di Camillo Langone
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Diciamocelo: i tavolini sono antieuropei e antiurbani
Dove si estendono i dehors non passano più le auto, nemmeno le ambulanze, e perfino biciclette e pedoni faticano a farsi largo. Per eliminare questi spazi, male assoluto, toccherà allearsi con i sinistri, male minore
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5 MAY 26

Foto LaPresse
Odio i dehors anche perché rischiano di farmi diventare comunista. Mi spingono a dare ragione, almeno a tal proposito, a personaggi di sinistra piuttosto estrema. A Francesco Emilio Borrelli, deputato addirittura di Avs, eroe della battaglia contro i tavolini illegali napoletani. Lo chiamo eroe a ragion veduta: per cercare di liberare la sua città da questa lebbra è stato più volte aggredito. A Elena Granata, urbanista e autrice di un libro dal titolo fastidioso (“La città è di tutti”), secondo la quale i dehors “riducono uno spazio che dovrebbe essere di tutti. Questa consunzione dello spazio comune smantella l’idea più profonda della città europea, ovvero che lo spazio al di fuori delle case sia spazio collettivo”. Insomma, i tavolini sono antieuropei e antiurbani. Già il nome è insopportabile: perché non verande? Fa così schifo l’italiano? E poi c’è la cosa, l’orribile cosa, la discarica di plastica e spritz in pieno centro, l’imbruttimento delle città d’arte, l’infarto della mobilità, l’ostruzione dei marciapiedi (nati appunto per essere pedonabili) e delle carreggiate. Dove si estendono i dehors non passano più le auto, nemmeno le ambulanze, e perfino biciclette e pedoni faticano a farsi largo. Per abbattere i dehors, male assoluto, toccherà allearsi con i sinistri, male minore.
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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).