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Appunti sul brave new world

La tecnologia sta cambiando le nostre abitudini, il nostro cervello e il nostro inconscio. Saremo diversi, non per forza migliori. Qualche dubbio dal vecchio mondo.

29 Maggio 2016 alle 06:18

Appunti sul brave new world

Un bambino argentino mostra un tablet con YouTube Kids, servizio lanciato da Google per far navigare i bambini su video “sicuri” (foto LaPresse)

Insomma, gli esperti ci sono arrivati e la cosa non è esattamente entusiasmante: le tecnologie della comunicazione digitale, informatica e telematica stanno mutando e sempre più trasformeranno non solo le nostre abitudini, ma il nostro sistema nervoso, il funzionamento delle facoltà mentali, il substrato psichico conscio e inconscio, la nostra cosiddetta interiorità, che probabilmente smetterà di essere interiore, e infine (come ovvio) l’intera percezione che abbiamo del nostro essere al mondo: cioè del tempo, dello spazio, della causalità. La cosa che mi sorprende di più leggendo “La rete ci renderà stupidi?” (Castelvecchi, 43 pagine, 5 euro), un libretto di Derrick de Kerckhove, sociologo belga-canadese della comunicazione, è il modo neutro, impassibile che lui ha di prospettare tutto questo, cosa che accentua la mia ben radicata e quasi animale diffidenza per gli scienziati e la loro beata etica dello studio obiettivo. Si trattasse di studio delle formiche o di qualche specie vegetale, una tale atarassia potrebbe essere (almeno momentaneamente) accettata. Ma quando si tratta di esseri umani, di cervello, coscienza, comportamento e quindi di tutti gli aspetti della cultura e della socialità, beh, tanta dissociazione fra razionalità scientifica ed emozioni morali fa spavento, lasciate che lo dica.

 

Il titolo di questo opuscolo replica quasi alla lettera quello ben noto di un sostanzioso volume scritto da un altro specialista, l’americano molto più appassionato Nicholas Carr, il quale mise in fila argomenti su argomenti per mostrare che c’è poco da avere dubbi: in effetti “Internet ci rende stupidi” (o diciamo “più” stupidi). De Kerckhove, invece, non batte ciglio. Rispetta il rispettabile Carr, ma dissente. No, saremo diversi, molto diversi, ma anche migliori. E’ vero che non siamo granché e il desiderio di migliorarci, quanto a efficienza e apertura mentale, è uno dei nostri più costanti propositi, progetti, quasi un’ossessione del genere umano. Ma non era mai successo, mi pare, che si sperasse di migliorare per effetto di protesi meccaniche e non nell’esercizio consapevole della volontà, dell’attenzione, del senso e del giudizio morale.
Del resto già ora almeno la metà degli esseri umani, per tollerare “il peso del mondo”, va avanti a psicofarmaci e pillole varie. Una pillola per sentirsi invulnerabili, una per sentirsi felici, una per avere pazienza con i colleghi di lavoro, altre pillole per studiare, per divertirsi, per rilassarsi, per amare chi amiamo e anche chi non amiamo, per sparare al nemico senza rimorsi, per rapinare banche, mettere bombe, eccetera. La voglia di liberarsi da emozioni non gradite e da maledette imperfezioni, dilaga. Perché non essere meno umani (condizione spesso penosa) diventando così più che umani?

 

La cosa che ormai fa più ridere è la vecchia solfa idiota secondo cui le tecnologie non sono mai buone o cattive in sé, perché tutto dipende dall’uso che ne facciamo. L’uso che invece la tecnologia fa di noi, passa sotto silenzio. A partire dagli anni Sessanta e fino a ieri o anche a oggi si argomentava così: vedere la tv non è affatto una cattiva abitudine che toglie tempo alla lettura dei buoni libri e alla civile conversazione. Basta vedere solo i programmi intelligenti, capirli bene, se sono brutti rielaborarli criticamente e rifletterci con l’aiuto semiologico di Umberto Eco, il gioco è fatto, siamo salvi, colti, disponibili e più consapevoli di prima… Strana idea: come se noi fossimo sempre uguali a noi stessi e sempre pienamente, fermamente, inflessibilmente padroni delle nostre abitudini. E’ ovvio invece che ogni tecnologia induce comportamenti, cambia le abitudini, cambia chi la usa. Se poi è una tecnologia particolarmente complessa che mobilita e mette sull’attenti milioni di cellule nervose, potete immaginare quanto poco innocua sia. Ma anche le tecnologie più primitive qualcosa fanno. Se durante una lite metto sul tavolo un bastone o un coltello, non è escluso che se tu insisti a contraddirmi e se ripetutamente mi insulti, può venirmi in mente di darti una bastonata o di ferirti. Se ho un televisore sempre lì davanti a me, lo accendo senza un perché e senza un altro perché continuerò a tenerlo acceso anche se non lo guardo, solo perché mi fa compagnia. Smettiamola con le mitologie sulla libera scelta. Le scelte sono libere una volta su cento.

 

La sto facendo lunga. Torno perciò all’ineffabile, scientifico De Kerckhove, il quale scrive: “Nutro profondo rispetto per il lavoro di Nicholas Carr, ma non sono d’accordo con lui (…). Gli manca la consapevolezza che la rivoluzione che stiamo vivendo investe molteplici aspetti, non solo il nostro modo di pensare, ma anche quello di sentire e di essere”. Che disinvoltura! Se è così, la mutazione non è più innocua, è più radicale e profonda, nonché più imprevedibile l’incalcolabilità dei suoi effetti. De Kerckhove elenca poi alcuni degli effetti positivi. Eccoli: 1) incremento del senso di autonomia, 2) maggiore senso di potere, 3) aumento dell’autostima, 4) maggiore disponibilità al cambiamento. Ammesso che questo sia vero (ma l’aumento degli attacchi d’ansia e di panico da dove viene allora?) qualcosa del genere l’avevo notato: è pieno di gente che “si sente” autonoma e non lo è, “sente” di possedere poteri che non ha, si stima molto senza molte ragioni, e vuole sempre cambiare non si sa perché.

 

Ecco alcuni effetti negativi: 1) perdita di capacità di riconoscere persone incontrate per caso, 2) i ragazzi passano la maggior parte del proprio tempo davanti a uno schermo piuttosto che in strada a giocare, 3) le nostre attività sono continuamente interrotte dai telefonini e da nuovi, incessanti impegni comunicativi. Questi effetti negativi mi sembrano di gran lunga più pericolosi. Ci si stima molto e ci si crede autonomi, ma non si vedono gli altri. Lo schermo sostituisce l’ambiente esterno. L’attenzione non si ferma mai a lungo su un singolo oggetto. Insomma, se non sbaglio, è in crescita l’autismo e il senso di onnipotenza da abuso telematico. Il mondo reale impallidisce o svanisce, il caso è abolito, gli occhi e i cinque sensi sono sequestrati da un video. Questo è “social”, non sociale. La vita si smaterializza. Il rapporto corpo-mente si interrompe. L’attenzione consapevole e volontaria prolungata si dissolve. Beh, tanti auguri! Buon viaggio nel vostro meraviglioso futuro.

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