di Giampiero Mughini
•
La deriva della violenza. Questi tempi imporrebbero più serietà
Oggi è dappertutto l’elogio dello scontro frontale tra chi è assolutamente bianco e chi è assolutamente nero. Quel sentimento di liberazione dopo essersi tolti di dosso la convinzione che i “diversi” vadano esclusi dalla faccia della terra
di
9 MAY 26

Foto Ansa
Dove siamo arrivati, noi cittadini del terzo millennio, in fatto di avversioni ideali che sfociano in atti di violenza? E’ il caso di questo ebreo sionista milanese di 21 anni che mentre sta viaggiando sulla sua motoretta avvista al suo fianco un uomo e una donna che hanno addosso i tratti che li identificano come appartenenti a un’organizzazione che di recente ha criticato l’operato dell’esercito di Israele. Ebbene questo ventunenne estrae la pistola – che fa parte di un vero e proprio armamentario che lui detiene a casa –, punta e spara ai due: non so se con quella pistola poteva far loro del male o anche ucciderli.
Non che, mutato quello che è da mutare, sia diverso l’atteggiamento di quel ragazzo (che dirò “di sinistra” e per quanto tale definizione valga ormai assai poco) che non sopporta il manifesto affisso ai muri della sua città dov’è ricordata la morte di un giovane di destra, Sergio Ramelli, ucciso a colpi di chiavi inglesi da giovani “di sinistra” perché colpevole in un suo testo scolastico di avere detto male delle Brigate Rosse. Agli occhi di quel ragazzo “di sinistra” era insopportabile che si ricordasse Ramelli e perciò si era dato a lacerare il manifesto. Gli sono arrivati addosso dei ragazzi di destra e lo hanno percosso per bene. Tra parentesi io, che ricordo a puntino la furia che intercorreva mezzo secolo fa tra noi di sinistra e loro di destra, parteciperei molto volentieri a una commemorazione (che non fosse nettissimamente di parte) del povero Ramelli, la cui agonia durò oltre 40 giorni e ancor oggi mi commuove. Una commemorazione in cui mi stessero vicini ragazzi di destra? Nessunissimo problema. Più importante il rammarico per la sorte del povero Ramelli. Più importante il rifiuto dell’avversione che si tramuta in violenza.
Siamo qualche miliardo a questo mondo e ci mancherebbe altro che non fossimo diversi. E’ bellissimo lo sport, fondato sul rispetto cavalleresco dell’avversario, e in particolare il tennis. Alla fine dell’incontro in cui si sono tirati addosso delle cannonate a mezzo di una racchetta, i due avversari si abbracciano. Non lo facessero, noi tutti saremmo delusissimi.
Sì, più importante di tutto è che l’avversione non si tramuti in violenza, e questo in ogni campo della nostra vita quotidiana. Quando sessant’anni fa mi tolsi di dosso la convinzione che i “diversi” da me andassero esclusi dalla faccia della terra, provai un sentimento di liberazione. Quando mi ritrovai di fronte, vent’anni dopo, un fascista contro il quale avevo urlacchiato (e lui contro di me) ai tempi della nostra gioventù, e siccome sapevo che era una bravissima persona il cui padre era stato infoibato ai tempi della Trieste occupata da quei comunisti titini che non ci andavano di mano leggera, lo abbracciai.
E invece oggi è dappertutto l’elogio dello scontro frontale tra chi è assolutamente bianco e chi è assolutamente nero. In tutti i campi. In televisione è continua l’esaltazione (nel senso dell’attenzione del grosso del pubblico) dei momenti in cui due ospiti se ne dicono di tutti i colori e purché se le dicano ad alta voce, i volti contratti dalla rabbia e dallo sprezzo per l’interlocutore. E dire che il più delle volte il contrasto verte su stupidaggini che non andrebbero pronunciate prima che i bambini vadano a letto. Ci sono trasmissioni televisive architettate in modo che prima o poi quei momenti vengano a galla ad attizzare il pubblico: la cosa più grave è che a questo si riduca spesso il confronto fra i partiti. Che a queste urla si riduca il ragionamento sui mille e insoluti problemi del nostro paese, a cominciare dal fatto che il nostro debito pubblico è il più alto fra quelli dei paesi industrializzati. Urla insulti urla. Allibisco mentre li ascolto e so a puntino quali siano invece i momenti perigliosi del mio vivere civile, i momenti di cui tutti noi cittadini dobbiamo tener conto. Le scadenze fiscali e non soltanto fiscali, il saper vivere in mezzo ai tuoi concittadini, il rispetto per ciò che è diverso e magari lontano da te.