di Adriano Sofri
•
Claudio Fava e le identità negate ai figli dei desaparecisos
L'autore vuole bene alla giovane donna di cui racconta la storia, una di quelle bambine, regalata a un militare padre che forse non si è sporcato direttamente le mani, che le ha voluto bene, e a una casalinga madre che muore lasciandole in eredità una raccomandazione, un ordine: “Non fidarti più”
di
7 MAY 26

Foto LaPresse
Claudio Fava è entrato e uscito dalle innumerevoli isole, isolotti e scogli, emersi e sommersi, dell’arcipelago sgangherato che la sinistra italiana è diventata dopo la deriva dei continenti, come si affronta una traversata. Allo stesso modo va attraversando la scrittura saggistica, romanzesca, di cinema e di teatro, con una voglia di appropriazione e di rigetto. Ha pubblicato ora un romanzo, “Non ti fidare” (Fandango, pp.149), che chiude provvisoriamente un ciclo aperto dal suo primo, “In nome del padre”. Là si trattava appunto di un figlio, e il figlio era lui. Qui si tratta di una giovane donna, di una figlia. Di quel modo tragicamente speciale di esserlo che ha riguardato molte centinaia di nate e nati nell’Argentina dei militari, 1976-1983, che rinviavano l’assassinio delle ragazze “marxiste” incinte, rapite sequestrate e torturate, così da derubarle insieme della vita e delle loro creature, per regalarle a genitori perbene, che avrebbero sempre finto di averle messe al mondo loro. Tutti i luoghi di tortura e di sterminio si somigliano, ma l’Esma di Buenos Aires, la Scuola superiore di meccanica dell’Armata di marina, ebbe questa peculiarità, le cantine adibite a sale parti, per giovani madri che sarebbero, in questo modo mai così pensato, “morte di parto”. E l’altra trovata ingegnosa, quella di stordire e caricare sugli aerei cargo i prigionieri, e scaricarli – a migliaia – nelle acque del Rio della Plata o dell’oceano.
Fava vuole bene alla giovane donna di cui racconta la storia, una di quelle figlie, regalata a un militare padre che forse non si è sporcato direttamente le mani, che le ha voluto bene, e a una casalinga madre che muore lasciandole in eredità una raccomandazione, un ordine: “Non fidarti più”. Che sembra insieme misterioso, alla figlia ancora ignara della propria storia, e universalmente ragionevole: a questo mondo, anche fuori dai suoi inferni a rotazione, anche in tempi ordinari e pacifici, l’avvertimento che si deve a una bambina è di non fidarsi – di nessuna, di nessuno.
La protagonista di Fava passa attraverso una incalzante ricognizione dei suoi antecedenti: delle improvvise e brusche, anche brutali, rivelazioni, e delle riletture di episodi antichi. E a ogni passo sembra dover fabbricarsi una carta d’identità aggiornata, o perdersi, o scegliere che cosa accogliere e che cosa ripudiare. La sua scelta sarà di non tenere niente, di non lasciarsi trattenere da niente. Di prendersi intera la propria libertà. E’ successo, non una sola volta. Nel processo romano ai criminali dell’Esma una nonna meravigliosa raccontò della confessione di un torturatore e assassino golpista grazie alla quale aveva potuto rintracciare la figlia rubata di sua figlia e del suo ragazzo, desaparecidos nei “voli della morte”: e del rifiuto di quella nipote ritrovata, il ritratto impressionante della vera madre, di accettare l’esame del Dna, della promessa di telefonarle, e della telefonata mai arrivata.
Ogni storia ha i suoi pieni diritti. Quello di trovare la propria strada alla liberazione. Quello di scuotersi di dosso l’assedio della giustizia e della verità, e anche quello dell’amore. Di persone che la vita ha provato e ha fatto zoppicare, e che di colpo, passato a lei l’incartamento che ricapitola le infamie, se ne allontana a passo leggero. Per una volta, la protesta infantile e ricattatoria – non ho chiesto io di venire al mondo, di mettermi al mondo – rivendica un suo diritto.
Fava ha avuto coraggio, anche solo per aver adottato a sua volta, da scrittore, una figlia decisa a trovare una propria voce libera dal rendere conto, fosse anche il conto della gratitudine o della verità. Libera, anche, dalla compromissione col perdono.
Di più su questi argomenti:
Piccola posta
di
Piccola posta
di
Piccola posta
di