di Adriano Sofri
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Padre ebreo, madre armena, “russo di professione”
Sellerio ripubblica il primo scritto di Sergej Dovlatov: “Straniera”, e gliene siamo grati. Nella sua prosa non c’è trapasso fra poesia e non poesia, struttura e sovrastruttura, passaggi di raccordo e momenti culminanti: si cammina sul filo, dopo aver alzato un po’ il gomito
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8 MAY 26

Foto Wikipedia Commons
Fra le molte imprese di cui andare orgogliosa, la casa Sellerio ha la pubblicazione degli scritti di Sergej Dovlatov (1941-1990): undici titoli, dal 1991. Cui si aggiunge ora la nuova edizione, riveduta e accresciuta, del primo, “Straniera”, nella collana “Promemoria”. Padre ebreo, madre armena, “russo di professione”, Dovlatov emigrò nel 1978 a Vienna e l’anno dopo a New York, Centottava strada (“Se sentiamo parlare inglese, ci mettiamo subito in guardia. Pretendiamo con convinzione: ‘Parli russo!’ E’ finita che qualche abitante del posto si è messo a parlare in russo. Il cinese della tavola calda mi saluta sempre in russo: -Buongiorno, Solženicyn! (A lui vien fuori Solozenisa)”. Dovlatov si legge con un puro, eccitante piacere, per l’intelligenza e lo spirito.
Nella sua prosa non c’è trapasso fra poesia e non poesia, struttura e sovrastruttura, passaggi di raccordo e momenti culminanti: si cammina sul filo, dopo aver alzato un po’ il gomito. Il romanzo è anche una successione ininterrotta di racconti, ciascuno definitivo. “Da giovane Karavaev aveva scritto questa favola: l’azione si svolgeva allo zoo; accanto alla gabbia della pantera si affollava la gente; sotto c’era una targhetta col nome in latino e varie informazioni, dove vive, di cosa si nutre e proprio lì stava scritto: ‘si riproduce male in cattività’. Qui l’autore faceva una pausa e chiedeva: ’E noi?!...”. La cura dei testi di Dovlatov è di Laura Salmon, che è anche autrice della preziosa postfazione. Paolo Nori ha scritto l’Introduzione.