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La parabola di Mariano Barbacid e del suo studio sul cancro al pancreas
Dal "miracolo" alla ritrattazione ufficiale. Quando una pubblicazione scientifica viene usata come strumento di raccolta fondi prima ancora che la comunità scientifica abbia potuto discuterne con calma
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30 APR 26

Mariano Barbacid (foto ANSA)
C'è una nuova storia che meriterebbe di essere insegnata in ogni corso di giornalismo scientifico, in ogni master di comunicazione della salute, e probabilmente anche in ogni laboratorio di oncologia. Si tratta della parabola di Mariano Barbacid e del suo studio sul cancro al pancreas — una storia che a gennaio 2026 ha inondato i giornali di tutto il mondo con titoli trionfanti, e che il 28 aprile 2026 si è conclusa con la ritrattazione ufficiale da parte della rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Chi scrive, insieme ad altri — tra cui Roberto Burioni, che su Substack aveva già messo in guardia i propri lettori con la consueta precisione — aveva espresso cautela di fronte ai comunicati stampa entusiastici di inizio anno. Quella cautela era giustificata. Anzi: era necessaria.
Vale però la pena cominciare dal 2011, perché questa storia ha un precedente che dimostra come il tempo non ha insegnato nulla. Quindici anni fa, quando era ancora direttore del Centro Nacional de Investigaciones Oncológicas (CNIO) Barbacid annunciò che il suo gruppo aveva scoperto un meccanismo "che impedisce la comparsa e lo sviluppo del cancro al polmone". Nel medesimo comunicato stampa, accusava il Ministero della Scienza spagnolo di frenare la sua ricerca ostacolando l'arrivo di finanziamenti privati. La risposta del ministero — guidato dalla biologa Cristina Garmendia — fu durissima e inusuale: in uno scontro frontale senza precedenti tra un'istituzione pubblica e uno dei suoi ricercatori di punta, il dicastero lamentò le "false aspettative" generate da Barbacid, avvertendo che quelle dichiarazioni "giocano con il dolore e la paura che questa malattia produce nella popolazione" e che "non si devono annunciare risultati ottenuti nei topi come se il passo alla guarigione nell'uomo fosse imminente". Quella reprimenda pubblica avrebbe dovuto funzionare da vaccino. Non ha funzionato.
Alla fine del 2025, un lavoro pubblicato su PNAS e guidato da Barbacid descriveva una "tripla terapia" contro la proteina KRAS che aveva ottenuto la remissione completa del cancro al pancreas in modelli murini. L'articolo era passato quasi inosservato per circa due mesi dalla sua pubblicazione all’inizio di dicembre. Poi, il 27 gennaio 2026, Barbacid organizzò una conferenza stampa affollata in collaborazione con la fondazione privata CRIS contro il cancro, e la notizia diventò mondiale. Quello che seguì è un caso di studio nel contagio mediatico. Newsweek aprì con "Did Scientists Find Pancreatic Cancer Cure?". Euronews scrisse che il risultato "potrebbe essere una pietra miliare nella lotta contro il cancro", titolando sulla "regressione del tumore pancreatico" in termini che lasciavano intendere molto di più di un esperimento sui topi. L'International Business Times UK, l'AOL, il Times of India — con il suo memorabile "Un scienziato spagnolo scopre la cura del cancro al pancreas" — e decine di altre testate in tutto il mondo amplificarono la notizia senza filtro, ciascuna aggiungendo un po' di certezza in più rispetto alla fonte. Pochi giorni dopo, Barbacid apparve nel programma di maggiore ascolto della televisione spagnola, El Hormiguero, dove il conduttore Pablo Motos esclamò in diretta: "È un miracolo". I media italiani — Repubblica, Rai, Il Messaggero e molti altri — si accodarono con lo stesso entusiasmo, rimbalzando i comunicati senza filtro. Il CNIO ricevette la più grande valanga di richieste della sua storia: persone che si rivolgevano all'istituto per essere incluse in trial clinici che semplicemente non esistevano.
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Roberto Burioni intervenne subito. Nel suo articolo su Substack, concluse che "questo studio non annuncia una cura, offre però un'indicazione preziosa", e indicò tre ragioni concrete per cui la traduzione clinica era ancora lontana: i dosaggi usati nei topi erano circa cinque volte superiori a quelli impiegati nei trial clinici sull'uomo per uno dei farmaci coinvolti; un secondo farmaco non era ancora pronto per l'uso clinico; il terzo bersaglio molecolare — la proteina STAT3 — svolge anche funzioni essenziali nell'organismo, rendendo problematica un'inibizione massiva e prolungata. Considerazioni elementari, ma evidentemente non abbastanza diffuse nella catena produttiva dell'informazione.
Non poteva sapere, Burioni, che in realtà i dati stessi dello studio sollevavano altri interrogativi circa la loro integrità, come poi documentato anche su PubPeer. I commenti pubblicati sul portale segnalarono anomalie nelle figure del lavoro: immagini sospettate di essere duplicate, parziali sovrapposizioni di altre, e così via. Queste segnalazioni non ebbero la stessa eco mediatica dei titoli di gennaio. Come ha rivelato El País, la stessa rivista PNAS aveva formalmente avvertito il gruppo di Barbacid che, qualora avesse scelto di reinviare il lavoro per una nuova valutazione, avrebbe dovuto risolvere il problema delle immagini potenzialmente duplicate, oltre a chiarire i conflitti di interesse e citare lo studio ritirato. Il fatto che la rivista abbia ritenuto necessario mettere per iscritto quell'avvertimento dice qualcosa di più di un semplice "refuso formale".
Il 28 aprile è arrivata la ritrattazione. I curatori di PNAS hanno ritirato l'articolo perché Barbacid, in quanto autore contributore e membro della National Academy of Sciences, e due coautrici, Vasiliki Liaki e Carmen Guerra, detengono interessi finanziari in Vega Oncotargets. La policy editoriale della rivista stabilisce esplicitamente che i membri con un interesse competitivo finanziario che possa influenzare significativamente la loro obiettività, o creare un vantaggio competitivo ingiusto, devono inviare il lavoro come "Direct Submission" anziché sfruttare la corsia preferenziale riservata ai membri dell'Accademia. Quella corsia preferenziale — la "Contributed submission" — è un canale con revisione più leggera, selezionato dagli autori stessi tra i pari: un meccanismo già di per sé controverso in termini di rigore, reso incompatibile dalla presenza di conflitti finanziari non dichiarati.
Cos'è Vega Oncotargets? Una società con sede a Salamanca, cofondata da Barbacid e Carmen Guerra nel 2024 per la possibile valorizzazione commerciale dei risultati del gruppo di ricerca. I tre scienziati possiedono il 25 per cento dell'azienda; altri soci includono un imprenditore privato con il 25 per cento, la società di investimenti della Junta de Castilla y León con un altro 25 per cento, la Fondazione CRIS contro il cancro con il 5,2 per cento, e il CNIO stesso con il 5 per cento. Si tratta, in altre parole, di uno spin-off costruito appositamente per monetizzare quella ricerca comunicata a inizio anno — e non dichiarata al momento della pubblicazione dello studio che quella ricerca descriveva. Un dettaglio non secondario: il sito della società era arrivato a dichiarare apertamente di aver ottenuto "la prima terapia efficace contro il cancro al pancreas" — un'affermazione non solo prematura, ma scientificamente infondata per un risultato preclinico su 45 topi. La pagina è stata modificata solo dopo che la stampa spagnola ha cominciato a fare domande. Uno dei soci di Vega Oncotargets ha poi ammesso pubblicamente che era stato un errore: "Abbiamo risultati iniziali molto promettenti, ma è fondamentale non dare false speranze".
La risposta di Barbacid alla ritrattazione, diffusa tramite la sua avvocata, è stata che si trattava di una "mera questione formale" e che si era semplicemente "dimenticato" di menzionare i legami con Vega Oncotargets, senza alcuna mala fede né volontà di occultamento. Una dimenticanza, ammesso che lo sia, che avviene nel mezzo di una campagna di raccolta fondi pubblica via Bizum — con tanto di appello ai donatori e sostegno per diversi milioni di euro da parte di personalità come Antonio Banderas — indirizzata a finanziare il percorso verso i trial clinici: stessa terapia, stesso gruppo, stessa azienda. Raccogliere donazioni sulla base di una pubblicazione in cui non si dichiara di avere una partecipazione nell'impresa creata appositamente per sfruttare commercialmente quella stessa ricerca è, nella migliore delle ipotesi, una questione di trasparenza tutt'altro che banale. Nella peggiore, è qualcosa che i donatori meriterebbero di valutare essi stessi con piena informazione. Se poi quella pubblicazione si sostiene su dati palesemente problematici, siamo di fronte alla produzione di un articolo che come minimo è frettoloso, pubblicato tramite una corsia preferenziale su una rivista di altissimo impatto, al puro scopo di sostenere una conferenza stampa, rilanciare la notizia e raccogliere fondi, utili alla propria società.
Barbacid non è un personaggio qualsiasi. Fondatore storico del CNIO, portato in Spagna da Aznar come simbolo del rientro dei cervelli, membro della National Academy of Sciences, scopritore negli anni Ottanta del primo oncogene umano: il suo curriculum è di prima fascia. Ed è proprio questa autorevolezza che rende la vicenda più istruttiva — e più inquietante. La Fiscalía Anticorrupción spagnola sta indagando su un presunto ammanco di 25-30 milioni di euro di fondi pubblici al CNIO nell'arco di 17 anni, esploso nel novembre 2025 dopo la denuncia di ex dirigenti interni. Al centro dell'indagine c'è Juan Arroyo, ex gerente del CNIO e uomo di stretta fiducia di Barbacid, che nel 2022 aveva dichiarato davanti al Congresso: "Juan Arroyo è irreprensibile, senza di lui il CNIO non esisterebbe". Tra le circostanze che hanno attirato l'attenzione degli inquirenti, le coincidenze societarie fuori dal CNIO e le testimonianze di dipendenti del centro che affermano di aver svolto regolarmente lavori pagati dall'istituzione pubblica nell'abitazione privata del ricercatore. Nessuna imputazione formale contro Barbacid, per ora. Ma il quadro è quello di un'istituzione in crisi profonda e di uno scienziato la cui navigazione tra ricerca pubblica e interessi privati meritava — quantomeno — una riga trasparente su carta intestata di PNAS.
Il punto non è solo se la scienza di Barbacid sia valida o meno. Potrebbe esserlo. Alcuni colleghi internazionali, pur criticando duramente la comunicazione pubblica, hanno giudicato il lavoro preclinico promettente. Ma questo è esattamente il problema: quando una pubblicazione scientifica viene usata come strumento di raccolta fondi prima ancora che la comunità scientifica abbia potuto discuterne con calma; quando lo stesso lavoro viene inviato a una rivista con un canale privilegiato da cui l'autore avrebbe dovuto essere escluso per conflitto di interesse; quando sul medesimo lavoro vengono segnalate su PubPeer anomalie nelle immagini che la rivista stessa ha poi formalmente richiesto di correggere — a quel punto il conflitto di interessi non è più una "formalità dimenticata".
Il confronto con il 2011 è illuminante proprio per questo. Allora il vizio era solo comunicativo: risultati sui topi presentati come se la cura fosse imminente, un ministero che protestava, e poi silenzio. Nel 2026 lo schema si è ripetuto con moltiplicatori su ogni dimensione: alla conferenza stampa si sono aggiunti la raccolta fondi pubblica, la società commerciale degli autori, i brevetti già depositati, i pazienti mobilitati alle porte del CNIO, e infine la ritrattazione con menzione esplicita di irregolarità nei dati. Ogni passaggio ha amplificato il precedente. E i giornali — italiani compresi — hanno amplificato tutto, compreso il trionfo di gennaio, mentre la ritrattazione di aprile ha ricevuto un decimo dell'attenzione.
Ogni anno arriva la notizia del cancro "curato nei topi". Ogni anno i giornali la rimbalzano con titoli che inducono speranza in migliaia di pazienti e familiari che vivono quella diagnosi come una condanna a morte. Ogni anno, chi prova a spiegare la distanza tra un modello preclinico e una terapia applicabile viene trattato come un guastafeste. Il caso Barbacid è però qualcosa di più grave di un normale episodio di overselling scientifico: qui si intreccia un conflitto di interessi non dichiarato, una raccolta fondi pubblica, un canale editoriale privilegiato usato in modo improprio, segnali di irregolarità nei dati già segnalati da mesi su PubPeer, e sullo sfondo un'indagine anticorruzione che riguarda l'istituzione in cui tutto questo è avvenuto. La cautela di fronte ai comunicati stampa trionfanti non era dunque snobismo tecnicistico del solito Burioni: era, semplicemente, buon senso e acume tecnico. Peccato che il buon senso abbia molta meno circolazione dei titoli, che invece dovrebbero riprendere sempre e soprattutto il momento in cui la scienza si autocorregge, proprio come in questo caso.