di Guido Vitiello
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Gli anni del doppiaggese woke
In Italia ci lamentiamo dell'efficacia della nostra lingua rispetto all'inglese ma, sinceramente, meglio lo slang americano di espressioni come "decostruire", "marginalizzare", "alterizzare"
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30 APR 26

Foto Facebook\Simone Alliva
Gli americani ci fregano con la lingua, diceva Francesco Guccini in un concerto del 1979 introducendo una sua canzone, Statale 17: “Allora si leggevano dei libri come Sulla strada di Kerouac. Era molto bello letto in italiano però con i nomi americani: ‘Quella sera partimmo John, Dean e io sulla vecchia Pontiac del ‘55 del padre di Dean e facemmo tutta una tirata da Omaha a Tucson’; porco cane! E poi lo traduci in italiano e in italiano dici: ‘Quella sera partimmo sulla vecchia Fiat 1100 del babbo di Giuseppe e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Annapelago’. Non è la stessa cosa!”. A quanto pare gli americani ci hanno fregato ancora. Selvaggia Lucarelli ha scoperto che diversi passi di Vertigine, il nuovo libro del giornalista e attivista lgbtqia+ Simone Alliva, edito da Fandango e presentato come un reportage autenticissimo che si muove “tra memoir e inchiesta”, sono in realtà la copia carbone di un articolo di Michael Hobbes del 2017 per Huffpost Usa.
Cambiano solo i nomi propri (Jeremy diventa Renato, Adam diventa Antonio) e i nomi di città (Seattle diventa Roma, San Francisco diventa Milano). Mentre scrivo, l’interessato non ha ancora replicato alle accuse. Ma a volte – prendiamo il famigerato caso delle teste di Modigliani – c’è bisogno di un falso per dire la verità su un ambiente, e per far risplendere in piena luce un gigantesco equivoco culturale. Nella fattispecie, l’equivoco di un sottomondo attivistico-editorial-giornalistico che quasi senza accorgersene pensa e scrive da anni in doppiaggese woke. Costoro trovano del tutto naturale accusarti di silenziare i corpi non conformi attraverso una narrativa tossica che invalida l’esperienza vissuta delle soggettività marginalizzate e alterizzate, invitandoti a decolonizzare il tuo immaginario e a decostruire la tua posizionalità di soggetto privilegiato che non ti permette di agire come alleato della comunità. Quando uno si esprime così, francamente, l’ultimo dei problemi è che Dean sia ribattezzato Giuseppe e Omaha sia ricollocata a Piumazzo.
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