<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" version="2.0">
  <channel>
    <title>Il Foglio RSS</title>
    <link>https://www.ilfoglio.it</link>
    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 12:38:31 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-11T12:38:31Z</dc:date>
    <dc:language>it-it</dc:language>
    <item>
      <title>L'innovazione biomedica passa anche dall'industria</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/11/news/l-innovazione-biomedica-passa-anche-dall-industria-8768146/</link>
      <description>&lt;p&gt;L’annuncio che Uğur Şahin e Özlem Türeci, fondatori di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/biontech/"&gt;BioNTech&lt;/a&gt;, lasceranno l’impresa e ne avvieranno una nuova dedicata allo sviluppo di tecnologie mRNA di &lt;a href="https://investors.biontech.de/news-releases/news-release-details/biontech-and-co-founders-announce-plan-pursue-next-generation"&gt;nuova generazione&lt;/a&gt;&amp;nbsp;segna un passaggio interessante nella storia recente della biotecnologia. La reazione negativa dei mercati ha attirato l’attenzione su un possibile problema di successione nella guida dell’azienda, anche al netto del fatto che i fondatori porteranno alcune tecnologie e know-how nella nuova azienda. &lt;strong&gt;Ma che cosa indica questo passaggio nella traiettoria di una tecnologia che negli ultimi anni ha cambiato il panorama dei vaccini e della medicina molecolare?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;BioNTech nasce nel 2008 con un progetto molto preciso: costruire una piattaforma terapeutica basata sull’RNA messaggero. L’idea di utilizzare questa molecola come farmaco o come vaccino circolava da tempo nella ricerca accademica. Le difficoltà tecniche erano numerose: l’instabilità della molecola, la sua rapida degradazione nell’organismo, la risposta immunitaria innata che l’RNA può attivare quando viene introdotto artificialmente nelle cellule.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Negli anni precedenti alla pandemia la tecnologia rimaneva una promessa scientifica ancora in fase di consolidamento. &lt;strong&gt;La pandemia di Covid-19 ha accelerato lo sviluppo in modo straordinario&lt;/strong&gt;. Il vaccino sviluppato da BioNTech insieme a Pfizer dimostrò in pochi mesi che l’mRNA poteva essere utilizzato su scala globale. La produzione industriale di centinaia di milioni di dosi e la rapida approvazione regolatoria trasformarono una tecnologia sperimentale in una piattaforma terapeutica pienamente operativa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La fase iniziale di una tecnologia è dominata dalla ricerca esplorativa: esperimenti ad alto rischio, ipotesi teoriche ancora in evoluzione, piccoli gruppi di scienziati che cercano di capire se una nuova idea biologica può funzionare. Quando la tecnologia dimostra di funzionare, il lavoro cambia direzione. Diventano centrali la riproducibilità, la produzione su larga scala, la gestione dei trial clinici e il rapporto con le autorità regolatorie. &lt;strong&gt;L’innovazione continua, ma assume una forma più sistematica: migliorare una piattaforma esistente, adattarla a nuove indicazioni cliniche, ottimizzare la produzione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;BioNTech oggi si trova chiaramente in questa fase. L’azienda possiede una pipeline clinica ampia, con numerosi programmi oncologici e diversi studi in fase avanzata. La struttura organizzativa e il fatturato sono sempre più quelli di una grande azienda farmaceutica. Questo tipo di organizzazione è necessario per portare nuove terapie ai pazienti, ma modifica il rapporto tra ricerca scientifica e sviluppo industriale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Del resto, non è il primo addio: nel 2022 Katalin Karikó, che aveva ricoperto ruoli scientifici importanti nella società, lasciò l’azienda per tornare all’ambiente accademico, per poi ottenere un Nobel subito dopo. L’episodio mostrò come il percorso professionale degli scienziati che contribuiscono alla nascita di una piattaforma tecnologica non coincida necessariamente con la fase industriale della stessa piattaforma.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La decisione di Şahin e Türeci può essere letta nello stesso quadro generale. I fondatori hanno guidato BioNTech durante la fase di costruzione della tecnologia e durante la sua trasformazione in un’infrastruttura industriale globale. Per uno scienziato, però, la parte più interessante di una tecnologia spesso si colloca prima che questa raggiunga una forma stabile. Nel caso dell’mRNA esistono numerosi ambiti nei quali la ricerca di base continua a esplorare nuove possibilità: sistemi di delivery più efficienti, molecole di RNA con proprietà strutturali diverse, strategie per modulare la durata dell’espressione proteica, combinazioni con altre tecnologie di ingegneria genetica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’esplorazione di queste direzioni richiede ambienti di ricerca molto flessibili, nei quali il rischio sperimentale è elevato e l’orizzonte temporale degli esperimenti può essere lungo. &lt;strong&gt;Le startup biotecnologiche nascono spesso con questa funzione: creare spazi nei quali nuove idee possono essere testate prima che diventino programmi industriali&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da questo punto di vista la scelta dei fondatori di avviare una nuova impresa dedicata alle tecnologie mRNA di prossima generazione appare coerente con una dinamica ricorrente nella storia dell’innovazione biomedica. Una prima azienda costruisce la piattaforma industriale di una tecnologia; una nuova generazione di progetti di ricerca esplora le possibili evoluzioni di quella piattaforma.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;BioNTech rappresenta oggi la fase di consolidamento industriale dell’mRNA terapeutico&lt;/strong&gt;. La nuova impresa dei suoi fondatori potrebbe diventare uno dei luoghi nei quali si sperimentano le evoluzioni future della stessa tecnologia. Il trasferimento di conoscenza tra ricerca scientifica e industria non segue una linea semplice che va dalla scoperta al prodotto finale. Il processo assomiglia piuttosto a un ciclo: la ricerca genera una tecnologia, l’industria la stabilizza e la rende disponibile ai pazienti, nuove ricerche riaprono il campo con idee che portano oltre quella tecnologia. La vicenda dei fondatori di BioNTech sembra collocarsi proprio in questo punto della traiettoria.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/10/145939091-0be7a977-dece-4357-8900-fa58c67efeca.jpg" length="7559" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:01:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8768146</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-11T04:01:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Quando gli interessi economici scavalcano il giudizio scientifico. La vicenda del test Galleri</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/10/news/quando-gli-interessi-economici-scavalcano-il-giudizio-scientifico-la-vicenda-del-test-galleri-8763207/</link>
      <description>&lt;p&gt;La vicenda del test Galleri, un test di “biopsia liquida” asseritamente capace di individuare decine di tumori attraverso una semplice analisi del sangue, rappresenta uno dei casi più istruttivi degli ultimi anni su &lt;strong&gt;come la promessa tecnologica possa scavalcare il giudizio scientifico quando entrano in gioco interessi economici, aspettative politiche e una comunicazione pubblica costruita sull’entusiasmo più che sulle prove&lt;/strong&gt;. Il risultato finale – il fallimento del trial nel raggiungere il suo &lt;a href="http://(https://www.bmj.com/content/392/bmj.s364"&gt;endpoint primario&lt;/a&gt;&amp;nbsp; – non è stata una sorpresa per chi aveva esaminato con attenzione i dati disponibili da tempo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il test Galleri è stato sviluppato dalla società statunitense Grail e si basa sull’analisi del Dna libero circolante nel sangue (cell-free Dna). Le cellule tumorali rilasciano frammenti di Dna&amp;nbsp;che presentano specifici pattern di metilazione; il test sequenzia questi frammenti e utilizza algoritmi di apprendimento automatico per inferire la presenza di un tumore e, in alcuni casi, il possibile tessuto di origine. &lt;strong&gt;L’idea è affascinante: un’unica analisi di sangue capace di individuare più di cinquanta tipi di tumore, anche prima che producano sintomi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Proprio questa promessa ha reso la tecnologia oggetto di una narrazione quasi messianica. Nel 2021 il servizio sanitario inglese (Nhs) ha annunciato un &lt;a href="https://www.england.nhs.uk/2021/09/nhs-launches-world-first-trial-for-new-cancer-test/"&gt;trial&lt;/a&gt; su larga scala, finanziato dalla stessa azienda produttrice, per valutare il test in oltre centomila persone asintomatiche. L’obiettivo dichiarato era verificare se l’introduzione del test potesse ridurre la quota di tumori diagnosticati negli stadi avanzati, contribuendo così alla strategia nazionale di diagnosi precoce. Il programma prevedeva una possibile espansione fino a milioni di test e un accordo industriale con la costruzione di un grande centro di sequenziamento nel Regno Unito.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Fin dall’inizio, però, numerosi epidemiologi e oncologi avevano espresso dubbi profondi&lt;/strong&gt;. Il problema non riguardava la tecnologia in sé – che rappresenta una direzione promettente della diagnostica molecolare – ma i dati disponibili sulla sua efficacia. Studi di &lt;a href="https://www.bmj.com/content/386/bmj.q1706"&gt;qualche anno fa&lt;/a&gt;&amp;nbsp;hanno mostrato infatti una sensibilità molto modesta proprio nelle fasi iniziali della malattia, quelle in cui uno screening dovrebbe essere più utile. In pazienti già noti per avere un tumore, il test individuava meno della metà dei tumori di stadio I-III; per i tumori di stadio I la sensibilità scendeva addirittura sotto il 20%.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questi numeri sono cruciali. Uno screening efficace deve individuare la malattia quando è ancora curabile e deve farlo con un’accuratezza sufficientemente alta da non generare un numero eccessivo di falsi allarmi. Se la sensibilità nelle fasi iniziali è bassa, lo screening perde gran parte del suo valore. Se la specificità non è elevata, si apre invece il problema opposto: una massa di falsi positivi che avvia migliaia di persone sane in percorsi diagnostici invasivi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ed è qui che entra in gioco il concetto di &lt;strong&gt;sovradiagnosi&lt;/strong&gt;, uno dei problemi più delicati della medicina preventiva. La sovradiagnosi non consiste semplicemente nel trovare tumori in più; consiste nel diagnosticare malattie che non avrebbero mai dato sintomi o causato morte durante la vita del paziente. In altre parole, si trasforma una persona sana in un malato attraverso una diagnosi che non produce un beneficio clinico reale. &lt;strong&gt;Il risultato sono trattamenti inutili, ansia, complicazioni chirurgiche o farmacologiche, e un enorme spreco di risorse sanitarie&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando uno screening viene applicato a popolazioni molto ampie, anche un piccolo tasso di falsi positivi può produrre conseguenze gigantesche. Studi condotti su popolazioni asintomatiche avevano già indicato che una parte consistente dei risultati positivi del test non corrispondeva a tumori reali: nel trial &lt;a href="https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(23)01700-2/abstract"&gt;Pathfinder&lt;/a&gt;, per esempio, oltre il 60 per cento&amp;nbsp;dei risultati positivi si è rivelato falso allarme dopo gli accertamenti diagnostici.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo significa che centinaia o migliaia di persone vengono sottoposte a tac, biopsie, endoscopie o interventi chirurgici per tumori che non esistono. Il danno non è teorico: è clinico, psicologico ed economico. &lt;strong&gt;Il sistema sanitario deve sostenere costi enormi, mentre i pazienti affrontano procedure invasive e mesi di incertezza&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La comunicatrice scientifica Roberta Villa ha dedicato anni e un recente &lt;a href="https://www.amazon.it/business-della-prevenzione-Roberta-Villa/dp/8832966506"&gt;libro&lt;/a&gt;&amp;nbsp;a spiegare questo problema al grande pubblico, denunciando gli abusi della retorica della “diagnosi precoce a ogni costo”. La medicina preventiva funziona solo quando è sostenuta da prove solide di beneficio netto. Senza queste prove, lo screening può diventare una fabbrica di diagnosi inutili.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nel caso Galleri, i dubbi scientifici non sono rimasti confinati alle discussioni accademiche&lt;/strong&gt;. Documenti interni rivelati dal &lt;a href="https://www.bmj.com/content/386/bmj.q1706"&gt;Bmj&lt;/a&gt;&amp;nbsp;hanno a suo tempo mostrato che anche il comitato britannico responsabile della valutazione dei programmi di screening aveva espresso “serie preoccupazioni” sulla capacità del trial di dimostrare che i benefici superassero i possibili danni.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Nonostante queste riserve, il programma è partito&lt;/strong&gt;. Il trial ha arruolato oltre 140.000 adulti tra i 50 e i 77 anni e ha confrontato la diagnosi di tumori in una popolazione sottoposta al test con quella di un gruppo di controllo. L’endpoint principale era ambizioso ma appropriato: dimostrare una riduzione statisticamente significativa dei tumori diagnosticati negli stadi avanzati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel 2026 sono arrivati i primi &lt;a href="https://www.bmj.com/content/392/bmj.s364"&gt;risultati&lt;/a&gt;: l’endpoint primario non è stato raggiunto. &lt;strong&gt;Il trial non ha mostrato una riduzione significativa dei tumori di stadio III-IV nella popolazione sottoposta al test&lt;/strong&gt;. Nonostante questo esito, l’azienda ha presentato i risultati in modo ottimistico, sostenendo che altri indicatori suggerirebbero comunque un beneficio clinico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel comunicato ufficiale con cui l’azienda Grail ha presentato i risultati del &lt;a href="https://grail.com/press-releases/landmark-nhs-galleri-trial-demonstrates-a-substantial-reduction-in-stage-iv-cancer-diagnoses-increased-stage-i-and-ii-detection-of-deadly-cancers-and-four-fold-higher-cancer-detection-rate/"&gt;trial&lt;/a&gt;, il fallimento dell’endpoint primario non occupa il centro della narrazione. Il titolo parla invece di “sostanziale riduzione delle diagnosi di tumori di stadio IV”, di “aumento delle diagnosi di stadio I e II” e addirittura di un “tasso di individuazione dei tumori quattro volte superiore rispetto allo screening standard”. La struttura del messaggio è rivelatrice: il risultato metodologicamente decisivo – il mancato raggiungimento dell’obiettivo principale dello studio – viene relegato in secondo piano, mentre indicatori secondari o analisi parziali diventano il cuore della comunicazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dal punto di vista della metodologia degli studi clinici, tuttavia, il punto resta semplice: lo studio è stato disegnato per dimostrare una riduzione dei tumori avanzati e questo risultato non è stato osservato.&lt;strong&gt; La distanza tra il dato scientifico e il racconto promozionale diventa così un esempio quasi didattico di deformazione commerciale del risultato scientifico&lt;/strong&gt;: i dati non sono falsificati, ma selezionati e presentati in modo da sostenere una narrativa favorevole al prodotto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa strategia comunicativa è stata criticata da diversi ricercatori, che hanno sottolineato come l’aumento delle diagnosi precoci non sia di per sé una prova di &lt;a href="https://www.bmj.com/content/392/bmj.s364"&gt;efficacia&lt;/a&gt;. Può essere semplicemente l’effetto della sovradiagnosi o della rilevazione di tumori biologicamente indolenti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È un problema ben noto negli studi sullo screening oncologico. Anticipare la diagnosi non significa necessariamente salvare vite. L’unico criterio robusto per dimostrare il beneficio di uno screening è la riduzione della mortalità complessiva, non lo spostamento apparente degli stadi alla diagnosi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La vicenda solleva anche un problema istituzionale più ampio. Il trial è stato avviato in un contesto in cui il governo britannico puntava a rafforzare il settore delle biotecnologie e della genomica. L’accordo con l’azienda prevedeva impegni economici molto consistenti e la possibilità di acquistare milioni di test nel caso di risultati positivi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Molti osservatori hanno parlato apertamente di un modello di “rischio pubblico e profitto privato”&lt;/strong&gt;: il sistema sanitario mette a disposizione popolazioni, infrastrutture e fondi pubblici per testare tecnologie ancora immature, mentre i benefici economici potenziali restano nelle mani dell’industria.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il punto centrale non è demonizzare l’innovazione tecnologica. Le biopsie liquide rappresentano una frontiera reale della medicina oncologica e probabilmente avranno un ruolo importante nel futuro. Il problema nasce quando l’innovazione viene spinta troppo rapidamente nella pratica clinica, prima che le prove scientifiche siano sufficientemente solide.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La medicina preventiva è uno dei campi in cui l’errore può produrre più danni che benefici. Uno screening inefficace non è semplicemente inutile: può generare una cascata di diagnosi e trattamenti che colpiscono milioni di persone sane.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il caso Galleri mostra cosa accade quando l’entusiasmo politico, la pressione industriale e la retorica della “rivoluzione tecnologica” si sovrappongono alla valutazione scientifica&lt;/strong&gt;. Gli avvertimenti c’erano, e provenivano da ricercatori che conoscono bene la storia degli screening oncologici. Sono stati ignorati.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando questo accade, la scienza smette di essere il criterio che guida le decisioni pubbliche e diventa un mezzo retorico utilizzato per giustificarle. E la medicina preventiva, che dovrebbe essere uno degli strumenti più raffinati della sanità pubblica, rischia di trasformarsi in una promessa seducente, ma costosa e soprattutto pericolosa.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/09/124950709-e4997ee3-7e3e-4e11-b360-5116422fa3f4.jpg" length="8446" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 04:31:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8763207</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-10T04:31:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Le preoccupanti convinzioni dei giovani sul ruolo delle donne. Il sondaggio Ipsos</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/06/news/le-preoccupanti-convinzioni-dei-giovani-sul-ruolo-delle-donne-il-sondaggio-ipsos-8748915/</link>
      <description>&lt;p&gt;In prossimità dell’8 marzo, un &lt;a href="https://www.ipsos.com/en-uk/almost-third-gen-z-men-globally-agree-wife-should-obey-her-husband"&gt;sondaggio&lt;/a&gt; internazionale appena diffuso&amp;nbsp;ha portato alla luce un dato che merita attenzione seria e analisi accurata. La ricerca è stata condotta da Ipsos insieme al Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London e ha coinvolto circa 23.000 intervistati in 29 paesi attraverso la piattaforma Ipsos Global Advisor.&lt;strong&gt; L’indagine misura le opinioni sull’uguaglianza di genere in diverse generazioni e regioni del mondo&lt;/strong&gt;. Il risultato che ha attirato l’attenzione è questo: &lt;strong&gt;il 31 per cento&amp;nbsp;degli uomini della Generazione Z concorda con l’affermazione che una moglie dovrebbe sempre obbedire al marito, mentre il 33 per cento&amp;nbsp;ritiene che nelle decisioni importanti della famiglia l’ultima parola dovrebbe spettare all’uomo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Prima di discutere il significato sociale di questi numeri è necessario esaminare il metodo con cui sono stati raccolti. Il sondaggio è un’indagine di opinione online, con campioni nazionali composti da circa mille persone per paese. Nei paesi ad alto reddito – come Stati Uniti, Regno Unito o Australia – i campioni sono progettati per essere rappresentativi della popolazione adulta. Nei paesi a reddito medio o basso la metodologia è diversa: &lt;strong&gt;l’indagine rappresenta la popolazione con accesso a internet e livelli di istruzione medi o alti, che nelle statistiche Ipsos viene definita la popolazione “connessa”&lt;/strong&gt;. Questo è un limite metodologico noto di molte indagini globali online. &lt;strong&gt;Significa che i risultati non descrivono l’intera popolazione di quei paesi, ma la parte più urbanizzata e digitalmente connessa&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa caratteristica tende semmai a rendere i risultati più conservativi. Nei paesi dove le norme patriarcali sono più forti, le popolazioni urbane e istruite risultano di solito più egualitarie rispetto alla media nazionale. Se anche in questi segmenti sociali una quota significativa di giovani uomini esprime accordo con l’idea di obbedienza coniugale, il fenomeno appare verosimilmente ancora più diffuso nella popolazione generale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un secondo limite metodologico riguarda la natura comparativa del sondaggio. La domanda sull’obbedienza coniugale viene posta con la stessa formulazione in contesti culturali molto diversi. In alcune società l’affermazione può essere interpretata come un principio religioso o simbolico di rispetto familiare, mentre in altre rimanda esplicitamente alla subordinazione giuridica della moglie. Questo problema semantico è inevitabile nei sondaggi internazionali e richiede cautela nell’interpretazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il risultato più informativo dell’indagine emerge dal confronto tra generazioni all’interno dello stesso dataset. Su questo punto il segnale appare molto robusto. &lt;strong&gt;Gli uomini della Generazione Z risultano sistematicamente più propensi dei baby boomer ad accettare una gerarchia tra marito e moglie&lt;/strong&gt;. Il 31 per cento dei giovani uomini concorda con l’idea che una moglie debba obbedire al marito, contro il 13 per cento dei baby boomer. Analogamente, il 33 per cento dei giovani uomini ritiene che l’ultima parola nelle decisioni familiari debba spettare all’uomo, contro il 17 per cento della generazione più anziana.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il confronto con le donne della stessa generazione rafforza ulteriormente la consistenza del fenomeno. Tra le donne della Generazione Z il 18 per cento&amp;nbsp; concorda con l’affermazione sull’obbedienza coniugale, mentre tra le donne baby boomer la percentuale scende al 6 per cento. Il dato mostra quindi due fratture simultanee:&lt;strong&gt; una frattura generazionale tra uomini giovani e uomini più anziani, e una frattura di genere all’interno della stessa generazione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il sondaggio contiene anche altre domande che delineano un quadro coerente. Il 24 per cento&amp;nbsp;degli uomini della Generazione Z ritiene che una donna non dovrebbe apparire troppo indipendente o autosufficiente, contro il 12 per cento&amp;nbsp; dei baby boomer. Il 21 per cento&amp;nbsp;pensa che una “vera donna” non dovrebbe prendere l’iniziativa sessuale, mentre tra gli uomini più anziani la percentuale è del 7 per cento. Il 59 per cento&amp;nbsp; degli uomini giovani afferma inoltre che oggi agli uomini venga chiesto troppo per sostenere l’uguaglianza di genere, una percezione condivisa dal 45 per cento&amp;nbsp;dei baby boomer.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa convergenza di risposte su domande diverse riduce ulteriormente la probabilità che il risultato principale sia un artefatto statistico o una risposta casuale. Le opinioni espresse disegnano un insieme coerente di atteggiamenti che presuppongono una posizione gerarchica maschile nella relazione di coppia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Resta il problema della media globale.&lt;strong&gt; I paesi inclusi nell’indagine hanno tradizioni culturali molto diverse e i livelli di accordo con l’idea di obbedienza coniugale variano molto da una regione all’altra. In alcuni paesi del Sud-est asiatico la percentuale supera il 60 per cento, mentre in molte società europee o nordamericane è molto più bassa&lt;/strong&gt;. Questo significa che la media globale non descrive nessuna società in particolare. Tuttavia anche questo limite non altera il risultato principale: il confronto generazionale è calcolato all’interno dello stesso campione globale e quindi resta valido.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Una volta esaminati questi aspetti metodologici, il significato dei dati emerge con chiarezza. L’idea che una moglie debba obbedire al marito rappresenta l’affermazione esplicita di una gerarchia tra i sessi. Nella storia delle istituzioni familiari questa gerarchia ha costituito l’architettura del patriarcato: potere decisionale concentrato nelle mani dell’uomo, autonomia femminile subordinata, organizzazione della vita familiare secondo una catena di comando.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per secoli questo assetto ha avuto riconoscimento nelle leggi, nelle istituzioni e nelle norme morali. La storia dei diritti delle donne coincide in larga misura con il processo di smantellamento di quella struttura. L’emergere di una quota significativa di giovani uomini che considera legittima la subordinazione della moglie assume quindi un significato culturale preciso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il dato più inquietante riguarda il confronto con la generazione precedente. &lt;strong&gt;Gli uomini cresciuti negli anni cinquanta e sessanta, in una fase storica in cui molte conquiste dell’uguaglianza risultavano ancora incomplete, esprimono oggi livelli molto più bassi di adesione all’idea di obbedienza coniugale&lt;/strong&gt;. I ventenni di oggi sono cresciuti in società che proclamano la parità tra uomini e donne come principio fondamentale dell’ordine democratico. I risultati del sondaggio mostrano una maggiore accettazione della gerarchia di genere proprio tra questi giovani.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo rovesciamento indica una regressione culturale. Le strutture giuridiche del passato hanno lasciato spazio a un quadro normativo basato sull’uguaglianza formale. La riemersione di una mentalità gerarchica segnala la persistenza delle rappresentazioni che avevano sostenuto quelle strutture.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le disuguaglianze sociali trovano origine nelle convinzioni culturali diffuse. Le idee sulla natura dei ruoli maschili e femminili precedono sempre le forme istituzionali della disuguaglianza. L’affermazione che l’uomo possieda una forma di autorità naturale sulla donna appartiene a questa tradizione. &lt;strong&gt;La storia della scienza, della psicologia e delle scienze sociali non ha prodotto alcuna evidenza a sostegno di tale pretesa&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il mantenimento di questa convinzione comporta una conseguenza chiara: l’accettazione preventiva di una limitazione dell’autonomia femminile. L’idea che uno dei due partner debba avere per principio l’ultima parola definisce una relazione asimmetrica di potere. Una struttura di questo tipo corrisponde a una forma di dominio. La presenza di queste idee tra i più giovani amplia la portata del fenomeno. Il quadro non riguarda la sopravvivenza residuale di valori di un’altra epoca. I dati mostrano la riattivazione di concezioni gerarchiche in una generazione cresciuta in contesti istituzionali che riconoscono formalmente l’uguaglianza tra i sessi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le gerarchie culturali producono gerarchie reali&lt;/strong&gt;. Le relazioni affettive, l’organizzazione del lavoro familiare e la distribuzione del potere sociale riflettono le rappresentazioni condivise dei ruoli di genere. L’accettazione della superiorità maschile nella famiglia contribuisce a riprodurre disuguaglianze concrete.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I risultati del sondaggio Ipsos indicano quindi una dinamica che richiede attenzione pubblica. L’uguaglianza tra uomini e donne costituisce una conquista culturale e politica costruita attraverso trasformazioni sociali profonde. Il consolidamento di questa conquista dipende dalla sua interiorizzazione nelle rappresentazioni collettive.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La diffusione dell’idea che una moglie debba obbedire al marito segnala la persistenza di un modello patriarcale nella cultura contemporanea&lt;/strong&gt;. L’analisi dei dati mostra la presenza di questo modello proprio nelle generazioni più giovani.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo quadro si colloca dentro una trasformazione politica più ampia che attraversa molte società contemporanee. Negli ultimi anni le destre radicali hanno costruito una parte significativa della propria narrativa proprio attorno alla rivalutazione dei ruoli tradizionali di genere. In questa visione la famiglia gerarchica, con l’uomo in posizione dominante e la donna in posizione subordinata, viene presentata come un ordine naturale da recuperare dopo decenni di emancipazione femminile. La convergenza tra questa retorica politica e le opinioni rilevate tra i giovani uomini rappresenta un segnale preoccupante.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Le nuove generazioni crescono in un ecosistema informativo in cui queste idee circolano con grande facilità&lt;/strong&gt;: comunità online che glorificano la superiorità maschile, influencer che presentano la subordinazione femminile come una verità biologica, movimenti politici che trasformano la nostalgia patriarcale in programma culturale. Il sondaggio Ipsos mostra che questo clima ideologico produce effetti concreti nelle rappresentazioni dei ruoli di genere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il risultato è una rivalutazione della gerarchia sessuale che colpisce direttamente le donne. Ogni passo indietro nella percezione dell’uguaglianza produce conseguenze materiali: minore autonomia nelle relazioni, maggiore tolleranza sociale verso le disuguaglianze, maggiore legittimazione culturale delle asimmetrie di potere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per questa ragione i dati non descrivono soltanto un atteggiamento individuale. Essi indicano una trasformazione culturale che riguarda il rapporto tra genere, potere e democrazia. Le ideologie che celebrano l’autorità maschile nella famiglia appartengono alla stessa tradizione che storicamente ha limitato i diritti civili delle donne.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il sondaggio Ipsos offre quindi un segnale che merita di essere letto con estrema chiarezza. Una parte della generazione più giovane accetta nuovamente la premessa fondamentale del patriarcato: l’idea che l’uomo occupi una posizione superiore nella relazione tra i sessi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa idea ha prodotto per secoli sistemi di disuguaglianza profondi. Il suo ritorno nel linguaggio culturale delle giovani generazioni rappresenta un arretramento che colpisce direttamente l’autonomia e la libertà delle donne. In una società che si fonda sul principio di uguaglianza tra cittadini, la legittimazione della superiorità maschile costituisce una minaccia culturale che merita una risposta netta e senza ambiguità.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/05/160626838-3cad48b8-4d03-4192-8aa6-0afa868381f2.jpg" length="20526" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 06 Mar 2026 03:28:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8748915</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-06T03:28:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>I grandi alberi accumulano tempo biologico e costruiscono reti ecologiche vaste e complesse</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/05/news/i-grandi-alberi-accumulano-tempo-biologico-e-costruiscono-reti-ecologiche-vaste-e-complesse-8742909/</link>
      <description>&lt;p&gt;Chi entra in una foresta antica conosce quella sensazione particolare che producono i grandi &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/alberi/"&gt;alberi&lt;/a&gt;. Tronchi larghi come torri oppure contorti e complessi come antichi mostri, cortecce scolpite, rami che si perdono in alto nella luce. Alcuni sembrano quasi architetture naturali. Da sempre questi patriarchi vegetali hanno colpito l’immaginazione umana: alberi sacri nelle religioni, alberi genealogici come metafora della continuità delle famiglie, alberi della vita sulle porte delle chiese, alberi monumentali attorno ai quali si organizzano storie e identità dei luoghi. &lt;strong&gt;Davanti a loro il tempo umano sembra improvvisamente breve, perché quando li incontriamo siamo senza dubbio davanti ai grandi vecchi della vita.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Proprio mentre questi giganti continuano a evocare la lunga durata della natura, la scienza sta scoprendo qualcosa di inatteso.&lt;strong&gt; In questi giorni due nuovi studi sui vecchi alberi hanno infatti prodotto interessanti risultati. Uno riguarda la loro vera età. L’altro il ruolo biologico.&lt;/strong&gt; La prima scoperta nasce da un problema tecnico apparentemente banale: come si misura davvero l’età di un albero molto vecchio. Per più di un secolo gli scienziati hanno usato la dendrocronologia, cioè il conteggio degli anelli annuali del legno. Ogni stagione di crescita lascia una traccia nel tronco, e la sequenza degli anelli permette di ricostruire con grande precisione la storia di un albero e spesso anche quella del clima. Tuttavia, questo metodo ha un limite: negli alberi molto antichi il cuore del tronco spesso si degrada o viene svuotato da cavità e funghi. Gli anelli più vecchi, proprio quelli che servirebbero per stabilire l’età reale, possono essere persi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un lavoro pubblicato &lt;a href="https://www.cambridge.org/core/journals/radiocarbon/article/abs/radiocarbon-dating-opens-up-new-frontiers-in-the-study-of-tree-longevity-insights-from-angiosperm-trees/D0B293603AB4AB049F67EB26400A8C0F"&gt;recentemente sulla rivista &lt;em&gt;Radiocarbon&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;ha affrontato proprio questo problema. I ricercatori, provenienti in larga maggioranza da istituzioni italiane, hanno raccolto e analizzato i dati disponibili sulla longevità di 42 specie di alberi appartenenti alle angiosperme, cioè le latifoglie. Invece di basarsi solo sugli anelli, &lt;strong&gt;hanno confrontato queste stime con datazioni al radiocarbonio del legno più interno dei tronchi. Il risultato è stato sorprendente: per molte specie la dendrocronologia sottostima l’età massima degli alberi anche di centinaia di anni.&lt;/strong&gt; In alcuni casi gli alberi risultano addirittura il doppio più vecchi di quanto indicassero i dati basati sugli anelli. Questo studio mostra che la longevità delle latifoglie è stata sistematicamente sottovalutata. Almeno venti specie possono comunemente superare i 500 anni di vita e cinque i mille anni. Non si tratta più di casi isolati, ma di una caratteristica biologica più diffusa di quanto si pensasse.&lt;strong&gt; I risultati ottenuti scardinano anche un nostro preconcetto: l’idea che gli alberi veramente antichi si trovino solo nelle foreste primigenie completamente indisturbate. &lt;/strong&gt;I dati suggeriscono una realtà più complessa. Individui estremamente longevi possono sopravvivere anche in paesaggi che hanno attraversato disturbi naturali o attività umane nel corso dei secoli. La longevità individuale non coincide necessariamente con la continuità immutata dell’ecosistema. Alcuni alberi attraversano epoche di cambiamento ambientale e rimangono in piedi come archivi viventi di quella storia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La seconda scoperta riguarda qualcosa che non si vede affatto quando si guarda una foresta: &lt;strong&gt;ciò che accade sotto il suolo. &lt;/strong&gt;Un lavoro&lt;a href="https://link.springer.com/article/10.1007/s10531-026-03277-0"&gt; pubblicato sulla rivista &lt;em&gt;Biodiversity and Conservation&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;ha studiato il suolo delle foreste temperate della costa cilena, dove crescono alcuni degli alberi più longevi del pianeta. Qui vive la&amp;nbsp;&lt;em&gt;Fitzroya cupressoides&lt;/em&gt;, una conifera simile ad un cipresso che può superare i 3.600 anni di età e raggiungere diametri giganteschi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I ricercatori hanno analizzato le comunità fungine del suolo attorno a questi alberi, concentrandosi soprattutto sugli individui più grandi e più antichi. &lt;strong&gt;Il risultato è stato molto chiaro: gli alberi di grande diametro ospitano una diversità di funghi del suolo molto superiore rispetto agli alberi giovani. In altre parole, i patriarchi della foresta funzionano come veri centri di biodiversità sotterranea.&lt;/strong&gt; I funghi che sono stati trovati appartengono in gran parte al gruppo delle micorrize, organismi che formano una simbiosi strettissima con le radici delle piante. I loro filamenti microscopici si estendono nel terreno formando reti vastissime che trasportano nutrienti e acqua verso le radici e ricevono in cambio zuccheri prodotti dalla fotosintesi. Le analisi mostrano che intorno ai grandi alberi antichi si accumulano comunità fungine particolarmente ricche e complesse. Questo significa che la presenza di un vecchio albero non rappresenta soltanto un elemento strutturale del paesaggio forestale: &lt;strong&gt;crea anche una sorta di nodo ecologico sotterraneo, attorno al quale si organizzano reti di microorganismi fondamentali per il funzionamento dell’ecosistema. &lt;/strong&gt;Queste reti contribuiscono alla circolazione dei nutrienti, alla stabilità del suolo, alla resilienza delle piante e alla capacità delle foreste di immagazzinare carbonio nel lungo periodo. Le grandi foreste di &lt;em&gt;Fitzroya&lt;/em&gt; del Cile, per esempio, sono tra i sistemi terrestri con la dinamica di crescita più lenta e una delle più grandi riserve di carbonio del pianeta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Se si mettono insieme queste due scoperte, l’immagine dei vecchi alberi cambia profondamente. &lt;strong&gt;Non sono soltanto monumenti naturali che sopravvivono al passare dei secoli. Sono organismi che accumulano tempo biologico e, allo stesso tempo, costruiscono intorno a sé reti ecologiche di vastità e complessità impensate.&lt;/strong&gt; Così i patriarchi delle foreste continuano a fare quello che hanno sempre fatto: raccontare storie lunghissime alle nostre menti fantasiose. Solo che oggi, grazie alla scienza, quelle storie non sono scritte soltanto nei nostri romanzi, miti e racconti. Sono scritte anche nelle comunità sotterranee che vivono attorno alle loro radici, e che fanno dei grandi alberi uno dei nodi più importanti della vita nelle foreste della Terra.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/04/124045458-aa45d47e-70e8-46e8-b920-58662a08395d.jpeg" length="29742" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Thu, 05 Mar 2026 03:23:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8742909</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-05T03:23:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Se la pseudoscienza entra in un centro oncologico d'eccellenza</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/04/news/se-la-pseudoscienza-entra-in-un-centro-oncologico-d-eccellenza-8735388/</link>
      <description>&lt;p&gt;All’ingresso di un ambulatorio del &lt;strong&gt;Centro di riferimento oncologico di Aviano&lt;/strong&gt;, uno dei principali Irccs&amp;nbsp;oncologici italiani, compare un cartello che informa che quello spazio è occupato il giovedì dalle 16:30 alle 18:30 per attività di riflessologia plantare. Sotto, una nota aggiunge che l’attività è concordata con la direzione Cro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il Cro di Aviano&lt;/strong&gt; è una struttura di eccellenza nella cura e nella ricerca oncologica. La sua identità istituzionale si fonda sull’integrazione tra assistenza clinica e ricerca scientifica, sull’adozione di protocolli validati, sulla valutazione sistematica degli esiti e sull’adesione alla medicina basata su prove. Non è un ospedale qualsiasi, ma un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico, cioè un presidio che riceve riconoscimento e finanziamenti anche in base alla qualità della propria produzione scientifica e alla coerenza delle attività che ospita rispetto ai criteri della sperimentazione controllata e della verifica indipendente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;In questo contesto, la presenza di un’attività di riflessologia plantare non è un dettaglio neutro&lt;/strong&gt;. La riflessologia si fonda sull’idea che esista una corrispondenza topografica tra specifiche aree del piede e organi interni, e che la loro stimolazione possa influenzare il funzionamento di questi ultimi. &lt;strong&gt;Questa mappa non trova riscontro anatomico né fisiologico nelle conoscenze attuali della medicina&lt;/strong&gt;. Le revisioni sistematiche disponibili in letteratura riportano risultati eterogenei, spesso derivanti da studi di piccole dimensioni, con disegni metodologici deboli, endpoint soggettivi e alto rischio di bias. In ambito oncologico non esistono prove cliniche solide che dimostrino un beneficio specifico oltre eventuali effetti aspecifici legati al rilassamento o alla relazione interpersonale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’iniziativa è organizzata da Associazione Angolo OdV, un’associazione di volontariato nata nel 1994 e composta da pazienti, ex pazienti oncologici e familiari. L’associazione svolge molte attività di supporto, dall’assistenza logistica a iniziative rivolte al benessere psico-fisico e alla socialità. Il contributo delle associazioni di pazienti nel percorso di cura è spesso prezioso e colma bisogni che il sistema sanitario fatica a coprire. &lt;strong&gt;Qui, tuttavia, il problema non riguarda la buona fede o l’impegno dei volontari, ma il perimetro entro cui una struttura scientifica decide di collocare ciò che avviene al proprio interno e il significato pubblico che quella collocazione assume&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando un’attività priva di plausibilità biologica e di evidenze cliniche robuste viene ospitata nei locali di un Irccs oncologico, con un esplicito riferimento alla direzione sanitaria, il messaggio che ne deriva non è quello di una semplice iniziativa accessoria, ma quello di una legittimazione istituzionale. &lt;strong&gt;In una struttura che in altri contesti espone cartelli contro la &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/pseudoscienza/"&gt;pseudoscienza&lt;/a&gt; e contro le frodi, la coesistenza di questi due livelli produce una frattura evidente tra ciò che si afferma come criterio guida e ciò che si autorizza nella pratica quotidiana&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il punto non è mettere in discussione il valore del sostegno psicologico, del contatto umano o del sollievo soggettivo. Esistono interventi con basi fisiologiche e cliniche documentate per la gestione dell’ansia, del dolore e della qualità della vita nei pazienti oncologici; esistono protocolli validati, figure professionali formate, linee guida internazionali che definiscono standard di intervento e criteri di appropriatezza. &lt;strong&gt;Inserire nello stesso spazio istituzionale una pratica che si fonda su presupposti non verificati significa abbassare la soglia di coerenza scientifica e rendere meno nitido il confine tra ciò che è stato dimostrato e ciò che non lo è&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel tempo, questo processo ha seguito una traiettoria riconoscibile. Le pratiche prive di fondamento scientifico entrano inizialmente come iniziative collaterali, presentate come attività di contorno, dichiarate estranee al nucleo della terapia medica e giustificate con l’argomento del benessere generale. Vengono collocate in orari periferici, in spazi marginali, accompagnate dall’idea che non interferiscano con i trattamenti oncologici e che non pretendano di sostituirli. In questa fase la loro presenza appare innocua e limitata.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Successivamente assumono la forma di offerte complementari e vengono incluse nei programmi rivolti ai pazienti, nei materiali informativi, talvolta nella comunicazione istituzionale. &lt;strong&gt;Il lessico cambia e si parla di integrazione, di approccio globale alla persona, di attenzione alla dimensione psico-fisica&lt;/strong&gt;. L’integrazione, nella percezione pubblica, suggerisce che ciò che viene integrato abbia superato un vaglio comparabile a quello delle terapie convenzionali. La distinzione tra interventi basati su prove e pratiche prive di evidenze robuste tende così ad attenuarsi, non per effetto di nuove scoperte scientifiche, ma per effetto della loro collocazione dentro strutture sanitarie autorevoli.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Infine si arriva alla stabilizzazione. &lt;strong&gt;Le attività non sono più episodiche ma strutturate, con calendario, spazi dedicati e riconoscimento organizzativo&lt;/strong&gt;. In alcuni contesti pratiche come l’omeopatia o altre tecniche non validate hanno trovato posto in ospedali pubblici come servizi aggiuntivi; la loro presenza nei reparti ha prodotto un effetto di normalizzazione culturale, perché ciò che avviene dentro un ospedale viene percepito come parte della medicina. Il cittadino che entra in un Irccs tende a ritenere che tutto ciò che vi si svolge abbia attraversato lo stesso percorso di verifica e validazione delle terapie oncologiche, anche quando non è così.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ogni singola decisione appare minima, circoscritta, giustificata dall’intento di offrire qualcosa in più ai pazienti. Tuttavia la somma di queste scelte modifica progressivamente il perimetro di ciò che è considerato accettabile all’interno delle istituzioni scientifiche. Ciò che un tempo sarebbe stato escluso per mancanza di plausibilità e di dati viene prima tollerato come eccezione, poi accettato come complemento, infine percepito come parte del panorama sanitario. &lt;strong&gt;Non si tratta di un cambiamento improvviso, ma di una lenta ridefinizione del confine tra pratiche validate e pratiche prive di fondamento scientifico&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per questo la questione non può essere ridotta a un dettaglio organizzativo di due ore settimanali. Riguarda la responsabilità istituzionale e la coerenza di una struttura che fonda la propria autorevolezza sul rigore della ricerca e sull’aderenza alle prove. Se, come recita il cartello, l’attività è stata concordata con la direzione del Cro, è legittimo chiedere se la direzione sanitaria sia effettivamente a conoscenza di questa iniziativa e, in caso affermativo, quale sia la base scientifica che ha motivato l’autorizzazione all’uso di un ambulatorio in un Irccs oncologico per una pratica classificata dalla comunità scientifica come pseudoscientifica. La risposta a questa domanda riguarda non solo un’associazione o un singolo spazio, ma la credibilità complessiva di un’istituzione che si presenta come presidio del metodo scientifico nella lotta contro il cancro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/03/140949004-068a1d42-9e2d-4f86-a8ed-859d813c8e48.jpg" length="11563" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 04 Mar 2026 04:52:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8735388</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-04T04:52:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>C'è un ordine anche per invecchiare: ora abbiamo la mappa</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/02/news/c-e-un-ordine-anche-per-invecchiare-ora-abbiamo-la-mappa-8731111/</link>
      <description>&lt;p&gt;Su &lt;a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adw6273"&gt;Science&lt;/a&gt; è uscito &lt;strong&gt;un lavoro&amp;nbsp;che costringe a cambiare prospettiva: l’invecchiamento&lt;/strong&gt;, visto da vicino, assomiglia meno a una catastrofe locale che si propaga e più a una transizione di regime dell’intero organismo. Il corpo anziano non appare come un edificio che crolla per cedimenti casuali, appare come un sistema che, per ragioni profonde, &lt;strong&gt;scivola verso uno stato diverso e più “chiuso”: più rigido, più infiammato, meno plastico, con equilibri cellulari riscritti in modo coerente tra tessuti lontani.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il merito centrale dello studio è avere dato una misura diretta di questa trasformazione su scala enorme. &lt;/strong&gt;L’idea è semplice: ogni cellula ha lo stesso DNA, ciò che cambia è quali porzioni di quel DNA risultano utilizzabili in un certo momento. Il genoma non è un testo sempre leggibile per intero; è un archivio, e una cellula vive aprendo cassetti e richiudendone altri. Questa disponibilità all’uso dipende dall’organizzazione della &lt;strong&gt;cromatina&lt;/strong&gt;, l’impacchettamento del DNA nel nucleo. &lt;strong&gt;Quando una regione è accessibile, i sistemi di regolazione possono attivare geni e programmi cellulari; quando una regione si chiude, quei programmi diventano difficili o impossibili da attivare. Misurare come cambia l’accessibilità con l’età significa osservare l’invecchiamento a monte dell’espressione genica, nel punto in cui si decide quali possibilità operative restano sul tavolo.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Gli autori costruiscono una &lt;strong&gt;cartografia immensa&lt;/strong&gt;: milioni di nuclei, più tessuti, più età, entrambi i sessi. Da quella massa di dati emerge una tassonomia ad altissima risoluzione di tipi e sottotipi cellulari, e una seconda informazione ancora più importante della tassonomia: &lt;strong&gt;le popolazioni cellulari cambiano di composizione con l’età in modo sistematico. Alcuni stati diventano più frequenti, altri si riducono. &lt;/strong&gt;Questo dettaglio è decisivo perché sposta l’attenzione dal “cosa va storto” al “cosa viene privilegiato”. Un’implosione caotica dovrebbe produrre esiti irregolari, differenze difficili da ricondurre a una trama comune; qui si osservano traiettorie riconoscibili, e spesso parallele tra organi diversi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il sistema immunitario offre la scena più chiara. L’età si accompagna a una ricomposizione del panorama delle cellule immunitarie verso assetti più infiammatori e più “maturi”&lt;/strong&gt;, con riduzione di alcune riserve progenitrici e aumento di popolazioni effettori in stati che ricordano attivazione cronica. Questo non è un dettaglio confinato al sangue o a un organo linfoide: è &lt;strong&gt;una trasformazione che si riflette in più distretti e che tende a sincronizzarsi tra tessuti.&lt;/strong&gt; &lt;strong&gt;L’organismo, nel suo insieme, si sposta verso una fisiologia in cui lo stato di allerta diventa permanente.&lt;/strong&gt; Se si cerca un’immagine che renda l’idea senza tradire la biologia, è la differenza tra una città che vive di picchi di emergenza e una città che mette pattuglie e posti di blocco ovunque, sempre. Il sistema resta in piedi, resta coordinato, continua a funzionare; paga questo ordine con una perdita di libertà operativa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Qui si innesta la questione che rende il risultato più interessante: perché un fenomeno che nasce dall’accumulo di danni, errori, stress metabolici, attrito molecolare, appare come una “chiusura controllata” invece che come una decomposizione disordinata?&lt;/strong&gt; La risposta sta nella natura dei sistemi viventi: &lt;strong&gt;la vita è regolazione. Anche quando si deteriora, lo fa dentro vincoli, retroazioni, compromessi, priorità.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il primo vincolo è sistemico. &lt;/strong&gt;Le cellule non vivono in un vuoto, vivono immerse in un ambiente interno condiviso: ormoni, metaboliti, segnali nervosi, citochine, fattori prodotti da altri tessuti. Questi segnali costituiscono una rete di coordinamento globale, costruita per tenere insieme organi diversi e farli lavorare come un’unità.&lt;strong&gt; Con l’età, quel coordinamento non sparisce: cambia i suoi parametri.&lt;/strong&gt; Quando uno o più segnali di fondo si spostano in modo cronico, molti tessuti rispondono con adattamenti che, proprio perché dipendono dagli stessi segnali, risultano simili tra loro. &lt;strong&gt;Il corpo anziano appare coerente perché è ancora un organismo, e un organismo è un sistema di sincronizzazione.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il secondo vincolo è regolativo e riguarda la cromatina stessa. Il nucleo non è un contenitore passivo: è una macchina di decisione.&lt;/strong&gt; Le cellule mantengono identità e stabilità attraverso circuiti che selezionano ciò che è permesso e ciò che è proibito. &lt;strong&gt;Con l’età, l’esigenza di stabilità può diventare un obiettivo dominante: ridurre oscillazioni, evitare deviazioni, contenere il rischio di trasformazioni cellulari pericolose. In altre parole, di fronte a un mondo interno più rumoroso e più stressato, un sistema regolativo può tendere a irrigidirsi.&lt;/strong&gt; L’irrigidimento &lt;strong&gt;ha un prezzo, perché riduce plasticità e capacità di riparazione&lt;/strong&gt;; ha anche un vantaggio immediato, perché&lt;strong&gt; limita la probabilità di errori estremi&lt;/strong&gt;. Una cellula può sopravvivere più a lungo scegliendo un set più ristretto di programmi e rinunciando a opzioni costose o rischiose. Questo tipo di “prudenza” non è un atto cosciente, è l’esito delle retroazioni che mantengono l’ordine cellulare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il terzo vincolo è evolutivo.&lt;/strong&gt; La selezione naturale ha perfezionato in modo spietato i sistemi che garantiscono sviluppo, maturazione, riproduzione e sopravvivenza nelle fasi della vita che contano per la trasmissione dei geni. &lt;strong&gt;Il mantenimento perfetto e indefinito del corpo non è stato un obiettivo fortemente selezionato. Ciò che è stato selezionato con forza è la capacità di attraversare con successo la parte iniziale e centrale della vita. &lt;/strong&gt;Ne segue un principio che torna in molte forme: i meccanismi che danno prestazioni eccellenti all’inizio possono produrre costi differiti. &lt;strong&gt;Programmi di crescita, di riparazione rapida, di risposta immunitaria pronta, di rimodellamento tissutale efficiente, quando operano per decenni, si trasformano in fonti di attrito.&lt;/strong&gt; Il sistema, però, non si disorganizza: continua a usare le stesse leve, solo in un contesto diverso, con bilanci energetici e molecolari cambiati. &lt;strong&gt;La “chiusura controllata” è la firma di questa continuità: un impianto regolativo progettato per coordinare la vita continua a coordinare anche la sua fase tardiva, e lo fa con priorità che diventano difensive.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da qui la lettura più importante del lavoro: l’invecchiamento non si manifesta soltanto come perdita. Si manifesta come spostamento di equilibrio verso strategie di contenimento. &lt;strong&gt;A livello di popolazioni cellulari, aumenta ciò che sostiene infiammazione cronica e risposta continua; diminuisce ciò che sostiene rinnovamento agile e riserva. &lt;/strong&gt;A livello regolativo, molte cellule mostrano segni di riprogrammazione verso stati più stabili e meno flessibili. &lt;strong&gt;Questo rende l’età un fenomeno per certi versi “ordinato”, con traiettorie riproducibili, e quindi misurabile in modo robusto.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Chiamarla chiusura controllata aiuta anche a capire un punto pratico: intervenire sull’invecchiamento non significa soltanto riparare danni, significa rinegoziare priorità del sistema.&lt;/strong&gt; Se la fisiologia anziana è un assetto coerente, allora la terapia efficace non può essere un colpo isolato su un bersaglio singolo; deve tenere conto che molte parti del corpo hanno già scelto, per così dire, una modalità di funzionamento conservativa. L’atlante reso possibile da questo studio offre finalmente un modo per vedere dove avviene quella scelta, in quali cellule, in quali tessuti, con quali segnali condivisi, e quanto differisce tra maschi e femmine.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il fascino del risultato sta qui: l’invecchiamento, nella sua forma reale, conserva un’intelligenza di sistema. Non perché la vita “voglia” spegnersi, ma perché la vita è una macchina di regolazione e compromesso.&lt;/strong&gt; Quando le risorse si fanno più scarse, quando l’errore aumenta, quando la riparazione costa di più, un sistema regolato tende a stringere, selezionare, irrigidire. È un modo di restare in piedi più a lungo. Ed è proprio questa coerenza, questa disciplina involontaria, che rende l’invecchiamento scientificamente attaccabile: ciò che è coordinato può essere misurato, confrontato, spostato. &lt;strong&gt;Science pubblica un atlante che non promette miracoli; consegna una mappa dell’ordine nascosto dell’età, e quel genere di mappe cambia la storia di un campo.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/03/02/150559542-dcd8b63a-4f8a-43a5-88e9-575b52d8a6a3.jpg" length="164621" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 03 Mar 2026 04:40:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8731111</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-03T04:40:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il caso delle frodi vaccinali in Baviera</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/27/news/il-caso-delle-frodi-vaccinali-in-baviera-8709073/</link>
      <description>&lt;p&gt;Un’inchiesta congiunta di due quotidiani tedeschi ha portato alla luce in Baviera un sistema strutturato di &lt;strong&gt;certificazioni vaccinali sospette legate al &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/morbillo/"&gt;morbillo&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;. Le redazioni investigative hanno analizzato documenti sanitari, segnalazioni di uffici locali e procedimenti giudiziari, ricostruendo una rete di almeno 27 studi medici sotto osservazione per aver rilasciato esenzioni prive di adeguata motivazione clinica oppure per aver registrato &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/vaccini/"&gt;vaccinazioni&lt;/a&gt; mai eseguite. &lt;strong&gt;Il caso è stato ripreso e commentato da Edzard Ernst, che da anni documenta le posizioni antivaccinali presenti in alcuni segmenti della cosiddetta medicina alternativa&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il quadro normativo di riferimento è un atto legislativo tedesco, entrato in vigore nel 2020, che impone la prova di vaccinazione contro il morbillo per l’accesso a scuole e asili, salvo controindicazioni mediche certificate. &lt;strong&gt;La ratio della legge è epidemiologica: il morbillo presenta un indice di trasmissibilità tra i più elevati tra le malattie infettive e richiede coperture superiori al 95 per cento per interrompere la circolazione virale&lt;/strong&gt;. L’obbligo documentale ha però generato una domanda parallela di attestazioni di esenzione, intercettata da professionisti disposti a fornirle.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per coordinare le verifiche, circa quaranta uffici sanitari bavaresi hanno costituito una rete informale di scambio dati denominata “Measles Protection Network”. L’analisi delle segnalazioni mostra una concentrazione delle pratiche sospette in ambiti riconducibili a omeopatia, naturopatia e medicina integrativa.&lt;strong&gt; Si tratta di studi che spesso non hanno una specializzazione pediatrica ma che hanno certificato un numero elevato di vaccinazioni infantili o esenzioni&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tra i procedimenti penali più rilevanti figura quello a carico di un medico del distretto di Landshut, indicato come Volkhard P., accusato di aver registrato 1.290 vaccinazioni contro il morbillo senza somministrare alcuna dose. Gli investigatori hanno rilevato flussi anomali di pazienti provenienti da oltre cento chilometri di distanza, libretti vaccinali compilati esclusivamente nelle due voci richieste dalla legge e assenza di altre vaccinazioni coerenti con l’età dei bambini. In diversi casi sono stati eseguiti test sierologici che hanno evidenziato assenza di anticorpi specifici contro il virus del morbillo, un dato biologico incompatibile con una vaccinazione effettivamente avvenuta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’inchiesta cita anche Andreas Soennichsen, medico tedesco che esercita a Salisburgo, il quale avrebbe rilasciato certificati generici di non vaccinabilità dietro pagamento di una consulenza&lt;/strong&gt;. Le sue dichiarazioni pubbliche si fondano su una valutazione personale del rischio, basata sull’incidenza relativamente bassa del morbillo registrata in Germania nel 2025. Questa impostazione trascura la dinamica collettiva dell’immunità: la riduzione dei casi è effetto diretto della copertura vaccinale elevata, e l’erosione di tale copertura modifica rapidamente il rischio per lattanti sotto i nove mesi e soggetti immunodepressi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sul piano amministrativo emergono vulnerabilità evidenti. In Baviera, durante le visite di ingresso scolastico, gli uffici sanitari sono tenuti a registrare la documentazione presentata, senza una procedura standardizzata di verifica dell’autenticità. La responsabilità operativa ricade spesso su dirigenti scolastici e responsabili di strutture educative, privi di strumenti per valutare la congruità clinica dei certificati. &lt;strong&gt;Il ministero federale della Salute ha segnalato un incremento moderato delle coperture dopo l’entrata in vigore della legge, mentre l’inasprimento dei controlli resta competenza dei Länder&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il punto che emerge con particolare nettezza dall’inchiesta è la corrispondenza tra appartenenza a circuiti di pratica alternativa e coinvolgimento nei casi sospetti di frode vaccinale&lt;/strong&gt;. Non si tratta di una distribuzione casuale tra le varie specialità mediche: la quasi totalità degli studi finiti sotto osservazione opera nell’area omeopatica, naturopatica o cosiddetta integrativa. Questo dato empirico rafforza un’evidenza già descritta in letteratura e in numerose analisi epidemiologiche: l’adesione a modelli terapeutici alternativi si associa con maggiore frequenza a scetticismo o rifiuto delle vaccinazioni. &lt;strong&gt;Quando tale orientamento ideologico si traduce in atti certificativi, il problema esce dalla sfera delle opinioni e incide direttamente sulla protezione collettiva&lt;/strong&gt;. La frattura tra copertura documentale e copertura immunologica reale assume così una configurazione precisa: una parte definita del mondo sanitario diventa veicolo sistematico di elusione della normativa vaccinale, con effetti misurabili sulla sicurezza epidemiologica e sulla credibilità dell’istituzione medica.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/26/130249004-55bba1a5-7e24-4501-a489-33f76852481c.jpg" length="13050" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 27 Feb 2026 05:52:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8709073</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-27T05:52:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Gli esiti disastrosi delle credenze pseudoscientifiche</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/25/news/gli-esiti-disastrosi-delle-credenze-pseudoscientifiche-8697381/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il 19 febbraio 2026 il tribunale di Firenze ha pronunciato una sentenza di primo grado che ricostruisce in modo puntuale la vicenda clinica di una giovane donna affetta da lupus eritematoso sistemico con interessamento renale e attribuisce a una precisa sequenza decisionale conseguenze altrettanto precise sul piano giuridico. La paziente era seguita da anni in centri specialistici, prima a Roma e poi a Pisa, con terapia immunosoppressiva conforme alle linee guida per il Les&amp;nbsp;renale; &lt;strong&gt;nel marzo 2016 si rivolge a un medico di base che esercita anche come &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/omeopatia/"&gt;omeopata&lt;/a&gt; e da quel momento iniziano i guai&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Secondo quanto riportato nella motivazione, al primo incontro dell’11 marzo 2016 il sanitario prospetta la guarigione attraverso il proprio metodo omeopatico, collegandola alla sospensione delle terapie farmacologiche in atto, descritte come dannose e di ostacolo alla guarigione; la paziente riduce la posologia e, da maggio 2016, interrompe l’assunzione degli immunosoppressori, circostanza che emerge anche dalla documentazione in atti. Nel febbraio 2017 torna al polo ospedaliero di Pisa e riprende le cure convenzionali, ma il danno ai reni era ormai grave: nel 2018 si rende necessaria l’emodialisi trisettimanale e nel gennaio 2019 il trapianto renale da vivente consanguineo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il tribunale qualifica il rapporto instauratosi tra medico e paziente come rapporto terapeutico e richiama in modo esplicito l’obbligo del sanitario di attenersi “alle linee guida e buone prassi vigenti per la patologia da trattare” e di conformare la propria condotta a “una diligenza particolarmente qualificata”&lt;/strong&gt;. La motivazione sottolinea che il dottore ha posto in essere “un intervento di tipo medico, implicante precise scelte terapeutiche” e che la prestazione era “diretta a conseguire un miglioramento delle condizioni di salute”: ciò colloca pienamente l’omeopatia praticata in questo contesto dentro il perimetro della responsabilità e della deontologia medica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sul nesso causale, la sentenza è altrettanto chiara. Richiamando la consulenza tecnica espletata in sede di accertamento tecnico preventivo, il giudice riporta che “la sospensione della terapia prescritta dai Centri di riferimento in accordo con le linee guida nazionali ed internazionali ha indotto una riacutizzazione della malattia renale autoimmune che è esitata nel quadro Esrd… richiedente prima emodialisi… e infine trapianto renale”, e conclude che “può ritenersi raggiunta la prova del nesso causale tra la sospensione del trattamento farmacologico e il processo di riacutizzazione… fino all’exitus più grave”, applicando il criterio del “più probabile che non”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La difesa aveva sostenuto che l’interruzione dei farmaci fosse una scelta unilaterale della paziente; il tribunale affronta la questione partendo da un principio che assume un peso decisivo proprio in un caso come questo. La libertà di autodeterminazione terapeutica è tutelata, ma “presuppone… una completa, precisa, chiara e adeguata informativa da parte del sanitario”, poiché solo “a fronte di tale informativa… la scelta di ricevere o rifiutare cure può dirsi maturata in un contesto di scelta consapevole”. Nel caso concreto, la sentenza rileva che “la prova orale non ha fatto emergere che detta sospensione sia stata decisa autonomamente e unilateralmente”. Il consenso informato, dunque, &lt;strong&gt;è richiesto integralmente anche quando il trattamento proposto è qualificato come omeopatico o non farmacologico, perché ciò che è in gioco è la decisione di proseguire o interrompere terapie validate&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Fin qui la ricostruzione giudiziaria, da cui emerge l’effetto di un impianto di credenze che ridefinisce il modo in cui paziente e medico guardano alla malattia, ai farmaci, alle prove scientifiche. &lt;strong&gt;L’omeopatia, nella sua struttura teorica, non è semplicemente una pratica priva di evidenza di efficacia oltre il placebo&lt;/strong&gt;; è un sistema che tende a presentare o rafforza una preesistente visione della medicina scientifica come ostacolo, dei farmaci come tossici, delle linee guida come convenzioni discutibili, e che propone in alternativa un linguaggio di armonizzazione e guarigione naturale capace di rassicurare e confortare proprio nel momento in cui la patologia richiederebbe disciplina terapeutica e aderenza rigorosa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa tossina cognitiva orienta scelte come la sospensione di un’immunosoppressione indicata per una nefropatia e può incidere sulla storia naturale della malattia. La consulenza tecnica richiamata in sentenza parla di “interferenza causale alternativa al decorso clinico” che ha determinato “la rapida ed ingravescente evoluzione della nefropatia lupica”: contrariamente a quanto sostenuto dal medico, la sequenza clinica non viene letta come inevitabile, ma come accelerata da una decisione maturata dentro la cornice di credenze che il sistema omeopatico presuppone in quanto alternativo alla scienza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Del resto, la letteratura internazionale ha descritto un meccanismo analogo in altri ambiti, in particolare in oncologia. Uno &lt;a href="https://jamanetwork.com/journals/jamaoncology/fullarticle/2687972"&gt;studio&lt;/a&gt; pubblicato su Jama&amp;nbsp;Oncology nel 2018, basato su dati del National Cancer Database relativi a pazienti con tumori curabili, ha mostrato che l’uso di medicine complementari si associa a una maggiore probabilità di rifiutare componenti della terapia convenzionale e a una sopravvivenza inferiore; l’analisi indica che l’aumento della mortalità è mediato proprio dall’abbandono delle cure validate in favore della pseudoscienza. &lt;strong&gt;Il nesso tra sistema di credenze alternativo e rifiuto delle terapie efficaci non è dunque episodico, ma osservabile su larga scala&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il fatto che la sentenza odierna provenga dalla Toscana aggiunge poi un ulteriore elemento di riflessione. La Toscana è una delle regioni che più hanno investito, negli anni, nell’integrazione delle cosiddette medicine complementari all’interno del servizio sanitario regionale, con percorsi organizzativi e atti normativi dedicati. Questa scelta può essere letta come tentativo di regolazione; nella percezione pubblica, tuttavia, la presenza istituzionale è interpretata come validazione scientifica. In un contesto simile, la distanza tra integrazione accessoria e sostituzione terapeutica può attenuarsi nella rappresentazione sociale, e l’insieme di credenze che accompagna l’omeopatia può agire con maggiore efficacia nel modificare le decisioni cliniche.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La sentenza riporta l’attenzione su un punto essenziale: le decisioni maturate dentro una cornice di credenze pseudoscientifica incidono sulla fisiopatologia, e gli esiti, al grigio e sfumato confine fra cure integrative e alternative, sono disastrosi&lt;/strong&gt;. Come già accaduto per il piccolo Francesco Bonifazi, per Marina Lallo e per altri che magari non son morti, ma hanno severamente patito, il diritto, in questo caso, ha registrato ciò che la clinica e l’epidemiologia mostrano da tempo: le tossine cognitive introdotte da pseudoscienze come l’omeopatia rendono particolarmente esposti i soggetti più fragili – bambini, malati oncologici, pazienti cronici – a scelte che possono peggiorare radicalmente l’esito della loro malattia, trasformando una promessa di guarigione in un danno concreto e talvolta irreversibile.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/24/144945076-57528555-4aea-4b5d-a97d-1337c3ff853a.jpg" length="14021" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:21:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8697381</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:21:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Tanti livelli intrecciati. La selezione naturale non è un processo lineare</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/24/news/tanti-livelli-intrecciati-la-selezione-naturale-non-e-un-processo-lineare-8691910/</link>
      <description>&lt;p&gt;Perché l’idea di selezione multilivello è sempre stata così controversa in biologia evoluzionistica? &lt;strong&gt;Negli anni Sessanta la selezione di gruppo è stata messa sotto accusa su due fronti: quello delle idee e quello dei modelli quantitativi&lt;/strong&gt;. Sul piano concettuale il bersaglio erano le spiegazioni che attribuivano ai gruppi, o addirittura alla specie, comportamenti “per il bene comune”: animali che limitano la riproduzione per evitare la sovrappopolazione, gruppi che adottano regole di prudenza per preservare le risorse, specie che “si regolano” per non estinguersi. Il libro di Wynne-Edwards, nel 1962, aveva dato una forma sistematica a questo modo di pensare, immaginando popolazioni controllate da meccanismi sociali che si evolvono perché utili alla sopravvivenza del gruppo o della specie. Proprio quel quadro ha offerto a George C. Williams, nel 1966, l’occasione per una demolizione metodica: &lt;strong&gt;gli adattamenti vanno attribuiti al livello più ristretto che basti a spiegarli, e un’ipotesi di selezione di gruppo è legittima solo quando ogni spiegazione basata su geni o individui sia stata esaminata e respinta e solo in assenza di ingenue semplificazioni finalistiche. In assenza di questa disciplina, il “bene del gruppo” diventa un contenitore per intuizioni vaghe e teleologiche&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sul piano dei modelli, la critica è stata ancora più dura. Williams e poi Maynard Smith mostrarono con argomenti semplici che, in gruppi composti da individui con comportamenti diversi, un tipo che si avvantaggia all’interno del gruppo tende a diffondersi più rapidamente di un tipo “altruista” che sacrifica il proprio successo per il gruppo. &lt;strong&gt;Se i gruppi si mescolano, se c’è migrazione, se la loro estinzione dipende solo debolmente dalla composizione interna, il vantaggio individuale prevale quasi sempre&lt;/strong&gt;. Perché la selezione di gruppo produca veramente adattamenti di gruppo servono condizioni molto restrittive: gruppi piccoli, pochissima migrazione tra gruppi, estinzioni frequenti e strettamente legate alla composizione del gruppo, formazione di nuovi gruppi a partire da pochi fondatori. Quando queste condizioni non sono specificate e quantificate, parlare di selezione di gruppo equivale a spostare il problema invece di risolverlo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Negli stessi anni entra in scena la teoria dell’idoneità inclusiva di Hamilton. Il comportamento altruistico verso parenti stretti smette di apparire come un paradosso di gruppo e viene descritto come un investimento in copie dei propri geni diffuse nella parentela. Questa cornice, insieme all’idea di selezione centrata sul gene, offre spiegazioni parsimoniose per molti fenomeni che prima venivano attribuiti alla selezione di gruppo. Il risultato culturale è netto: “group selection” diventa un termine sospetto, associato a spiegazioni poco rigorose, mentre le forme di selezione che passano per parentela, conflitti intragenomici e adattamenti individuali acquistano prestigio teorico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da allora il dibattito resta acceso proprio perché quel pacchetto di critiche ha avuto un effetto duraturo: ha spinto intere generazioni di biologi evoluzionisti a considerare la selezione di gruppo come una spiegazione estrema, da evitare se possibile.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dietro il dibattito c’è il problema classico dell’unità di selezione. La selezione, in termini operativi, è un cambiamento di frequenze in una popolazione: certe varianti diventano più comuni perché gli individui che le portano lasciano più discendenti, oppure persistono più a lungo. Il darwinismo usa questo meccanismo per spiegare la storia delle specie, gli adattamenti, le grandi transizioni. &lt;strong&gt;La domanda che divide è: quale livello dell’organizzazione biologica va seguito per fare questa contabilità? Il gene, l’individuo, il gruppo, qualcos’altro ancora?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un &lt;a href="https://www.frontiersin.org/journals/ecology-and-evolution/articles/10.3389/fevo.2026.1752597/full"&gt;lavoro&lt;/a&gt;&amp;nbsp;che oggi ricostruisce in modo sistematico l’evidenza empirica di selezione che agisce a più livelli, detta selezione multilivello, interviene in questo dibattito, mostrando come la ricerca spasmodica di un singolo “oggetto della selezione” sia probabilmente fuorviante. Si parla invece di selezione a più livelli quando il successo di un individuo dipende sia da caratteristiche proprie, sia da caratteristiche del gruppo a cui appartiene: composizione, densità, struttura sociale, comportamento medio, tasso di crescita o di estinzione. In termini più formali, si decompone la selezione in una componente “entro i gruppi” e una “tra i gruppi”: all’interno di ciascun gruppo alcuni tipi aumentano rispetto ad altri, mentre nello stesso tempo certi gruppi aumentano di numero o di dimensione rispetto ad altri gruppi. &lt;strong&gt;Un tratto cooperativo può penalizzare chi lo porta quando lo si confronta con i vicini, e allo stesso tempo rendere più longevi e prolifici i gruppi in cui quella cooperazione è frequente&lt;/strong&gt;. L’evoluzione di quel tratto dipende dal bilancio tra i due livelli.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’obiettivo del lavoro citato è molto chiaro: costruire una rassegna bibliometrica che conti e classifichi gli studi in cui la selezione multilivello è stata effettivamente messa alla prova con dati, distinguendoli da quelli che la citano solo come possibile cornice interpretativa. Per questo, gli autori interrogano le principali banche dati bibliografiche indicizzate e raccolgono 2.950 articoli in cui ricorrono espressioni legate a selezione multilivello o selezione di gruppo. &lt;strong&gt;Dentro questo insieme ci sono modelli teorici, discussioni concettuali, articoli di opinione, e naturalmente lavori empirici. Esclusi tutti i contributi privi di dati, restano gli studi che lavorano su popolazioni naturali o su esperimenti&lt;/strong&gt;. Di questi studi, entra nell’analisi finale solo chi presenta dati su selezione multilivello, cioè studi che separano la componente legata alle differenze tra individui da quella legata alle differenze tra gruppi, oppure che mostrano una dipendenza chiara del successo individuale da variabili misurate al livello del gruppo o del contesto; si escludono articoli che invocano la selezione multilivello, senza presentare dati nuovi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Alla fine del percorso restano 280 studi classificati come evidenza empirica di selezione multilivello. Questo numero dimostra che non si tratta di una manciata di casi esotici. I lavori individuati coprono quasi mezzo secolo di ricerca, dal 1976 al 2024, con una crescita marcata nell’ultimo decennio.&lt;strong&gt; Cento studi sono condotti su popolazioni naturali, centottanta in esperimenti di laboratorio, segno che è stato possibile costruire sistemi sperimentali adatti a misurare la componente di gruppo, oltre a quella individuale, con sufficiente controllo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il catalogo degli organismi coinvolti è molto vario. Il censimento include virus, batteri, funghi, piante, insetti sociali, altri invertebrati, pesci, uccelli, mammiferi, esseri umani. L’attenzione, in circa il novanta per cento dei casi, è rivolta a selezione tra gruppi di organismi: colonie, demi, linee di popolazioni, aggregati che hanno una propria dinamica di nascita, crescita, scissione, estinzione. Nel restante dieci per cento circa i livelli indagati si trovano in altre parti della gerarchia biologica: elementi genetici che competono dentro il genoma, linee cellulari all’interno di un organismo, comunità multispecifiche trattate come unità selezionate in blocco.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nel complesso emerge un quadro che contraddice chi continua a ripetere che “mancano i dati”&lt;/strong&gt;. In molti sistemi diversi gli sperimentatori hanno già misurato componenti di selezione entro i gruppi e tra gruppi, con ruoli variabili. In alcuni casi la componente di gruppo è debole rispetto a quella individuale; in altri è confrontabile; talvolta le due componenti spingono in direzioni opposte, e il risultato osservato dipende dal loro peso relativo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le implicazioni per la teoria evoluzionistica, e per come la si racconta, toccano diversi punti. Il primo riguarda la portata del meccanismo selettivo. La &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/selezione-naturale/"&gt;selezione naturale&lt;/a&gt;, come meccanismo, richiede una popolazione, variazione, differenze di successo ed ereditarietà; il livello a cui si misurano queste differenze può cambiare, e soprattutto può essere più di uno contemporaneamente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Inoltre, è interessante notare come alcuni livelli di selezione abbiano ricadute immediate per diversi ambiti di applicazione: la selezione tra linee cellulari dentro il corpo è il cuore dell’oncologia evoluzionistica; il successo di comunità microbiche negli ecosistemi o nei microbiomi umani dipende da combinazioni di specie che funzionano come unità relativamente coese; i programmi di allevamento e di agricoltura che lavorano su caratteristiche di gruppo producono cambiamenti evolutivi che nessun modello centrato sul singolo individuo descrive da solo. &lt;strong&gt;In tutti questi ambiti, avere alle spalle una mappa che documenta centinaia di studi empirici su selezione a più livelli&lt;/strong&gt;, esplicitandone i diversi meccanismi, permette di formulare meglio le domande, e di progettare esperimenti che esplicitano fin dall’inizio quali unità si stanno seguendo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Infine, vale la pena di considerare che, in linea di principio, variano enormemente in funzione del tipo di organismi considerato quanti e quali livelli siano oggetto di selezione in grado di determinarne il successo riproduttivo. In sostanza, tanto maggiore è la scala a cui la biologia dell’organismo ha un effetto – fino ad arrivare, nella nostra specie, all’influenza sull’insieme di tutti gli organismi terrestri – tanto maggiori sono le possibilità per la selezione di agire a livelli di scala diversissima, determinando il successo o l’estinzione di una specie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Alla fine, la selezione multilivello, un meccanismo estremamente più complicato di quanto si immagina di solito, potrebbe risultare di difficilissima descrizione, ma proprio per questa ragione è utile lo studio di Marín e colleghi per la sua natura di controllo di realtà. Da qui in avanti, chi insiste a descrivere la selezione multilivello come una curiosità circoscritta o priva di riscontri si trova davanti a una scelta: ignorare quell’insieme di risultati, oppure aggiornare il quadro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È una buona occasione per uscire dalla contrapposizione caricaturale tra “selezione di gruppo sì o no” e ricominciare dalla domanda giusta: &lt;strong&gt;in quale popolazione, a quali livelli, con quali unità, la selezione sta agendo in questo caso concreto&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/23/140745478-7dd70970-a6af-48ca-b449-9998dd6ec939.jpg" length="20473" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 24 Feb 2026 02:49:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8691910</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-24T02:49:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Xylella, un complotto lungo dieci anni finisce nel nulla</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/20/news/xylella-un-complotto-lungo-dieci-anni-finisce-nel-nulla-8686039/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il 28 ottobre 2025 il Gip del Tribunale di Bari, Giuseppe Ronzino, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/cronaca/2026/02/20/news/il-tribunale-di-bari-archivia-il-complotto-sulla-xylella-l-unico-complotto-e-quello-contro-gli-scienziati-8684880/"&gt;ha disposto l’archiviazione del procedimento nato dagli esposti presentati tra il 2018 e il 2022 sulla gestione dell’emergenza Xylella&lt;/a&gt;. Ha rigettato l’opposizione proposta da Massimo Blonda, Margherita Ciervo, Margherita D’Amico, Gennaro Di Ceglie e Mauro Giordani. Nel mirino di costoro c’era soprattutto il dott. Donato Boscia, dirigente del Cnr di Bari, da anni al centro di una campagna pubblica di accuse da parte di chi ha contestato prima l’esistenza del batterio, poi la sua patogenicità, poi le misure di contenimento, e via complottando.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per comprendere la portata della decisione occorre tornare alle parole utilizzate dagli accusatori. Si sosteneva che la propagazione del batterio fosse stata “innescata, favorita e incoraggiata da ‘ritardi’ ed ‘omissioni’”. Si contestava “la veridicità degli accertamenti eseguiti dagli ispettori fitosanitari in merito al campionamento, all’analisi ed al conseguente monitoraggio”. Si affermava che “i ricercatori del Cnr hanno sfruttato le loro conoscenze scientifiche, gestendo datazione e classificazione del batterio da quarantena XF (…) al fine di convogliare pubblici finanziamenti (…) mirata essenzialmente all’eliminazione di gran parte della coltura tradizionale dell’olivo in Salento, al vasto impiego di insetticidi ed al finanziamento della cosiddetta rigenerazione agricola del territorio pugliese”. Si evocava il disastro ambientale, fino a parlare di “ecocidio”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le accuse maggiori, alla fine, erano queste: &lt;strong&gt;diffusione di malattia delle piante, disastro ambientale, manipolazione di dati &lt;/strong&gt;per ottenere fondi pubblici, gestione fraudolenta dell’emergenza. Accuse che, se fondate, avrebbero configurato responsabilità penali gravi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La procura ha indagato. Anni di attività istruttoria: sequestri, acquisizioni documentali, consulenze tecniche in patologia vegetale, entomologia, agronomia forestale.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Esemplari sono in questo senso le attività di indagine sul caso del campione di Monopoli, un episodio che gli accusatori hanno elevato a simbolo dell’intera vicenda, relativo al campione identificato negli atti come ID 330487. Da quel dato analitico – un risultato positivo emerso in un’area ritenuta fino ad allora indenne – è stata costruita l’idea di anomalie nella catena di custodia, di manipolazioni nei laboratori, di gestione opaca dell’informazione. &lt;strong&gt;Su quel campione si è innestata la narrazione secondo cui la diffusione del batterio sarebbe stata occultata o addirittura favorita&lt;/strong&gt;. L’indagine penale ha fatto ciò che deve fare: ha verificato le modalità di prelievo, la tracciabilità del campione, le controanalisi, i controlli successivi nell’area interessata, la presenza del vettore. Le consulenze tecniche acquisite non hanno evidenziato irregolarità idonee a fondare un’ipotesi di manipolazione o di diffusione dolosa. Un dato tecnico isolato, trasformato in prova di un disegno, è stato riportato alla sua dimensione documentale e scientifica. A partire da qui, l’accusa si è dissolta davanti alla verifica dei fatti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’ordinanza smonta infatti le accuse sull’unico piano che conta tanto nella scienza quanto in un processo penale: quello della prova&lt;/strong&gt;. Sulla presunta inattendibilità delle analisi si legge che non sono emersi “elementi di prova suscettibili di corroborare la tesi di ‘inattendibilità procedurale ed analitica’”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sulla ricostruzione di un progetto volto a distruggere l’olivicoltura tradizionale per convogliare finanziamenti pubblici il giudice parla di “suggestione investigativa – priva di riscontro probatorio”: un’espressione che, nel lessico penale, equivale a dire che ci si trova di fronte a &lt;strong&gt;una narrazione costruita per collegare fatti eterogenei in una trama coerente, ma non sorretta da elementi oggettivi verificabili – il marchio del cospirazionismo&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il reato di diffusione di malattia delle piante richiede la dimostrazione di un nesso causale tra una condotta e la propagazione del morbo su larga scala. L’ordinanza richiama il criterio del giudizio controfattuale e la necessità di fondarsi su leggi scientifiche consolidate, non appunto su suggestioni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Se poi si guarda specificamente alla posizione di chi suo malgrado è diventato una bestia nera del cospirazionismo sulla Xylella, il dott. Boscia, si legge che egli ha agito “in coerenza con la disciplina vigente, sulla scorta delle conoscenze scientifiche all’epoca disponibili”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per il disastro ambientale il giudice ricorda che occorre una condotta abusiva idonea a produrre una situazione di pericolo oggettivamente apprezzabile e rileva che “non vi è prova che la diffusione del batterio ‘Xylella fastidiosa’ fosse causalmente imputabile alle strategie di contenimento adottate sul piano amministrativo”. Attenzione: non vi è prova non perché non sia stata cercata, ma perché le indagini della procura hanno mostrato che non vi è nessuna evidenza di quanto preteso dagli accusatori.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Come dichiarato dagli avvocati Onofrio e Roberto Eustachio Sisto, difensori di Boscia, l’ordinanza ha messo la parola “fine” ai tentativi temerari” di scalfire l’immagine del dott. Boscia e del CNR; la tesi degli accusatori, è bene ribadirlo ancora, risulta nelle parole del giudice una “suggestione investigativa priva di riscontro probatorio”.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma per capire cosa significa per un ricercatore, per uno scienziato e per un uomo appassionato della sua terra e dell’agricoltura della sua regione cosa abbia significato un decennio di insulti, accuse, atti di tribunale, bisogna ascoltare direttamente Donato Boscia. Per ottenere il “riconoscimento del mio corretto operato” si è dovuto attendere che trascorresse “oltre un decennio di polemiche, negazioni, sospetti e mistificazioni” e sopportare la “contrapposizione pretestuosa, a volte anche verbalmente violenta” che ha colpito lui e i ricercatori impegnati nello studio dell’emergenza. Proprio lui e Maria Saponari, che hanno visto il proprio sforzo di ricercatori e scienziati volto al contrasto del batterio &lt;a href="https://www.cnr.it/en/press-note/n-14016/a-donato-boscia-e-maria-saponari-cnr-ipsp-le-onorificenze-di-ufficiale-e-cavaliere-dell-ordine-al-merito-della-repubblica-italiana"&gt;riconosciuto anche dalla presidenza della Repubblica&lt;/a&gt;, sono stati tormentati e messi in croce senza sosta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Qui sta il punto politico e culturale della vicenda. &lt;strong&gt;Quando una parte perde sul terreno della prova scientifica, può scegliere di produrre nuovi dati, di pubblicare studi, di confrontarsi nei congressi e sulle riviste&lt;/strong&gt;. In questo caso si è scelto un altro percorso: &lt;strong&gt;trasformare il dissenso in attacco giudiziario&lt;/strong&gt;, trasferire in tribunale una disputa scientifica, attribuire agli scienziati un disegno doloso senza elementi oggettivi a sostegno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il tribunale ha risposto con lo strumento proprio del diritto penale: la verifica rigorosa dei fatti. E ha scritto che quelle ricostruzioni restano suggestioni prive di riscontro probatorio, che non vi è una ragionevole previsione di condanna, che ulteriori approfondimenti sarebbero inidonei a mutare il quadro.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dopo dieci anni di accuse pubbliche e giudiziarie, di romanzi sui social forum e negli articoli di certi giornali, la conclusione è che&lt;strong&gt; le ipotesi di complotto non hanno trovato alcuna conferma nei fatti accertati&lt;/strong&gt;. Continuare a trascinare la scienza in aula come scorciatoia quando mancano prove sperimentali significa piegare lo strumento penale a una battaglia ideologica.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa stagione, per il bene di tutti e della Puglia in modo particolare, deve chiudersi qui.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;  
&lt;p&gt;&lt;em&gt;I sigg.ri Massimo Blonda, Margherita Ciervo, Margherita D’Amico, Gennaro Di Ceglie e Mauro Giordani hanno chiesto di pubblicare la seguente rettifica: &lt;/em&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;em&gt;Con riferimento all’archiviazione dell’indagine sulla questione Xylella disposta dal Tribunale di Bari, in primis si fa presente che l’ordinanza afferma testualmente che il procedimento oggetto di indagine “trae origine dalle denunce-querele e dagli esposti presentati tra il 2018 ed il 2022” da “associazioni di categoria e comitati (Associazione nazionale vivaisti esportatori, Consorzio nazionale degli Olivicoltori s.c.ar.l., O.P. Oliveti Terra di Bari, Coordinamento Agricoltori per l’Olivicoltura, Comitato Spontaneo Popolo degli Ulivi […], la Federazione lavoratori agricoltura, industria, commercio e affini), docenti universitari e professionisti […], nonché da persone fisiche, proprietari di fondi agricoli”. È dunque falso e gravemente fuorviante rappresentare il procedimento come riconducibile ai soli sottoscritti. In particolare, nell’articolo si afferma erroneamente che “nel mirino di costoro c’era soprattutto il dott. Donato Boscia”. In realtà, i sottoscritti non hanno mai presentato denuncia nei confronti del dott. Boscia. Inoltre, nell’articolo si attribuisce erroneamente ai sottoscritti tesi contenute negli atti della Polizia Giudiziaria. L’idea che la propagazione del batterio fosse stata “innescata, favorita e incoraggiata da ‘ritardi’ ed ‘omissioni’” contenuta nell’ordinanza, fa riferimento a esposti presentati da altri soggetti. La tesi secondo cui “i ricercatori del Cnr hanno sfruttato le loro conoscenze scientifiche [...] al fine di convogliare pubblici finanziamenti…”, in realtà, è un’affermazione contenuta negli Atti della Polizia Giudiziaria richiamati nell’ordinanza. Riguardo il caso di Monopoli elevato a simbolo dell’intera vicenda, in realtà, è contenuto negli atti della Polizia Giudiziaria dove vi è un capitolo intitolato “La manipolazione dei dati epidemiologici del batterio Xylella fastidiosa in Puglia relativamente ai focolai di Oria, Monopoli, Lecce, Cisternino e Corato”. L’articolo presenta come costruzione accusatoria dei sottoscritti l’ipotesi di anomalie nella catena di custodia, manipolazioni nei laboratori, gestione opaca dell’informazione. In realtà, l’ordinanza dà atto che “il CNR Bari basava le sue valutazioni alla stregua della riscontrata positività dei campioni, ribadendo, tuttavia, di non avere il controllo di tutti i passaggi del percorso del campione, potendo quest’ultimo essere facilmente contaminato e manipolato”. Infine, la “suggestione investigativa – priva di riscontro probatorio” fa riferimento a un virgolettato non attribuito dal GIP ai sottoscritti.&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/20/134118781-b9853541-4c88-4bde-8f54-4c7e36c4a2c8.jpg" length="22461" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 13:33:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8686039</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-20T13:33:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>L'idea di una vaccinazione contro il carcinoma mammario triplo negativo. Lo studio</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/20/news/l-idea-di-una-vaccinazione-contro-il-carcinoma-mammario-triplo-negativo-lo-studio-8680966/</link>
      <description>&lt;p&gt;Nel carcinoma mammario triplo negativo (TNBC, dall’inglese triple-negative breast cancer) ci si trova davanti a un bersaglio clinicamente e storicamente ostico. “Triplo negativo” significa infatti che le cellule tumorali non esprimono, ai livelli utili per una terapia mirata, tre bersagli che in altri tumori mammari guidano molte scelte terapeutiche: &lt;strong&gt;il recettore degli estrogeni, il recettore del progesterone e la proteina HER2.&lt;/strong&gt; L’assenza di questi tre bersagli riduce lo spazio delle terapie “di precisione” e lascia per anni la chemioterapia meno specifica come asse portante. In più, questo sottotipo tende a essere biologicamente aggressivo e a concentrare il rischio di recidiva nei primi anni: la ricaduta metastatica rappresenta un rischio elevato anche quando la malattia viene trattata in fase precoce. La curva delle recidive tende a concentrarsi nei primi anni dopo la diagnosi, poi si attenua rapidamente; questa dinamica suggerisce una finestra biologica in cui la malattia può essere clinicamente assente e, allo stesso tempo, ancora presente sotto forma di un numero molto piccolo di cellule tumorali sopravvissute, non rilevabili con gli esami di routine, ma capaci di crescere nel tempo. L’idea di una vaccinazione terapeutica in adiuvante si colloca esattamente qui: l’obiettivo è costruire una sorveglianza immunitaria capace di intercettare e contenere eventuali cloni residui prima che diventino una ricaduta clinica. Un lavoro &lt;a href="https://www.nature.com/articles/s41586- 025-10004-2"&gt;appena pubblicato su Nature&lt;/a&gt; dimostra questo approccio in pazienti di cancro al seno triplo negativo con un’impostazione rigorosamente di fase 1, quindi centrata su fattibilità, sicurezza e qualità della risposta immunitaria. Lo studio valuta un vaccino a mRNA personalizzato contro neoantigeni nel TNBC dopo chirurgia e dopo chemioterapia neoadiuvante o adiuvante (radioterapia ammessa).&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le pazienti giudicate valutabili sono state 14 su 15 arruolate, perché in un caso si è dovuta interrompere il trattamento dopo tre somministrazioni per eventi avversi legati anche alla pregressa terapia primaria. Ma vediamo come concretamente si procede per questo tipo di vaccini a mRNA. Il tumore viene sequenziato per identificare mutazioni somatiche. Poi si seleziona un insieme di neoantigeni potenzialmente presentabili dal sistema HLA della paziente (il sistema di molecole che espone, sulla superficie delle cellule, frammenti proteici al sistema immunitario) in grado di indurre risposte da parte dei linfociti T, un tipo di globuli bianchi specializzati nel riconoscimento di quegli antigeni e nell’uccisione delle cellule bersaglio che li espongono, oltre che in grado di coordinare la risposta immunitaria. Nello studio che qui discutiamo, ogni vaccino conteneva l’informazione necessaria a produrre fino a 20 neoantigeni, concatenati e distribuiti su due molecole di mRNA, formulate per somministrazione endovenosa. Questa produzione “sartoriale”, disegnata sulle caratteristiche dello specifico tumore di una specifica paziente, risulta praticabile in una cornice clinica standard: il tempo medio tra ricezione del campione di tumore e consegna del vaccino è risultato di 69 giorni, con un intervallo ampio (34–125). &lt;strong&gt;Questo tempo, che può essere ulteriormente migliorato da processi di scala industriale, definisce uno dei vincoli reali della strategia, perché la malattia residua può evolvere rapidamente, e la logistica diventa parte determinante della cura.&lt;/strong&gt; La somministrazione del vaccino ha seguito uno schema fisso, otto dosi complessive: sei settimanali, poi due quindicinali, con ultima dose al giorno 64. Tre pazienti iniziali hanno fatto anche una scala di dose interna (14,4 → 29 → 50 microgrammi) e hanno ricevuto, nell’attesa del prodotto personalizzato, un vaccino ponte “da magazzino” basato su antigeni tumorali classici, privi delle mutazioni che corrispondono alla “personalizzazione” di cui si diceva; le altre sono state trattate direttamente con 50 microgrammi senza ponte. Il profilo di tollerabilità è risultato coerente con una vaccinazione sistemica che attiva immunità innata e adattativa: febbre, cefalea, brividi, nausea, stanchezza, per lo più entro 1–3 giorni dalla somministrazione, generalmente di grado 1–2 e a risoluzione rapida, con gestione sintomatica semplice.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La parte decisiva del lavoro riguarda la risposta immunitaria. Il risultato, a livello di coorte, è netto.&lt;/strong&gt; Tutte le 14 pazienti trattate sviluppano o amplificano risposte contro 1–10 bersagli del proprio vaccino; quasi tutte mostrano una risposta rivolta a più neoantigeni; nove pazienti presentano risposte contro almeno cinque neoantigeni. In dodici pazienti le risposte risultano misurabili già in campioni da quelle prelevate; in otto di queste dodici compaiono risposte verso singoli bersagli di una potenza davvero elevata – dove per potenza qui si intende la risposta a specifici test immunologici. Un’osservazione aggiuntiva chiarisce la qualità del fenomeno: per 41 delle 251 mutazioni complessivamente impiegate nei vaccini delle 14 pazienti, le risposte T risultano assenti prima della vaccinazione e diventano rilevabili dopo, quindi con un profilo di induzione de novo che corrisponde chiaramente alla vaccinazione e che senza vaccino non si sarebbe probabilmente sviluppato. La forza del lavoro emerge ancora di più quando segue la cinetica e la durata della risposta immune. I primi linfociti specializzati, le cellule CD8+ specifiche per almeno alcune degli antigeni presenti nel vaccino, compaiono rapidamente durante la vaccinazione, diventando rilevabili dopo circa tre dosi (intorno alla terza settimana) e raggiungendo, dopo l’ultima somministrazione, una frequenza elevata fra le cellule circolanti, a dimostrare l’avvenuta induzione della risposta immune. L’evoluzione della risposta immune è ancora più interessante. Inizialmente prevalgono cellule effettore e cellule di memoria per così dire “rapida”; col passare del tempo aumentano sottopopolazioni tardivamente differenziate con profilo citotossico, mentre compaiono e persistono anche cellule con fenotipo di memoria “staminale”. Queste ultime cellule corrispondono a una popolazione con caratteristiche di lunga durata e capacità di rigenerare altre popolazioni di effettori. In un caso tracciato in modo particolarmente esteso viene documentata per oltre sei anni la presenza di cellule specifiche che co-esprimono TCF-1 e IL-7Rα, marcatori coerenti con una memoria a lungo termine con potenziale rigenerativo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il lavoro riporta anche un follow-up clinico lungo, con la prudenza necessaria per uno studio senza un gruppo di controllo trattato diversamente nello stesso studio. Al momento dell’analisi riportata, dieci pazienti risultano libere da recidiva con un follow-up mediano di 62 mesi dopo l’ultima dose (intervallo 15–80 mesi); un’ulteriore paziente rimane libera da recidiva fino al decesso per cause non chiarite 15 mesi dopo l’ultima dose; tre pazienti presentano ricaduta. &lt;strong&gt;Questi elementi definiscono il perimetro interpretativo: la parte clinica suggerisce compatibilità con un beneficio, mentre la parte immunologica dimostra un effetto biologico robusto e duraturo&lt;/strong&gt;. Il contributo più istruttivo del lavoro, per la progettazione delle fasi successive, arriva dalle tre recidive. Il primo caso riguarda la paziente con la risposta vaccino-indotta più debole dell’intera coorte. I saggi ex vivo mostrano cellule T contro due neoantigeni con abbondanze di un ordine di grandezza inferiori rispetto alla maggioranza poco dopo l’ultima dose; la stimolazione in vitro rileva ulteriori risposte CD4+ amplificate, quindi un segnale esiste, rimane però quantitativamente modesto. La paziente ha quindi ricevuto una terapia diversa ottenendo una risposta completa, durata 15 mesi al momento della scrittura del lavoro, con scomparsa radiologica e clinica delle lesioni rilevabili. Il secondo caso riguarda una recidiva avvenuta malgrado risposte immunitarie ampie e di alta intensità verso più neoantigeni. &lt;strong&gt;Qui entra in gioco un meccanismo di fuga: la perdita dei meccanismi che mediano l’esposizione degli antigeni da colpire nelle cellule tumorali, come dimostrato dai ricercatori con più analisi incrociate. &lt;/strong&gt;L’indagine biologica ha mostrato come, nel caso di questa paziente, siano stati selezionati cloni tumorali “invisibili” al sistema immunitario. Il terzo caso sposta il problema sulla definizione stessa del bersaglio. La paziente era portatrice di una mutazione BRCA1 e presentava due tumori diagnosticati nello stesso periodo in entrambe le mammelle. La progettazione del vaccino si è basata sul sequenziamento di uno dei due tumori. La paziente ha sviluppato una risposta robusta verso otto neoantigeni e, con analisi approfondite di repertorio, è stata dimostrata una risposta immune robusta indotta dal vaccino. Tuttavia, si è avuta recidiva perché i due tumori bilaterali sono risultati clonalmente indipendenti, cioè originati da cellule iniziali diverse e con mutazioni diverse. In questo scenario un vaccino costruito sulle mutazioni di una lesione può non coprire l’altra, e siccome, nonostante le apparenze cliniche che facevano pensare allo stesso tumore sviluppato bilateralmente in modo simultaneo, i tumori erano in realtà due e diversi, si è purtroppo avuta recidiva.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questi tre esiti definiscono tre modalità di fallimento possibile, e naturalmente consentono di agire in previsione di queste possibilità, quando si disegna il vaccino e si indirizza la paziente alla terapia. Una ricaduta può seguire una risposta vaccinale debole; può seguire una risposta forte che incontra un tumore divenuto non presentante; può seguire una risposta corretta costruita su un bersaglio che non coincide con la fonte reale della ricaduta per eterogeneità clonale e multifocalità. Questo lavoro si inserisce appieno nella fioritura della medicina personalizzata che sta iniziando davanti ai nostri occhi: la cura non dipende più solo da sostanze “contro” contro malattie come il cancro, dipende anche dalla capacità di scrivere e consegnare istruzioni biologiche sartoriali che orientino un sistema complesso già presente nel paziente, il sistema immunitario. L’mRNA rende questo passaggio rapido e praticabile: traduce la firma mutazionale di un tumore in un messaggio leggibile, replicabile e aggiornabile, cioè in un intervento che nasce dall’informazione e si misura nei suoi effetti. Nel caso specifico del cancro al seno triplo negativo, se questa traiettoria reggerà nelle fasi successive, la prevenzione della ricaduta smetterà di essere solo statistica e diventerà un processo volto a mantenere nel tempo, con istruzioni mirate, una pressione immunologica specifica contro ciò che ha già tentato di tornare, aggiornando quando dovesse servire il messaggio necessario.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/19/135255675-63261f0c-b545-4017-9f7f-220f20c05750.jpg" length="16111" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 03:38:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8680966</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-20T03:38:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Corbellini: “Gli esperti del Monaldi di Napoli hanno messo la scienza prima dell’emozione”</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/19/news/corbellini-gli-esperti-del-monaldi-di-napoli-hanno-messo-la-scienza-prima-dell-emozione--8678113/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Gli esperti riuniti all’Ospedale Monaldi di Napoli hanno messo la scienza e l’etica al primo posto. &lt;strong&gt;E’ questo l’unico modo per essere equi e fare scelte giuste&lt;/strong&gt;”. Lo storico ed epistemiologo Gilberto Corbellini, docente di storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma, commenta in questo modo al Foglio la scelta dei quattro esperti che hanno giudicato impraticabile un nuovo trapianto di cuore al bambino di due anni e mezzo ricoverato da dicembre dopo una prima operazione&amp;nbsp;andata male.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Fin da pochi giorni dopo la nascita, al bambino era stata diagnosticata una cardiomiopatia, una grave malformazione cardiaca che comprometteva seriamente la funzionalità del cuore. Nonostante le condizioni di salute molto critiche, era riuscito a vivere a casa con i genitori, sostenuto da una terapia farmacologica specifica. A causa della gravità della sua situazione, era stato inserito in cima alla lista nazionale d’attesa per i trapianti, dove i tempi di attesa sono generalmente lunghi: è infatti necessario trovare un donatore compatibile per gruppo sanguigno e, soprattutto, di peso simile a quello del ricevente. La svolta è arrivata a dicembre, quando i genitori di un altro bambino, morto nello stesso mese, hanno autorizzato la donazione degli organi, rendendo possibile il trapianto tanto atteso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il parere del pool di specialisti, provenienti dalle principali strutture sanitarie del paese , è solo l’ultimo tassello di un drammatico circuito di errori&lt;/strong&gt;. Corbellini li mette in fila: “Nel contenitore che doveva trasportare l’organo da trapiantare qualcuno ha messo del ghiaccio secco, che notoriamente brucia i tessuti. Il chirurgo, poi, convinto che il cuore in arrivo fosse in condizioni normali, ha espiantato il cuore del bambino, ed è stato costretto ad impiantare quello compromesso”. La notizia fa il giro degli schermi, piomba nel cuore degli italiani, la premier Giorgia Meloni telefona alla madre del bambino promettendogli giustizia per quanto accaduto, il presidente della Campania Roberto Fico raggiunge l’ospedale dove è ricoverato. In un clima di emozione così forte, di drammatica attesa e speranza, gli esperti dicono no a un’altra operazione perché le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto. “La commissione ha dei parametri molto precisi che si basano sulla compatibilità genetica, sull’urgenza, sulla posizione nella lista d’attesa – spiega Corbellini – Bisogna capire quante chance di sopravvivenza ha la persona a cui viene trapiantato l’organo”. &lt;strong&gt;Si lavora in termini di probabilità, sulla base di dati clinici e di parametri biologici: “Questi elementi devono sempre prevalere. Del resto, il chirurgo pietoso fa peggio di quello che decide con freddezza. E quando si tratta di salvare vite non è la compassione a portare alla migliore scelta”&lt;/strong&gt;. Di fronte a certi fatti, l’emotività va necessariamente ridimensionata: “Tutti avremmo voluto salvare quel bambino, ma se non lo si può fare, cosa facciamo? Ci laviamo la coscienza impiantandogli un cuore che non potrà usare perché ormai il suo corpicino non funziona più bene? I criteri oggettivi sono quelli che garantiscono l’equità”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Di fronte a un 10 per cento di probabilità che l’operazione vada a buon fine, il ruolo dei genitori brilla di rara dignità. “La mamma è rassegnata all’idea che il figlio non ce la farà. Apprende la non operabilità da questo team di medici che sono i maggiori esperti di tutta Italia, non abbiamo motivo di contraddirli”, ha commentato Francesco Petruzzi, l’avvocato della famiglia del bambino, parlando con i cronisti fuori dall’ospedale. “&lt;strong&gt;Hanno dato un grande esempio di dignità e ragionevolezza&lt;/strong&gt;. E’ un esempio anche di come si può reagire con il mondo sanitario. Hanno dimostrato fiducia anche nella struttura, accettando addirittura che fosse quello stesso chirurgo ad operarlo di nuovo”, conclude l’esperto. Oltre il dramma, la scienza che riporta dolorosamente le cose al loro ordine.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/18/193312704-e5b710a9-248b-4771-80d0-4e096a7872fe.jpg" length="17458" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Thu, 19 Feb 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8678113</guid>
      <dc:creator>Riccardo Carlino</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-19T05:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>I pericoli della proposta di legge del Pd sull'ipnosi clinica</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/18/news/i-pericoli-della-proposta-di-legge-del-pd-sull-ipnosi-clinica-8675390/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’ipnosi clinica &lt;/strong&gt;consiste nell’induzione o nell’autoinduzione di uno stato di trance nel quale l’attenzione si concentra, gli stimoli periferici perdono rilevanza e l’immaginazione diventa uno strumento attivo di modulazione dell’esperienza. Non si tratta di perdita di coscienza né di sospensione della volontà, ma di &lt;strong&gt;una condizione psicofisiologica studiata da decenni,&lt;/strong&gt; nella quale alcune persone riescono a modificare in modo apprezzabile la percezione del dolore, l’ansia anticipatoria e lo stress legato a situazioni mediche. Le tecniche oggi più utilizzate in ambito sanitario derivano in gran parte dalla tradizione ericksoniana e si fondano su modalità comunicative e immaginative che facilitano l’ingresso in questo stato e la costruzione di rappresentazioni mentali utili a modulare l’esperienza soggettiva. La natura stessa della trance chiarisce perché le applicazioni cliniche documentate siano limitate e coerenti tra loro.&lt;strong&gt; Non si interviene sui meccanismi biologici delle malattie, ma su dimensioni psicofisiologiche che accompagnano l’esperienza della malattia o delle procedure&lt;/strong&gt;. Il corpus di studi accumulato negli ultimi vent’anni converge infatti su alcuni ambiti specifici: la gestione del dolore, soprattutto quello procedurale e perioperatorio, la riduzione dell’ansia prima di interventi medici e odontoiatrici e alcune condizioni funzionali come la sindrome dell’intestino irritabile.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Le meta-analisi riportano effetti medi nella riduzione del dolore clinico e sperimentale, con risultati più evidenti nei soggetti più suggestionabili; in ambito chirurgico e odontoiatrico si osserva una migliore tolleranza delle procedure e, in alcuni casi, una minore necessità di analgesici; in ambito gastroenterologico protocolli specifici hanno prodotto risultati replicati in contesti specialistici. Nelle condizioni croniche, come fibromialgia e cancro, emergono miglioramenti su dolore e qualità della vita, con risultati eterogenei e con la necessità di studi più rigorosi. In ambito psicologico si registrano effetti su ansia e stress reattivo, mentre per la depressione maggiore i dati restano ancora insufficienti per raccomandazioni generali. &lt;strong&gt;Il profilo scientifico che emerge è sobrio: l’ipnosi è una tecnica di supporto che può contribuire a modulare l’esperienza del dolore, della paura e della tensione in contesti ben definiti. Non è una terapia autonoma capace di intervenire direttamente sulle patologie.&lt;/strong&gt; La sua collocazione naturale è all’interno di percorsi clinici già strutturati, accanto ad altri strumenti comunicativi e psicologici utilizzati quotidianamente nella pratica sanitaria. Accanto a questa realtà documentata, esiste però un altro universo molto più vasto, che utilizza lo stesso nome e che con la pratica clinica ha poco o nulla in comune.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;L’ipnosi, da oltre un secolo, è diventata un contenitore semantico nel quale confluiscono pratiche estremamente eterogenee:&lt;/strong&gt; recupero di presunte memorie rimosse, regressioni infantili o prenatali, esplorazioni di vite precedenti, sblocco di talenti nascosti, trattamento rapido di dipendenze e traumi profondi, percorsi di guarigione presentati come alternativi alla medicina.&lt;strong&gt; In molti casi l’ipnosi viene proposta come chiave universale capace di intervenire su qualunque problema umano, senza criteri diagnostici, senza valutazioni cliniche e senza verifica degli esiti.&lt;/strong&gt; Questo mondo non è marginale né occasionale. Esiste una rete di scuole, corsi, certificazioni private, associazioni autoreferenziali e operatori che si presentano come esperti di ipnosi, ciascuno con una propria teoria, un proprio metodo e una propria promessa. La suggestione, l’autorità dell’operatore e il fascino culturale della trance costituiscono un terreno fertile per attribuire significato e valore a qualunque pratica, anche quando manca qualsiasi riscontro empirico. La parte più delicata è che questo uso arbitrario non è confinato ai margini né limitato a figure prive di titoli. Una quota non trascurabile di queste derive nasce proprio all’interno di studi medici e psicologici, dove la qualifica professionale diventa un potente elemento di credibilità. &lt;strong&gt;La trance viene talvolta impiegata come cornice per trattamenti che non trovano riscontro nelle evidenze, oppure come strumento per giustificare interventi che si muovono su un piano simbolico, narrativo o suggestivo senza una chiara base clinica&lt;/strong&gt;. In questi casi il problema non è l’ipnosi in sé, ma l’uso che se ne fa, e proprio per questo il rischio è maggiore quando a praticarla sono professionisti che godono di fiducia e autorevolezza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;È su questo sfondo che si colloca &lt;a href="https://www.deputatipd.it/news/camera-forattini-18-febbraiopresentazione-pdl-su-ipnosi-sanitaria"&gt;una &lt;strong&gt;proposta di legge depositata dal Partito Democratico&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;per il riconoscimento dell’ipnosi sanitaria come strumento di pratica clinica nella diagnosi, nella cura, nella riabilitazione e nella prevenzione, presentata con l’intento dichiarato di definire ambiti di applicazione, requisiti professionali e garanzie per i pazienti, partendo dall’idea che oggi manchi un quadro normativo organico. Qui si apre il nodo centrale. &lt;strong&gt;L’uso clinico dell’ipnosi non è privo di regolazione. L’ordinamento italiano disciplina già con chiarezza chi può intervenire sulla salute e con quali responsabilità.&lt;/strong&gt; Quando una tecnica viene utilizzata con finalità diagnostiche, terapeutiche o riabilitative, diventa parte dell’atto sanitario e ricade automaticamente nell’ambito delle professioni sanitarie. L’articolo 728 del codice penale prende in considerazione anche pratiche idonee a porre qualcuno in stato di narcosi o ipnotismo e ne consente l’uso a scopo scientifico o di cura da parte di chi esercita una professione sanitaria. L’insieme delle norme sull’abusivo esercizio di professione costituisce poi il vero presidio di tutela del paziente. La giurisprudenza, in più sedi e in più gradi di giudizio, ha progressivamente chiarito questo assetto. &lt;strong&gt;Numerose pronunce della Corte di Cassazione, insieme a decisioni di tribunali di merito, hanno stabilito che l’impiego dell’ipnosi con finalità terapeutiche rientra nell’attività sanitaria e che il suo esercizio da parte di soggetti privi di abilitazione configura abusivo esercizio della professione. &lt;/strong&gt;Il principio è semplice e consolidato: quando si entra nel terreno della cura, non conta lo strumento utilizzato ma la natura dell’atto. Da questo quadro emerge una distinzione già operativa. L’uso clinico della trance è di fatto riservato a medici e psicologi-psicoterapeuti, perché rientra nella sfera degli atti sanitari. L’uso non clinico, legato al benessere o alla crescita personale, può esistere purché non venga presentato come trattamento di disturbi o malattie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il confine è tracciato dalla finalità dell’intervento e dalla responsabilità professionale. In queste condizioni, l’idea di attribuire a una singola tecnica uno statuto giuridico specifico suscita una domanda inevitabile. &lt;strong&gt;Per quale motivo proprio l’ipnosi dovrebbe ricevere un riconoscimento legislativo speciale?&lt;/strong&gt; Il sistema sanitario non regola le tecniche, regola le professioni e gli atti sanitari. Un medico può utilizzare strumenti farmacologici, chirurgici, comunicativi, psicologici, riabilitativi, e la loro legittimità deriva dalla competenza professionale, dalle evidenze scientifiche e dalla responsabilità verso il paziente. &lt;strong&gt;Se il quadro scientifico è chiaro, se quello giuridico già delimita l’uso clinico e se la comunità scientifica ha il compito di valutare e aggiornare le pratiche efficaci, allora il riconoscimento legislativo di una tecnica specifica appare difficilmente giustificabile.&lt;/strong&gt; Il rischio non sta tanto nell’atto formale in sé, quanto nel significato simbolico che esso assume. Una legge che consacra l’ipnosi come “strumento sanitario” rischia di essere letta come una validazione generale del termine, indipendentemente dagli ambiti ristretti nei quali esistono dati solidi. In un contesto nel quale esiste già un vasto mercato che utilizza l’ipnosi come parolachiave per vendere promesse, percorsi, trattamenti e spiegazioni arbitrarie,&lt;strong&gt; una consacrazione normativa potrebbe trasformarsi in un marchio di legittimità.&lt;/strong&gt; Non solo per operatori improvvisati, ma anche per quei professionisti che già oggi utilizzano la suggestione ipnotica in modo estensivo e talvolta privo di fondamento empirico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A questo punto il sospetto diventa inevitabile. Se per la pratica clinica fondata sulle evidenze bastano la formazione, le linee guida, la responsabilità professionale e l’attuale assetto giuridico, allora a che cosa serve davvero una legge che riconosca l’ipnosi come categoria a sé? La risposta più inquietante è che essa possa finire per giustificare, indirettamente, proprio &lt;strong&gt;quelle componenti più discutibili che si muovono ai margini della scienza e che da anni cercano una legittimazione pubblica.&lt;/strong&gt; L’ipnosi, come tecnica clinica circoscritta, non ha bisogno di essere consacrata per legge. Il medico e lo psicoterapeuta hanno già gli strumenti giuridici e scientifici per decidere quando utilizzarla e quando no. Il paziente ha già le tutele offerte dalla responsabilità professionale e dal sistema normativo vigente. Intervenire con una norma dedicata rischia di aggiungere poco alla pratica fondata sulle evidenze e molto alla percezione pubblica di legittimità di un termine che, fuori dai contesti clinici, continua a essere uno dei più potenti attrattori della pseudoscienza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Cui prodest?&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/18/125125786-e8c07491-68d1-42c2-a153-242f9917c2d1.jpg" length="22262" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 11:32:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8675390</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T11:32:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Riscoprire il prudente Galileo. Quando la rivoluzione nasce dalla competenza</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/02/18/news/riscoprire-il-prudente-galileo-quando-la-rivoluzione-nasce-dalla-competenza-8672815/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/galileo/"&gt;Galileo&lt;/a&gt; non nasce &lt;i&gt;contro&lt;/i&gt; Tolomeo. Nasce &lt;i&gt;dentro&lt;/i&gt; Tolomeo.&lt;strong&gt; E questa semplice constatazione basta a mandare in soffitta una delle favole più resistenti sulla nascita della scienza moderna: quella del genio solitario che rompe con la tradizione in nome dell’eresia&lt;/strong&gt;. La prova viene da una scoperta che sarà presentata oggi alle 11.30 alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, proprio nel luogo in cui è maturata: nella collezione Magliabechiana, lo storico Ivan Malara ha trovato un esemplare dell’&lt;i&gt;Almagesto&lt;/i&gt;, edizione del 1551, fittamente annotato da Galileo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il punto è semplice e decisivo: Galileo non diventa copernicano contro Tolomeo. Diventa copernicano leggendo Tolomeo. E leggendo come leggono i grandi: riga per riga, con attenzione tecnica, correggendo, riscrivendo, chiarendo, mettendo le mani nella matematica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E’ l’impressione netta che emerge dal saggio di prossima pubblicazione, &lt;i&gt;The Almagest Galileo read&lt;/i&gt;, che Malara (già autore di &lt;i&gt;Galileo and the Almagest, c. 1589-1592&lt;/i&gt;, 2024) – ci ha anticipato. Quei &lt;i&gt;marginalia&lt;/i&gt; non sono ornamentali. Sono lavoro. Metodo. &lt;strong&gt;E la lezione che ne deriva è attualissima, nell’epoca delle eresie improvvisate e delle rivoluzioni a basso costo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Galileo studia Tolomeo prima di Copernico e – udite udite – lo usa come chiave per capire Copernico. Nelle sue opere lo dirà più volte: prima di affrontare il &lt;i&gt;De revolutionibus&lt;/i&gt; bisogna padroneggiare Tolomeo. Non erano battute da polemista brillante. Era il racconto fedele di un metodo davvero adottato. &lt;strong&gt;E’ questa la brillante intuizione di Malara che la sua scoperta ha confermato&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La narrazione storica della “rottura” come gesto ribelle contro la tradizione mostra qui tutta la sua fragilità. Le rivoluzioni serie nascono dalla competenza sulle conoscenze acquisite. Si supera un maestro solo dopo averlo capito meglio di tutti. Tolomeo, del resto, innegabilmente funziona. L’&lt;i&gt;Almagesto&lt;/i&gt; salva egregiamente i fenomeni. E’ una macchina matematica ammirevole. Ma per Galileo non basta che funzioni. Qui sta la svolta: la matematica non è un trucco per far tornare i conti, ma la carta d’identità della realtà. Efficacia e verità non possono divergere. Bellarmino gli offre una soluzione elegante: usi Copernico come ipotesi di calcolo, se salva meglio i fenomeni. Non dica che è vero. Feyerabend, secoli dopo – poi ripreso da Ratzinger – farà di quella prudenza un modello di sofisticata epistemologia, quasi un argine contro ogni pretesa di verità scientifica forte.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Saggi consigli per evitare scontri epocali. Galileo non li segue. Era in cerca di guai? Se l’è cercata, come direbbe Andreotti? Un’altra scoperta recente suggerisce il contrario. L’originale della lettera a Benedetto Castelli, ritrovato nel 2018 da Salvatore Ricciardo alla Royal Society e studiato con Franco Giudice e Michele Camerota, &lt;strong&gt;mostra un Galileo tutt’altro che fanatico. E’ prudente, attenua una prima versione più aggressiva, pesa le parole&lt;/strong&gt;. Sa bene in quale clima teologico si muove. Sono cautele sagge, memori del rogo di Giordano Bruno. Ma non arretra sul punto decisivo: la Scrittura non detta la fisica. Le scienze parlano della realtà, non si limitano a salvare le apparenze.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per evitare guai gli sarebbe bastato fermarsi allo strumentalismo, al “basta che funzioni”. Sarebbe stato un pragmatico ante litteram. “Anything goes”, suggerirebbe Feyerabend. Whatever works, direbbe Woody Allen: nel suo Basta che funzioni un fisico geniale applica il funzionalismo anche alla vita amorosa, con esiti esilaranti. In amore forse anche per Galileo può bastare che funzioni. In cosmologia no. Perché Galileo conosce Tolomeo troppo bene. Ha visto che il problema non è solo come si calcola, ma che cosa si afferma. Non pensa che tutti i sistemi siano equivalenti purché funzionino. Non riduce la scienza a un linguaggio tra gli altri. Per lui la matematica è il linguaggio della natura. Il paradosso è che questa radicalità nasce dalla tradizione. E dalla competenza. E’ competenza che diventa posizione filosofica. Ecco perché certe scoperte erudite ci riguardano tutti. Ci dicono come nasce una rivoluzione intellettuale: non dal dissenso improvvisato che ogni tanto si autoproclama “nuovo Galileo” – dalla fusione fredda ai casi Di Bella e Stamina fino ai No vax e agli innumerevoli uno vale uno. Lì non c’è una competenza che corregge un paradigma. C’è una retorica della persecuzione. Galileo è l’opposto. &lt;strong&gt;Non posa eretica. Competenza. Le competenze contano. E quando contano davvero, è lì che può iniziare una rivoluzione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/17/165642305-ce8a5b1e-8cb9-4941-be88-c73365b2c75a.jpg" length="16142" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 18 Feb 2026 04:36:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8672815</guid>
      <dc:creator>Armando Massarenti</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-18T04:36:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>L'AI ha scoperto una nuova legge fisica? Cosa dice davvero il preprint sulle ampiezze di scattering</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/17/news/l-ai-ha-scoperto-una-nuova-legge-fisica-cosa-dice-davvero-il-preprint-sulle-ampiezze-di-scattering-8671952/</link>
      <description>&lt;p&gt;Quando ha iniziato a circolare in tutto il mondo la notizia che un sistema di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/intelligenza-artificiale/"&gt;intelligenza artificiale&lt;/a&gt; avrebbe derivato una &lt;a href="https://www.avvenire.it/rubriche/artifici/nuova-legge-fisica-scoperta-da-gpt-52_104691"&gt;“nuova legge”&lt;/a&gt; in fisica teorica, l’attenzione si è concentrata subito sull’idea di una soglia superata:&lt;strong&gt; una macchina che entra nel territorio della scoperta scientifica&lt;/strong&gt;. In casi come questo l’unico modo per orientarsi consiste nel tornare alla descrizione reale di ciò che è stato fatto, in questo caso un &lt;a href="https://arxiv.org/html/2602.12176v1"&gt;preprint&lt;/a&gt; appena depositato, e seguirne con calma i passaggi e capire dove si colloca davvero il contributo. La lettura diretta del lavoro permette di ricostruire con precisione ciò che è stato fatto e, soprattutto, di capire in quale senso si possa parlare di “risultato”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;Il contesto della ricerca&amp;nbsp;&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Il contesto è quello delle ampiezze di scattering, un concetto fondamentale della fisica delle particelle. Quando due particelle si incontrano e interagiscono, la teoria non prevede un esito deterministico ma una distribuzione di probabilità: certe trasformazioni sono più probabili, altre meno. Le ampiezze di scattering sono le grandezze matematiche da cui queste probabilità si ricavano. In pratica, rappresentano il cuore dei calcoli che permettono di collegare le equazioni della teoria ai risultati osservabili negli esperimenti. &lt;strong&gt;Nel lavoro si studiano le ampiezze che coinvolgono gluoni, le particelle responsabili dell’interazione forte, cioè della forza che tiene insieme i costituenti del nucleo atomico&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Dentro questo quadro teorico, ben sviluppato da decenni, esistono molte classi di processi con proprietà matematiche diverse. Una di queste riguarda configurazioni particolari in cui quasi tutte le particelle hanno la stessa elicità, cioè lo stesso orientamento del loro stato di rotazione rispetto alla direzione del moto. In condizioni ordinarie, alcune di queste ampiezze risultano nulle, e questo fatto è noto da tempo. Il lavoro prende le mosse proprio da qui, ma introduce una condizione cinematica speciale. In parole semplici, invece di considerare solo le situazioni fisicamente realizzabili con grandezze reali, si esplora un regime matematico più generale, in cui le variabili possono assumere valori complessi o in cui la struttura dello spazio-tempo viene trattata con una firma matematica diversa. Questo tipo di estensione è pratica corrente nella fisica teorica, perché consente di far emergere proprietà nascoste delle equazioni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;In questo regime particolare accade qualcosa di significativo&lt;/strong&gt;. Quelle ampiezze che, nel caso più comune, risultano nulle possono diventare diverse da zero. La questione, a quel punto, non è più se esistano, ma come si comportino e se esista una forma generale per descriverle quando il numero di particelle coinvolte cresce. È qui che si colloca il cuore del lavoro: l’individuazione di una formula compatta che descrive un’intera famiglia di questi casi speciali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per capire il senso di questo risultato conviene fermarsi un momento su che cosa significhi trovare una formula in questo contesto. Nella fisica teorica molte quantità si ottengono attraverso procedimenti ricorsivi, cioè costruendo casi complessi a partire da casi più semplici. Esistono metodi sistematici per farlo, basati sull’idea di scomporre un’interazione complicata in interazioni elementari e poi ricomporle. Questi metodi funzionano, ma producono spesso espressioni lunghe e poco trasparenti. Avere una formula chiusa significa disporre di una regola diretta che vale per tutti i casi della famiglia, senza dover ricostruire ogni volta il risultato passo per passo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il lavoro racconta con chiarezza come questa formula sia emersa. La struttura generale del problema era già nota: il tipo di ampiezze, il regime cinematica in cui diventano non nulle, il modo di calcolarle tramite procedimenti ricorsivi. Ciò che mancava era una forma semplice e generale. In questo spazio ben definito è stata proposta una congettura iniziale generata con l’aiuto di un modello linguistico. &lt;strong&gt;Una congettura, in matematica e in fisica teorica, è una proposta: una forma possibile che sembra funzionare, ma che deve essere dimostrata e verificata&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da quel momento in poi il lavoro segue un percorso classico. La formula viene dimostrata con metodi analitici, cioè con passaggi matematici espliciti che mostrano perché deve essere vera. Poi viene controllata con un metodo indipendente, basato su una costruzione ricorsiva standard, per assicurarsi che produca gli stessi risultati. Infine, viene sottoposta a una serie di test di consistenza che ogni ampiezza di scattering deve soddisfare: simmetrie, relazioni note tra configurazioni diverse, proprietà che derivano dalla struttura profonda della teoria. Il fatto che la formula superi questi controlli è il punto scientificamente rilevante.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un aspetto interessante, spiegato nel lavoro, riguarda la struttura stessa di queste ampiezze nel regime considerato. Invece di variare in modo continuo, assumono valori costanti all’interno di regioni ben definite dello spazio dei parametri e cambiano solo quando si attraversano confini precisi tra una regione e l’altra. È un comportamento matematico ordinato, che suggerisce una struttura sottostante semplice e che rende plausibile l’esistenza di una formula compatta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;Il ruolo&amp;nbsp;dell’intelligenza artificiale&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Dentro questo percorso si capisce anche il ruolo effettivo dell’intelligenza artificiale. Non entra come fonte di una nuova teoria, né come sistema che modifica le ipotesi di base della fisica. Il problema è formulato dai fisici, il formalismo è quello costruito negli anni dalla comunità, i metodi di verifica sono quelli standard. &lt;strong&gt;Il contributo specifico sta nell’aver suggerito una forma possibile per la soluzione generale di un sotto-problema ben definito. Il lavoro scientifico vero e proprio consiste poi nel dimostrare che quella forma è corretta e nel collocarla dentro la struttura teorica esistente&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A questo punto diventa necessario chiarire meglio la natura di questo contributo, perché è qui che si concentra la parte più fraintesa dell’intera vicenda. La congettura iniziale non nasce da una comprensione fisica del problema nel senso umano del termine. Nasce dalla capacità del modello di lavorare in modo estremamente efficiente nello spazio delle espressioni matematiche. &lt;strong&gt;Un modello linguistico è addestrato su enormi quantità di testi, e tra questi testi rientra anche una grande quantità di letteratura scientifica e matematica&lt;/strong&gt;. Questo significa che ha interiorizzato, in forma statistica, strutture ricorrenti, schemi di scrittura simbolica, modi tipici di costruire formule compatte a partire da relazioni più complesse.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando viene esposto a un problema ben formulato, con vincoli chiari e con esempi di casi particolari, il modello è in grado di esplorare rapidamente combinazioni simboliche che rispettano quei vincoli. In altre parole, opera come un generatore estremamente efficiente di forme candidate. Non calcola nel senso classico, non dimostra, non verifica: propone strutture plausibili che condensano pattern presenti nei dati di partenza. È proprio questa capacità di condensazione che diventa utile in un contesto come quello delle ampiezze di scattering, dove si sa che esiste una struttura ordinata sottostante ma non si è ancora riusciti a esprimerla in forma compatta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’efficienza deriva da un fatto molto semplice: un essere umano esplora lo spazio delle possibili formule con lentezza, guidato dall’intuizione e dall’esperienza; un modello linguistico può attraversare quello spazio in modo molto più rapido, perché opera per analogia statistica su una quantità enorme di esempi impliciti. &lt;strong&gt;Quando il problema è posto in modo sufficientemente preciso, questa esplorazione può produrre oggetti matematici che somigliano a soluzioni generali&lt;/strong&gt;. La maggior parte di queste proposte non è corretta, ma alcune lo sono, e una di queste può diventare una congettura da testare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il contributo reale, quindi, sta in questa fase iniziale: &lt;strong&gt;la generazione di una forma compatta che si dimostra poi compatibile con tutte le proprietà richieste&lt;/strong&gt;. La dimostrazione, la verifica e l’interpretazione restano attività umane e seguono percorsi standard. Il modello accelera la fase esplorativa, quella in cui si cercano strutture candidate, e lo fa in modo particolarmente efficace quando il problema è ben delimitato e ricco di regolarità matematiche.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo tipo di dinamica non è estraneo alla storia della disciplina. Molte formule importanti sono nate come intuizioni, come pattern intravisti in calcoli particolari e poi generalizzati. Qui la differenza è che l’intuizione iniziale è stata prodotta da uno strumento capace di esplorare combinazioni simboliche con grande rapidità. Il significato scientifico del risultato sta però nella dimostrazione e nella verifica, cioè nei passaggi che trasformano una proposta in un oggetto solido della teoria.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Seguendo da vicino il lavoro, il quadro che emerge è preciso. Il contenuto fisico di fondo resta quello stabilito dal formalismo delle interazioni tra gluoni.&lt;strong&gt; Il risultato riguarda la forma matematica con cui una certa classe di ampiezze può essere descritta in un regime speciale&lt;/strong&gt;. La novità sta nella compattezza e nella generalità della formula, che permette di cogliere in un colpo solo ciò che prima richiedeva costruzioni iterative. In fisica teorica questo tipo di semplificazione ha valore perché rende più visibile la struttura delle equazioni e può facilitare sviluppi successivi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;Nuove possibilità per l'AI nella scienza&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Il contributo si colloca quindi all’interno di un processo ben riconoscibile: un problema noto, una regione particolare dello spazio delle soluzioni, una congettura iniziale, una dimostrazione rigorosa, controlli indipendenti. In questo quadro emerge con chiarezza anche un aspetto più generale, che va oltre il singolo risultato.&lt;strong&gt; Siamo di fronte a una nuova applicazione importante degli strumenti linguistici in un ambito che fino a poco tempo fa non rientrava tra i loro usi naturali&lt;/strong&gt;. La capacità di muoversi nello spazio delle espressioni simboliche, di individuare strutture compatte e di suggerire congetture matematiche mostra una versatilità inattesa e una reale efficienza operativa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Allo stesso tempo, proprio la lettura accurata del lavoro chiarisce i confini di questo contributo.&lt;/strong&gt; Il modello opera come uno strumento a disposizione degli scienziati, inserito in un processo che resta interamente guidato da chi conosce il problema, ne definisce i vincoli, verifica i risultati e li interpreta nel contesto della teoria. La fase decisiva, quella che trasforma una proposta in conoscenza consolidata, resta affidata alla dimostrazione e ai controlli concettuali. &lt;strong&gt;L’episodio mostra quindi la maturazione di una tecnologia capace di entrare con efficacia in territori inizialmente non esplorati&lt;/strong&gt;, contribuendo alla fase esplorativa del lavoro teorico, e allo stesso tempo ne definisce con precisione il ruolo: uno strumento potente, flessibile e sempre più utile, integrato nella pratica scientifica, al di là delle semplificazioni e delle letture enfatiche che nascono quando non si segue con attenzione ciò che è stato effettivamente ottenuto, ipotizzando la comparsa di uno “scienziato artificiale” che, almeno in questa occasione, non è certo avvenuta.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/17/152353635-63e5710c-51e5-4be0-9804-c1fec03cd537.jpg" length="14228" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 14:57:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8671952</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-17T14:57:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Come crolla il mito del digiuno intermittente</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/17/news/come-crolla-il-mito-del-digiuno-intermittente-8664947/</link>
      <description>&lt;p&gt;Negli ultimi anni il &lt;strong&gt;digiuno intermittente&lt;/strong&gt; ha assunto una visibilità crescente nel discorso pubblico sulla salute e sul controllo del peso, accompagnato da una serie di interpretazioni fisiologiche che gli attribuiscono proprietà specifiche legate alla scansione temporale dell’alimentazione. Una revisione sistematica pubblicata nella &lt;a href="https://www.cochranelibrary.com/cdsr/doi/10.1002/14651858.CD015610.pub2/full"&gt;Cochrane Database of Systematic Reviews&lt;/a&gt;&amp;nbsp;consente di valutare queste ipotesi alla luce di dati sperimentali costruiti per il confronto diretto tra strategie dietetiche diverse, cioè studi randomizzati e controllati in cui il digiuno intermittente viene posto accanto alla restrizione calorica tradizionale o all’assenza di intervento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’analisi ha incluso 22 studi clinici randomizzati, per un totale di 1.995 adulti con sovrappeso o obesità, nei quali sono state sperimentate forme differenti di digiuno intermittente, come il digiuno a giorni alterni, gli schemi settimanali 5:2 e l’alimentazione limitata a finestre temporali giornaliere. &lt;strong&gt;La durata massima degli studi raggiungeva i dodici mesi&lt;/strong&gt;. I risultati sono stati valutati mettendo a confronto la perdita di peso ottenuta con questi schemi rispetto a quella osservata con raccomandazioni dietetiche standard basate su una restrizione calorica continua, oppure in assenza di intervento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il punto centrale che emerge da questo insieme di dati è semplice nella sua formulazione e rilevante nelle implicazioni: &lt;strong&gt;la perdita di peso associata al digiuno intermittente risulta sostanzialmente sovrapponibile a quella ottenuta con altre strategie dietetiche quando il deficit calorico complessivo è comparabile. In altre parole, a parità di riduzione dell’energia introdotta, il modo in cui i pasti vengono distribuiti nel tempo non produce un effetto indipendente e misurabile sulla perdita di peso&lt;/strong&gt;. Il confronto con l’assenza di intervento mostra una riduzione modesta, coerente con un apporto calorico inferiore, e contribuisce a chiarire che il meccanismo operativo rimane quello della deprivazione energetica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo risultato ha un valore interpretativo preciso, perché tocca uno dei punti più discussi negli ultimi anni: l’idea che la struttura temporale dell’alimentazione possa, di per sé, attivare meccanismi metabolici specifici, legati ai ritmi circadiani, capaci di determinare una perdita di peso superiore rispetto a quella spiegata dal semplice deficit calorico. Gli studi comparativi disponibili non offrono un sostegno convincente a questa ipotesi. Quando due gruppi riducono l’introito energetico in misura simile, uno attraverso il digiuno intermittente e l’altro attraverso una restrizione calorica continua, l’esito sul peso corporeo tende a convergere. &lt;strong&gt;La demitizzazione di una presunta superiorità fisiologica del digiuno intermittente rappresenta quindi il risultato più solido dell’analisi&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Gli altri esiti considerati risultano più difficili da interpretare in modo netto. La qualità della vita è stata valutata in pochi studi e con strumenti non uniformi, senza differenze evidenti tra i diversi approcci dietetici. La probabilità di raggiungere una riduzione del peso pari al 5 per cento, soglia spesso utilizzata in ambito clinico come riferimento pratico, rimane incerta a causa della variabilità dei dati. Il reporting degli effetti indesiderati è incompleto e non consente una valutazione precisa del profilo di sicurezza relativo dei diversi schemi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;A questo si aggiungono limiti strutturali della letteratura disponibile&lt;/strong&gt;. Molti studi hanno campioni contenuti, protocolli eterogenei e durate relativamente brevi, raramente superiori a un anno, mentre l’obesità è una condizione cronica che richiede osservazioni su tempi più lunghi per valutare stabilità dei risultati e mantenimento del peso perso. Anche la generalizzabilità è limitata, perché la maggior parte delle ricerche è stata condotta su popolazioni occidentali, prevalentemente bianche, in contesti controllati, con difficoltà nel trasferire automaticamente le conclusioni ad ambienti diversi, nei quali il comportamento alimentare dipende da variabili sociali e culturali difficili da standardizzare.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Alla luce di questo insieme di dati, il digiuno intermittente si definisce con maggiore precisione per quello che è: &lt;strong&gt;uno schema organizzativo dell’alimentazione che può rappresentare, per alcune persone, un modo pratico per ridurre l’introito calorico complessivo&lt;/strong&gt;. Il beneficio osservato sulla perdita di peso si colloca dentro questa cornice e non mostra segnali di un effetto additivo legato alla distribuzione temporale dei pasti. Il risultato più importante diventa proprio questo chiarimento, perché separa ciò che è stato dimostrato da ciò che è stato attribuito a questa strategia in termini di vantaggi metabolici specifici o di effetti circadiani autonomi.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa distinzione ha anche una ricaduta sul piano pubblico, dato che negli anni si è sviluppato un mercato di diete presentate come fondate su basi scientifiche solide prima che esistessero prove comparative adeguate. I dati disponibili riportano il discorso su un terreno più sobrio: diversi schemi dietetici possono condurre a una riduzione del peso se riescono a produrre e mantenere un deficit calorico;&lt;strong&gt; l’efficacia reale dipende in larga misura dalla sostenibilità individuale nel tempo&lt;/strong&gt;. In questo quadro, l’attribuzione di proprietà fisiologiche speciali a singole strategie alimentari richiede una cautela maggiore di quella mostrata finora, perché il confronto diretto tra interventi indica che il fattore determinante rimane la quantità totale di energia introdotta, non la sua distribuzione lungo l’arco della giornata o della settimana.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/16/133900767-1e09493e-fc0e-4258-ab72-d9ee54dc1122.jpg" length="4649" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Tue, 17 Feb 2026 04:27:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8664947</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-17T04:27:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>L'immaginazione degli animali</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/12/news/l-immaginazione-degli-animali-8647219/</link>
      <description>&lt;p&gt;I confini che abbiamo tracciato tra noi e gli altri animali si sono sempre presentati come linee nette solo a posteriori, quando li osserviamo attraverso il filtro delle nostre categorie mentali. &lt;strong&gt;Nel corso degli ultimi decenni queste linee hanno continuato a spostarsi, a perdere rigidità, a rivelarsi costruzioni storiche più che separazioni naturali. &lt;/strong&gt;Ogni volta che una capacità ritenuta esclusivamente umana viene indagata con strumenti sperimentali più raffinati, emerge una continuità inattesa. Prima è toccato all’uso di strumenti, poi alla comprensione delle intenzioni, poi alla memoria episodica, poi alla comunicazione simbolica elementare. Ora la pressione dei dati si esercita su un altro territorio che sembrava particolarmente intimo: quello dell’immaginazione.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un recente &lt;a href="https://www.science.org/doi/10.1126/science.adz0743"&gt;lavoro sperimentale&lt;/a&gt;&amp;nbsp;ha messo alla prova, con una finezza metodologica notevole, &lt;strong&gt;la possibilità che un grande primate sia in grado di trattare mentalmente oggetti inesistenti, seguirne gli spostamenti e mantenere una rappresentazione coerente di qualcosa che non è presente. &lt;/strong&gt;Il protocollo è semplice solo in apparenza. Gli sperimentatori simulano la presenza di un oggetto o di una sostanza che non c’è, fingono di spostarlo da un contenitore all’altro, e verificano se l’animale riesce a indicare dove si troverebbe, come se fosse reale. &lt;strong&gt;La forza del risultato emerge dalla coerenza delle scelte lungo sequenze ripetute di prove e dalla capacità di mantenere una traccia mentale stabile dell’oggetto evocato nella scena condivisa. &lt;/strong&gt;Il comportamento osservato rivela una rappresentazione interna che accompagna l’intera sequenza delle azioni. L’animale segue la logica della situazione fittizia, conserva memoria della posizione dell’oggetto inesistente e orienta le proprie risposte in modo sistematico. Quando nello stesso contesto compare un elemento concreto, la distinzione tra i due livelli rimane salda e guida le scelte con precisione. &lt;strong&gt;Si delinea così la presenza di una struttura mentale capace di operare su due piani contemporaneamente: quello della percezione immediata e quello della rappresentazione evocata.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;In termini cognitivi, questa facoltà corrisponde a ciò che nello sviluppo umano si manifesta nel gioco simbolico dei bambini. Quando un oggetto diventa qualcos’altro, quando una situazione viene trattata come se fosse diversa da quella che appare, entra in gioco una struttura mentale che consente di costruire rappresentazioni sganciate dal qui e ora. &lt;strong&gt;Da questa base si sviluppano progressivamente la pianificazione, la narrazione, la simulazione del futuro, la capacità di immaginare scenari alternativi. &lt;/strong&gt;L’emergere di una competenza di questo tipo in un altro primate colloca la sua origine in una fase molto più antica della storia evolutiva. Il significato evolutivo è profondo. La presenza di una rappresentazione coerente di oggetti inesistenti e la gestione parallela di ciò che è percepito e di ciò che è evocato mentalmente indicano che le basi cognitive dell’immaginazione affondano in un terreno condiviso. &lt;strong&gt;Le differenze tra specie assumono così la forma di sviluppi progressivi, con livelli crescenti di complessità e di integrazione culturale. &lt;/strong&gt;Questa dinamica è ormai familiare. Ogni volta che la ricerca si spinge a testare con rigore una capacità mentale, l’immagine dell’eccezionalità umana si trasforma. La nostra specie resta unica per l’ampiezza delle sue costruzioni simboliche, per la densità delle sue istituzioni culturali, per la potenza combinatoria del linguaggio. Tuttavia il terreno cognitivo su cui tutto questo poggia si rivela sempre più continuo con quello di altre specie. L’immaginazione entra a pieno titolo in questa traiettoria di avvicinamento.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;In questa prospettiva, la possibilità di rappresentare mentalmente ciò che non è presente assume la forma di una capacità che si è sviluppata gradualmente. &lt;strong&gt;La manipolazione di queste rappresentazioni, la loro stabilità nel tempo, la loro integrazione con il comportamento costituiscono passaggi evolutivi di grande portata. Il fatto che se ne colga una versione operativa in un altro primate suggerisce che la nostra mente si sia formata su una base cognitiva già articolata.&lt;/strong&gt; L’effetto complessivo è quello di un progressivo avvicinamento. Le distanze che avevamo tracciato per definire noi stessi si rivelano sempre più come linee provvisorie, utili per orientarsi ma incapaci di resistere alla pressione delle osservazioni. Ogni nuova evidenza aggiunge un tassello a un quadro in cui la continuità evolutiva diventa sempre più visibile. La nostra capacità di costruire mondi possibili, di immaginare ciò che non c’è, di proiettare scenari nel tempo resta straordinaria per ampiezza e per profondità, con radici che affondano in una storia comune, in cui le prime forme di rappresentazione sganciate dalla realtà hanno cominciato a emergere molto prima che comparisse la nostra specie.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa consapevolezza modifica il modo in cui pensiamo a noi stessi. L’identità umana trova una collocazione più precisa dentro una genealogia.&lt;strong&gt; L’immaginazione, che spesso consideriamo il nucleo più intimo della nostra esperienza mentale, appare come l’esito di un lungo processo evolutivo, fatto di continuità e trasformazioni. &lt;/strong&gt;La linea che separa noi dagli altri animali resta, ma diventa sempre più sottile, sempre più permeabile, sempre più simile a una sfumatura che a un confine. Altro che animali non senzienti di lollobrigidiana memoria.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/11/133716655-3cee5826-784c-464b-b4b0-7c357564084e.jpg" length="21458" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Thu, 12 Feb 2026 03:19:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8647219</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-12T03:19:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>La Francia cerca talenti scientifici internazionali, mentre l'Italia resta immobile</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/11/news/la-francia-cerca-talenti-scientifici-internazionali-mentre-l-italia-resta-immobile-8642977/</link>
      <description>&lt;p&gt;Come riportato da &lt;a href="https://www.nature.com/articles/d41586-026-00405-2"&gt;Nature&lt;/a&gt;, la Francia ha finanziato 46 ricercatori stranieri attraverso il programma Choose France for Science, con uno stanziamento superiore a 30 milioni di euro e con una scelta molto precisa: quarantuno di questi studiosi provengono da istituzioni statunitensi. &lt;strong&gt;L’iniziativa si colloca dentro una strategia europea più ampia che, nel giro di pochi mesi, ha visto moltiplicarsi i programmi di attrazione dei talenti scientifici internazionali fino a superare il centinaio, sostenuti complessivamente da quasi 900 milioni di euro&lt;/strong&gt;. Nello stesso periodo, le candidature di ricercatori basati negli Stati Uniti ai grant dell’European Research Council sono più che raddoppiate, segnale che un movimento, ancora contenuto ma percepibile, è in atto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il contesto da cui prende forma questa dinamica è ben delineato. Durante il secondo mandato di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/donald-trump/"&gt;Donald Trump&lt;/a&gt; si sono verificati tagli a finanziamenti, ridimensionamenti di agenzie scientifiche federali, maggiore controllo sulle università e l’interruzione di programmi di collaborazione internazionale. Alcuni episodi hanno assunto un valore simbolico forte, come il congelamento di centinaia di milioni di dollari di fondi alla Columbia University, poi in parte ripristinati dopo un accordo economico con il governo federale, o i licenziamenti che hanno colpito anche figure apicali in strutture pubbliche come la Nasa. In questo quadro si collocano le storie individuali dei ricercatori che si stanno spostando: il matematico Zhongkai Tao, già a Berkeley, ha scelto l’Institut des Hautes Études Scientifiques di Parigi per avviare un nuovo gruppo di ricerca sulla teoria spettrale geometrica; l’astrofisico Kartik Sheth, allontanato dalla Nasa durante i licenziamenti dello scorso anno, lavorerà per tre anni ad Aix-Marseille, con fondi sufficienti a costruire una piccola squadra composta da studenti e postdoc.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I profili reclutati riguardano settori strategici per l’Europa, con una concentrazione evidente su clima, biodiversità e sostenibilità&lt;/strong&gt;. Quasi metà dei nuovi arrivi si distribuirà nell’area parigina, mentre dodici ricercatori raggiungeranno Aix-Marseille, che ha lanciato un proprio programma, Safe Place for Science, da circa 15 milioni di euro. Tra questi c’è anche Alka Patel, storica dell’arte e dell’architettura proveniente dall’Università della California a Irvine. Altri spostamenti non rientrano formalmente nel programma nazionale, ma seguono la stessa traiettoria. Pleuni Pennings, biologa evoluzionista, ha trasferito il suo laboratorio da San Francisco State University all’Università di Montpellier e ha indicato come ragioni principali le restrizioni sull’immigrazione, il clima politico e la crescente difficoltà a ottenere finanziamenti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La portata numerica del fenomeno resta, per ora, limitata e non produce effetti strutturali immediati sugli Stati Uniti, dove il sistema accademico conta più di un milione e mezzo di docenti&lt;/strong&gt; e può contare su agenzie come il National Institutes of Health, con un bilancio di circa 48 miliardi di dollari, che restano una forza di attrazione difficilmente eguagliabile. Anche tra i ricercatori che si spostano, molti parlano di periodi di lavoro temporanei e di progetti condivisi, non di trasferimenti definitivi. Tuttavia, osservare questi movimenti solo in termini quantitativi significa perdere il senso del processo in atto. La scienza funziona per accumulo di capitale umano, per reti che si formano e si consolidano nel tempo, per gruppi che si espandono e generano nuove generazioni di ricercatori. &lt;strong&gt;Quando uno scienziato di alto livello si sposta, porta con sé progetti, collaborazioni, reputazione, capacità di attrarre fondi e studenti&lt;/strong&gt;. Le conseguenze si distribuiscono negli anni e trasformano il tessuto della ricerca più di quanto suggeriscano i numeri iniziali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La Francia ha compreso questa logica e ha agito con rapidità, utilizzando il piano France 2030 da 54 miliardi di euro per cofinanziare le posizioni, lasciando alle istituzioni ospitanti il compito di integrare le risorse e costruire attorno ai nuovi arrivi gruppi di lavoro stabili. Il messaggio politico è esplicito e coerente: offrire spazio e libertà a chi vuole continuare a fare ricerca ad alto livello. &lt;strong&gt;Il risultato è un investimento relativamente contenuto in termini assoluti, capace però di produrre un effetto moltiplicatore&lt;/strong&gt;. Ogni laboratorio che si trasferisce o si crea porta con sé nuove linee di ricerca, nuovi studenti, nuove connessioni internazionali. In prospettiva, questo rafforza interi settori scientifici e li rende più competitivi anche sul piano industriale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per l’Europa nel suo insieme si apre una finestra rara. Le grandi migrazioni scientifiche non nascono da un singolo fattore, ma da un intreccio di opportunità e percezioni. Quando un sistema appare instabile o meno accogliente, altri sistemi possono crescere più rapidamente se sono pronti a intercettare i flussi in entrata. I&lt;strong&gt; programmi europei stanno costruendo questa capacità di risposta&lt;/strong&gt;. Non si tratta di sottrarre ricercatori agli Stati Uniti, ma di creare condizioni in cui lavorare in Europa diventi una scelta naturale per chi cerca continuità, autonomia e finanziamenti adeguati. Il fatto che le domande provenienti da ricercatori americani verso l’ERC siano raddoppiate indica che il segnale è stato colto.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Dentro questo quadro, la posizione italiana appare immobile&lt;/strong&gt;. A livello governativo non esiste una strategia comparabile per attrarre in modo sistematico scienziati stranieri o per intercettare i flussi che si stanno generando. Mentre altri paesi costruiscono programmi dedicati, fondi mirati e percorsi amministrativi rapidi, l’Italia rimane ferma, prigioniera di un sistema universitario che fatica già a garantire condizioni dignitose ai propri ricercatori. A questa inerzia istituzionale si affianca un clima accademico diffuso di timore e chiusura. &lt;strong&gt;Molti docenti e ricercatori, stretti in carriere precarie e in risorse scarse, percepiscono l’arrivo di colleghi stranieri come una minaccia diretta&lt;/strong&gt;, come se l’apertura internazionale dovesse comprimere ulteriormente spazi già ridotti. È una reazione comprensibile sul piano umano, ma devastante sul piano strategico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Si crea così un intreccio pericoloso tra assenza di visione politica e difesa corporativa di posizioni fragili. In queste condizioni, anche un eventuale programma di attrazione rischierebbe di incontrare resistenze interne. Il risultato è un sistema che resta marginale proprio nel momento in cui l’Europa sta ridefinendo i propri equilibri scientifici. L’Italia possiede centri di eccellenza, tradizioni solide e una capacità di ricerca riconosciuta, ma non offre né stabilità né prospettive tali da competere con chi si muove con decisione. L’immobilità istituzionale e la paura diffusa negli ambienti accademici formano un cocktail micidiale che rende il paese poco attrattivo per chi arriva dall’estero e poco capace di trattenere chi si è formato al suo interno.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/10/173332887-541cfe02-206d-4405-96ea-32127bc70686.jpg" length="20184" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Wed, 11 Feb 2026 04:15:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8642977</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-11T04:15:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>È morto il fisico Antonino Zichichi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/09/news/e-morto-il-fisico-antonino-zichichi-8635163/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;È morto a 96 anni il fisico Antonino Zichichi&lt;/strong&gt;, autore di numerose e importanti ricerche, contributi e realizzazioni in vari campi della fisica nucleare e subnucleare, lo scienziato che arrivò alla scoperta dell'antimateria.&amp;nbsp;A lui&amp;nbsp;di deve la scoperta dell'antideutone, la determinazione accurata della costante di accoppiamento delle interazioni deboli e del momento magnetico anomalo del muone e studi sulla struttura elettromagnetica del protone.&lt;strong&gt; Con la sua scomparsa, l'Italia perde uno dei suoi più noti scienziati, una figura centrale nella storia della fisica&amp;nbsp;del Novecento&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nato a Trapani il 15 ottobre 1929, Zichichi si è formato tra i banchi del liceo classico Ximenes della sua città. Dopo la laurea in fisica all'Università di Palermo con Donato Palumbo, si è trasferito&amp;nbsp;prima al Fermilab di Chicago e poi al Cern di Ginevra. È qui, nel 1965, che ha guidato un gruppo di ricerca che, per la prima volta nella storia, ha osservato l'antideutone: una forma di antimateria nucleare: una scoperta epocale, realizzata in contemporanea a un team americano del Brookhaven National Laboratory, che lo ha consacrato definitivamente come scienziato di caratura internazionale.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Nel 1963, inoltre, ha fondato&amp;nbsp;il Centro di cultura scientifica Ettore Majorana a Erice:&amp;nbsp;un piccolo borgo medievale&amp;nbsp;siciliano diventato, grazie a lui, un crocevia mondiale della scienza&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Per oltre quarant'anni ha insegnato Fisica Superiore all'Università di Bologna, firmando ricerche fondamentali sul momento magnetico del muone, sulla struttura del protone, sulle interazioni deboli e forti, fino a ipotesi teoriche sulla composizione ultima della materia. Fra le sue scoperte si ricorda&amp;nbsp;il primo barione contenente un quark della terza famiglia e lo studio del cosiddetto effetto 'leading' nei barioni. &lt;strong&gt;Innumerevoli anche le invenzioni sperimentali: dallo spettrometro a massa mancante con neutroni ad alta risoluzione a circuiti elettronici per misurare i tempi di volo delle particelle subnucleari&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A lui si deve l'organizzazione di&amp;nbsp;grandi imprese scientifiche. Tra queste, il progetto Hera ad Amburgo per lo studio degli urti elettrone-quark, il Lep e il Laa al Cern di Ginevra, e soprattutto i Laboratori Nazionali del Gran Sasso, il più grande centro sotterraneo del mondo dedicato allo studio dei neutrini e della stabilità nucleare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"&lt;strong&gt;Una mente gigantesca, una curiosità senza fine&lt;/strong&gt;, una voce che ha saputo accendere la scienza nel cuore delle persone. Con profonda emozione saluto Antonino Zichichi, uno dei più grandi scienziati italiani del nostro tempo, protagonista assoluto della fisica mondiale e maestro di generazioni", ha commentato su 'X' Anna Maria Bernini, ministro dell'Università e della Ricerca. "Esprimiamo cordoglio e vicinanza ai suoi familiari e alle persone che hanno lavorato con lui nella sua lunga attività scientifica", ha detto&amp;nbsp;la segretaria del Pd Elly Schlein.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/09/112750992-6e84de6a-1501-460c-9699-0957ba8c63ef.jpg" length="13631" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Mon, 09 Feb 2026 11:14:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8635163</guid>
      <dc:date>2026-02-09T11:14:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>L'impronta dei padri nello sviluppo dei figli</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/06/news/l-impronta-dei-padri-nello-sviluppo-dei-figli-8622284/</link>
      <description>&lt;p&gt;Per lungo tempo la biologia della riproduzione ha descritto il contributo dei due genitori alla generazione successiva in termini formalmente simmetrici ma funzionalmente asimmetrici. Madre e padre forniscono ciascuno metà del patrimonio genetico, cioè metà della sequenza del Dna&amp;nbsp;che costituisce il genoma dell’embrione. Tuttavia, mentre il contributo materno veniva considerato determinante per l’avvio e la regolazione dello sviluppo, il ruolo paterno veniva interpretato soprattutto come trasmissione della sequenza genetica. &lt;a href="https://www.nature.com/articles/s41585-026-01128-9"&gt;Un recente contributo scientifico&lt;/a&gt; di una collaborazione fra ricercatori italiani operanti in Italia e in centri internazionali riassume un insieme di evidenze che impongono di riconsiderare questa impostazione, &lt;strong&gt;mostrando come lo spermatozoo trasporti informazioni regolatorie capaci di influenzare direttamente lo sviluppo embrionale e la salute delle generazioni successive.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La questione ruota attorno all’epigenetica, cioè all’insieme dei meccanismi che regolano l’attività dei geni senza modificare la sequenza del Dna. Il genoma contiene le istruzioni necessarie alla costruzione dell’organismo, ma il loro utilizzo dipende da sistemi che stabiliscono quali geni devono essere attivati, in quali cellule e in quali momenti dello sviluppo. Questi sistemi regolatori sono costituiti da modificazioni chimiche del Dna, da modificazioni delle proteine che organizzano il Dna e da molecole di Rna che modulano l’espressione genica.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Lo spermatozoo contiene diverse forme di questa informazione regolatoria.&lt;/strong&gt; Una riguarda la metilazione del Dna, una modificazione chimica che consiste nell’aggiunta di gruppi metilici su specifiche basi nucleotidiche. La distribuzione di queste modificazioni influenza l’attività genica ed è sensibile a condizioni metaboliche e ambientali dell’organismo. Alimentazione, obesità, esposizioni a sostanze tossiche e variabili fisiologiche possono modificare questi pattern nello spermatozoo. Un secondo livello riguarda l’organizzazione fisica del Dna. Nelle cellule, il Dna è avvolto attorno a proteine chiamate istoni, che regolano l’accessibilità dei geni. Durante la formazione degli spermatozoi, la maggior parte degli istoni viene sostituita da proteine che consentono una compattazione estremamente intensa del materiale genetico. Una parte degli istoni rimane però associata a regioni genomiche coinvolte nella regolazione dello sviluppo embrionale e conserva modificazioni chimiche che influenzano l’attivazione dei geni nelle prime fasi della vita. Un terzo livello è costituito da molecole di Rna&amp;nbsp;non codificanti presenti nello spermatozoo. L’Rna&amp;nbsp;è una molecola che partecipa alla traduzione dell’informazione genetica e alla regolazione dell’attività genica. Alcune classi di Rna&amp;nbsp;non producono proteine ma modulano direttamente l’espressione dei geni e risultano particolarmente sensibili allo stato metabolico e ambientale dell’organismo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Un passaggio cruciale riguarda ciò che accade dopo la fecondazione. Le cellule embrionali attraversano una fase in cui gran parte delle modificazioni epigenetiche ereditarie viene rimossa, processo necessario affinché le cellule acquisiscano la capacità di differenziarsi in tutti i tessuti dell’organismo. Le evidenze sperimentali mostrano che questa cancellazione non coinvolge tutte le regioni del genoma. Alcune aree, in particolare quelle associate a geni regolatori dello sviluppo e a sistemi di imprinting parentale, conservano marcatori epigenetici. La persistenza di questi segnali consente la trasmissione di informazioni regolatorie tra generazioni.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Le condizioni ambientali e fisiologiche possono influenzare questi meccanismi. &lt;/strong&gt;Esposizioni a sostanze chimiche persistenti, metalli pesanti e composti derivanti dalla trasformazione industriale degli alimenti sono state associate a modificazioni epigenetiche nello spermatozoo. Anche fattori fisici, come l’aumento della temperatura corporea o ambientale, possono alterare la funzione riproduttiva maschile attraverso modificazioni epigenetiche di geni coinvolti nella fertilità. La sensibilità dello spermatozoo a queste variabili suggerisce che parte delle informazioni biologiche trasmesse alla prole rifletta la storia ambientale e fisiologica del padre. Le implicazioni cliniche emergono direttamente da questo quadro. La salute preconcezionale non può essere interpretata come fenomeno confinato alla fisiologia materna. Le condizioni metaboliche, ambientali e lavorative del padre contribuiscono alla definizione dei fattori che influenzano lo sviluppo embrionale e la salute della prole. L’analisi dell’epigenoma spermatico viene studiata come possibile strumento per comprendere forme di infertilità e per individuare segnali precoci di vulnerabilità biologica nelle generazioni successive. La prevenzione riproduttiva assume quindi una dimensione condivisa tra i due genitori.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Il rilievo più ampio riguarda la struttura dei meccanismi ereditari.&lt;/strong&gt; La sequenza genetica rappresenta solo uno dei livelli attraverso cui l’informazione biologica viene trasmessa tra generazioni. Segnali epigenetici contribuiscono a determinare il modo in cui il patrimonio genetico viene utilizzato durante lo sviluppo. L’ereditarietà include quindi una componente regolatoria che riflette l’interazione tra organismo e ambiente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’epigenetica paterna interviene direttamente sulla fitness della prole, cioè sulla capacità degli individui di sopravvivere e riprodursi nel contesto ambientale in cui si sviluppano. I segnali regolatori trasmessi attraverso lo spermatozoo si combinano con quelli di origine materna, generando un assetto informazionale che contribuisce a determinare le traiettorie di sviluppo dell’organismo. Il peso relativo di questi contributi è ancora oggetto di ricerca e può variare in funzione del tratto biologico e del contesto ambientale.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;La presenza di questi meccanismi modifica il modo in cui si interpreta l’azione della selezione naturale.&lt;/strong&gt; La selezione non opera esclusivamente sulla variabilità genetica della popolazione, intesa come differenze nella sequenza del Dna. Opera su organismi il cui sviluppo dipende dall’integrazione di più livelli informazionali: la sequenza genetica, la storia dello sviluppo individuale, l’ambiente in cui l’organismo cresce e la memoria parziale delle condizioni ambientali vissute dai genitori e trasmessa attraverso segnali epigenetici. Questo introduce una dimensione intermedia tra mutazione genetica e plasticità individuale. Le condizioni ambientali sperimentate dai genitori possono modulare la regolazione genica della generazione successiva senza modificare la sequenza del Dna. &lt;strong&gt;La variabilità fenotipica disponibile per la selezione naturale può quindi essere influenzata non soltanto da mutazioni genetiche, ma anche da modificazioni regolatorie legate all’esperienza biologica delle generazioni precedenti.&lt;/strong&gt;&amp;nbsp;La linea germinale emerge come un sistema di integrazione tra esperienza biologica individuale e trasmissione ereditaria. Lo spermatozoo conserva tracce molecolari delle condizioni fisiologiche e ambientali vissute dal padre e le trasferisce all’embrione. La riproduzione appare così come un processo in cui la generazione successiva eredita non soltanto sequenze genetiche, ma anche modalità regolatorie che contribuiscono a orientare lo sviluppo e, di conseguenza, le dinamiche evolutive delle popolazioni.&lt;/p&gt;</description>
      <enclosure url="https://img-prod.ilfoglio.it/2026/02/05/160518532-836e4e64-3a61-491b-ab2f-80c224ac7be1.jpg" length="54900" type="image/jpeg" />
      <pubDate>Fri, 06 Feb 2026 04:53:00 GMT</pubDate>
      <guid isPermaLink="false">kolumbus:ilfoglio:8622284</guid>
      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-06T04:53:00Z</dc:date>
    </item>
  </channel>
</rss>
