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La scuola secondo +Europa

Deve essere il luogo dove “imparare a imparare”. Più merito e apertura all’Europa

28 Febbraio 2018 alle 13:53

L'istruzione secondo +Europa

Emma Bonino. Foto LaPresse

Abbiamo fatto otto domande alle principali forze politiche per capire che cosa hanno in mente i partiti per riformare l'istruzione. Qui le domande e le altre interviste. 


       

1. La scuola deve formare prima di tutto futuri cittadini e futuri lavoratori in un mondo che cambia velocemente e in cui molti dei mestieri che i nostri studenti faranno una volta usciti dalla scuola non esistono ancora.

   

2. Più risorse finanziarie e una iniezione di capitale umano adeguatamente preparato: l’accesso all’insegnamento tramite concorsi deve tornare la regola, non l’eccezione. Abbiamo bisogno di molta più formazione dei nostri stessi docenti, una cosa diversa dal semplice “aggiornamento”. E poi serve digitalizzare massicciamente tutti i servizi scolastici.

   

3. Sull’apertura. La scuola deve essere il posto dove arrivano ragazzi da altre parti d’Europa per uno scambio, o da cui partono anche gli studenti di famiglie disagiate per un’esperienza in un’altra città oltre confine. Apertura al mondo della cultura, della creatività, dell’impresa.

   

4. Dobbiamo garantire lo stesso livello di qualità dell’istruzione a tutti, indipendentemente dalle scelte educative dei genitori: non c’è libertà di istruzione senza vera qualità. Ciò significa tante cose, tra cui assicurare che tutte le scuole statali – a ogni latitudine – abbiano le risorse necessarie e che le buone scuole paritarie siano tutelate contro quelle strutture che invece di “scuola” hanno solo il nome.

     

5. Alcune competenze sono già locali, come l’edilizia, ma tutto ciò che ha a che fare con l’offerta formativa si porta dietro la necessità di non avere crescere cittadini di serie A e altri di serie B. Certamente i luoghi devono poter esprimere e consentire agli studenti in loco di coltivare le specificità, ma lo stato deve continuare a rispondere alla domanda di come un bambino che nasce in una periferia degradata, o in un’area interna isolata, non sia condannato da un livello di istruzione inferiore.

   

6. Accettando che non tutte le università sono uguali. Alcune già oggi possono competere con i migliori atenei europei, altre hanno bisogno di essere accompagnate nel processo di miglioramento della loro offerta formativa. Serve togliere vincoli a chi ha già dimostrato di farsi valere e far sì che anche le università meno “attraenti” siano responsabilizzate con incentivi e sanzioni.

    

7. Il diritto allo studio deve essere reale. Non è solo questione di tasse universitarie, ma di costo della vita dello studente universitario. Chi merita, deve poter studiare nei migliori atenei. Se vogliamo però aumentare i laureati non basta intervenire sull’università. Serve avere un tessuto produttivo fatto di aziende più grandi e capaci di stare sui mercati internazionali, che chiedono capitale umano qualificato. Da questo punto di vista, bisogna anche investire maggiormente nella formazione post-diploma non universitaria, promuovere con obiettivi più ambiziosi gli Istituti tecnici superiori, soprattutto nel Mezzogiorno.

    

8.​ Il diritto allo studio non si raggiunge non facendo pagare le tasse ai figli di famiglie abbienti ma con borse di merito adeguate per quantità ed entità a chi merita e non può permettersi gli studi. Serve fare in modo che far laureare un figlio non sia un peso esorbitante su tantissime famiglie italiane con redditi medio-bassi. Noi poi pensiamo che il diritto allo studio sia oggi un diritto da esercitare in uno spazio europeo. Servono molte più borse Erasmus: se vogliamo crescere una generazione di cittadini capaci di stare nel mondo non c’è miglior investimento a cui possiamo pensare che un periodo di formazione in un altro paese europeo.

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