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di Guido Vitiello

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Il Bi e il Ba

Bisogna domandarsi da dove arriva l'intellettuale engagé

 La domanda si fa urgente ora che, sotto l’equivoca etichetta di attivista, le sagome dell’intellettuale pubblico e dell’influencer tendono a sovrapporsi

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1 MAY 26
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Foto Pixabay

Siamo soliti tradurre l’engagement sartriano con impegno, ma Sciascia proponeva di renderlo con ingaggio. Parola che ha almeno due sfumature: quella del reclutamento militare e quella dell’assunzione dietro compenso. Si tratta dunque di domandarsi, caso per caso, da chi riceva l’ingaggio, l’intellettuale engagé. Dallo stato, da un mecenate, da un’armata, da una fan base, dal pubblico pagante? La domanda si fa urgente ora che, sotto l’equivoca etichetta di attivista, le sagome dell’intellettuale pubblico e dell’influencer tendono a sovrapporsi.
Stesso modo di occupare la scena, stessi registri e canali comunicativi, stessi destini in bilico: basta un passo falso, e le mani che battevano per l’equilibrista si stringono nei pugni di un pestaggio collettivo. E qui i due destini, che dovrebbero divaricarsi, impropriamente coincidono: in questi anni ho visto intellettuali perdere il favore pubblico per una gaffe o per l’equivalente di un panettone; raramente, per non dire mai, li ho visti cadere per aver assunto, con cavalleresca noncuranza e amore della verità, una posizione sgradita alla propria base. Poi, per carità, ognuno se la racconta come vuole: l’engagé di tipo militare dirà che lui è solo il portavoce dell’intelligenza collettiva dei movimenti, mentre il suo omologo mercantile sosterrà di dire sempre ciò che pensa, e il fatto che ciò che pensa ricalchi puntualmente ciò che i suoi consumatori si aspettano da lui non è che una felice casualità. La verità che l’engagé non osa confessare a sé stesso è che è diventato il follower dei suoi follower, costretto a pensare sotto ricatto, con la cavezza al collo. Se una ricca famiglia mi ingaggiasse come aio per un suo rampollo con ambizioni di intellettuale, gli raccomanderei per prima cosa di sottoporsi volontariamente a una shitstorm su un principio: difendere un indifendibile della parte avversa, riconoscere che per una volta il nemico ha ragione, e tenere il punto senza autocritiche o scuse. E’ un rito di passaggio doloroso ma necessario per non condannarsi a una vita di piaggeria. 

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