di Guido Vitiello
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Il meccanismo difensivo post-traumatico della politica dopo le sconfitte
Dopo il fallimento della riforma Nordio, larga parte della classe dirigente si è rifugiata nel diniego, cercando soluzioni mirabolanti e trasformando l'attività istituzionale in un esercizio di retorica
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2 APR 26

© foto Ansa
Quando va a sfracellarsi contro un muro, l’automobilista razionale verifica, come prima cosa, di avere tutte le ossa intatte, dopodiché scende dalla macchina e chiama il soccorso stradale o l’ambulanza. L’automobilista manicomiale, al contrario, resta attaccato al volante, mette il cambio in folle (è per ovvie ragioni la sua marcia, anzi non-marcia, preferita) e accelera, fa salire di giri il motore per il gusto di ascoltarne il rombo, e intanto allucina, con gli occhi sgranati, un’autostrada libera davanti a sé. Ecco, l’Italia è questo secondo automobilista. Dopo ogni accelerata riformatrice finita in un incidente (la più recente si è schiantata contro un muro di No), anziché contarci le vertebre entriamo in pieno diniego e attiviamo il meccanismo di difesa post-traumatico della parlantina. Da giorni i quotidiani sono pieni di politici, magistrati e professori – di entrambi i fronti, del Sì e del No – che ti spiegano come fare le stesse cose previste dalla riforma Nordio usando però la legge ordinaria, e ti assicurano che non solo è possibile, ma è addirittura urgente, anzi è una grande e imprevista finestra di opportunità in cui infilarsi correndo a tutta birra. E mica si accontentano di quello, no, ciarlano come gazze ladre di mirabolanti leggi elettorali, di grandiose riforme istituzionali, di occasioni per raggiungere finalmente gli orizzonti indicati dalla Costituzione… A me sembrano matti. O meglio, mi sembrano inetti – ma in senso letterario, absit iniuria. Tanti hanno notato che a differenza degli eroi del romanzo borghese europeo, che ingranano una marcia – ossia, trovano un punto d’attrito dialettico con la realtà e con la storia – e sono in grado di spostarsi come minimo di qualche metro, il personaggio tipico della letteratura italiana è un indolente stralunato che vive di fantasticherie, o non vive affatto. I suoi movimenti sono tutti mentali e retorici, e su questi veicoli, si sa, è possibile divorare chilometri senza sprecare una goccia di carburante. Quindi allacciamo le cinture: ci aspetta un anno rombante di chiacchiere in folle.