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Sui social le dimensioni (degli uragani) non contano

In caso di calamità naturali i tweet dei vostri amici sono più affidabili di quelli degli influencer

24 Febbraio 2019 alle 06:00

Sui social le dimensioni (degli uragani) non contano

L'uragano Ophelia in Irlanda (foto LaPresse)

Dopo aver cambiato il nostro modo di comunicare nella routine quotidiana, i social media stanno rimodellando anche il modo in cui affrontiamo i disastri naturali, come i tornado e le alluvioni. Un segnale di svolta, tra tutti, è stato il terremoto di Haiti del 2010, quando per la prima volta gran parte di ciò che le persone in tutto il mondo apprendevano nelle ore successive al sisma, proveniva non più dai media tradizionali, ma dai resoconti postati online dai testimoni.

 

In modo analogo a quanto già accaduto nella politica, anche nel caso di catastrofi naturali, piattaforme come Facebook e Twitter offrono al grande pubblico la possibilità di cercare e produrre autonomamente informazioni con video, foto e messaggi bypassando l’intermediazione delle fonti ufficiali e istituzionali. Il tutto con risvolti sia positivi che negativi: se da un lato le popolazioni colpite da un uragano possono sostituire la loro impotenza con un senso di controllo e di responsabilità personale e collettiva, dall’altro si moltiplica il rischio di diffusione di informazioni errate o imprecise. E’ lecito allora domandarsi se i social network possano rivestire un ruolo chiave nella gestione e nella comunicazione delle emergenze: una tematica che nell’ultimo decennio sta riscontrando un crescente interesse tra gli studiosi.

 

Una ricerca condotta dall'Università del Vermont e pubblicata sulla rivista PLOS ONE, ha analizzato l’uso di Twitter come mezzo per la trasmissione di informazioni salvavita, confrontando cinque emergenze naturali avvenute negli Stati Uniti tra il 2011 e il 2016 (tra cui l’uragano Sandy, l’uragano Irene e l’alluvione nello Stato della Louisiana). Lo scopo era capire in che modo le persone twittano prima, durante e dopo un evento critico e quale relazione sussista tra il numero di follower di un utente e la sua attività sui social durante una catastrofe.

   

I ricercatori hanno selezionato 39 parole chiave studiando come il loro uso variasse nella settimana precedente e successiva a ciascun fenomeno. I termini scelti comprendevano l’ambito alimentare (alimenti, supermercato, in scatola), termini generali relativi agli eventi (emergenza, shock) e termini specifici per le singole calamità (Irene, Sandy, tornado, alluvione).

  

I risultati ottenuti conducono a due conclusioni: in primo luogo sono gli utenti medi (chi ha poche centinaia di follower) e non le celebrità, a divulgare informazioni più utili e ad aumentare la loro attività sui social in caso di eventi naturali. Il motivo sembra risiedere nella rete sociale delle persone: l’utente comune, pur avendo un numero di follower nettamente inferiore a quello dei cosiddetti influencer, con i suoi tweet comunica a una rete sociale più “ristretta”, costituita da amici e parenti, più propensi a cercare e a condividere informazioni utili in caso di emergenza. Un pò come quando si dice che non contano le dimensioni quanto l’uso che se ne fa.

  

 

In secondo luogo a ogni tipo di disastro naturale corrisponderebbe uno stile di comunicazione, riscontrabile nel volume e nella tempistica dei tweet relativi alla situazione di pericolo. Ad esempio, con l’uragano Sandy che causò 159 morti e la chiusura per due giorni consecutivi della Borsa di New York (non accadeva dal 1888), il 76 per cento delle parole chiave cercate si è concentrato nei tweet pubblicati prima del suo passaggio. Al contrario, il 74 per cento dei tweet relativi all’emergenza tornado è stato pubblicato in concomitanza o subito dopo l’ondata di 343 tornado che nell’aprile del 2011 colpì gli stati centrali e meridionali. Sembrerebbe dunque che, mentre in caso di uragani le persone trasmettono informazioni prima del loro verificarsi, nel caso di tornado e inondazioni due fenomeni che si scatenano con minore preavviso Twitter è usato in tempo reale per seguire l’evoluzione dei fatti.

  

Il diverso stile comunicativo sarebbe riscontrabile anche nel contenuto dei tweet: nei cinque eventi presi in esame, infatti, parole come supermercato e drogheria sono apparse più frequentemente prima dell’arrivo di un uragano indicando una fase di preparazione all’emergenza mentre termini come riparo, emergenza, vento o sicurezza alimentare erano più concentrati durante e dopo il passaggio di un tornado, fornendo possibili indizi per le operazioni di recupero e di salvataggio della popolazione. Un aspetto cruciale perché, come spiega Meredith T. Niles, a capo della ricerca, questi risultati dimostrano “che l'uso dei social media differisce notevolmente a seconda del tipo di emergenza, e queste intuizioni possono aiutare nella pianificazione delle emergenze, dove le comunicazioni efficaci possono essere una questione di vita o di morte."

   

Bisogna però ricordare che, poiché la ricerca è stata condotta in base ad un accordo tra l'Università del Vermont e Twitter che consente l'accesso all'università al Decahose, cioè un flusso casuale del 10 per cento di tutti i tweet pubblici nei periodi selezionati, i tweet raccolti potrebbero non rispecchiare del tutto la risposta della società ai disastri naturali su Twitter. Tuttavia i dati ottenuti forniscono indicazioni su come le persone comunicano in situazioni di pericolo, rendendo più concreta la possibilità di affiancare i social network ai governi e agli enti competenti nella trasmissione di informazioni vitali e nella gestione degli aiuti. Anziché affidarsi a influencer con milioni di follower, ad esempio, gli sforzi andrebbero diretti agli utenti medi, con messaggi convincenti e accurati che le persone comuni si sentiranno più propense a condividere.

    

Se si considera che a causa dei cambiamenti climatici nei prossimi decenni i disastri naturali aumenteranno sia nella gravità che nella frequenza, l’uso strategico di piattaforme come Twitter potrebbe contribuire un giorno ad aumentare la nostra resilienza in un clima in rapido cambiamento.

Daniele Pirozzi

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