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di Camillo Langone

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Finché c'è produzione c'è speranza

Chiudere le fabbriche (ci sono governi e tribunali che si arrogano il potere di farlo) è un sacrilegio: la manifattura conferisce dignità agli uomini e cultura ai territori. La storia della tessitura della lana a Venezia lo dimostra
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24 AUG 21
Ultimo aggiornamento: 04:12 AM
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Photo by Lidya Nada on Unsplash&nbsp;<br />

Nella stagione del lino mi si consenta di parlare di storia della lana. Perché ho letto un piccolo libro di Sandro Zara, grande veneto, artefice del rinascimento del tabarro, appassionato imprenditore del tessile che, fra le altre cose, continua l’attività dello storico, bisecolare lanificio Cini. Insieme a un giornalista ha scritto appunto “Cini Venezia. Una storia a fil di lana” (Antiga Edizioni), biografia aziendale e autobiografia professionale. Oltre a molte notizie sui Cini e su Zara (ovviamente nulla a che fare con l’omonima catena) vi ho scoperto che il Cinquecento fu un secolo fantastico per i tessitori veneziani: nonostante due spaventose epidemie di peste (molto più letale della polmonite odierna) aumentarono di parecchio la produzione e si permisero di diventare mecenati, commissionando per la chiesa della loro confraternita 5 teleri nientemeno che a Carpaccio. Ne ho dedotto che finché c’è produzione c’è speranza. Che chiudere le fabbriche (ci sono governi e tribunali che si arrogano il potere di farlo) è un sacrilegio. Che la manifattura conferisce dignità agli uomini e cultura ai territori. Lunga vita al lanificio Cini e a tutti i capitani coraggiosi d’industria!

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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