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di Camillo Langone

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Cucinare le cicale vive non è sadico, è morale

Si parla di cicale di mare. Perché “se ci si rifiuta di tracciare una qualsiasi linea morale tra le specie si finisce in un mondo in cui le termiti hanno tutti i diritti di divorarti la casa”, dice il filosofo. Che gli animali abbiano il terrore dell'uomo
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16 OCT 21
Ultimo aggiornamento: 04:01 AM
Immagine di Cucinare le cicale vive non è sadico, è morale

Le cicale di mare, foto di Camillo Langone 

Perché mi piace cucinare le cicale vive? Sto parlando delle cicale di mare. Delle cicale della specie “Squilla mantis” (dette anche pannocchie, canocchie...), per la precisione. Non perché non apprezzi le cicale della specie “Scyllarides latus” (dette anche cicale greche, cicale grandi, magnose...) ma perché queste ultime non riesco a reperirle vive. E io i crostacei li compro solo se si muovono: capisco tanti vizi ma non la necrofilia, perversione di tanti frequentatori di pescherie... Dunque perché mi piace cucinare le cicale vive, buttarle nella casseruola del sugo mentre ancora agitano le orrende zampine da insetto? Perché sono un sadico, un violento? No, perché sono un filosofo morale. Secondo lo psicologo Hal Herzog, esperto delle interazioni uomo-animale, “se ci si rifiuta di tracciare una qualsiasi linea morale tra le specie si finisce in un mondo in cui le termiti hanno tutti i diritti di divorarti la casa”. Io non concedo diritto alcuno né alle termiti né alle cicale (che fra l’altro sono predatori feroci, perfino cannibali), e quando metto il coperchio sulla casseruola sto solo seguendo la linea morale di Genesi 9,2: “Il timore e il terrore di voi sia in tutti gli animali”.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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