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    <title>Il Foglio RSS</title>
    <link>https://www.ilfoglio.it</link>
    <description>Il Foglio RSS contents</description>
    <language>it-it</language>
    <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:01:18 GMT</pubDate>
    <dc:creator>Il Foglio</dc:creator>
    <dc:date>2026-03-11T04:01:18Z</dc:date>
    <dc:language>it-it</dc:language>
    <item>
      <title>L'innovazione biomedica passa anche dall'industria</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/03/11/news/l-innovazione-biomedica-passa-anche-dall-industria-8768146/</link>
      <description>&lt;p&gt;L’annuncio che Uğur Şahin e Özlem Türeci, fondatori di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/biontech/"&gt;BioNTech&lt;/a&gt;, lasceranno l’impresa e ne avvieranno una nuova dedicata allo sviluppo di tecnologie mRNA di &lt;a href="https://investors.biontech.de/news-releases/news-release-details/biontech-and-co-founders-announce-plan-pursue-next-generation"&gt;nuova generazione&lt;/a&gt;&amp;nbsp;segna un passaggio interessante nella storia recente della biotecnologia. La reazione negativa dei mercati ha attirato l’attenzione su un possibile problema di successione nella guida dell’azienda, anche al netto del fatto che i fondatori porteranno alcune tecnologie e know-how nella nuova azienda. &lt;strong&gt;Ma che cosa indica questo passaggio nella traiettoria di una tecnologia che negli ultimi anni ha cambiato il panorama dei vaccini e della medicina molecolare?&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;BioNTech nasce nel 2008 con un progetto molto preciso: costruire una piattaforma terapeutica basata sull’RNA messaggero. L’idea di utilizzare questa molecola come farmaco o come vaccino circolava da tempo nella ricerca accademica. Le difficoltà tecniche erano numerose: l’instabilità della molecola, la sua rapida degradazione nell’organismo, la risposta immunitaria innata che l’RNA può attivare quando viene introdotto artificialmente nelle cellule.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Negli anni precedenti alla pandemia la tecnologia rimaneva una promessa scientifica ancora in fase di consolidamento. &lt;strong&gt;La pandemia di Covid-19 ha accelerato lo sviluppo in modo straordinario&lt;/strong&gt;. Il vaccino sviluppato da BioNTech insieme a Pfizer dimostrò in pochi mesi che l’mRNA poteva essere utilizzato su scala globale. La produzione industriale di centinaia di milioni di dosi e la rapida approvazione regolatoria trasformarono una tecnologia sperimentale in una piattaforma terapeutica pienamente operativa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La fase iniziale di una tecnologia è dominata dalla ricerca esplorativa: esperimenti ad alto rischio, ipotesi teoriche ancora in evoluzione, piccoli gruppi di scienziati che cercano di capire se una nuova idea biologica può funzionare. Quando la tecnologia dimostra di funzionare, il lavoro cambia direzione. Diventano centrali la riproducibilità, la produzione su larga scala, la gestione dei trial clinici e il rapporto con le autorità regolatorie. &lt;strong&gt;L’innovazione continua, ma assume una forma più sistematica: migliorare una piattaforma esistente, adattarla a nuove indicazioni cliniche, ottimizzare la produzione&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;BioNTech oggi si trova chiaramente in questa fase. L’azienda possiede una pipeline clinica ampia, con numerosi programmi oncologici e diversi studi in fase avanzata. La struttura organizzativa e il fatturato sono sempre più quelli di una grande azienda farmaceutica. Questo tipo di organizzazione è necessario per portare nuove terapie ai pazienti, ma modifica il rapporto tra ricerca scientifica e sviluppo industriale.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Del resto, non è il primo addio: nel 2022 Katalin Karikó, che aveva ricoperto ruoli scientifici importanti nella società, lasciò l’azienda per tornare all’ambiente accademico, per poi ottenere un Nobel subito dopo. L’episodio mostrò come il percorso professionale degli scienziati che contribuiscono alla nascita di una piattaforma tecnologica non coincida necessariamente con la fase industriale della stessa piattaforma.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La decisione di Şahin e Türeci può essere letta nello stesso quadro generale. I fondatori hanno guidato BioNTech durante la fase di costruzione della tecnologia e durante la sua trasformazione in un’infrastruttura industriale globale. Per uno scienziato, però, la parte più interessante di una tecnologia spesso si colloca prima che questa raggiunga una forma stabile. Nel caso dell’mRNA esistono numerosi ambiti nei quali la ricerca di base continua a esplorare nuove possibilità: sistemi di delivery più efficienti, molecole di RNA con proprietà strutturali diverse, strategie per modulare la durata dell’espressione proteica, combinazioni con altre tecnologie di ingegneria genetica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’esplorazione di queste direzioni richiede ambienti di ricerca molto flessibili, nei quali il rischio sperimentale è elevato e l’orizzonte temporale degli esperimenti può essere lungo. &lt;strong&gt;Le startup biotecnologiche nascono spesso con questa funzione: creare spazi nei quali nuove idee possono essere testate prima che diventino programmi industriali&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Da questo punto di vista la scelta dei fondatori di avviare una nuova impresa dedicata alle tecnologie mRNA di prossima generazione appare coerente con una dinamica ricorrente nella storia dell’innovazione biomedica. Una prima azienda costruisce la piattaforma industriale di una tecnologia; una nuova generazione di progetti di ricerca esplora le possibili evoluzioni di quella piattaforma.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;BioNTech rappresenta oggi la fase di consolidamento industriale dell’mRNA terapeutico&lt;/strong&gt;. La nuova impresa dei suoi fondatori potrebbe diventare uno dei luoghi nei quali si sperimentano le evoluzioni future della stessa tecnologia. Il trasferimento di conoscenza tra ricerca scientifica e industria non segue una linea semplice che va dalla scoperta al prodotto finale. Il processo assomiglia piuttosto a un ciclo: la ricerca genera una tecnologia, l’industria la stabilizza e la rende disponibile ai pazienti, nuove ricerche riaprono il campo con idee che portano oltre quella tecnologia. La vicenda dei fondatori di BioNTech sembra collocarsi proprio in questo punto della traiettoria.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 11 Mar 2026 04:01:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-11T04:01:00Z</dc:date>
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      <title>Il vuoto normativo che fa male alla salute</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/03/10/news/il-vuoto-normativo-che-fa-male-alla-salute-8765573/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Esistono emergenze che esplodono all’improvviso e altre che si annunciano con largo anticipo, attraverso segnali chiari e ripetuti che qualcuno sceglie di non raccogliere. Il blocco dei da... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Tue, 10 Mar 2026 04:16:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-10T04:16:00Z</dc:date>
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      <title>Meno mercato e nuova logica pubblico-privato. Il diritto alla salute secondo Vittadini</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/03/07/news/meno-mercato-e-nuova-logica-pubblico-privato-il-diritto-alla-salute-secondo-vittadini-8756966/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Parlare di aumentare la spesa per la sanità&lt;/strong&gt;, come fa il rapporto realizzato dalla Fondazione per la Sussidiarietà presieduta dal professor &lt;strong&gt;Giorgio Vittadini&lt;/strong&gt;, e per... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 07 Mar 2026 04:28:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Mariarosaria Marchesano</dc:creator>
      <dc:date>2026-03-07T04:28:00Z</dc:date>
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      <title>La Ragioneria boccia la riforma della farmaceutica, scritta senza indicarne i costi</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/28/news/la-ragioneria-boccia-la-riforma-della-farmaceutica-scritta-senza-indicarne-i-costi-8715602/</link>
      <description>&lt;p&gt;Quando si promette e si approva una riforma, si dovrebbero almeno conoscerne i costi. Sembra un’ovvietà, eppure il disegno di legge delega per il riordino della farmaceutica, ora all’esame del Sena... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti</description>
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      <pubDate>Sat, 28 Feb 2026 04:24:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-28T04:24:00Z</dc:date>
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      <title>Farmaci, spesa fuori controllo e responsabilità in fuga</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/25/news/farmaci-spesa-fuori-controllo-e-responsabilita-in-fuga-8699652/</link>
      <description>&lt;p&gt;Diciotto miliardi e quattrocento milioni di euro: è quanto il Servizio sanitario nazionale ha speso per i farmaci nei primi nove mesi del 2025. Lo sforamento è da record: 2,85 miliardi in più, una voragine che rischia di erodere risorse destinate ad altri capitoli della sanità pubblica, dagli investimenti in personale alle liste d’attesa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Pesano l’innovazione terapeutica, l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle cronicità. Ma non sono emergenze impreviste: sono tendenze strutturali, note da anni e fotografate da tutti i report demografici. Usarle per giustificare quasi tre miliardi di extra spesa è debole: programmare significa proprio anticipare questi andamenti.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Poi c’è il consueto rimpallo. Il ministro Orazio Schillaci chiede conto all’Aifa. Il sottosegretario Marcello Gemmato ricorda che i vertici dell’Agenzia li ha nominati il ministro. Le farmacie, criticate per il nuovo sistema di remunerazione, indicano le Regioni. Le Regioni chiedono più peso in Aifa e puntano sull’Agenzia. Intanto la spesa cresce, i conti del Ssn peggiorano e per i cittadini cambia poco: stessi prezzi, stesse carenze, stesse difficoltà nel reperire alcuni farmaci. Molte responsabilità distribuite, poche assunte. E il conto, ancora una volta, resta pubblico.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:58:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-25T04:58:00Z</dc:date>
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      <title>Gli esiti disastrosi delle credenze pseudoscientifiche</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/25/news/gli-esiti-disastrosi-delle-credenze-pseudoscientifiche-8697381/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il 19 febbraio 2026 il tribunale di Firenze ha pronunciato una sentenza di primo grado che ricostruisce in modo puntuale la vicenda clinica di una giovane donna affetta da lupus eritematoso sistemico con interessamento renale e attribuisce a una precisa sequenza decisionale conseguenze altrettanto precise sul piano giuridico. La paziente era seguita da anni in centri specialistici, prima a Roma e poi a Pisa, con terapia immunosoppressiva conforme alle linee guida per il Les&amp;nbsp;renale; &lt;strong&gt;nel marzo 2016 si rivolge a un medico di base che esercita anche come &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/omeopatia/"&gt;omeopata&lt;/a&gt; e da quel momento iniziano i guai&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Secondo quanto riportato nella motivazione, al primo incontro dell’11 marzo 2016 il sanitario prospetta la guarigione attraverso il proprio metodo omeopatico, collegandola alla sospensione delle terapie farmacologiche in atto, descritte come dannose e di ostacolo alla guarigione; la paziente riduce la posologia e, da maggio 2016, interrompe l’assunzione degli immunosoppressori, circostanza che emerge anche dalla documentazione in atti. Nel febbraio 2017 torna al polo ospedaliero di Pisa e riprende le cure convenzionali, ma il danno ai reni era ormai grave: nel 2018 si rende necessaria l’emodialisi trisettimanale e nel gennaio 2019 il trapianto renale da vivente consanguineo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il tribunale qualifica il rapporto instauratosi tra medico e paziente come rapporto terapeutico e richiama in modo esplicito l’obbligo del sanitario di attenersi “alle linee guida e buone prassi vigenti per la patologia da trattare” e di conformare la propria condotta a “una diligenza particolarmente qualificata”&lt;/strong&gt;. La motivazione sottolinea che il dottore ha posto in essere “un intervento di tipo medico, implicante precise scelte terapeutiche” e che la prestazione era “diretta a conseguire un miglioramento delle condizioni di salute”: ciò colloca pienamente l’omeopatia praticata in questo contesto dentro il perimetro della responsabilità e della deontologia medica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Sul nesso causale, la sentenza è altrettanto chiara. Richiamando la consulenza tecnica espletata in sede di accertamento tecnico preventivo, il giudice riporta che “la sospensione della terapia prescritta dai Centri di riferimento in accordo con le linee guida nazionali ed internazionali ha indotto una riacutizzazione della malattia renale autoimmune che è esitata nel quadro Esrd… richiedente prima emodialisi… e infine trapianto renale”, e conclude che “può ritenersi raggiunta la prova del nesso causale tra la sospensione del trattamento farmacologico e il processo di riacutizzazione… fino all’exitus più grave”, applicando il criterio del “più probabile che non”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La difesa aveva sostenuto che l’interruzione dei farmaci fosse una scelta unilaterale della paziente; il tribunale affronta la questione partendo da un principio che assume un peso decisivo proprio in un caso come questo. La libertà di autodeterminazione terapeutica è tutelata, ma “presuppone… una completa, precisa, chiara e adeguata informativa da parte del sanitario”, poiché solo “a fronte di tale informativa… la scelta di ricevere o rifiutare cure può dirsi maturata in un contesto di scelta consapevole”. Nel caso concreto, la sentenza rileva che “la prova orale non ha fatto emergere che detta sospensione sia stata decisa autonomamente e unilateralmente”. Il consenso informato, dunque, &lt;strong&gt;è richiesto integralmente anche quando il trattamento proposto è qualificato come omeopatico o non farmacologico, perché ciò che è in gioco è la decisione di proseguire o interrompere terapie validate&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Fin qui la ricostruzione giudiziaria, da cui emerge l’effetto di un impianto di credenze che ridefinisce il modo in cui paziente e medico guardano alla malattia, ai farmaci, alle prove scientifiche. &lt;strong&gt;L’omeopatia, nella sua struttura teorica, non è semplicemente una pratica priva di evidenza di efficacia oltre il placebo&lt;/strong&gt;; è un sistema che tende a presentare o rafforza una preesistente visione della medicina scientifica come ostacolo, dei farmaci come tossici, delle linee guida come convenzioni discutibili, e che propone in alternativa un linguaggio di armonizzazione e guarigione naturale capace di rassicurare e confortare proprio nel momento in cui la patologia richiederebbe disciplina terapeutica e aderenza rigorosa.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa tossina cognitiva orienta scelte come la sospensione di un’immunosoppressione indicata per una nefropatia e può incidere sulla storia naturale della malattia. La consulenza tecnica richiamata in sentenza parla di “interferenza causale alternativa al decorso clinico” che ha determinato “la rapida ed ingravescente evoluzione della nefropatia lupica”: contrariamente a quanto sostenuto dal medico, la sequenza clinica non viene letta come inevitabile, ma come accelerata da una decisione maturata dentro la cornice di credenze che il sistema omeopatico presuppone in quanto alternativo alla scienza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Del resto, la letteratura internazionale ha descritto un meccanismo analogo in altri ambiti, in particolare in oncologia. Uno &lt;a href="https://jamanetwork.com/journals/jamaoncology/fullarticle/2687972"&gt;studio&lt;/a&gt; pubblicato su Jama&amp;nbsp;Oncology nel 2018, basato su dati del National Cancer Database relativi a pazienti con tumori curabili, ha mostrato che l’uso di medicine complementari si associa a una maggiore probabilità di rifiutare componenti della terapia convenzionale e a una sopravvivenza inferiore; l’analisi indica che l’aumento della mortalità è mediato proprio dall’abbandono delle cure validate in favore della pseudoscienza. &lt;strong&gt;Il nesso tra sistema di credenze alternativo e rifiuto delle terapie efficaci non è dunque episodico, ma osservabile su larga scala&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il fatto che la sentenza odierna provenga dalla Toscana aggiunge poi un ulteriore elemento di riflessione. La Toscana è una delle regioni che più hanno investito, negli anni, nell’integrazione delle cosiddette medicine complementari all’interno del servizio sanitario regionale, con percorsi organizzativi e atti normativi dedicati. Questa scelta può essere letta come tentativo di regolazione; nella percezione pubblica, tuttavia, la presenza istituzionale è interpretata come validazione scientifica. In un contesto simile, la distanza tra integrazione accessoria e sostituzione terapeutica può attenuarsi nella rappresentazione sociale, e l’insieme di credenze che accompagna l’omeopatia può agire con maggiore efficacia nel modificare le decisioni cliniche.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La sentenza riporta l’attenzione su un punto essenziale: le decisioni maturate dentro una cornice di credenze pseudoscientifica incidono sulla fisiopatologia, e gli esiti, al grigio e sfumato confine fra cure integrative e alternative, sono disastrosi&lt;/strong&gt;. Come già accaduto per il piccolo Francesco Bonifazi, per Marina Lallo e per altri che magari non son morti, ma hanno severamente patito, il diritto, in questo caso, ha registrato ciò che la clinica e l’epidemiologia mostrano da tempo: le tossine cognitive introdotte da pseudoscienze come l’omeopatia rendono particolarmente esposti i soggetti più fragili – bambini, malati oncologici, pazienti cronici – a scelte che possono peggiorare radicalmente l’esito della loro malattia, trasformando una promessa di guarigione in un danno concreto e talvolta irreversibile.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 25 Feb 2026 04:21:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-25T04:21:00Z</dc:date>
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      <title>Vannacci &amp; i no vax: il 7 marzo l'incontro a Roma</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/24/news/vannacci-i-no-vax-il-7-marzo-l-incontro-a-roma-8696290/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La campagna acquisti di Futuro Nazionale non si ferma, e ora punta al mondo&amp;nbsp;no vax&lt;/strong&gt;. Il generale &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/roberto%20vannacci/"&gt;&lt;strong&gt;Roberto Vannacci&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;&amp;nbsp;–&amp;nbsp;oggi entrato&amp;nbsp;nel gruppo Esn, la famiglia sovranista fondata a Bruxelles dall'AfD&amp;nbsp;– è atteso a Roma il 7 marzo per il convegno di&amp;nbsp;&lt;strong&gt;"Avanguardia del Dissenso"&lt;/strong&gt;. I temi del dibattito si deducono dal parterre di ospiti, fra cui spicca&amp;nbsp;il professor &lt;strong&gt;Pietro Luigi Garavelli&lt;/strong&gt;, già primario infettivologo dell'Ospedale di Novara, da cui, nel 2021, è partito&amp;nbsp;un procedimento disciplinare nei suoi confronti, dopo&amp;nbsp;la sua partecipazione a una manifestazione anti green pass. "Milioni di Italiani, talvolta con morti o sofferenti in casa per la malattia e la vaccinazione, &lt;strong&gt;attendono finalmente la verità&lt;/strong&gt;, promessa elettorale mi pare a&amp;nbsp;oggi non pienamente mantenuta", commenta il medico su &lt;a href="https://www.facebook.com/1399567231/posts/pfbid0jtexzCJUbjA9GJeDLt8WMkQwXoJNHnssDzUACP37WjSimVYW9NXGPAnYm6P28W3ql/?mibextid=wwXIfr"&gt;Facebook&lt;/a&gt;, in cui sottolinea&amp;nbsp;la sua diffidenza nei confronti di "tutti, dalla Meloni a Salvini, passando per lo stesso Vannacci". &lt;strong&gt;Distanza ideologica a parte, al convegno con Vannacci sarà presente anche lui, e probabilmente anche alla cena (su prenotazione) che seguirà dopo il dibattito&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L'evento è organizzato dalla giornalista Angela Camuso (firma della&amp;nbsp;Verità), e l'elenco degli ospiti è pieno di&amp;nbsp;nomi noti. "Quasi tutti accumunati dall' aver subito provvedimenti disciplinari, me compreso, per non avere piegato la schiena", ha scritto&amp;nbsp;Garavelli. Fra questi rientra&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Andrea Stramezzi&lt;/strong&gt;, medico odontoiatra contrario all'obbligo vaccinale. L'Ordine dei medici lo ha sospeso nel 2022 per aver curato a domicilio malati di Covid senza seguire i protocolli ministeriali. In quell'anno Italexit (il movimento fondato da Gianluigi Paragone),&amp;nbsp;l'ha candidato alle ultime elezioni politiche.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Appartiene alla politica anche&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Riccardo&amp;nbsp;Szumski&lt;/strong&gt;. Come scriviamo &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2025/11/18/news/chi-e-riccardo-szumski-l-outsider-che-ha-rianimato-un-veneto-che-sembrava-scomparso-8336195/"&gt;qui&lt;/a&gt;, nel 2021&amp;nbsp;è stato radiato dall’albo dei medici&amp;nbsp;per&amp;nbsp;aver rilasciato “certificati di esenzione dalla vaccinazione a pazienti” e per aver effettuato&amp;nbsp;“cure domiciliari, non previste in alcun protocollo anti Covid”. Oggi siede nel&amp;nbsp;Consiglio regionale del Veneto e capeggia il paritito “Resistere Veneto”. A quanto emerge, però, l'ex medico sembra averci ripensato:&amp;nbsp;“Ho fatto sapere che a scanso di equivoci non parteciperò la nostra realtà mi pare molto distante da quella dell’ex generale”, ha detto a un &lt;a href="https://www.vipiu.it/leggi/vannacci-pesca-veneto-futuro-nazionale-nomi/"&gt;quotidiano&lt;/a&gt; di Vicenza.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Vannacci dialogherà anche con&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Gerardo Torre&lt;/strong&gt;, medico già attenzionato dall'Ordine per il suo sostegno&amp;nbsp;alle cure domiciliari. Nella lista degli invitati spunta poi &lt;strong&gt;Giuseppe Barbaro&lt;/strong&gt;,&amp;nbsp;dirigente medico e cardiologo presso l’ospedale Policlinico Umberto I di Roma,&amp;nbsp;sospeso per sei mesi dall’Ordine dei Medici per le sue posizioni novax. Non ha il camice bianco invece &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/stefano-puzzer/"&gt;&lt;strong&gt;Stefano Puzzer&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;,&amp;nbsp;ex portuale e leader del movimento No green pass, anche lui&amp;nbsp;candidato nel 2022 alle politiche con Italexit.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"Non so se Vannacci perseguirà la verità – ha scritto su &lt;a href="https://www.facebook.com/1399567231/posts/pfbid0294A3wi8dt4z2gMjpA9ELKcP2Q8mLQBJWQWZmtMq6UwiPaZs2QW3defqCNPqkhyUnl/"&gt;Facebook&lt;/a&gt;&amp;nbsp;Garavelli&lt;strong&gt; &lt;/strong&gt;–, ma il suo attuale interesse per quanto accaduto potrebbe svegliare dal torpore la politica". La destra "non moderata" di Vannacci potrebbe candidarsi presto ospitare la galassia&amp;nbsp;novax. E chissà se&amp;nbsp;dopo Ziello, Sasso e Pozzolo Futuro Nazionale non conquisti anche quella parte di Carroccio&amp;nbsp;più sensibile ai temi legati ai vaccini.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 24 Feb 2026 09:36:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Riccardo Carlino</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-24T09:36:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Per l’Ocse il nostro sistema sanitario sbilanciato è una bomba a orologeria</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/20/news/per-l-ocse-il-nostro-sistema-sanitario-sbilanciato-e-una-bomba-a-orologeria-8682344/</link>
      <description>&lt;p&gt;C’è un dato che dovrebbe allarmare: in Italia ci sono appena 6,9 infermieri ogni mille abitanti, oltre il 20 per cento in meno rispetto agli altri paesi europei. Il rapporto &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2024/09/23/news/infermieri-i-grandi-malati-un-paese-in-crisi-di-cura-6970070/"&gt;infermiere/medico&lt;/a&gt; è fermo a 1,3, tra i più bassi dell’Ue. Quella offerta dall’Ocse è la fotografia di un sistema sbilanciato, costruito attorno alla centralità del medico e colpevolmente distratto rispetto alla spina dorsale dell’assistenza: gli infermieri. Il nuovo policy brief dell’Oms Europa lancia un allarme che non si può più archiviare come retorica sindacale.&lt;strong&gt;&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2025/10/03/news/assumere-medici-e-infermieri-potrebbe-non-bastare-dice-agenas-8157141/"&gt; La carenza di infermieri,&lt;/a&gt; l’aumento della domanda di cure e il burnout stanno mettendo sotto pressione i sistemi sanitari, con effetti diretti sulla sicurezza dei pazienti. &lt;/strong&gt;Non è solo una questione di turni massacranti o stipendi insufficienti: quando il personale è poco o privo delle competenze adeguate, aumentano mortalità, complicanze, errori. E cresce il disagio psicologico di chi resta in corsia. Già nel 2022 l’Oms aveva avvertito su come la carenza di personale sanitario si sarebbe trasformata in una “bomba a orologeria”, stimando quasi un milione di professionisti mancanti in Europa entro il 2030. Gli effetti iniziano a vedersi già oggi. Reparti che chiudono per mancanza di personale, pronto soccorso intasati, territori scoperti. Intanto l’interesse per la professione cala, mentre il burnout accelera l’abbandono delle corsie.&lt;strong&gt; Il documento dell’Oms individua otto azioni prioritarie per invertire la rotta&lt;/strong&gt;: considerare la dotazione infermieristica come elemento critico di sicurezza; pianificare sul lungo periodo; usare dati intelligenti; rafforzare monitoraggio e responsabilità; investire con regole chiare; garantire formazione di qualità; sostenere la salute mentale; rafforzare la leadership infermieristica. Non esistono scorciatoie: la sicurezza dei pazienti è inseparabile da quella di chi li assiste. Per l’Italia la sfida è doppia. Occorre riequilibrare il mix professionale, superando una visione ospedalocentrica e medico-centrica che non regge più l’urto dell’invecchiamento e l’aumento delle cronicità. E serve un investimento strutturale che renda la professione attrattiva e sostenibile.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 20 Feb 2026 04:32:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-20T04:32:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>Corbellini: “Gli esperti del Monaldi di Napoli hanno messo la scienza prima dell’emozione”</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/19/news/corbellini-gli-esperti-del-monaldi-di-napoli-hanno-messo-la-scienza-prima-dell-emozione--8678113/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Gli esperti riuniti all’Ospedale Monaldi di Napoli hanno messo la scienza e l’etica al primo posto. &lt;strong&gt;E’ questo l’unico modo per essere equi e fare scelte giuste&lt;/strong&gt;”. Lo storico ed epistemiologo Gilberto Corbellini, docente di storia della medicina all’Università La Sapienza di Roma, commenta in questo modo al Foglio la scelta dei quattro esperti che hanno giudicato impraticabile un nuovo trapianto di cuore al bambino di due anni e mezzo ricoverato da dicembre dopo una prima operazione&amp;nbsp;andata male.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Fin da pochi giorni dopo la nascita, al bambino era stata diagnosticata una cardiomiopatia, una grave malformazione cardiaca che comprometteva seriamente la funzionalità del cuore. Nonostante le condizioni di salute molto critiche, era riuscito a vivere a casa con i genitori, sostenuto da una terapia farmacologica specifica. A causa della gravità della sua situazione, era stato inserito in cima alla lista nazionale d’attesa per i trapianti, dove i tempi di attesa sono generalmente lunghi: è infatti necessario trovare un donatore compatibile per gruppo sanguigno e, soprattutto, di peso simile a quello del ricevente. La svolta è arrivata a dicembre, quando i genitori di un altro bambino, morto nello stesso mese, hanno autorizzato la donazione degli organi, rendendo possibile il trapianto tanto atteso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il parere del pool di specialisti, provenienti dalle principali strutture sanitarie del paese , è solo l’ultimo tassello di un drammatico circuito di errori&lt;/strong&gt;. Corbellini li mette in fila: “Nel contenitore che doveva trasportare l’organo da trapiantare qualcuno ha messo del ghiaccio secco, che notoriamente brucia i tessuti. Il chirurgo, poi, convinto che il cuore in arrivo fosse in condizioni normali, ha espiantato il cuore del bambino, ed è stato costretto ad impiantare quello compromesso”. La notizia fa il giro degli schermi, piomba nel cuore degli italiani, la premier Giorgia Meloni telefona alla madre del bambino promettendogli giustizia per quanto accaduto, il presidente della Campania Roberto Fico raggiunge l’ospedale dove è ricoverato. In un clima di emozione così forte, di drammatica attesa e speranza, gli esperti dicono no a un’altra operazione perché le condizioni del bambino non sono compatibili con un nuovo trapianto. “La commissione ha dei parametri molto precisi che si basano sulla compatibilità genetica, sull’urgenza, sulla posizione nella lista d’attesa – spiega Corbellini – Bisogna capire quante chance di sopravvivenza ha la persona a cui viene trapiantato l’organo”. &lt;strong&gt;Si lavora in termini di probabilità, sulla base di dati clinici e di parametri biologici: “Questi elementi devono sempre prevalere. Del resto, il chirurgo pietoso fa peggio di quello che decide con freddezza. E quando si tratta di salvare vite non è la compassione a portare alla migliore scelta”&lt;/strong&gt;. Di fronte a certi fatti, l’emotività va necessariamente ridimensionata: “Tutti avremmo voluto salvare quel bambino, ma se non lo si può fare, cosa facciamo? Ci laviamo la coscienza impiantandogli un cuore che non potrà usare perché ormai il suo corpicino non funziona più bene? I criteri oggettivi sono quelli che garantiscono l’equità”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Di fronte a un 10 per cento di probabilità che l’operazione vada a buon fine, il ruolo dei genitori brilla di rara dignità. “La mamma è rassegnata all’idea che il figlio non ce la farà. Apprende la non operabilità da questo team di medici che sono i maggiori esperti di tutta Italia, non abbiamo motivo di contraddirli”, ha commentato Francesco Petruzzi, l’avvocato della famiglia del bambino, parlando con i cronisti fuori dall’ospedale. “&lt;strong&gt;Hanno dato un grande esempio di dignità e ragionevolezza&lt;/strong&gt;. E’ un esempio anche di come si può reagire con il mondo sanitario. Hanno dimostrato fiducia anche nella struttura, accettando addirittura che fosse quello stesso chirurgo ad operarlo di nuovo”, conclude l’esperto. Oltre il dramma, la scienza che riporta dolorosamente le cose al loro ordine.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 19 Feb 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Riccardo Carlino</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-19T05:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Sulla spesa farmaceutica serve una politica vera</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/14/news/sulla-spesa-farmaceutica-serve-una-politica-vera-8659644/</link>
      <description>&lt;p&gt;La crescita della spesa farmaceutica non è una sorpresa. E’ un fenomeno strutturale, legato all’invecchiamento della popolazione, all’arrivo di farmaci innovativi ad alto costo, al progressivo spostamento di alcune terapie dall’ospedale al territorio. Tutte variabili note, prevedibili, studiate da anni. Proprio per questo, però, lo sforamento dei tetti e le tensioni che ne sono seguite aprono una questione che non può essere archiviata come un incidente tecnico. &lt;strong&gt;La lettera con cui il ministro della Salute ha chiesto chiarimenti urgenti ai vertici dell’Aifa segna un passaggio politico&lt;/strong&gt;. Non soltanto per i contenuti — richiesta di documentazione metodologica, evidenze sulle scelte autorizzative, report bimestrali sull’andamento della spesa — ma per il contesto in cui arriva: polemiche interne all’Agenzia finite sui giornali, divergenze con le Regioni sulla sostenibilità del sistema, e ora un confronto pubblico tra ministro e sottosegretario sulla governance stessa dell’ente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Quando la discussione si sposta dal merito dei numeri alla legittimazione di chi quei numeri deve governarli, il problema diventa più ampio. Non riguarda solo i conti, ma la credibilità dell’intero sistema di regolazione. E in gioco non c’è un capitolo marginale del bilancio dello stato, bensì una delle voci più sensibili per la tenuta del Ssn. Il punto non è se servano controlli più stringenti o una valutazione obiettiva delle performance: servono, ed è giusto pretenderli. &lt;strong&gt;Il punto è se la politica sia in grado di offrire una visione che vada oltre la logica della “tirata d’orecchie”&lt;/strong&gt;. Perché la sostenibilità della spesa farmaceutica richiede programmazione pluriennale, capacità negoziale con l’industria, investimenti nella produzione nazionale, criteri trasparenti di valutazione dell’innovazione. La sfida è governare quel cambiamento senza scaricarne il peso sui territori o sui pazienti. In un contesto internazionale instabile e con conti pubblici sotto pressione, il margine di errore si assottiglia. &lt;strong&gt;E il confronto non può ridursi a un regolamento di conti nella maggioranza&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Sat, 14 Feb 2026 04:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-14T04:00:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Spesa farmaceutica fuori controllo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/12/news/spesa-farmaceutica-fuori-controllo-8649883/</link>
      <description>&lt;p&gt;La spesa farmaceutica cresce senza sosta. &lt;strong&gt;Gli ultimi dati pubblicati a gennaio confermano una tendenza strutturale, trainata dall’invecchiamento della popolazione e dall’arrivo di farmaci innovativi ad alto costo. &lt;/strong&gt;Variabili note, prevedibili. Proprio per questo, difficili da giustificare se sfuggono al controllo. La lettera inviata dal ministro della Salute, &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/orazio-schillaci/"&gt;Orazio Schillaci&lt;/a&gt;, ai vertici dell’Aifa segna un passaggio politico rilevante. Non è una richiesta formale qualsiasi: parla di “chiarimenti urgenti” e di “misure correttive”. E’ il riconoscimento che qualcosa nella governance del sistema non funziona come dovrebbe.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il ministro richiama le “criticità significative” emerse dai dati e sottolinea un nodo particolarmente delicato: la divergenza tra Aifa e regioni sulla sostenibilità della spesa. &lt;strong&gt;Quando le istituzioni chiamate a collaborare interpretano diversamente gli stessi numeri, il problema non è solo tecnico, ma di indirizzo e di metodo.&lt;/strong&gt; Significa che manca una regia condivisa. A pesare sono anche le polemiche interne all’Agenzia, esplose pubblicamente durante la presentazione dell’ultimo rapporto Osmed. Le tensioni tra dirigenti, finite sui giornali, hanno incrinato la credibilità di un organismo che dovrebbe rappresentare un presidio di autorevolezza scientifica e amministrativa. Schillaci chiede documentazione metodologica completa, evidenze a supporto delle scelte autorizzative, dettagli sui sistemi di monitoraggio dei farmaci innovativi. E pretende un rapporto bimestrale con analisi disaggregate della spesa, azioni concrete, cronoprogrammi e indicatori misurabili. &lt;strong&gt;Non solo analisi, dunque, ma responsabilità. La questione non è meramente contabile. La spesa farmaceutica incide sulla sostenibilità del Servizio sanitario e sulla fiducia dei cittadini.&lt;/strong&gt; Governarla significa tenere insieme diritto all’innovazione e tenuta dei conti pubblici. I quattordici giorni concessi dal ministro sono più di una scadenza amministrativa: sono il segnale che il tempo delle ambiguità è finito.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 12 Feb 2026 04:37:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Redazione</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-12T04:37:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>C'è sempre meno smog nelle città italiane, anche grazie alla tecnologia</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/09/news/c-e-sempre-meno-smog-nelle-citta-italiane-anche-grazie-alla-tecnologia-8636447/</link>
      <description>&lt;p&gt;Buone notizie sul fronte ambientale: lo smog nelle città italiane è diminuito. A metterlo nero su bianco è il&amp;nbsp;nuovo rapporto &lt;a href="https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/malaria-di-citta-2026"&gt;'Mal'Aria di città 2026'&lt;/a&gt; di Legambiente,&amp;nbsp;che fa il punto sullo stato della qualità dell'aria nei capoluoghi di provincia italiani.&amp;nbsp;&lt;strong&gt;Nel&amp;nbsp;2025 scendono a 13 i capoluoghi di provincia che hanno superato i limiti giornalieri di polveri fini&amp;nbsp;nocive per la salute&amp;nbsp;Pm10&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;(fissato dalla normativa europea a 50 microgrammi per metro cubo e consentito per un massimo di 35 giorni all'anno).&lt;strong&gt; Il dato è in netta diminuzione rispetto alle&amp;nbsp;25 città del 2024, 18 del 2023 e&amp;nbsp;29 del 2022&lt;/strong&gt;.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L'aria peggiore si respira&amp;nbsp;a Palermo.&amp;nbsp;La centralina di monitoraggio di via Belgio del capoluogo siciliano ha infatti registrato&amp;nbsp;89 giorni oltre il limite di legge,&amp;nbsp;portandola al vertice della graduatoria nazionale degli sforamenti. A seguire c'è&amp;nbsp;Milano (centralina Marche) con 66 sforamenti, Napoli (Ospedale Pellegrini) con 64 e Ragusa (Campo di Atletica) con 61. Altri nove capoluoghi segnano numeri al di sotto dei 60 sforamenti, ma nel resto dei capoluoghi monitorati non si registrano sforamenti oltre i limiti di legge.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"La sensazione generale è che &lt;strong&gt;la qualità dell’aria sia migliorata nel corso degli ultimi decenni &lt;/strong&gt;– si legge nel report – &lt;strong&gt;frutto di un miglioramento tecnologico&lt;/strong&gt; che ha coinvolto le principali sorgenti emissive (come le automobili, il riscaldamento domestico, le attività industriali) e, in misura minore, delle politiche introdotte dai governi, Regioni e Comuni che in maniera più o meno efficace hanno provato a mettere in campo misure per risolvere il problema", prosegue l'analisi. Anche secondo&amp;nbsp;Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, "i&amp;nbsp;miglioramenti registrati nel 2025 sono tra i più positivi degli ultimi anni, ma restano fragili e non sostenuti da scelte coerenti”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Fra i nodi più importanti da sciogliere c'è l'eccessiva lentezza con cui i comuni stanno riducendo le concentrazioni di inquinanti anno dopo anno. Il rischio è che non riesca a stare dentro ai nuovi (e più stringenti) limiti che entreranno&amp;nbsp;in vigore dal 1° gennaio 2030 con la revisione della Direttiva europea sulla qualità dell'aria. Tra questi c'è quello di portare la soglia di&amp;nbsp;PM10 a&amp;nbsp;20 microgrammi per metro cubo.&amp;nbsp;Al contrario, &lt;strong&gt;grandi città come&amp;nbsp;Roma,&amp;nbsp;Bologna o&amp;nbsp;Firenze sono sulla buona strada&lt;/strong&gt;. Dato che, insieme a molti altri comuni, da qui ai prossimi quattro anni&amp;nbsp;"potrebbero rientrare tra i 18 e i 20 microgrammi per metro cubo al 2030".&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il bacino padano resta una delle aree più critiche a livello europeo per la qualità dell'aria. È proprio studiando quest'area che emerge come&amp;nbsp;la geografia dell'inquinamento sia cambiata: se un tempo le massime criticità si concentravano nelle grandi città, &lt;strong&gt;oggi piccoli e medi centri urbani e rurali risultano sempre più inquinati, anche a causa degli eccessi dell'allevamento intensivo&lt;/strong&gt;. In questo contesto "è&amp;nbsp;irragionevole che, proprio mentre iniziano a emergere segnali concreti, il governo scelga di tagliare le risorse invece di consolidare questi progressi", denuncia Zampetti, secondo cui "la scelta di ridurre drasticamente già dal 2026 – e per tutto il prossimo triennio – le risorse destinate al Fondo per il miglioramento della qualità dell'aria nel bacino padano non va nella giusta direzione".&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 09 Feb 2026 14:30:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Riccardo Carlino</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-09T14:30:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Non più vecchi. I novantenni sono sempre di più e stanno sempre meglio</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/09/news/non-piu-vecchi-i-novantenni-sono-sempre-di-piu-e-stanno-sempre-meglio-8628003/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Non era chiaro il modo in cui saremmo saltati fuori, ammesso che ci riuscissimo, dalla grande crisi della mortalità conseguente alla pandemia di Covid del biennio 2020-2021.&lt;/strong&gt; L’Istituto Superiore di Sanità aveva certificato in 138.099 il surplus di morti dovuti specificamente al Covid nei due anni: 138.099 morti mai così sbilanciati in relazione all’età come per nessun’altra causa di morte. Se infatti erano morti di Covid poco più di due italiani su mille, la mortalità per Covid era stata praticamente zero fino ai 40 anni e modestissima tra i 40 e i 60, cominciando ad assumere uno spessore solo dopo la soglia dei 60 quando tra i 60 e i 69 anni era stata proprio di 2 italiani morti ogni mille abitanti di quell’età. Dopodiché la mortalità di Covid si era impennata: 6 morti ogni mille abitanti di 70-79 anni; 15 morti ogni mille abitanti di 80-89 anni; e infine ben 34 morti ogni mille abitanti di 90 anni e più. &lt;strong&gt;I novantenni, poco più dell’1 per cento della popolazione, avevano contribuito quasi per il 20 per cento al totale dei morti di Covid.&lt;/strong&gt; Parlare di falcidia è esagerazione, ma mai si era vista una causa di morte accanirsi fino a questo punto sui più vecchi. E dunque, non era chiaro come saremmo saltati fuori da una crisi di mortalità che mirava dritta ad anziani e vecchi – tantopiù a pensare che 6 morti di Covid su 10 avevano 80 anni e più. Era forse da attendersi, alla luce di questi numeri, un indebolimento, chiamiamolo pure fisiologico, rispetto al passato delle età ultime della vita? Dopo che per tanti anni proprio queste fasce d’età avevano beneficiato di straordinari miglioramenti in termini di allungamento della speranza di vita, di aumento degli anni ancora da vivere?&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Non era chiaro il modo in cui saremmo saltati fuori, ammesso che ci riuscissimo, dalla grande crisi della mortalità conseguente alla pandemia di Covid del biennio 2020-2021&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;L’interrogativo era tanto più pertinente se si considera che la mortalità per Covid era intervenuta quando già sembrava profilarsi, da almeno un quinquennio prima dell’anno pandemico 2020, una contrazione dei ritmi di incremento della speranza di vita o vita media della popolazione italiana, cosicché un ridimensionamento dell’aumento degli italiani delle età più avanzate della vita appariva come l’ipotesi più realistica. Ma le cose non sono andate affatto in questo senso, e a innescare il turbo di una nuova crescita della durata della vita sono stati proprio loro: gli ultranovantenni. Ma andiamo con ordine.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel 2019, l’anno precedente la pandemia, la vita media degli italiani aveva superato di slancio, per la prima volta nella storia d’Italia e con uno dei più strepitosi risultati di tutti i tempi nel mondo, gli 83 anni: 83,16, per la precisione, pari a 83 anni e 2 mesi di speranza di vita alla nascita – quando, è bene precisare, la speranza di vita è al suo punto più basso, dovendo attraversare la strettoia del primo anno di vita, anno in cui la mortalità assume valori che verranno superati solo in prossimità dei cinquant’anni. Nel 2020, primo e più furioso anno pandemico, la vita media era scesa a 82,08 anni: 82 anni e 1 mese, con una perdita secca di un anno e un mese di vita in media a italiano – un risultato, per capirci, quasi da tempo di guerra. Ancora nel 2023, pur essendo tornata a superare di un soffio gli 83 anni, la vita media restava al di sotto del livello raggiunto nel 2019. &lt;strong&gt;Sarebbe occorso il 2024, e un aumento di ben 5 mesi di vita rispetto al 2023, perché la vita media, o speranza di vita degli italiani, tornasse sopra il livello prepandemico, spingendosi fino a 83 anni e 5 mesi: 3 mesi in più del 2019.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;I novantenni, poco più dell’1 per cento della popolazione, avevano contribuito quasi per il 20 per cento al totale dei morti di Covid&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ora, questo risultato ha un aspetto molto peculiare: è il prodotto dell’allungamento della vita in prossimità e più ancora dopo i novant’anni. &lt;strong&gt;Detto in altre parole è soprattutto agli ultranovantenni che si deve il risultato di una speranza di vita o vita media mai così alta in Italia – e a parte poche eccezioni nel mondo – come nel 2024. &lt;/strong&gt;Questa conclusione è doppiamente valida: è valida sia che si guardi al periodo 2019-2024, cioè nell’arco compreso tra l’anno prima della pandemia e il primo dopo la pandemia in cui la speranza di vita è tornata a superare la speranza di vita del 2019; sia che si guardi a un periodo più lungo, che va dal 1992 al 2024.&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;Detto in altre parole è soprattutto agli ultranovantenni che si deve il risultato di una speranza di vita o vita media mai così alta in Italia – e a parte poche eccezioni nel mondo – come nel 2024&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel primo caso – il quinquennio 2019-2024 – l’aumento dei novantenni tra il 2019 e il 2024 è stato di oltre 113 mila unità, che avrebbe raggiunto le 140 mila unità se non ci fossero stati i quasi 27 mila ultranovantenni morti di Covid, per un incremento – che si sarebbe registrato in assenza di Covid – pari al 18,3 per cento dei novantenni del 2019. Calcoli analoghi portano a incrementi, sempre che non ci fossero stati i morti di Covid, del 5,3 per cento dei settantenni e del 5,2 per cento degli ottantenni. Ma, intendiamoci, anche considerando i morti di Covid, e dunque tutti i morti effettivamente registrati, i divari cambiano di poco: in termini percentuali l’incremento dei novantenni resta pur sempre di oltre tre volte l’incremento percentuale dei settantenni e degli ottantenni.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il trionfo quantitativo dei novantenni, perché tale è alla luce dei dati statistici, è ancor più evidente nel lungo periodo 1992-2024.&lt;/strong&gt; In quest’arco di tempo di oltre tre decenni infatti gli ultranovantenni passano in cifre assolute dai 197 mila del 1992 agli 879 mila del 2024, con un incremento del 347 per cento; mentre aumentano: del 29 per cento i sessantenni, del 64 per cento i settantenni e del 108 per cento gli ottantenni. Ora, si lasci pure perdere l’ultimo quinquennio, dove pur con la super mortalità per Covid gli ultranovantenni hanno fatto registrare incrementi percentuali di oltre tre volte gli incrementi percentuali dei settantenni e degli ottantenni, e si concentri l’attenzione su queste ultime cifre: il ritmo di crescita degli ultranovantenni è stato negli ultimi trent’anni di oltre dodici volte quello dei sessantenni, di quasi sei volte quello dei settantenni, di tre volte e mezza quello degli ottantenni. In una parola, e concludendo, ritmi di crescita incomparabili che ci portano a una conclusione incontrovertibile: gli aumenti della vita media o speranza di vita alla nascita degli ultimi trent’anni in Italia si sono avuti in buona parte per merito degli ultranovantenni. Come dobbiamo intendere quest’ultima conclusione? Che valore vogliamo attribuirle?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Non sono domande da poco. Per intenderci: c’è una lunga retorica che viene dal profondo dei tempi e pure dall’idea secondo la quale a contare non è tanto la lunghezza quanto piuttosto la qualità della vita. Tradotta in termini moderni, questa retorica porta a considerare, più che il numero di anni di vita in termini assoluti, il numero di anni vissuti in buona salute. Ora, parafrasando la teoria della relatività, una concezione ristretta della “buona salute”, ch’è quella propugnata nel&lt;span&gt; “&lt;/span&gt;Rapporto Bes 2024. Il Benessere Equo e Sostenibile in Italia nel 2024”, dell’Istat, porta a concludere che nel 2024 la speranza di vita in buona salute è scesa in Italia a 58,1 anni, rispetto ai 59,1 anni del 2023 e ai 58,6 anni del 2019. &lt;strong&gt;Insomma, secondo questo rapporto la speranza di vita nel 2024 è sì aumentata di 5 mesi rispetto al 2023, ma è diminuita di un anno secco la speranza di vita in buona salute.&lt;/strong&gt; Ci abbiamo guadagnato, dunque, o non ci abbiamo piuttosto rimesso? A stare a una certa interpretazione ci abbiamo rimesso, perché l’aumento di 5 mesi di speranza di vita sul 2023 è stato più che compensato dalla perdita di un anno di buona salute nel 2024.&lt;/p&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
 &lt;p&gt;La speranza di vita nel 2024 è sì aumentata di 5 mesi rispetto al 2023, ma è diminuita di un anno secco la speranza di vita in buona salute&lt;/p&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma le cose non stanno precisamente così, innanzi tutto in quanto sugli anni in buona salute pesa il peggioramento della salute percepita dai più di 40 mila intervistati nell’ambito della “Indagine multiscopo sugli aspetti della vita quotidiana” – sempre dell’Istat. La percezione soggettiva della salute peggiora mentre “oggettivamente” diminuiscono la mortalità infantile, la mortalità per tumori, la mortalità evitabile – la mortalità per la quale, ci si scusi l’ossimorico gioco di parole, non si dovrebbe morire – e non cresce né la mortalità per incidenti stradali né quella per cause violente. E allora? E allora siamo nell’ambito di quella statistica un tantino tafazziana che ci fa dire che in Italia c’è poco meno di un italiano su dieci in povertà assoluta, dicasi “assoluta”, nel mentre la vita media degli italiani è arrivata a 83,5 anni, ha superato di slancio la depressione causata dal Covid ed è lanciata verso nuovi traguardi che il mondo letteralmente si sogna; quella stessa statistica che permette a &lt;span&gt;Save the children&lt;/span&gt; di colpevolizzarci un giorno sì e l’altro pure ammonendoci che un bambino italiano su tre è a rischio di povertà mentre la mortalità infantile in Italia scende ai livelli più bassi di sempre e appena un nato ogni 250 nati non arriva in Italia alla maggiore età – e se non è un record mondiale, questo, poco ci manca. Così è anche per gli anni di vita in buona salute, influenzati come sono da una percezione della salute, parametro che più soggettivo non si può, legata da un lato all’invecchiamento della popolazione italiana (e dunque del campione sul quale la percezione è calcolata) e dall’altro alle vicissitudini non necessariamente nel segno dell’efficienza di un servizio sanitario nazionale che paga, tra l’altro, proprio l’incessante aumento del numero di italiani delle età più avanzate della vita.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Una volta si avevano a cuore, certi parametri, si capivano, si maneggiavano con delicatezza. &lt;strong&gt;Oggi che a momenti un italiano su cinque ha più di settant’anni, e che ci sono 4,6 milioni di ultraottantenni in una popolazione di neppure 59 milioni di abitanti, ci sentiamo in certo senso autorizzati a non capirli più.&lt;/strong&gt; Ed ecco allora che ragazzini imberbi e ultra vecchi hanno uguali valori ritenuti normali della pressione arteriosa come del colesterolo, che prima venivano tarati in base all’età, ovviamente creando eserciti di pseudo ammalati di questa o di quella patologia che corrono a intasare i percorsi diagnostici e di cura e a dichiarare, intervistati per verificare se sono o meno in buona salute, di soffrire di ipertensione e ipercolesterolemia.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;E’ un mondo buffo, in certo senso. &lt;strong&gt;Siamo alle prese con una sorta di immortalità in atto qui in terra, ma stentiamo a capire cosa significa e cosa comporta.&lt;/strong&gt; No, non sono in buona salute gli ultraottantenni, meno ancora gli ultranovantenni. Perché dovrebbero esserlo, se la buona salute è ritenuta uguale e invariante a dieci come a cent’anni? Se non adeguiamo concetti e parametri?&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;I novantenni in Italia sono aumentati del 347 per cento dal 1992, alla media aritmetica stratosferica di un più dieci per cento tutti gli anni.&lt;/strong&gt; Non c’è investimento che renda tanto, a stare alle statistiche che non consentono contorcimenti, per di più un rendimento sicuro. &lt;strong&gt;Nonostante i quasi 27 mila morti in più dovuti al Covid, la loro marcia non si è interrotta. &lt;/strong&gt;Questo è il dato. E questo dato si erge pur sempre a indice di due inattaccabili verità.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;La prima: c’è un sistema Italia che sta alla base di questi risultati, li consente e li sorregge quando, come nel caso del Covid, sono sotto attacco. E’ un sistema fatto di tante componenti: ospedali e strutture sanitarie e socio-sanitarie, reti e organizzazioni solidaristiche, sistemi pensionistici e assistenziali, ovviamente, nuove realtà di assistenza e accompagnamento degli anziani, come le organizzazioni sempre più diffuse ed efficienti dei badanti. Famiglie, anche, sebbene queste ultime non esercitino il ruolo prevalente di una volta, sia perché sono molto piccole, sia perché chiamate assai meno in causa proprio come conseguenza della crescita delle altre componenti. E’ un sistema complesso con non pochi punti critici, primo fra tutti quello di un difficile amalgama funzionale tra le diverse componenti, ma è un sistema che ha una sua indubbia forza complessiva – e l’aumento esponenziale degli ultranovantenni ne rappresenta la prova inconfutabile.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La seconda verità: l’aumento percentuale degli ultranovantenni, neppure paragonabile a quello, pur importante, delle altre età della vecchiaia lascia intendere che ci sono età critiche, dal punto di vista della sopravvivenza, superate le quali la biologia dell’età è paradossalmente una corazza più difficilmente attaccabile. &lt;/strong&gt;Negli ultimi trent’anni l’aumento percentuale dei sessantenni è stato, si è detto, del 29 per cento, inferiore a quello dei cinquantenni, che è stato del 35 per cento – e questo, ripetiamolo, in un quadro di crescita che diventa proporzionalmente più alta al crescere dell’età. &lt;strong&gt;Gli anni sessanta della vita sembrano così quelli nei quali si annidano i rischi più consistenti che ne minacciano la durata.&lt;/strong&gt; Superati quelli, l’aumento di settantenni, ottantenni, novantenni è spedito e proporzionalmente crescente. Con un’ulteriore precisazione, però: la differenza tra il 108 per cento di aumento degli ottantenni e il 347 per cento di aumento dei novantenni è troppo spiccata, troppo ampia per potersi attribuire in tutta tranquillità alla tendenza all’aumento relativo degli abitanti, sempre più consistente all’aumentare dell’età. E’ un aumento, questo del 347 per cento, che fa piuttosto pensare che siamo entrati in un tempo in cui superata una soglia d’età molto elevata, come gli ottanta anni, le difese organiche, fisiologiche e immunologiche, sono diventate così ingenti da rendere il fisico, pur in decadenza, attrezzato e resistente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;I novant’anni si preparano a essere gli attuali ottanta, per intenderci. Anche sotto il profilo strettamente numerico. &lt;strong&gt;Cosicché non resta altra strada: occorrerà preparare altri criteri per stimare gli anni in buona salute, a meno di non voler fare strame di vecchi, invece di rendere loro giustizia.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;div&gt; 
 &lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;/div&gt;</description>
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      <pubDate>Mon, 09 Feb 2026 04:57:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Roberto Volpi</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-09T04:57:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>"Al banco serve cura, non politica". Il capo dei farmacisti boccia il boicottaggio dei medicinali israeliani</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/04/news/-al-banco-serve-la-cura-non-la-politica-il-presidente-dei-farmacisti-boccia-il-boicottaggio-dei-medicinali-israeliani-8618452/</link>
      <description>&lt;p&gt;"Noi farmacisti abbiamo due vincoli: la Costituzione e il codice deontologico. I temi politici li lasciamo alla politica". Non usa giri di parole &lt;strong&gt;Andrea Mandelli, presidente della Federazione Ordini dei Farmacisti Italiani &lt;/strong&gt;nonché dell'Ordine interprovinciale di Milano, Lodi, Monza e Brianza. Il tema è &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/04/news/l-ideologia-in-farmacia-monza-vuole-boicottare-i-farmaci-israeliani-polemiche-e-paradossi-etici-8616083/"&gt;la mozione approvata dal Consiglio comunale di Monza&lt;/a&gt; che &lt;strong&gt;invita le farmacie comunali a interrompere progressivamente la commercializzazione dei farmaci prodotti da aziende israeliane&lt;/strong&gt;, a partire da Teva, big&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;dei medicinali generici. Un boicottaggio che, nelle parole degli estensori del provvedimento, vorrebbe "orientare le politiche delle farmacie comunali verso criteri di coerenza con il diritto internazionale e i diritti umani". Mandelli&amp;nbsp;solleva una questione di principio che va ben oltre il caso specifico.&amp;nbsp;"Non voglio farne un discorso politico, non mi interessa", precisa. "La Costituzione, il Codice deontologico e il fatto di essere professionisti ci indicano che dobbiamo fare la migliore scelta per il cittadino. Poi le faccende politiche non possono riguardare i miei colleghi che sono al banco".&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ci sono solo due paletti, dice Mandelli, ma piantati ben in profondità. "&lt;strong&gt;L'articolo 32 della Costituzione&lt;/strong&gt;, che&amp;nbsp;dà un indirizzo reale all'attività del farmacista, cioè esprime il diritto alla salute. E, tra parentesi, questo diritto è l'unico che è veramente aggettivato in maniera forte: si parla di un diritto 'fondamentale'. Il secondo vincolo per i professionisti è il nostro&lt;strong&gt; Codice deontologico&lt;/strong&gt; su cui giuriamo di essere a fianco del cittadino per il meglio della sua salute. Insomma,&lt;strong&gt; vorrei evitare che i farmacisti venissero tirati in mezzo su questioni che non si attagliano assolutamente con la&amp;nbsp;necessità di essere dalla parte di chi ha bisogno di una cura&lt;/strong&gt;", spiega Mandelli. "Abbiamo visto l'esempio di Crans Montana, con &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/01/10/news/il-gel-che-cura-i-ragazzi-di-crans-montana-viene-da-israele-e-ha-gia-lenito-le-vittime-di-hamas-8517961/"&gt;il gel NexoBrid &lt;/a&gt;sviluppato dall'azienda israeliana MediWound e utilizzato anche per trattare i ragazzi italiani&amp;nbsp;ustionati nell'incendio di Capodanno. Per i nostri figli questo e altro".&amp;nbsp;È l'esempio più netto di come la politica rischi di entrare in conflitto con il diritto alla cura migliore possibile.&amp;nbsp;Davanti a una cura efficace, la bandiera del produttore non può essere un criterio di scelta e&amp;nbsp;quando si tratta di salute, non ci sono boicottaggi che tengano.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ma c'è anche un altro aspetto&amp;nbsp;dirimente nel ragionamento. Se dobbiamo collegare l'utilizzo di un farmaco a una provenienza&amp;nbsp;geografica e a una valenza etica, allora dovremmo&amp;nbsp;dirci che&lt;strong&gt; la maggior parte dei principi attivi viene dalla Cina.&lt;/strong&gt; E anche lì ci sarebbe da discutere di diritti umani: di Xinjiang, Tibet, Hong Kong e Taiwan. Oltre che di repressione delle minoranze etniche e religiose e di mancanza&amp;nbsp;di libertà e democrazia.&amp;nbsp;I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo il Brookings Institution, Pechino controlla l'80-90 per cento della fornitura globale di principi attivi farmaceutici, mentre China Observers in Central and Eastern Europe stima che ne produca circa il 40 per cento e l'India circa il 20. Un esempio concreto? L'amoxicillina, l'antibiotico più prescritto al mondo, viene prodotta tra India, Giordania e Canada, ma le due molecole fondamentali arrivano interamente dalla Cina.&amp;nbsp;E, sebbene sia una democrazia, anche l'India – che è il principale fornitore mondiale di farmaci generici e vaccini, Europa inclusa – è da tempo soggetta a critiche sulle violazioni dei diritti delle minoranze (musulmani, dalit) e sulle discriminazioni di casta, oltre a quelle che riguardano la situazione in Kashmir e le condizioni di lavoro nell'industria farmaceutica. Ma i boicottaggi si attivano sempre solo quando è coinvolto lo stato ebraico.&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;"È una situazione molto complessa", ammette Mandelli. "&lt;strong&gt;Ma il professionista deve fare la migliore scelta per chi si presenta nella farmacia. Questo credo sia la forza del farmacista: essere dalla parte del cittadino&lt;/strong&gt;".&amp;nbsp;Mandelli aggiunge poi una riflessione istituzionale: "L'Ordine è un ente di diritto pubblico sussidiario dello stato e ha dei compiti sanciti dalla legge. Non siamo un sindacato. Abbiamo&amp;nbsp;un compito che molti non sanno: quello di&amp;nbsp;essere garanti della qualità del servizio offerto dai professionisti ai cittadini. Quindi ribadisco la mia posizione: noi farmacisti dobbiamo dare il miglior servizio e l'ordine vigila perché il migliore servizio sia dato".&amp;nbsp;E alla domanda finale – perché proprio il farmaco tra tutti i prodotti da boicottare? – Mandelli risponde seccamente: "Dovrebbe chiederlo all'estensore della mozione. Probabilmente perché pensano che con la salute si possa amplificare il messaggio". Una chiosa che lascia poco spazio a interpretazioni: il banco, per il presidente dei farmacisti italiani, non è e non deve diventare un palcoscenico politico.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 15:27:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-04T15:27:00Z</dc:date>
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    <item>
      <title>L'ideologia in farmacia. Monza vuole boicottare i farmaci israeliani. Polemiche e paradossi etici</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/politica/2026/02/04/news/l-ideologia-in-farmacia-monza-vuole-boicottare-i-farmaci-israeliani-polemiche-e-paradossi-etici-8616083/</link>
      <description>&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il Consiglio comunale di Monza ha approvato una mozione che invita le farmacie comunali a interrompere, progressivamente, la commercializzazione dei farmaci prodotti da aziende israeliane, a partire da Teva&lt;/strong&gt;, uno dei maggiori gruppi farmaceutici al mondo nel settore dei medicinali generici. Il provvedimento, presentato dalla lista civica di maggioranza &lt;strong&gt;LabMonza&lt;/strong&gt;, è passato con 16 voti favorevoli, 6 contrari e 5 astenuti, tra cui il sindaco Paolo Pilotto. Il testo impegna l’amministrazione a “orientare le politiche delle farmacie comunali verso criteri di coerenza con il diritto internazionale e i diritti umani”, chiedendo di non rinnovare alla scadenza i contratti di fornitura con Teva e di sostituire i prodotti con farmaci equivalenti disponibili sul mercato. Una scelta che ha immediatamente acceso un ampio dibattito politico e istituzionale, ben oltre i confini cittadini.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il Comune ha diffuso una nota di precisazione: oggi le undici farmacie comunali gestite da FarmaCom continuano a vendere regolarmente tutti i farmaci, compresi quelli di aziende israeliane. L’eventuale decisione operativa spetterà al consiglio di amministrazione di FarmaCom, società a capitale misto pubblico-privato, che mantiene piena autonomia. In altre parole, la mozione ha un valore di indirizzo politico, non un effetto immediato sugli scaffali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Resta però il segnale. Ed è un segnale che porta la politica internazionale dentro un ambito – quello della sanità – tradizionalmente regolato da criteri di efficacia clinica, continuità terapeutica e appropriatezza delle cure&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Teva è un colosso globale con decine di stabilimenti nel mondo, presente in Italia dal 1996, attivo in aree fondamentali come neurologia, apparato respiratorio, cardiovascolare, gastrointestinale e dermatologia. Secondo i dati dell’azienda, nel nostro paese ogni minuto vengono vendute oltre 200 confezioni di suoi prodotti. I promotori della mozione sostengono che l’esclusione di Teva non ridurrà l’accesso alle cure, perché saranno sempre garantiti i farmaci equivalenti autorizzati dall’Aifa. “Escludere Teva non significa ridurre l’accesso ai farmaci, ma scegliere forniture eticamente responsabili”, afferma il consigliere di LabMonza Francesco Racioppi. Il collega Lorenzo Spedo rivendica il principio secondo cui “anche le scelte di approvvigionamento delle aziende pubbliche sono scelte politiche”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il punto, tuttavia, è proprio questo: &lt;strong&gt;se ogni farmaco diventa un veicolo di messaggio politico, il rischio è che il confine tra cura e battaglia sui simboli si assottigli fino a scomparire&lt;/strong&gt;. Un caso concreto lo dimostra: il gel enzimatico NexoBrid sviluppato dall’azienda israeliana MediWound e utilizzato per trattare undici ragazzi italiani gravemente ustionati nell’incendio di Crans-Montana (&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2026/01/10/news/il-gel-che-cura-i-ragazzi-di-crans-montana-viene-da-israele-e-ha-gia-lenito-le-vittime-di-hamas-8517961/"&gt;ne scrivevamo qui&lt;/a&gt;). Si tratta di un gel capace di rimuovere i tessuti necrotici senza ricorrere subito alla chirurgia. Lo stesso prodotto è stato impiegato anche per lenire le ferite delle vittime degli attacchi di Hamas del 7 ottobre. &lt;strong&gt;In casi come questi, la provenienza geografica del farmaco appare secondaria rispetto al suo valore terapeutico.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/strong&gt;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;&lt;strong&gt;Le reazioni politiche&lt;/strong&gt;&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;Questo paradosso alimenta le critiche di una parte consistente del mondo politico. &lt;strong&gt;La Lega parla apertamente di “vergogna”&lt;/strong&gt;. L’ex sindaco Marco Mariani, medico, afferma: “I farmaci non devono essere accostati a qualsivoglia tematica politica e le farmacie devono offrire un servizio completo a prescindere”. La segretaria cittadina Roberta Gremignani cita proprio il caso NexoBrid usato a Crans-Montana e aggiunge: “Boicottare un’industria farmaceutica perché israeliana è un’assurdità”. &lt;strong&gt;Forza Italia definisce la mozione “grave e pericolosa”&lt;/strong&gt;. In una nota degli azzurri si legge: “Decisioni legate alla salute pubblica non possono essere piegate a logiche ideologiche. Trasformare le farmacie in luoghi di scontro politico anziché presidi sanitari al servizio dei cittadini non tutela la comunità”. Il capogruppo Massimiliano Longo avverte che i cittadini potrebbero semplicemente rivolgersi alle farmacie private, “penalizzando il servizio pubblico senza alcun beneficio concreto”, e paventa il rischio di contenziosi legali.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Anche in Regione Lombardia la scelta viene definita “ideologica e miope”&lt;/strong&gt;. Secondo il capogruppo leghista Alessandro Corbetta, Monza rischia di trasformare “un servizio pubblico essenziale in strumento di propaganda politica”.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel frattempo &lt;strong&gt;FarmaCom dovrà valutare se e come recepire l’indirizzo del Consiglio comunale&lt;/strong&gt;, tenendo conto di contratti in essere, scorte di magazzino e soprattutto del diritto alla continuità terapeutica.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;h2&gt;&lt;strong&gt;Una domanda che resta aperta&lt;/strong&gt;&lt;/h2&gt; 
&lt;p&gt;La vicenda di Monza pone una questione che travalica i confini della città brianzola: &lt;strong&gt;quando la politica entra in farmacia, chi ne paga il prezzo?&lt;/strong&gt; La salute pubblica può diventare terreno di boicottaggio senza che questo comprometta il principio fondamentale per cui davanti a una malattia, non dovrebbero esserci bandiere ma solo cure? La risposta non è scontata. Ma forse vale la pena ricordare che il banco di una farmacia non è un seggio elettorale, e che chi vi si rivolge cerca sollievo, non campagne identitarie. Nel delicato equilibrio tra valori etici e diritto alla cura, il rischio è che a rimetterci sia proprio il cittadino: quello che ha bisogno di un farmaco, non di un manifesto politico.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 09:56:00 GMT</pubDate>
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      <dc:date>2026-02-04T09:56:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Trenta mesi per ritirare lo studio fragile sui danni da vaccino: troppo tardi per fermare la disinformatija no-vax</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/scienza/2026/02/04/news/trenta-mesi-per-ritirare-lo-studio-fragile-sui-danni-da-vaccino-troppo-tardi-per-fermare-la-disinformatija-no-vax-8611891/</link>
      <description>&lt;p&gt;Il primo agosto 2023 una rivista scientifica indicizzata, &lt;em&gt;Human Vaccines &amp;amp; Immunotherapeutics&lt;/em&gt;, pubblica un articolo che affronta un tema ad altissima sensibilità pubblica: il possibile rapporto tra vaccinazioni contro il Covid-19 e mortalità. Il lavoro, firmato da Greg J. Marchand e collaboratori, si presenta come una meta-analisi di studi di tipo self-controlled case series, una metodologia che confronta, all’interno degli stessi individui, il rischio di eventi in finestre temporali successive alla vaccinazione con il rischio osservato in altri periodi della loro storia clinica. Gli autori riportano due risultati principali:&lt;strong&gt; nessun aumento della mortalità per tutte le cause e un modesto aumento del rischio di mortalità cardiaca nei maschi, espresso come hazard ratio leggermente superiore a uno e statisticamente significativo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa combinazione di risultati ha un effetto comunicativo potente. &lt;strong&gt;L’assenza di un aumento della mortalità totale passa rapidamente in secondo piano, mentre il riferimento alla mortalità cardiaca diventa il fulcro dell’attenzione&lt;/strong&gt;. Dal punto di vista metodologico, però, &lt;strong&gt;il lavoro poggia su basi fragili fin dall’origine&lt;/strong&gt;. La meta-analisi combina un numero molto limitato di studi, condotti in contesti differenti, con definizioni non uniformi delle finestre di rischio e con scelte modellistiche che incidono in modo decisivo sull’esito finale. In un disegno di questo tipo, ogni assunzione pesa molto più che in analisi basate su milioni di osservazioni indipendenti, e il confine tra associazione temporale e interpretazione causale richiede particolare cautela.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nei mesi successivi alla pubblicazione, diversi ricercatori sollevano obiezioni puntuali sulla correttezza statistica e sull’interpretazione dei risultati&lt;/strong&gt;. Le critiche riguardano la selezione degli studi inclusi, la gestione dell’eterogeneità, l’uso di analisi di sottogruppo con potenza limitata e la solidità complessiva delle stime. In parallelo, emerge un problema più profondo, che andrà a pesare in modo determinante sull’esito finale della vicenda: &lt;strong&gt;una parte centrale dei dati utilizzati nell’analisi deriva da un database che, in un momento successivo alla pubblicazione, viene reso non più accessibile dall’ente che lo aveva prodotto&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questo passaggio segna un punto di svolta. &lt;strong&gt;La disponibilità dei dati non rappresenta un adempimento formale, ma una condizione operativa essenziale della ricerca scientifica&lt;/strong&gt;. Quando un risultato pretende di avere implicazioni generali sulla sicurezza di un intervento sanitario di massa, la possibilità di verificare come si passa dai dati grezzi alle stime finali diventa un requisito imprescindibile. La rimozione di un dataset utilizzato per produrre conclusioni centrali introduce un problema strutturale: parti rilevanti dell’analisi non possono più essere controllate, replicate o riesaminate in modo indipendente.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Nel corso del 2025, la casa editrice e il comitato editoriale della rivista avviano un confronto approfondito con gli autori. &lt;strong&gt;Viene condotta una revisione post-pubblicazione, vengono richiesti chiarimenti e valutate risposte e documentazioni integrativ&lt;/strong&gt;e. Alla fine di questo processo, la rivista giunge alla conclusione che la validità delle conclusioni resta in dubbio e che l’impossibilità di verificare componenti chiave dell’analisi compromette l’affidabilità complessiva del lavoro. &lt;strong&gt;Il 16 gennaio 2026 viene quindi &lt;a href="https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/21645515.2023.2230828"&gt;pubblicata la ritrattazione formale dell’articolo&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;A rendere il caso ancora più significativo interviene un elemento esterno al normale circuito accademico. Prima della ritrattazione, l’autore principale tenta di bloccare la decisione editoriale attraverso un’azione legale, chiedendo a un tribunale federale di impedire alla rivista di ritirare l’articolo. L’argomentazione ruota attorno al presunto danno reputazionale e a presunte violazioni contrattuali. Il giudice respinge la richiesta, riaffermando un principio fondamentale: &lt;strong&gt;un editore scientifico conserva la discrezionalità di correggere o ritirare un articolo quando emergono dubbi fondati sulla sua affidabilità&lt;/strong&gt;, e questa discrezionalità non può essere sospesa per via giudiziaria.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questi eventi si collocano su uno sfondo che merita attenzione. &lt;strong&gt;Lo stesso autore compare in collaborazioni scientifiche con figure note per una produzione sistematica di contenuti critici verso le vaccinazioni&lt;/strong&gt;, e tali collaborazioni si intrecciano con &lt;strong&gt;attività commerciali che promuovono prodotti presentati come rimedi contro presunti danni da vaccino&lt;/strong&gt;. Questo contesto non sostituisce l’analisi tecnica di un articolo, ma chiarisce l’esistenza di incentivi esterni che traggono beneficio dalla diffusione di risultati suggestivi, anche quando sono costruiti su basi deboli.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Il punto più rilevante, però, resta il fattore tempo&lt;/strong&gt;. Tra la pubblicazione dell’articolo nell’agosto 2023 e la sua ritrattazione nel gennaio 2026 passano quasi due anni e mezzo. In questo intervallo, il lavoro viene &lt;strong&gt;indicizzato, letto, citato e utilizzato come argomento in dibattiti pubblici e campagne di disinformazione&lt;/strong&gt;. La parola “peer-reviewed” funziona da sigillo di legittimità anche fuori dal contesto accademico, e pochi lettori arrivano a interrogarsi sulla robustezza metodologica o sulla qualità dei dati sottostanti. Quando la ritrattazione arriva, lo fa con un linguaggio prudente, necessario sul piano legale ed editoriale, ma poco efficace nel contrastare narrazioni già sedimentate.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Questa storia mostra un problema strutturale della comunicazione scientifica contemporanea. La produzione e la diffusione di un risultato fragile avvengono rapidamente; la sua correzione richiede processi lenti, complessi e spesso conflittuali. Nel frattempo, l’informazione distorta si radica. La ritrattazione ristabilisce l’ordine nel record scientifico, ma non cancella l’impatto sociale prodotto durante il periodo di esposizione e contribuisce intanto al bias di conferma antivaccinista. È in questo scarto temporale che si inseriscono e prosperano le campagne pesudoscientifiche di opposizione ai vaccini, sfruttando le inerzie e le asimmetrie del sistema scientifico stesso.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Wed, 04 Feb 2026 03:48:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Enrico Bucci</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-04T03:48:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Il Tar boccia Gemmato sui farmaci. Il governo colleziona un'altra sconfitta in Sanità per eccesso di protagonismo</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/02/03/news/il-tar-boccia-gemmato-sui-farmaci-il-governo-colleziona-un-altra-sconfitta-in-sanita-per-eccesso-di-protagonismo-8613571/</link>
      <description>&lt;p&gt;La sentenza del &lt;strong&gt;Tar Lazio&lt;/strong&gt; pubblicata lo scorso 2 febbraio è molto più di un incidente di percorso amministrativo: &lt;strong&gt;è una bocciatura piena della linea seguita dal governo nella gestione della filiera del farmaco&lt;/strong&gt;, e in particolare del &lt;strong&gt;tentativo di sostenere i grossisti scaricando il costo sull’industria del farmaco&lt;/strong&gt;, inclusa quella dei generici. Una sconfitta che ha un nome e un cognome: &lt;strong&gt;Marcello Gemmato&lt;/strong&gt;.&lt;strong&gt; Il sottosegretario alla Salute ha sbagliato nel merito e nel metodo&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Il Tar è chiarissimo: Aifa non aveva alcun potere per intervenire in quel modo. &lt;strong&gt;Il comunicato del 7 aprile 2025 viene giudicato illegittimo&lt;/strong&gt;, se non addirittura nullo, perché ha introdotto “ex novo un prelievo patrimoniale” a carico dei produttori di farmaci generici, in assenza di una previsione di legge, &lt;strong&gt;violando l’articolo 23 della Costituzione&lt;/strong&gt;. Ancora più grave, secondo i giudici, è &lt;strong&gt;l’evidente difetto di attribuzione: Aifa si è spinta oltre le competenze fissate dalla legge&lt;/strong&gt;, alterando i rapporti economici tra soggetti privati e riscrivendo a tavolino le quote di spettanza della filiera.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; &lt;strong&gt;Il punto politico è tutto qui&lt;/strong&gt;. In un regime di libero mercato lo stato può sostenere un segmento strategico come la distribuzione intermedia del farmaco, ma solo nei limiti delle proprie competenze. Può intervenire con leve fiscali, agevolazioni, accise, misure di sistema. &lt;strong&gt;Non può invece decidere tramite atti amministrativi chi deve pagare chi&lt;/strong&gt;, imponendo trasferimenti forzosi di risorse tra soggetti privati. È una scorciatoia che il Tar ha smontato pezzo per pezzo.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&lt;br&gt; Il risultato è l’ennesimo pasticcio: una norma mal scritta, un’interpretazione forzata, una sentenza che ristabilisce i confini, mentre il settore resta nell’incertezza. E intanto il governo colleziona un’altra sconfitta, dimostrando che, quando si governa la sanità senza confronto e con eccessiva volontà di protagonismo, a pagare non sono solo le aziende, ma l’intero sistema.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 03 Feb 2026 18:15:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giovanni Rodriquez</dc:creator>
      <dc:date>2026-02-03T18:15:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Ode alla resistenza di Schillaci, un argine alla deriva populista nella sanità</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/01/30/news/ode-alla-resistenza-di-schillaci-un-argine-alla-deriva-populista-nella-sanita--8593183/</link>
      <description>&lt;p&gt;Schivo, riservato, lontano tanto dalle luci della ribalta quanto dalle polemiche. Il tratto distintivo del carattere di &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/orazio-schillaci/"&gt;Orazio Schillaci&lt;/a&gt; è emerso fin dalle sue prime apparizioni pubbliche, quando era poco più di uno sconosciuto persino per molti addetti ai lavori. Lo sguardo fisso sugli appunti, gli occhi bassi che raramente incrociano quelli delle telecamere: un profilo atipico per un ministro della Salute in tempi di esposizione permanente. &lt;strong&gt;Eppure, più nei fatti che nelle parole, il tecnico chiamato da Fratelli d’Italia a guidare il dicastero ha mostrato, in questi anni di governo Meloni, punti di forza e fragilità.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Schillaci ha affrontato il nodo dei medici “gettonisti”, un fenomeno che stava producendo sperequazioni sempre più difficili da giustificare all’interno degli ospedali e drenava risorse ingenti dai bilanci delle aziende sanitarie. Ha provato a intervenire sulla piaga delle &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/liste-d'attesa/"&gt;liste d’attesa&lt;/a&gt;, con risultati disomogenei e non senza attriti con le regioni, chiamate a tradurre sul territorio le decisioni assunte a livello centrale. Tensioni fisiologiche, ma che hanno spesso messo a nudo i limiti di un sistema sanitario frammentato e cronicamente sottofinanziato. &lt;strong&gt;Di certo, il ministero da lui guidato non ha brillato per trasparenza sulle vicende opache che hanno accompagnato le &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/salute/2026/01/27/news/aifa-poca-trasparenza-poca-credibilita--8577288/"&gt;ultime nomine&lt;/a&gt; – e le altrettanto significative rinunce – all’Agenzia italiana del farmaco.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Ora, con il disegno di legge delega sulla riorganizzazione del Servizio sanitario nazionale, Schillaci tenta di delineare una riforma complessiva che tenga insieme ospedale e territorio. Forse troppo poco, forse troppo tardi. &lt;strong&gt;Di certo non una rivoluzione, piuttosto un tentativo di riordino che, per la prima volta, lascia intravedere un disegno di medio periodo che non si limita alla contingenza. I nodi critici, però, non mancano. &lt;/strong&gt;Il primo è quello delle risorse: senza nuovi finanziamenti strutturali, il rischio concreto è che la riforma resti un esercizio di ingegneria normativa, poco più di un libro dei desideri. Colpisce inoltre la difficoltà di fare davvero tesoro della lezione del Covid: ancora una volta l’asse dell’intervento appare sbilanciato sull’offerta ospedaliera, mentre il rafforzamento dell’assistenza territoriale resta più evocato che costruito. E stupisce come, su un tema che il ministro ha spesso indicato come centrale – la prevenzione – emergano più dichiarazioni d’intenti che standard vincolanti e obiettivi misurabili.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Eppure, al netto delle critiche, a Schillaci va riconosciuto un merito difficilmente contestabile: essere stato un argine alla deriva populista in sanità. &lt;strong&gt;Le pressioni non sono mancate, provenienti tanto da una parte della stampa di riferimento di una certa destra – dal quotidiano La Verità al “retequattrismo” militante – quanto da settori della maggioranza inclini a suggestioni complottiste e antiscientifiche,&lt;/strong&gt; che in più di un’occasione ne hanno messo in discussione la permanenza al ministero. Schillaci ha contenuto queste spinte, mantenendo un profilo basso e riuscendo, non senza fatica, a frenare le esuberanze e le gaffe di chi, anche all’interno del suo stesso dicastero, si muove in una permanente lotta di correnti per visibilità e potere.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Soprattutto, è stato l’argine che ha limitato gli effetti della declinazione “all’amatriciana” del Maga statunitense. &lt;strong&gt;Se l’abolizione dell’obbligo vaccinale introdotto dalla legge Lorenzin è rimasta una bandiera agitata ma mai tradotta in atti concreti; se le campagne vaccinali contro influenza e Covid proseguono; &lt;/strong&gt;se, pur con ritardo rispetto ad altri Paesi europei, l’Italia ha avviato un accesso universale al vaccino contro il virus respiratorio sinciziale per neonati e donne in gravidanza, lo si deve anche alla resistenza silenziosa di Schillaci verso chi ha osteggiato ciascuno di questi passaggi. In altre parole, se oggi il ministero della Salute non è diventato il palcoscenico di una idiocracy sanitaria, è perché a guidarlo c’è ancora un medico e professore universitario, non un aspirante Robert F. Kennedy Jr. all’italiana. &lt;strong&gt;Figure, queste ultime, relegate ai margini della scena politica – almeno per ora – con incarichi di facciata nella commissione d’inchiesta sul Covid offerti loro dalla maggioranza.&lt;/strong&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Tutto questo può sembrare poco. E lo sarebbe, se si ignorasse il contesto. &lt;strong&gt;Ma tenendo conto dello Zeitgeist e della Weltanschauung dell’ondata sovranista che attraversa Stati Uniti ed Europa, il giudizio cambia prospettiva.&lt;/strong&gt; Perché il meglio continua a essere nemico del bene, soprattutto in certi momenti storici. E allora sì, questo testo può essere letto come un’ode alla resilienza del ministro Schillaci. Anzi, forse è più corretto usare un termine che farà storcere ulteriormente il naso a quella parte della destra di governo che ne auspica la defenestrazione: un’ode alla resistenza.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Fri, 30 Jan 2026 04:01:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giovanni Rodriquez</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-30T04:01:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Dai Lea ai Lep, ma senza sapere quanto costa il diritto alla sanità</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/01/29/news/dai-lea-ai-lep-ma-senza-sapere-quanto-costa-il-diritto-alla-sanita--8588116/</link>
      <description>&lt;p&gt;La legge di Bilancio 2026 riconosce che le cure sanitarie sono un diritto costituzionale. Ma senza uno strumento per calcolare quanto costano davvero, il diritto rischia di restare solo sulla carta. Nelle pieghe della legge di bilancio si nasconde una piccola rivoluzione. I Livelli essenziali di assistenza (Lea) sanitaria diventano ufficialmente Livelli essenziali delle prestazioni (&lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/lep/"&gt;Lep&lt;/a&gt;). In italiano: non sono più semplici “obiettivi” del servizio sanitario, ma diritti costituzionali che lo stato deve garantire a tutti, ovunque. Molto Bello. Peccato che manchi il pezzo più importante: &lt;strong&gt;sapere quanto costa garantirli&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Oggi il sistema funziona così: lo stato decide quanti soldi ci sono per la sanità (sempre meno: siamo fermi al 6,3 per cento del pil, contro il 9,8 per cento della Germania), poi li divide tra le regioni con una formula che guarda soprattutto quanti abitanti hai e quanti sono anziani. E’ la logica del “riparto”: dividiamo quello che c’è. Ma se i Lea sono diritti costituzionali, la domanda cambia. Non è più “come dividiamo la torta?”, ma “quanto costa preparare la torta che abbiamo promesso?”. Hic sunt leones!&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Nessuno sa davvero quanto costa garantire la prevenzione, l’assistenza territoriale o quella ospedaliera in modo uniforme su tutto il territorio nazionale&lt;/strong&gt;. Esistono dei “fabbisogni standard”, certo, ma sono generici: ti dicono quanto puoi spendere in totale per la sanità, non quanto serve per garantire ogni singolo pezzo dei Lea. E’ come se il tuo capo ti dicesse: “Hai diritto costituzionale a uno stipendio dignitoso”, ma poi non calcolasse mai quanto ti serve per pagare affitto, bollette e spesa. Ti dà quello che c’è nel cassetto e buonanotte.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Il paradosso è che sappiamo già come si fa. Dal 2021 i comuni ricevono soldi per i servizi sociali (asili nido, assistenza agli anziani) calcolati con un metodo preciso: si stima quanto costa erogare quei servizi in quel territorio specifico, considerando quanti bambini ci sono, quanti anziani, quanto è disperso il territorio. Non è fantascienza, è aritmetica applicata. Risultato? I divari tra nord e sud si stanno riducendo. Dove servivano più soldi per garantire gli stessi servizi, sono arrivati più soldi. Funziona perché le risorse seguono i bisogni reali, non la spesa del passato. &lt;strong&gt;Perché non lo facciamo anche con la sanità? Perché calcolare i costi veri di ospedali, screening oncologici, assistenza domiciliare per territorio farebbe emergere una verità scomoda: i soldi non bastano&lt;/strong&gt;. E ammettere che servono 40 miliardi di euro in più (la stima per allinearci agli standard europei) è politicamente costoso.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Riconoscere i Lea come diritti costituzionali senza gli strumenti per garantirli davvero è come dichiarare che tutti hanno diritto a una casa e poi non costruire appartamenti. Se una regione non riesce a garantire un livello di assistenza, oggi l’Nsg (Nuovo sistema di garanzia) lo rileva e la dichiara inadempiente. Ma inadempiente di cosa, se non sappiamo quanto le serviva per essere in regola? &lt;strong&gt;E’ un sistema che misura i fallimenti senza calcolare le risorse necessarie per evitarli&lt;/strong&gt;.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;La strada è chiara ma richiede coraggio&lt;/strong&gt;. Primo: costruire fabbisogni standard monetari per ogni macro-area dei Lea (prevenzione, territorio, ospedale), ispirandosi a come si fa già per i servizi sociali. Secondo: collegare questi fabbisogni al sistema di monitoraggio, così quando una regione è sottosoglia si sa esattamente quanto le serve per rientrare. Terzo: mettere le risorse necessarie, accettando che non si può garantire una sanità europea con una spesa sotto la media europea.&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;Senza questi passaggi, il riconoscimento dei Lea come Lep rischia di essere l’ennesima rivoluzione italiana: perfetta sulla carta, invisibile nella realtà. E le persone continueranno a migrare dal sud al nord per curarsi, non perché è un loro diritto, ma perché è l’unica opzione che hanno. I diritti costituzionali si dichiarano e conseguentemente si finanziano. Il resto è una discussione poco utile.&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Thu, 29 Jan 2026 04:30:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Mauro Marè, Francesco Porcelli, Francesco Vidoli</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-29T04:30:00Z</dc:date>
    </item>
    <item>
      <title>Aifa: poca trasparenza, poca credibilità</title>
      <link>https://www.ilfoglio.it/salute/2026/01/27/news/aifa-poca-trasparenza-poca-credibilita--8577288/</link>
      <description>&lt;p&gt;Quanto sta accadendo in &lt;a href="https://www.ilfoglio.it/tag/aifa/"&gt;Aifa&lt;/a&gt; in queste settimane assume contorni sempre più difficili da ignorare. Due vicende distinte, ma unite da un filo di opacità, mettono in discussione l’indipendenza dell’ente tecnico. La nomina di Giuseppa Guglielmino alla comunicazione è stata accolta con perplessità. Il suo CV non sembra all’altezza di un ruolo così tecnico. &lt;strong&gt;La sua notorietà è legata alla vicinanza a Marco Mattei, attuale capo di gabinetto del ministro Schillaci, con cui condivide un passato politico ad Albano Laziale. Un legame che, pur non essendo illegittimo, rende discutibili indipendenza e merito. &lt;/strong&gt;La vicenda Carlo Monti, che ha rinunciato alla guida dell’Hta dopo essere rimasto l’unico candidato in una selezione con otto esclusi, è altrettanto problematica. Monti è anche capo della segreteria tecnica del ministero della Salute, un intreccio che avrebbe richiesto massima trasparenza. Del processo selettivo non si conoscono graduatorie, esclusi, né la composizione delle commissioni. Il risultato? Un’Aifa con una posizione strategica vuota, mentre la spesa farmaceutica cresce. L’Agenzia ha bisogno di procedure chiare e di una selezione basata sulle competenze per non perdere credibilità.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description>
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      <pubDate>Tue, 27 Jan 2026 05:00:00 GMT</pubDate>
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      <dc:creator>Giovanni Rodriquez</dc:creator>
      <dc:date>2026-01-27T05:00:00Z</dc:date>
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