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Meno abbandoni, meno competenze. Il paradosso della scuola italiana
La dispersione scende sotto la media europea, ma i risultati delle prove Invalsi 2025 sono ancora lontani da quelli pre-Covid. Quasi uno studente su due non raggiunge i livelli attesi in italiano e matematica. E senza basi solide, l’intelligenza artificiale diventa più difficile da governare
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11 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 09:58 AM | 12 MAY 26

Foto Ansa
La buona notizia è che l’Italia perde meno studenti per strada. La cattiva è che troppi di quelli che restano sui banchi non hanno gli strumenti per leggere il mondo, capirlo e farci qualcosa. Le prove Invalsi 2025 raccontano questa contraddizione: la scuola italiana ha ridotto la dispersione ma non è ancora riuscita a recuperare le competenze perse durante gli anni della pandemia.
I test Invalsi sono rilevazioni standardizzate che misurano le competenze degli studenti in italiano, matematica e inglese in alcuni passaggi decisivi del ciclo scolastico. In passato sono state molto contestate da varie associazioni di insegnanti. Ed è vero, non fotografano tutto: non misurano la qualità di un docente, la fatica di una classe difficile, la relazione educativa. Però dicono se uno studente sa comprendere un testo, usare strumenti matematici di base, orientarsi in una lingua straniera. Cioè se possiede l’alfabeto minimo per continuare a studiare, lavorare, partecipare alla vita pubblica. Lo standard comune ha poi il vantaggio di ridurre l’autoreferenzialità del sistema educativo perché consente confronti tra scuole e territori e colloca i risultati italiani in una prospettiva internazionale.
Il confronto con il 2018/19, ultimo anno prima del Covid, resta pesante. In quinta superiore gli studenti che raggiungevano il livello atteso in italiano erano il 64,93 per cento; nel 2024/25 sono il 52,67. In matematica si passa dal 61,49 al 50,74. Alle medie il calo è meno brusco ma comunque visibile: in italiano dal 64,94 al 58,34; in matematica dal 60,73 al 55,51. La pandemia è finita da anni, ma nell’apprendimento continua a lasciare tracce. La didattica a distanza ha colpito soprattutto chi era già fragile. Chi aveva una stanza, un computer, una connessione stabile e genitori presenti ha resistito meglio.
Il dato del 2025 va però letto insieme a un secondo fenomeno: tra il 2023 e il 2025 circa mezzo milione di ragazzi è rientrato nel circuito scolastico, anche grazie ad Agenda Sud e Agenda Nord, i due piani finanziati dal ministero dell’Istruzione e del Merito con oltre un miliardo di euro per contrastare la dispersione. Il risultato si vede: nel 2025 l’Italia è scesa all’8,2 per cento di abbandoni scolastici precoci, sotto la media europea del 9,1 per cento e fa già meglio dell’obiettivo Ue del 9 per cento fissato per il 2030. I programmi hanno aumentato il tempo trascorso a scuola con laboratori pomeridiani, tutoraggi, coinvolgimento delle famiglie e percorsi mirati per gli studenti più esposti all’abbandono. Questo aiuta a leggere anche il calo nelle prove Invalsi. Se tornano in classe studenti fragili, che erano rimasti indietro nel percorso educativo, il risultato medio dei test può peggiorare.
Se guardiamo ai dati per provincia, il Nord resta avanti nei livelli assoluti, ma non è immune dal peggioramento. Lecco guida la classifica sia in italiano sia in matematica; allo stesso tempo tutte le grandi città del Centro-Nord (Milano, Torino, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma) arretrano rispetto al pre-Covid. I pochi recuperi si vedono invece al Sud: Caserta, Benevento, Reggio Calabria e Agrigento in italiano; Benevento, Caserta, Reggio Calabria, Vibo Valentia, Cosenza, Agrigento e Crotone in matematica.
Il calo degli apprendimenti pesa ancora di più se lo si mette accanto agli altri numeri dell’educazione italiana: ogni anno la denatalità sottrae oltre centomila alunni, la nazione resta penultima nell’Ue per quota di giovani laureati e il disallineamento tra formazione e lavoro è ormai strutturale. Le imprese cercano tecnici, profili Stem, competenze digitali; università e istituti tecnici superiori chiedono studenti con basi solide. Se però metà dei diplomati fatica in italiano e matematica, il problema nasce prima di arrivare sul mercato del lavoro. Senza comprensione del testo e competenze logiche di base, diventa più difficile studiare, formarsi, adattarsi alle richieste delle imprese e usare bene la tecnologia. Il costo arriva dopo: meno produttività, meno mobilità sociale, più dipendenza dagli strumenti - intelligenza artificiale su tutti - che invece dovrebbero essere governati.