Cosa sappiamo del focolaio di hantavirus sulla nave da crociera MV Hondius

Le persone coinvolte sono sei: tre decedute, una ricoverata in terapia intensiva in Sud Africa e due sintomatiche ancora a bordo. L’OMS rassicura sul fatto che ci sia un rischio basso per la popolazione generale, ma sono in corso indagini su origine e modalità di trasmissione


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4 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 02:04 PM
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La nave da crociera Mv Hondius ancorata a Capo Verde (LaPresse)

La MV Hondius, nave da crociera di spedizione gestita dalla compagnia olandese Oceanwide Expeditions, era partita da Ushuaia, nel sud dell’Argentina, per una traversata presentata dalla compagnia come spedizione antartica. L’itinerario prevedeva il passaggio in Antartide, alle Falkland, in Georgia del Sud, a Nightingale Island, Tristan da Cunha, Sant’Elena e Ascensione, prima dell’arrivo nelle acque di Capo Verde, dove la nave è giunta il 3 maggio 2026. A bordo si trovavano circa 150 passeggeri, in larga parte turisti stranieri; Reuters ha indicato una presenza prevalente di cittadini britannici, statunitensi e spagnoli.
Durante la navigazione è comparso un gruppo di malattie gravi compatibili con infezione da hantavirus. La prima morte ricostruita dalle autorità sudafricane riguarda un passeggero olandese di 70 anni che, mentre la nave si trovava nell’Atlantico meridionale, aveva sviluppato febbre, cefalea, dolore addominale e diarrea. L’uomo è morto a bordo e il corpo è stato sbarcato a Sant’Elena. La moglie, di 69 anni, è stata trasferita in Sud Africa, dove è collassata all’aeroporto internazionale OR Tambo di Johannesburg ed è poi morta in ospedale. Dopo la partenza da Sant’Elena si è ammalato anche un passeggero britannico, sbarcato ad Ascensione e successivamente trasferito in una clinica privata di Johannesburg, dove un test di laboratorio ha confermato l’infezione da hantavirus.
Un terzo passeggero è morto nel corso della stessa vicenda. Oceanwide Expeditions ha riferito a Reuters che si trattava di un cittadino tedesco. La compagnia ha comunicato inoltre che due membri dell’equipaggio, indicati da Reuters come un cittadino britannico e uno olandese, presentavano sintomi compatibili e avevano bisogno di assistenza medica urgente. La nave è rimasta al largo di Capo Verde, senza autorizzazione ad attraccare nel porto di Praia, perché le autorità capoverdiane hanno motivato la misura precauzionale con la tutela della salute pubblica nazionale, mentre la compagnia valutava possibili sbarchi o procedure di screening a Las Palmas o Tenerife.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha descritto l’episodio come un evento di sanità pubblica riguardante una nave da crociera nell’Atlantico. Secondo i dati comunicati dall’OMS, le persone coinvolte erano sei: tre decedute, una ricoverata in terapia intensiva in Sud Africa e due sintomatiche ancora a bordo. L’OMS ha dichiarato che erano in corso ulteriori test di laboratorio, indagini epidemiologiche e sequenziamento del virus. Il direttore regionale per l’Europa, Hans Kluge, ha indicato un rischio basso per il pubblico generale e ha affermato che, sulla base dei dati disponibili, non vi erano ragioni per panico o restrizioni generalizzate di viaggio.
La vicenda va letta come un evento sanitario severo, con un caso confermato di infezione da hantavirus, altri casi sospetti e tre decessi, il cui significato epidemiologico dipende però dal meccanismo di trasmissione. Gli hantavirus hanno un ciclo naturale centrato soprattutto sui roditori. Alcune specie di topi e ratti possono ospitare il virus senza sviluppare una malattia evidente e liberarlo nell’ambiente attraverso urine, feci e saliva. L’uomo si infetta quando entra in contatto con materiale contaminato, soprattutto respirando polveri o particelle aerosolizzate provenienti da ambienti infestati. Più persone possono quindi ammalarsi nello stesso intervallo di tempo perché hanno condiviso la stessa esposizione ambientale.
Una nave da crociera è un ambiente chiuso e richiede una gestione prudente, con isolamento e cura dei casi, monitoraggio dei contatti e sorveglianza degli altri passeggeri e dell’equipaggio per il tempo compatibile con l’incubazione. Nel caso degli hantavirus, però, l’indagine principale riguarda la sorgente. Bisogna capire se la contaminazione sia avvenuta a bordo, per esempio in un deposito, in un locale tecnico o in un’area dove roditori infetti abbiano avuto accesso a materiali e superfici, oppure prima o durante una tappa del viaggio. Poiché l’incubazione può durare da una a otto settimane, il momento di comparsa dei sintomi non permette, da solo, di identificare il luogo del contagio.
La gravità clinica non va sottovalutata. Gli hantavirus delle Americhe possono provocare una sindrome cardiopolmonare severa, nella quale una fase iniziale spesso poco specifica, con febbre, malessere e sintomi gastrointestinali, può evolvere rapidamente verso insufficienza respiratoria e instabilità circolatoria. Il bersaglio critico è l’endotelio, cioè il rivestimento interno dei piccoli vasi sanguigni. Quando questa barriera perde la propria tenuta, il liquido passa dai capillari ai tessuti e può accumularsi nei polmoni, determinando una crisi respiratoria che può richiedere terapia intensiva e, nei casi peggiori, risultare fatale. Una malattia può avere elevata letalità nei casi gravi e bassa capacità di diffusione nella popolazione generale nello stesso tempo.
Il punto più delicato riguarda l’Andes virus, un hantavirus presente in Sud America. In passato alcuni cluster in Argentina e in Cile sono stati interpretati come possibili esempi di trasmissione interumana, e questa interpretazione è entrata in molte sintesi divulgative e in alcune schede sanitarie come dato acquisito. La letteratura recente impone una lettura più cauta. Una revisione sistematica pubblicata sul Journal of Infectious Diseases ha esaminato gli studi disponibili e ha mostrato che le prove comparative, cioè quelle più utili per distinguere un contagio diretto da una co-esposizione ambientale, non sostengono in modo convincente la trasmissione da persona a persona. Gli studi non comparativi lasciano aperta una possibilità, ma presentano un rischio metodologico elevato.
Il problema è la co-esposizione. In un’area endemica, persone vicine tra loro possono avere frequentato lo stesso ambiente contaminato, respirato la stessa polvere, maneggiato gli stessi materiali o avuto contatti indiretti con gli stessi roditori. La loro prossimità sociale può somigliare a una catena di contagio, mentre l’origine reale resta ambientale. Anche la somiglianza genetica tra virus isolati da pazienti diversi richiede cautela, perché sequenze simili possono essere compatibili con una trasmissione diretta, ma anche con l’esposizione allo stesso ceppo presente nei roditori locali. Per dimostrare una catena interumana serve una ricostruzione epidemiologica più forte, fondata sull’identificazione precisa del virus, su una cronologia compatibile dei casi, su un’indagine ambientale accurata e sull’esclusione ragionevole della sorgente comune.
Nel caso della MV Hondius, la trasmissione interumana va considerata un’ipotesi investigativa, soprattutto se il virus confermato risultasse essere Andes virus. L’ipotesi principale resta quella di un cluster zoonotico o ambientale. “Cluster” significa un gruppo di casi collegati nello spazio o nel tempo; il termine non definisce da solo il meccanismo. Un cluster da sorgente comune richiede la ricerca dell’ambiente contaminato, mentre un focolaio sostenuto da contagio umano richiede la ricostruzione di catene successive di trasmissione tra persone. Confondere i due scenari produce cattive decisioni sanitarie e cattiva comunicazione pubblica.
Le autorità devono procedere con conferma diagnostica dei casi sospetti, sequenziamento del virus, ricostruzione degli spostamenti e ispezione ambientale della nave. La sorveglianza dei passeggeri e dell’equipaggio è giustificata. L’assistenza ai malati gravi è prioritaria. La valutazione dei contatti stretti è prudente, soprattutto in attesa dell’identificazione virale. Queste misure sono coerenti con un evento severo e circoscritto. Non implicano che ci si trovi davanti a una nuova minaccia epidemica generale.
La posizione più accurata, allo stato attuale, è questa: la MV Hondius segnala un possibile focolaio di hantavirus con esito clinico grave, probabilmente legato a esposizione ambientale o zoonotica fino a prova contraria. La possibilità di trasmissione interumana deve essere verificata con criteri rigorosi, perché le prove storiche per Andes virus sono controverse e metodologicamente fragili. Il rischio per il pubblico generale appare basso, mentre il rischio per le persone effettivamente esposte può essere molto alto. È questa distinzione, tra gravità della malattia e capacità di diffusione, che deve guidare l’interpretazione del caso.