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Gli sberleffi pretenziosi della scienza che studia geni e cervello

Non si dovrebbe procedere con un maggiore rispetto per le conoscenze acquisite, per la tradizione scritturale e filosofica, per ciò che in certi casi appare incontrovertibilmente dato, l’arbitrio libero della volontà e del desiderio, e ci consola?

1 Settembre 2019 alle 06:00

Gli sberleffi pretenziosi della scienza che studia geni e cervello

Foto Pixabay

Visto che il caro Vittorio Feltri ha voluto ironizzare nel suo stile consueto su un senatore Salvini sodomizzato dai gay del suo governo di coalizione, e d’altra parte mi voglio portare avanti nel sostegno preventivo al probabile punto No Vax del governo Conte-Di Maio, mi sono andato a guardare una notizia di un certo interesse, che ha nutrito i miei pregiudizi antiscienfatici, non antiscientifici, proprio antiscienfatici. Riguarda uno scienziato italiano, ramo biologia e genetica, che lavora nientepopòdimenoché al Mit (Massachusetts Institute of Technology).

 

Il Nostro ha intrapreso con successo una (mostruosamente) estesa ricerca genetica per appurare se l’omosessuale abbia un gene proprio che spieghi la sua condizione di amante del suo stesso sesso. Non lo ha trovato, e onestamente ha ammesso che dietro il desiderio per ragazzi e ragazze, omoni e donnone, da parte di loro omologhi sta una varietà di impulsi anche genetici irriducibile a causalità univoca. Questo la filosofia lo sospettava dai tempi di Platone, quinto secolo avanti Cristo. Le religioni da millenni discutono se sia o no un intrinseco disordine o un peccato, e alcuni religiosi particolarmente stupidi sono sempre alla ricerca di una terapia d’appoggio che rimetta a posto le cose di natura. Insigni scrittori, creatori di sonetti e drammi, romanzieri, molti autori di un epos che scavalca i tempi, da Omero, per dire, a Virgilio, ma anche maestri elementari, impiegati del catasto, giornalistucoli come me, donnine che fanno la spesa, studiosi del gender i più vari, femministe moderate e arrabbiate nelle maggiori Università della Ivy League, tutti insomma gli appartenenti di diritto al vecchio e nuovo umanesimo di cui ci parla il presidenti Giuseppi Conti, sanno e hanno manifestato la verità di una variante di impulsi determinata ambientalmente e piscologicamente dalle condizioni individuali e di civilizzazione al centro delle quali sta l’amore che non osa dire il proprio nome (una volta, ora osa, osa senza complessi).

 

Non ho alcunché contro la ricerca genetica, ma non è sgradevolmente invasiva l’idea che si possa verificare con test allargati, e con una pretesa di definitività, quanto già si sa indubitabilmente nella storia e critica della civiltà letteraria e morale in cui abitiamo? Il “gene del frocio” non suona forse come uno sberleffo pretenzioso e un capriccio ideologico da parte di una scienza che ha dato e avrebbe da dare ben altro come risultato delle sue ricerche? Se accendi la radio e ascolti una voce un po’ sciocca ma non priva di un suo aplomb, cosa che succede abbastanza spesso d’estate, quando si deve raggiungere in macchina una spiaggia lontana, dopo la salvezza della Terra, le foreste pluviali, i viaggi di Greta all’Accademia di Laputa, e altre bellurie varie, caschi e non di rado sulle neuroscienze. Qualcuno ti spiega che il sonno, la veglia, la conoscenza della realtà, la rappresentazione dei sentimenti, la coscienza stessa di ciò che presumibilmente sei e di quanto spetti all’altro, insomma le relazioni umane, non sono che aspetti contingenti di fenomeni scientificamente o empiricamente accertabili del funzionamento neuronale del cervello. E queste chiacchiere sono sempre poi menate nel bosco barocco della reverenza, nelle praterie sconfinate dell’ovvio, ma con un senso del proprio status, della intima e consequenziale necessità delle conclusioni, in una parola della loro indiscutibilità, che ti induce sovente a cambiare stazione emittente e a cercare una canzonetta. Non nego l’importanza dei geni e penso che il cervello abbia un suo modo di funzionare nel quale è possibile gettare la rete di una ricerca impicciona e forse utile, per carità. Ma non si dovrebbe procedere con un maggiore rispetto per le conoscenze acquisite, per la tradizione scritturale e filosofica, per ciò che in certi casi appare incontrovertibilmente dato, l’arbitrio libero della volontà e del desiderio, e ci consola?    

Giuliano Ferrara

Giuliano Ferrara

Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.

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Commenti all'articolo

  • topofilippo

    02 Settembre 2019 - 17:37

    Il mondo che descrive sembra non poter comprendere entrambe, la scienza (impicciona e sempre utile) e l'umana filosofia, nata grazie al funzionamento dei neuroni. Forse la ricerca del "gene frocio" non è per togliere di valore ciò che è stato già ampiamente descritto dalla letteratura, ma per supportarla, per sostenere l'idea che ognuno nasce differente, coi capelli scuri o con la passione per gli uomini. Per esaltare l'umanità in ogni sua forma. Alla fine, studiare la grammatica di una lingua, la sua struttura fondamentale, non toglie nessun valore alla bellezza delle poesie che contribuisce a comporre :)

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  • joepelikan

    02 Settembre 2019 - 12:59

    No, perché ormai gli scienziati sono tecnici della scienza, e molti di loro non hanno la cultura per capire il contesto filosofico in cui la scienza può aver luogo.

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