di Camillo Langone
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Alberto Arbasino e il dono dell'ubiquità
Onnipresente da Voghera a Los Angeles, dalla Scala a Bayreuth, da Spoleto a Sydney, consegnava al lettore resoconti scritti in stile sprezzante e supremo. E’ vero che allora esisteva il giornalismo culturale: ma lui superava anche l'epoca felice
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9 MAY 26

Foto Olycom
Com’è potuto esistere Alberto Arbasino? Leggo “Autocronologia” (Adelphi) e provo ammirazione e commozione, e non mi capacito come un autore simile abbia potuto addirittura prosperare. Poi dicono il boom economico. E’ vero che allora esisteva il giornalismo culturale, per non dire il giornalismo: ma Arbasino superava di molto anche l’epoca felice. Animato da una “ingorda smania conoscitiva” sembrava capace di leggere tutti i libri, vedere tutte le mostre, andare a tutti i concerti. Onnipresente da Voghera a Los Angeles, dalla Scala a Bayreuth, da Spoleto a Sydney, consegnava al lettore resoconti scritti in stile sprezzante e supremo, espressionista (da nipotino di Gadda e pronipotino di Dossi) e sottilmente moralista (sempre Gadda e forse anche Manzoni). Dunque nel libro non nasconde “l’amico Stefano” ma nemmeno la contrarietà all’omosessualismo: “Senza perder tempo in manifestazioni, rivendicazioni, predicamenti, travestimenti, slogan, coreografie, cortei di drag queens”. Invidiare Arbasino non ha senso, sarebbe come invidiare D’Annunzio a Fiume... Da qui, dal luogo della grandezza impossibile, posso solo sospirare pensando all’evo preturistico in cui “era ancora abituale fermarsi in macchina davanti ai teatri e agli alberghi, e domandare i biglietti e le camere per la sera stessa”. Oggi che devi prenotare pure il toast.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).
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