LaPresse/Claudio Furlan

Maturità, il ministero vuole studenti ecologisti (e l'estinzione del genere umano)

Antonio Gurrado

Sette tracce su sette nella prima prova scritta all'esame di stato delle scuole superiori sono su come l'uomo interferisce sull'ambiente. Il problema non è Caproni, ma l'ideologia che sta sotto alla scelta di certi testi

Non lasciatevi ingannare da Giorgio Caproni. Il problema delle tracce d’italiano della maturità non sta nel fatto che il ministero abbia scelto un autore troppo recente per essere stato effettivamente spiegato durante l’anno scolastico; il problema, il guaio forse, risiede nel fatto che il medesimo ministero abbia proposto sette tracce su sette tutte afferenti grossomodo allo stesso argomento: il modo in cui l’uomo interferisce con l’ambiente che lo circonda. Questo argomento risulta declinato in due maniere: il rapporto fra uomo e natura e il rapporto fra uomo e progresso. Il rapporto fra uomo e natura viene analizzato nella famigerata traccia su Caproni ma anche nel saggio breve di ambito artistico-letterario (“La natura tra minaccia e idillio nell’arte e nella letteratura”) e nel saggio breve di ambito storico-politico (“Disastri e ricostruzione”). Il rapporto fra uomo e progresso si attaglia al saggio breve di ambito socio-economico (“Nuove tecnologie e lavoro”), a quello di ambito tecnico-scientifico (“Robotica e futuro tra istruzione, ricerca e mondo del lavoro”), nonché ai temi di argomento storico e di ordine generale, dedicati rispettivamente al miracolo economico italiano e al concetto stesso di progresso materiale e morale. Non ci fosse stato in gioco il diploma, un candidato mediamente sveglio e un po’ meno allineato del consueto avrebbe potuto produrre un unico svolgimento per tutte le tracce insieme; oppure scrivere un guazzabuglio di luoghi comuni su come il progresso umano minacci la natura e poi chiedere ai commissari di indovinare quale delle sette tracce avesse scelto di svolgere. Sarebbe risultato indistinguibile.

    

Avrebbe preso un voto alto, così facendo, e probabilmente sarebbe riuscito a ovviare anche al timore che la traccia su Caproni ha causato nei cuori di docenti e commentatori. Timori indotti dalla posizione eclatante della traccia – è la prima sotto l’intestazione ministeriale e tradizionalmente, come in tutte le tracce letterarie, all’autore prescelto spetta il ruolo d’onore negli esami di Stato – ma senza dubbio timori ingiustificati. Si tratta infatti della cosiddetta “tipologia A” ovvero l’analisi del testo, che fornisce al candidato il maggior numero di solidi puntelli per procedere alla stesura guidata dell’elaborato: gli vengono ammanniti infatti il testo originale (in questo caso una breve poesia da “Res amissa”, raccolta postuma del 1991), una stringata biografia dell’autore, la fondamentale indicazione di leggere il testo prima di commentarlo, una scaletta di ben otto elementi formali su cui imbastire l’analisi e perfino delle note esplicative per comprendere parole complicate come “lamantino”, volte plausibilmente a evitare eccessiva fatica fisica nonostante che le regole d’ingaggio prevedano l’utilizzo di ponderosi vocabolari portati da casa. Per i più disperati, la traccia include anche la scappatoia che consente di “arricchire l’interpretazione della poesia con tue considerazioni personali”. Per svolgere decentemente la traccia su Caproni non serve dunque essere degli specialisti di Caproni, né critici letterari o filologi. E’ sufficiente essere alfabetizzati. Valgono al riguardo le considerazioni già avanzate nel 2013 (come le tracce stesse, le polemiche sulle tracce sono ripetitive e cicliche), quando un’intera generazione di maturandi si ritrovò a quanto pare traumatizzata dalla richiesta di commentare una paginetta di Claudio Magris. Magris, imprevedibilmente elevato al rango di autore d’incomprensibile sperimentalismo, fu troppo elegante per far notare che dopo cinque anni di scuole superiori è il minimo pretendere che dei giovani adulti siano in grado di comprendere un qualsiasi testo di senso compiuto ed esprimere qualche considerazione generica al riguardo, tanto più sotto la guida di un’intera pagina di istruzioni per l’uso. Per dire: l’anno scorso la medesima tipologia di traccia verteva su Umberto Eco e non se n’è lamentato nessuno.

   

Il problema dunque non è il povero Caproni né i poveri insegnanti che per spiegare Manzoni e Leopardi non hanno fatto in tempo a illustrarlo alla classe quinta. Il problema sono il galagone e il pino, sarebbe a dire la scimmietta africana e la conifera che Caproni menziona nella poesiola subito aggiungendo che “anche di questo è fatto l’uomo”. Il componimento che il candidato è invitato a chiosare, aggiungendo le proprie considerazioni personali al conteggio di rime ed enjambement, s’intitola infatti “Versicoli quasi ecologici” e consiste in un appello a non uccidere il mare, la libellula, il vento, il canto del lamantino (con nota esplicativa); a non fare cavaliere del lavoro chi danneggia i fiumi o anche un solo pesce.

     

I brevi versi si chiudono sull’immagine mesta di un quidam che vede sparire il verde e “sospira nel sempre più vasto paese guasto: come potrebbe tornare a esser bella, scomparso l’uomo, la terra”.

  

E’ insomma un misto fra il ragazzo della via Gluck e quel vescovo di Rieti che, se ricordate, dopo il terremoto di Amatrice tacciava l’uomo di assassino e non la natura. Al candidato tuttavia non conviene scriverlo, sempre ammesso che abbia naso sufficiente a leggere il resto delle sei pagine ministeriali e capire che aria tira in queste tracce ecologiste, passatiste, luogocomuniste. Già le indicazioni per l’analisi del testo di Caproni sono tutto un programma, forse per timore che senza la spiegazione in classe i ragazzi non siano in grado di cogliere il punto: “Quale atteggiamento e quale considerazione della natura da parte dell’uomo emergono da queste azioni? Il poeta fa riferimento a una motivazione che spinge l’uomo ad agire contro la natura: quale? Dalla lirica emerge un atteggiamento critico del poeta verso la società moderna, che spesso premia chi compie delle azioni irrispettose verso la natura. L’uomo ha bisogno della natura per sopravvivere, ma la natura non ha bisogno dell’uomo”. Con quest’apparato si intuisce di quale risma ci si aspetti che siano le considerazioni personali richieste al candidato.

 

Il quale non può nemmeno rifugiarsi in altra traccia, se non concorda. Il saggio breve di ambito artistico-letterario, oltre a un idillio primaverile dipinto da Pellizza da Volpedo coi garzoncelli in girotondo attorno a un albero spoglio, presenta fra i materiali la raggelante dichiarazione della Natura nelle “Operette morali” di Leopardi, lì dove codesta matrigna annunzia agli uomini che “finalmente, se anche mi avvenisse di estingue tutta la vostra specie, io non me ne avvederei”; e un brano dell’“Ortis” in cui Foscolo fa vagare il protagonista eponimo per montagne completamente spoglie del minimo tugurio, di alberi o d’erba, prima di considerare che “la Natura siede qui solitaria e minacciosa, e caccia da questo suo regno tutti i viventi”.

  

Non ha colpa né Leopardi né Foscolo se il ministero patrocina l’estinzione del genere umano (e anche di quello animale, per andare sul sicuro, stando alla scelta del brano dall’“Ortis”), al punto da ricadere nell’errore di presentare come letterale un passo del “Principe” in cui Machiavelli, non essendo iscritto a Legambiente, stava manifestamente parlando in guisa metaforica: “E assomiglio la fortuna a uno di questi fiumi rovinosi che, quando si adirano, allagano e’ piani, rovinano li arbori e li edifizi, lievano da questa parte terreno, pongono da quella altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all’impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare”. Queste righe fondamentali sulla fortuna sono dal ministero usate a supporto della traccia del saggio breve di ambito storico-politico sui disastri naturali, al pari di un paragone di Giorgio Boatti fra il sisma appenninico e il bombardamento a tappeto di Montecassino. E’ come se il passo in cui Machiavelli parla della necessità di farsi metà volpe e metà leone fosse utilizzato come materiale per un tema sugli zoo; anche se in tal caso ci sarebbe stato meglio Caproni che ci vuole metà lamantini e metà galagoni.

   

Questa traccia contiene altresì un passo di Alvar González-Palacios che pochi mesi fa, sul Sole 24 Ore, si lanciava in cotanta argomentazione: “La natura sa distruggere infinite cose ma tutte possono essere riparate dagli uomini. Purtroppo è l’uomo a essere in grado di annientare per sempre ciò che altri uomini hanno fatto”. Nel giro di meno di due secoli, dunque, dalle “Operette morali” al Sole 24 Ore si passa dalla concezione della natura matrigna alla concezione di una natura neutra a fronte di un uomo cattivo, malvagio, distruttore dell’ambiente e di sé stesso. All’immagine della montagna spoglia di Foscolo corrisponde, coniugata al futuro, l’immagine della “desertificazione economica” dovuta alla progressiva affermazione di droni postini e di auto che si guidano da sole; in sintesi, la distruzione dell’uomo a causa dell’uomo stesso, che non contento di avere devastato l’ecosistema rivolge la lama della propria imperdonabile esistenza contro di sé.

   

Le tracce sulle nuove tecnologie, sulla robotica e sul miracolo economico (Paul Ginsborg: “Il paesaggio rurale e urbano, così come le dimore dei suoi abitanti e i loro modi di vita, cambiarono radicalmente. La straordinaria crescita dell’industria elettrodomestica italiana fu una delle espressioni più caratteristiche del miracolo”), in un contesto del genere, risultano di fatto ancillari a quella del tema di ordine generale dedicato all’idea stessa di progresso. Al candidato viene servito un passo di Edoardo Boncinelli che distingue fra progresso materiale, “fatto di realizzazioni e conoscenze, di natura prevalentemente tecnico-scientifica”, e progresso morale e civile, “che coinvolge soprattutto i comportamenti e gli atteggiamenti mentali”. Il primo corre veloce, spiega ovviamente Boncinelli, il secondo stenta e rincula finendo per venire offuscato dalla tecnologia e con essa confusa. Al candidato viene lasciato spazio per una personale riflessione critica sui casi “in cui il paradosso civiltà/devianza si rende particolarmente evidente”, senza tuttavia specificare se la concezione di progresso nella mente di chi ha scelto queste tracce possa essere qualcosa di differente dal ritorno alla superiorità morale e civile del buon selvaggio, che s’intrattiene coi galagoni in attesa di estinguersi e non disturbare più.