un esercizio critico di grande rilevanza filosofica, politica ed educativa.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 13 Dec 2025 07:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Flavio Felice e Massimo Nardi</dc:creator>
      <dc:date>2025-12-13T07:00:00Z</dc:date>
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      <title>Sì al divieto di social under 16, dice la voce dei presidi Giannelli</title>
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      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Da oggi è realtà in Australia: dal 10 dicembre gli adolescenti sotto i sedici anni non potranno più usare piattaforme come Instagram, Facebook, TikTok e Snapchat, e le aziende tech dovranno verificare l’età degli utenti&lt;/strong&gt;, rimuovendo gli account degli under 16. Visto dall’Italia, dove in Parlamento si sta discutendo una legge bipartisan a prima firma Mennuni-Madia sulla “maggiore età digitale” (si parla dei 14 anni), il provvedimento appare ad alcuni come salvifico, ad altri come liberticida. &lt;strong&gt;“Io lo vedrei positivamente”, dice il presidente dell’Associazione Nazionale Presidi Antonello Giannelli&lt;/strong&gt;: “Non si può guidare un ciclomotore a qualunque età, per farlo serve una patente; e la vendita di alcolici è vietata ai minori di sedici anni. &lt;strong&gt;Che ci possano essere limiti per l’esercizio di attività che possono presentare dei rischi mi pare quindi normale&lt;/strong&gt;. E, in base alla mia esperienza, l’uso dei social rientra tra queste attività. Si tratta infatti di un’interazione, quella online, che coinvolge tutta la società, senza limiti, e il social è uno strumento comunicativo molto potente. &lt;strong&gt;Mi sento di dire che si debba raggiungere una certa maturità prima di poterlo usare senza rischi&lt;/strong&gt;”. L’uso intensivo dei social in età evolutiva minaccia anche la creatività e l’indipendenza di giudizio. “Io mi concentrerei prima di tutto sull’aspetto della responsabilità”, dice Giannelli: “Non a caso, in Italia, dei danni causati da un minorenne rispondono i genitori. Al di là dell’aspetto economico, è un fatto di crescita e di abitudine progressiva all’assunzione di qualunque ruolo di responsabilità, appunto”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;In Italia, intanto, da quest’anno, vige il &lt;strong&gt;divieto di usare il cellulare in classe&lt;/strong&gt;: “Quel divieto è legato al fatto che il cellulare è ormai uno strumento di uso quotidiano che può distrarre dalla funzione primaria che si deve svolgere in quel momento. Invece l’uso dei social avviene quando sei libero e non dai fastidio agli altri, apparentemente, ma se poi sui social compi un’azione che comporta una responsabilità, per esempio se fai del cyberbullismo, devi poterne rispondere”.&amp;nbsp;&lt;br&gt; &amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 10 Dec 2025 16:50:00 GMT</pubDate>
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      <title>Oggi il secondo appello per accedere a Medicina. Ma perché non copiare in tutto Parigi?</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/10/news/oggi-il-secondo-appello-per-accedere-a-medicina-ma-perche-non-copiare-in-tutto-parigi--8419367/</link>
      <description>&lt;p&gt;Si svolge oggi il secondo appello del “semestre filtro” per l’accesso a Medicina, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/scuola/2025/12/05/news/nessuna-mattanza-a-medicina-ma-un-meccanismo-di-accesso-piu-serio-8401977/"&gt;dopo la débâcle di bocciature del primo&lt;/a&gt;. Il ministero commenterà i dati solo a procedure completate, ma non è escluso che il ministro &lt;strong&gt;Anna Maria Bernini&lt;/strong&gt; sia chiamata a rispondere a qualche domanda, o più facilmente critica, già prima. Ad esempio nell’annunciata partecipazione ad Atreju domani. Bernini rifiuta allarmismi, spiega che i posti (24 mila con la riforma) disponibili per le matricole saranno riempiti, ma ricorda anche che è un sistema nuovo, da “mettere alla prova” e che “tutto è perfettibile”, ha detto al Tg1: “Faremo le valutazioni e cambieremo quello che è necessario cambiare”. Al di là di qualche polemica prefabbricata, c’è comunque qualcosa su cui riflettere. Prima ancora del meccanismo, più di un osservatore ha avanzato il dubbio “che le prove di valutazione non siano state correttamente pesate per i contenuti e la qualità dell’insegnamento fornito”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Insomma prove troppo difficili per un test d’ingresso, anche se qualche studente ha ammesso che il “semestre” (secondo qualcuno ridotto in realtà a bimestre) è stato preso un po’ alla leggera: si prova. Il ministero e gli atenei dovranno valutare. &lt;strong&gt;Restano però le domande sul meccanismo del “semestre filtro” che intendeva superare la strozzatura del numero chiuso.&lt;/strong&gt; Il numero chiuso non è un buon metodo, si dice giustamente. Anche se in &lt;strong&gt;Germania&lt;/strong&gt;, paese più preciso dell’Italia nei meccanismi, lo applica a livello federale, con gestione centrale e basato fondamentalmente sul voto di maturità. Diversamente la riforma italiana, è stato detto e ripetuto, ha scelto di &amp;nbsp;ispirarsi a quanto viene fatto in Francia. Almeno parzialmente e nelle intenzioni. E qui sorge una domanda: perché non riprenderlo integralmente,&lt;strong&gt; il modello francese&lt;/strong&gt;? Nel quale però gli studi sono divisi in cicli, e al termine del primo anno di frequenza si svolge un esame molto selettivo per poter proseguire: la media dei promossi è attorno al 20 per cento. L’esame PASS (Parcours d’accès spécifique santé) avviene in due sessioni di esami nel primo anno. Chi non le supera, può accedere a un esame orale. Inoltre è possibile orientarsi verso un diverso percorso, attraverso l’esame Las (Licence avec Option Santé) che immette a una laurea triennale in un’altra disciplina o in specializzazione di in ambito sanitario: in modo da offrire un’alternativa non penalizzante a studenti che falliscano l’accesso a medicina. Il semestre italiano si ispira a quello francese, ma allora perché non farlo uguale?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dopo un anno, sarebbe senza dubbio più attendibile la valutazione di idoneità a diventare medici. &lt;strong&gt;Esistono anche altre formule di selezione, più libere o “liberali”&lt;/strong&gt;. Nel &lt;strong&gt;Regno Unito&lt;/strong&gt;, ad esempio, i requisiti di ammissione sono flessibili a seconda dell’ateneo ma si basano fondamentalmente sui risultati delle scuole superiori (la selezione avviene prima, dicono i critici: vero). Negli &lt;strong&gt;Stati Uniti&lt;/strong&gt; e in &lt;strong&gt;Canada&lt;/strong&gt;, anglosassoni ancor più pragmatici, è diffuso il test Mcat (Medical College Admission Test), un esame standardizzato, computerizzato e a risposta multipla. Non è detto che sia infallibile nemmeno quello, ma forse provare una e una sola strada, e seguirla fino in fondo, è meglio del semplice “ispirarsi” attendendo i futuri aggiustamenti.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 10 Dec 2025 08:31:00 GMT</pubDate>
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