Il ministero scopre che non è il programma a fare il maestro

Le linee guida per l'insegnamento della filosofia ammettono l'itinerario libero accanto al canone storico. Un passo piccolo, ma nella direzione giusta: la scuola italiana non migliorerà finché non si fiderà dei suoi insegnanti

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16 MAY 26
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Aspetto speranzoso il giorno in cui le Linee guida ministeriali per gli insegnamenti del liceo saranno accompagnate da un poscritto: “Questo messaggio si autodistruggerà tra pochi minuti, non tenetene conto”. Nel frattempo, mi accontento del raggetto di sole presente nelle linee per la Filosofia, di cui, ipnotizzati dalla tempesta sui “Promessi sposi”, non si è accorto quasi nessuno. Anche se viene ribadito il dovere (impossibile) di spiegare la rava e la fava su ventisei secoli di pensiero, da Talete ad Arendt, si dice anche che il docente può costruire un percorso autonomo, organizzato per temi e argomenti trasversali, ad esempio: la questione della verità, il rapporto tra religione e filosofia, emancipazione e autodeterminazione, il sapere della scienza a confronto con il sapere dell’esistenza. La gabbia del canone storico resta, ma finalmente il ministero accorda un certo credito allo spirito d’iniziativa dei suoi dipendenti. Se prenderanno sul serio le nuove indicazioni, prima o poi diventerà chiaro che non è possibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, e bisognerà scegliere tra uno storicismo dei contenuti ormai decotto e la possibilità che ciascuno sviluppi l’itinerario tematico che gli sembra migliore. La seconda ipotesi è di gran lunga preferibile, e darebbe a chi fa lezione una ragione in più per amare il proprio lavoro.
La gratificazione di stare in cattedra non dipende soltanto dallo stipendio ma anche dall’essere responsabili di ciò che si fa. Se questa prospettiva sembra oggi utopica, è perché abbiamo dimenticato che un ministro dell’Istruzione l’aveva già messa in pratica. Guarda caso, un filosofo. La riforma scolastica di Giovanni Gentile del 1923 non voleva un professore-esecutore, costretto a spuntare pedissequamente le voci di una scaletta stabilita altrove, ma un uomo libero chiamato a decidere da sé come raggiungere determinati obiettivi, verificati poi cogli esami. Lo scopo era assegnato; il modo di arrivarci veniva affidato al talento e all’impegno di chi insegnava. Non durò molto. Due anni dopo, infatti, arrivò la controriforma del ministro Pietro Fedele che ripristinava l’uniformità dei curricoli dettagliati, ereditata in blocco dalla Repubblica. Andò così perduta la consapevolezza gentiliana secondo cui non è il programma a fare il maestro, ma il maestro fa il programma.
Le nuove Linee guida non risolvono il problema del canone imposto dall’alto, ma almeno riconoscono che esiste un’altra strada. Tolte le corsie di ferro che il ministero assegna a ogni docente, qualcuno sicuramente sbanderà, e magari uscirà di carreggiata. Poco male. Il guadagno supererà la perdita. Dobbiamo tutti quanti fidarci di più dei nostri insegnanti, e capire che nulla alimenta il loro piacere quanto la possibilità di lavorare in libertà. La via d’uscita dal collettivismo burocratico della scuola italiana inizia qui. Non sarà facile, ma bisogna provarci.