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Noi e lo scatto galattico

La prima foto di un buco nero è un paradosso della scienza e una gran risposta a un mondo fatto di tribù

10 Aprile 2019 alle 20:36

Noi e lo scatto galattico

La foto del buco nero pubblicata mercoledì dagli scienziati del progetto Event Horizon Telescope

Immaginate sei miliardi e mezzo di stelle come il Sole compresse in una regione più piccola del nostro sistema solare. Immaginate che la gravità sia così forte, in questa regione, che nulla possa sottrarsi alla sua presa, nemmeno la luce, così che la sfera in cui quella massa è contenuta ci appaia perfettamente buia, da fuori. Immaginate che la materia che vortica attorno a questo pozzo senza fondo raggiunga velocità prossime a quelle della luce, scaldandosi fino a diventare incandescente, emettendo enormi quantità di energia prima di precipitare verso il punto di non ritorno. Immaginate, se ce la fate, che lo spazio lì attorno sia talmente curvo da piegare la traiettoria della luce stessa, in modo che si possa vedere ciò che sta dall’altra parte, come per effetto di una colossale lente.

       

Ecco: tutto questo, fino a oggi, potevamo solo immaginarlo, e si faceva fatica. Qualche anno fa, era stato il film “Interstellar”, con la consulenza del premio Nobel Kip Thorne a mostrarci una cosa del genere, usando le simulazioni che gli scienziati avevano elaborato sulla base della teoria della relatività generale di Einstein. Ma adesso lo abbiamo visto davvero. Abbiamo visto il profilo buio di un buco nero stagliarsi sul fulgore della materia che brilla, mentre viene inghiottita in quella voragine nello spaziotempo. L’immagine che l’Event Horizon Telescope ha catturato mercoledì (già ribattezzata, con comprensibile enfasi, la foto del secolo) è del tutto simile a ciò che i calcoli teorici, nei passati decenni, ci avevano fatto ipotizzare. Vederla sul serio, però, è una cosa diversa.

    

E pensare che nemmeno Einstein, in vita sua, riuscì mai a convincerci che la natura potesse davvero creare una roba del genere. Le sue equazioni prevedevano che la materia curvi lo spazio e rallenti lo scorrere del tempo. Ma che potessero esistere zone dello spaziotempo in cui questi effetti fossero talmente grandi da intrappolare ogni cosa sembrava davvero incredibile persino a lui. Invece è così. Che i buchi neri esistano, in realtà, ce ne eravamo ormai convinti da parecchio tempo, in maniera indiretta. L’ultima evidenza, in ordine di tempo, era stato lo scuotimento nello spaziotempo prodotto dalla collisione di due di questi oggetti, arrivata sulla Terra sotto forma di onde gravitazionali. Ma vedere un’immagine è qualcosa di più, soprattutto quando l’oggetto è, nella fantasia di tutti, il simbolo stesso di ciò che non può essere visto: una regione di spazio perfettamente nera, come un foro ritagliato nel tessuto della realtà.

    

Per farlo, abbiamo dovuto mettere insieme le competenze e gli strumenti del mondo intero, letteralmente: una rete di antenne sparsa sul globo, che ha costruito un telescopio virtuale grande come tutta la Terra. Un’impresa davvero planetaria, come lo sono ormai tutte quelle che la scienza di frontiera deve mettere insieme per rubare alla natura i suoi segreti meglio nascosti. In un mondo di tribù, essere capaci di qualcosa del genere è una speranza a cui aggrapparsi.

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