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La distrazione è il supremo gesto della mente

Al bando le fasce cerebrali che misurano la concentrazione dell’essere umano

12 Aprile 2019 alle 06:08

La distrazione è il supremo gesto della mente

Foto Pexels

Scambiare il mezzo con il fine, estrarre dal cilindro un coniglio dai risvolti grotteschi prima che preoccupanti, infine commercializzare. Questa diavoleria che umilia l’intelligenza riducendola a prestazione anziché valorizzarla in quanto libera propulsione, si chiama fascia cerebrale “Focus I”. Il fatto che si chiami “I” potrebbe significare che siamo all’inizio di una perfida serie, ma magari mi sto sbagliando, del resto fin da bambino ho questo vizio di distrarmi e di fare quel pensiero in più, quel pensiero di troppo, quindi meglio attenersi e frenare la malsana febbre psico-orwelliana, il pregiudizio, e la voglia che avrei di consigliarvi “La politica e la lingua” del nostro George. Dicevo: “Focus I” è uno scanner elettronico dotato di sensori capaci di leggere le onde cerebrali, di quantificare il livello di concentrazione e di comunicarlo a un tablet in dotazione agli insegnanti, al momento quelli della Jiangnan di Hangzhou, scuola elementare sperimentale che ha aderito baldanzosamente a questo progetto ideato in patria e sviluppato dalla BrainCo Inc., startup del Massachusetts a capo della quale sta, appunto, il cinese Han Bicheng (cosa vorrà dire davvero in Cina “sperimentale” è stato non solo il mio primo pensiero leggendo il nome della scuola, ma anche la seconda distrazione in questa manciata di righe, mi spiace, son fatto così, basta un’inezia e la mia mente deraglia, la mia fantasia va a finire dove non aveva pensato di finire e dove, forse, non è giusto finisca – infatti continuo a ripetermi: ti hanno commissionato questo pezzo su “Focus I”, perché divaghi, perché ti inerpichi?).

  

Dicevo: “Focus I” è un progetto che apre il campo a spaventose finalità di controllo e come tale contiene già i germi della propria malattia. Tuttavia il sopracitato Han Bicheng fa un capolavoro soprattutto quando argomenta e dice che la fascia cerebrale è stata inventata perché gli studenti si “divertano” di più. Peccato che, etimologicamente, divertirsi e distrarsi siano parenti stretti, e che siano attività esemplificate perfettamente da Titta in “Amarcord”, il quale, durante una lezione di non ricordo quale materia (mi sarò distratto durante il film), guarda fuori dalla finestra e vola via, immagina il mare e la spiaggia e immagina la Volpina e le acque che spumeggiano, proiettandosi oltre le mura del tetro edificio scolastico tra le quali tuonano i paradigmi greci tipo “emàrpsamen”.

 

 

Avesse avuto la fascia cerebrale sarebbe andato incontro a una serqua di vergate che gli avrebbero spento la propensione ai voli pindarici e io non sarei qui a logorarmi nello sforzo di cacciare indietro la voglia di rivedere il film proprio in questo istante – un istante in cui, invece, non dovrei distrarmi. Dicevo: “Focus I”. Ma l’intelligenza è tutta qui? L’intelligenza è solo la concentrazione? L’intelligenza è strozzarsi col nesso causale? E’ impiccarvisi con disciplina? Non esistono, forse, nel divagare, nello sciogliere i lacci del pensiero logico, nel lasciar andare la barchetta di carta, una capacità inebriante, una gioiosa facoltà aerea, una forma quasi onnipotente di balzo e di immaginazione e di ricreazione del reale che fanno già parte a pieno titolo dell’intelligenza? E cos’è, in fondo, l’arte, se non una lunghissima distrazione dalla miseria del non immaginare altro che quel che ho davanti al naso e che – concentratissimo – fisso dalla mattina alla sera, tant’è che non mi basta? E la filosofia? Non è forse una somma esperienza di distrazione? Pertanto, basta farci distrarre dalle domande retoriche, si gettino alle ortiche le fasce cerebrali e si elogi la Distrazione come supremo gesto della mente, come il più nobile dei salti, come la più viva delle traiettorie. Si elogi Conrad, che si domandava come spiegare alla propria moglie che lavorava anche se guardava una parete – e tutto guardava, fuorché la parete – e si inalberino con orgoglio le insegne di Vasilij Kandinskij che, distraendosi durante un concerto di Schönberg, fondò niente meno che l’Astrattismo.

Marco Archetti

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