(foto LaPresse)   

Roma Capoccia

Molto peggio del cinema, il Covid ha ucciso la scena teatrale romana

Gianluca Roselli

Il Teatro Eliseo e l'Ambra Jovinelli non hanno riaperto, in buona compagnia. Invece il Vascello, il Teatro Argentina e pochi altri ci riprovano, tra platee ridotte e il l'incognita botteghino

Se per i cinema è dura, per i teatri ancora di più. Basti vedere le riaperture: le sale cinematografiche hanno riaperto quasi tutte, mentre i teatri aperti in città si contano sulle dita di due mani. Molti hanno deciso di restare chiusi: il Teatro Eliseo, l’Ambra Jovinelli, il Brancaccio, l’Olimpico, per citarne alcuni. Due gli ordini di difficoltà: da una parte bisogna trovare compagnie teatrali che decidono mettere in scena spettacoli nonostante introiti che a volte non bastano nemmeno a coprire le spese di viaggio; dall’altra il rischio di un nuovo lockdown che porti alla cancellazione o allo slittamento di spettacoli di cui sono già stati venduti i biglietti. Un caos. Ma alcuni, nonostante il Covid, hanno riaperto. Il Vascello, per esempio, che in queste sere ha riportato in scena il monologo di Fabrizio Gifuni Con il vostro irridente silenzio, tratto dalle lettere e dal memoriale di Aldo Moro. O il Teatro Argentina, dove ieri si è presentata la stagione 2020/2021, con titoli che comprendono anche il Teatro India (dello stesso circuito). O il Teatro de’ Servi. O le sale dove stanno andando in scena gli spettacoli del Roma Europa Festival. O il Teatro Manzoni, l’Arciliuto e il Teatro di Tor Bella Monaca. A Roma, come nel resto della Regione, si sconta il fatto che le sale non possano essere riempite per più di un terzo. “Abbiamo spostato l’apertura a dicembre sperando che nel frattempo le regole cambino. Abbiamo una sala da 830 posti, riempirla con massimo 250 persone è controproducente. La speranza è arrivare almeno alla metà.

 

Perché la voglia di fare teatro è tanta e gli spettatori hanno voglia di tornare”, dicono dal Teatro Quirino, dove la stagione inizierà, appunto, il 22 dicembre con Il malato immaginario, con Emilio Solfrizzi. “Riaprire per noi era una necessità, quasi un obbligo, perché il teatro è un’abitudine che va sempre rinnovata. Un fragile sistema che ora è in pericolo. Il rischio, tenendo chiusi, è di non trovare, dopo, gli spettatori”, racconta Stefano Marafante, direttore del Teatro de’ Servi, dove in questi giorni è in scena Cose popolari, di Nicola Pistoia. “Alla fine del lockdown ci siamo guardati in faccia con le compagnie e ci siamo chiesti: che facciamo? E abbiamo trovato molta disponibilità ad andare avanti. Il teatro è il luogo sociale per eccellenza, il nostro compito è ridare fiducia alle persone, anche restituendo un senso di normalità”, aggiunge Marafante, che ha un teatro anche a Milano, il Martinitt. Situazione non facile, naturalmente. “Il problema principale è che ogni regione fa a modo suo: alcune possono riempire le sale per metà (si calcola un metro di distanza da bocca a bocca), altre solo per un terzo (un metro da spalla a spalla).

 

Le difficoltà riguardano sia i gestori dei teatri che i produttori degli spettacoli. Tenendo aperto incasso abbastanza per pagare i dipendenti? E una compagnia teatrale che riesce a stare in piedi incassando 5 mila euro a sera, ce la fa con 1.500?”, spiega Filippo Fonsatti, presidente della Fondazione Platea, organo di rappresentanza dei teatri pubblici italiani, nonché direttore dello Stabile di Torino (“abbiamo riaperto subito e siamo riusciti a lavorare tutta l’estate”, dice). La differenza, poi, la fa se si è un teatro pubblico - che gode di sovvenzioni statali, regionali o comunali - o di natura totalmente privata. Il governo ha messo in campo un po’ di risorse, ma evidentemente non bastano: oltre alla conferma del 100% del Fus (fondo unico per lo spettacolo) per il 2020 (circa 350 milioni), sul piatto ci sono altri 200 milioni, mentre i lavoratori autonomi dello spettacolo hanno potuto usufruire del bonus di 600 euro, poi aumentato. Ma se il bilancio di un teatro dipende soprattutto dalla biglietteria, allora è dura.

 

Un po’ di ottimismo arriva dal Teatro Argentina. “Come dopo un terremoto ci siamo ritrovati a contare i danni e capire come ricostruire. La nostra stagione è il risultato di un cocktail che non avremmo voluto mai preparare: quello che siamo riusciti a salvare della precedente e quello che abbiamo inventato in questi mesi difficili. Ecco perché per noi la stagione che andiamo a presentare sarà la migliore di sempre. Quello che chiediamo è solo un lungo applauso iniziale, per festeggiare questo ritrovarsi senza potersi riabbracciare”, ha scritto nell’introduzione del programma il presidente del Cda, Emanuele Bevilacqua. Tra i titoli, a dicembre ritorna Furore, di Massimo Popolizio, tratto dal romanzo di John Steinbeck. All’India, invece, s’inaugura con La filosofia nel boudoir, di De Sade, per la regia di Fabio Condemi.

 

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