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Confusione sui test sierologici privati: quanto costano e a che servono

Prezzi che raddoppiano da un laboratorio all’altro, informazioni incomprensibili, protocolli totalmente inesistenti. La questione dei test a Roma ha preso pieghe kafkiane

17 Maggio 2020 alle 06:00

Confusione sui test sierologici privati: quanto costano e a che servono

(foto LaPresse)

Roma. Prezzi che variano inspiegabilmente raddoppiando addirittura da un laboratorio all’altro, informazioni il più delle volte incomprensibili, modalità improvvisate e protocolli totalmente inesistenti. La questione dei test sierologici privati per la rilevazione della presenza degli anticorpi legati al coronavirus a Roma ha preso pieghe kafkiane e, passati dieci giorni dall’inizio della “Fase 2” e con decine di migliaia di persone rientrate nei luoghi di lavoro, ne è nato una specie di suk in cui si muove un affare che vale milioni di euro e professionisti spesso non esattamente professionali. Un caos che la Regione adesso, un mese dopo il via libera ai test sierologici e al termine di una ricognizione durata tre settimane fra le strutture del territorio, ha deciso di regolarizzare pubblicando una lista di circa 170 laboratori in grado di eseguire i test secondo modalità tecniche stabilite e tracciando i criteri di integrazione fra strutture private e sistema sanitario in modo che soggetti risultati positivi al test sierologico siano trattati adeguatamente ed entro 48 ore sottoposti al tampone orofaringeo nel più vicino dei 17 centri drive-in.

 

“Ci siamo dotati di regole operative certe per consentire ai cittadini di accedere a un percorso di esecuzione e registrazione del test sierologico – ha spiegato l’Assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato – Nella seconda fase la parola chiave è “integrazione” tra il test e i tamponi. Dovremmo testare, tracciare e trattare”. Un intervento più che mai necessario. Semmai per certi versi tardivo considerando che per un mese soggetti potenzialmente infetti e infettivi, nonostante il risultato positivo del test sierologico, non hanno ricevuto indicazioni sul da farsi e si sono dovuti affidare a medici di famiglia ai quali nessuno aveva dato disposizioni chiare.

 

Orientarsi, fino ad ora, è stata un’impresa. A grandi linee: esistono due tipi di test sierologici per valutare la presenza, e quindi lo sviluppo da parte del nostro sistema immunitario, di anticorpi in risposta all’infezione da Sars -Cov-2: quelli qualitativi, o rapidi, e quelli quantitativi. I primi stabiliscono se la persona ha prodotto anticorpi, quindi se è entrata in contatto con il virus, i secondi invece dosano in maniera specifica la quantità di anticorpi prodotti. E ancora: i test rapidi possono essere effettuati attraverso una puntura sul polpastrello, e in questo caso i risultati si ottengono in una decina di minuti circa, oppure con un prelievo di sangue che verrà poi analizzato per avere la risposta in poche ore. Differenti le metodologie di analisi dei campioni, differenti le strumentazioni usate e differenti anche le stime sull’attendibilità dei risultati. Quel che è certo è che ogni laboratorio ha un proprio listino prezzi. E se per i test rapidi pungi dito si possono trovare diverse “offerte” a trenta euro, i costi per un test “qualitativo” con prelievo di sangue salgono fino a 60 euro in gran parte delle strutture. Per quanto riguarda invece gli esami “quantitativi”, ancora non molto diffusi, nella maggior parte delle strutture il prezzo si aggira sugli 80 euro. In ogni caso cifre decisamente diversi da quelli che il 9 aprile la Regione aveva stimato come “congrue” fissando a 20 euro l’asticella per il test rapido da sangue capillare e a 45 quella per il sierologico con prelievo venoso. Una situazione sulla quale, su segnalazione della Regione, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha aperto una istruttoria.

 

Ma fino a oggi la confusione aveva regnato sovrana anche e soprattutto su cosa fare in caso di positività al test sierologico. Una condizione che potenzialmente potrebbe indicare la presenza del virus e il rischio di contagiare altri ma per la quale, tuttavia, non era previsto alcun protocollo di trattamento, isolamento e verifica attraverso la somministrazione di un tampone orofaringeo. “Non abbiamo ricevuto alcuna istruzione, noi non comunichiamo in nessun modo all’autorità sanitaria i risultati del test. E’ una questione di privacy”, è stata infatti la risposta più o meno unanime data dalle segreterie delle decine di centri di diagnostica contattati nell’ultima settimana. “Nel caso dovesse ricevere un referto con esito positivo – ci ha invece spiegato un medico del laboratorio in zona piazza Bologna dove martedì mattina abbiamo eseguito il test sierologico qualitativo con prelievo di sangue al costo di 43 euro – al massimo può contattare il suo medico di famiglia e sentire cosa le consiglia di fare. E’ una questione di medicina territoriale, che non riguarda noi”.

Massimo Solani

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