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I numeri che mettono in mutande la spazzatura populista. Viva la casta dei competenti!

19 Luglio 2018 alle 06:00

Al direttore - Funivia licenziata, così senza dignità.

 

Giuseppe De Filippi

A proposito di dignità, sparita come una funivia con questo governo. Secondo Di Maio e Salvini dicono bugie sull’Italia populista, nell’ordine: Bankitalia, il Fondo monetario internazionale, l’Inps, le agenzie di rating, i mercati, la Bce, l’Abi, Confindustria, Confcommercio, la ragioneria di stato. La scelta in fondo non è così difficile. E’ tra dare numeri e dare i numeri. La dignità con la prossima funivia.


 

Al direttore - Incontrando le commissioni Cultura di Camera e Senato, il ministro Alberto Bonisoli si è detto “sollevato” per aver perso la competenza sul Turismo. Strani gusti, avrà fatto di necessità virtù. Gli è stato chiesto che c’azzecca il turismo con l’agricoltura, non ha saputo rispondere. Domanda difficile, in effetti. Dal governo sovranista gialloverde ci si sarebbe semmai aspettati una scelta opposta: la creazione di un ministero autonomo del Turismo, o, ancor meglio, del Turismo e del made in Italy. Si è invece scelto di sottrarre il turismo al ministero dei Beni culturali e di assegnarne la competenza al ministero dell’Agricoltura. Perché? Perché la Lega ha voluto così. Perché il ministro dell’Agricoltura, il leghista Gian Marco Centinaio, ha a cuore gli interessi degli agriturismo e nell’Italia delle oltre 34 mila sagre enogastronomiche in quelle evidentemente scorge la principale attrattiva turistica del Belpaese. Scelta forse coerente con l’interesse elettorale della Lega, certamente contraria all’interesse nazionale dell’Italia. Il concetto di turismo nasce nell’Ottocento. “Che cos’è un turista?”, si domandava lo svedese Carl Jonas Love Almqvist nei suoi reportage da Parigi. Era il 1840. Un turista è “un bankomat ambulante”, gli rispondeva in epoca recente l’americano David Letterman. Un turista è un bankomat, dunque, molti turisti sono una banca. Una banca pubblica. Ridurre il tutto alla sagra della porchetta o a una fetta di mortadella, sia pure Igp, non è indice di particolare lungimiranza. In Italia il settore turistico con il relativo indotto rappresenta oltre il 10 per cento del pil: quasi 173 miliardi di euro. Il turismo è un’industria. E infatti già nel 1919 si volle chiamare l’organismo pubblico che sovrintende al settore “Ente nazionale per l’incremento dell’industria turistica” (Enit). Dove “industria” è il sostantivo, “turistica” l’aggettivo. Non è un caso che dopo il referendum radicale che nel ’93 abrogò il ministero del Turismo la competenza sul settore fu trasferita al ministero dell’Industria e delle attività produttive. Poi il turismo divenne un dipartimento di Palazzo Chigi, poi tornò all’Industria, poi rinacque con dignità ministeriale autonoma, infine venne assegnato ai Beni culturali. Un curioso scaricabarile che mal si concilia col profilo del paese. Abbiamo il record dei siti Unesco (53), abbiamo il patrimonio artistico, culturale e paesaggistico più ricco del globo, ma quanto a flussi turistici siamo solo quinti al mondo e terzi in Europa. La Spagna ci ha sorpassati ormai da tempo. Parigi registra ogni anno più del doppio dei turisti di Roma. Il turismo ci rende molto, ma se ben governato potrebbe renderci molto di più. E noi che facciamo? Lo deleghiamo alle regioni e lo accorpiamo all’Agricoltura. Scelta miope? Scelta interessata? Scelta, semplicemente, sbagliata.

Andrea Cangini, capogruppo di Forza Italia in commissione Cultura del Senato

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