di Adriano Sofri
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La democrazia di Trump: da argine a habitat dei prepotenti
Dall'attacco a Capitol Hill a oggi, the Donald ha tentato di sequestrare i pieni poteri e se li è ripresi annullando progressivamente i vincoli che nello stato di diritto dovrebbero renderli provvisori e limitati. Il tiranno, appunto, o il suo tentativo
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29 APR 26

Foto LaPresse
I corrispondenti esteri, donne e uomini, alla cena della Casa Bianca, descrivono i loro colleghi carponi sotto i tavoli che non smettono di riprendere panico e messe in sicurezza della cupola presidenziale. Dalla nostra tradizione carnascialesca alla commedia all’italiana li avremmo immaginati sdraiati a continuare a bere e abbuffarsi. Tutto cambia. Anche la estemporanea placidità di Trump, che induce qualcuno a sospettare della messinscena, ed è più probabilmente un sintomo di immunità del tipo che sta per dichiarare: “È un mondo di matti!” Viene da riflettere sul coro pressoché unanime di scongiuri e solidarietà a Trump da parte delle autorità delle nostre parti. Non so se sia vero che sia mancato – almeno fino a quando scrivo – un messaggio del papa Leone. Erano giorni che mi interrogavo sull’audacia della sua condanna alla “manciata di tiranni che devasta il mondo”. Anonima, ma in sicura trasparenza dedicata almeno a Trump, Netanyahu e Putin. (Non che gli altri vadano assolti, per il momento sono solo fuori fuoco). Il papa non avrà certo avuto sottintesi così impegnativi, ma non potevo fare a meno di ricordare che la Chiesa, in alcuni dei suoi maestri e Dottori, ha esaminato le condizioni di liceità morale del tirannicidio. Fra le persone comuni, dalle parole così impotenti da metterle al riparo dagli scrupoli, ogni nuovo attentato a Trump fa fiorire le battute, seguite quasi sempre dalla controindicazione sul successore, “che magari sarà peggiore ancora”. Come il candidato principale, il Vance che la sicurezza ha prelevato per primo dal tavolo del banchetto.
Ora, monarcomachia e successioni a parte, c’è un vero problema che riguarda il peso della singola persona (la funzione della personalità della storia, si diceva nei trattati di 130 anni fa) nella storia. La figura di Trump spinge al paradosso la contraddizione della democrazia, che in teoria è il sistema di governo più riparato dall’esuberanza del prepotente. Da Capitol Hill in qua Trump ha tentato di sequestrare i pieni poteri e se li è ripresi annullando progressivamente i vincoli che nello stato di diritto dovrebbero renderli provvisori e limitati. Il tiranno, appunto, o il suo tentativo. Tanto più inquietante se si tenga conto della contraddizione fra la partecipazione a un potere planetario (e oltre) grazie al dominio della tecnologia e della finanza, e l’attaccamento a una sovranità statale che per resistere alla globalità che vuole scalzarla non può che ricorrere alla guerra, e di preferenza a una guerra che escluda a priori una proporzionalità col nemico.
Un simile capitombolo della democrazia ingoiata dalla propria ombra trova una corrispondenza finora sottovalutata nell’autocrazia, o almeno nella sua versione più fanaticamente “religiosa” com’è quella iraniana sciita. Ci si figura che l’autocrazia, sinonimo ortodosso di dittatura e di tirannide, sia, all’opposto che il modello di democrazia, legata strettamente a un dominio personale, alla potenza arbitraria del suo titolare. Di qui la convinzione che decapitarla, tagliarle la testa, sia la chiave per abbatterne il potere. Il Grande Ayatollah, già nella denominazione, e poi nella estenuante durata e nella superstiziosa venerazione di cui è fatto oggetto, promette di spalancare la strada alla ribellione popolare contro il regime. E i congegni di decapitazione tecnologica messi a punto dagli americani e soprattutto dagli israeliani (coi precedenti mirabolanti dei walkie-talkie libanesi) sanno fare molto di più: tagliare la testa di un intero apparato di potere, fino al lamento del coccodrillo Trump: “Non resta più nemmeno un capo con cui trattare!”. La rivelazione, perché tale è benché certi islamologi pretendano regolarmente di averlo sempre previsto, è che l’indifferenza alla morte personale, se non la sua fanatica accettazione come un premio celeste, agisce davvero in modo da assicurare una “resilienza” per così dire oggettiva, collettiva, a un regime più tenace dei suoi rappresentanti. Così che mentre il sonno della ragione democratica produce mostri tirannici, l’autocrazia religiosa produce una resistenza ottusa e relativamente anonima, alla sola terribile condizione della ferocia indiscriminata contro i suoi nemici e le sue nemiche interne: mattatoi di strada e forche. Rivali come sono, sergenti e caporali del regime iraniano si permettono di sfidare Trump dandosi dei pugni sul petto e gridando: “Non mi fai male”. E Trump non sa più da che parte del ring è il suo angolo, e si chiede se premere il pulsante dell’annientamento o chiedere ai suoi di gettare la spugna e dichiararlo vincitore.
È un tempo tremendo per il diritto delle genti e la dignità delle persone. Ma è un tempo formidabile per la politologia. Per rifare tutti i concorsi.
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