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Nella crisi ecco la rivincita dei piccoli alimentari sulla grande distribuzione

Gianluca Roselli

I supermercati segnano un +6 per cento, ma sono le botteghe sotto casa a riconquistare i romani: +32 per cento

Roma. Le file davanti ai supermercati non devono ingannare. Perché in questi giorni di emergenza virus, in cui fare la spesa diventa un esercizio a volte impossibile, la vera rivincita è quella dei piccoli negozi di alimentari, circa cinquemila in città, nei confronti della grande distribuzione. Quelli che a un certo punto, una decina d’anni fa, sembravano quasi destinati a sparire in favore delle grandi catene market. E che invece in queste giornate complicate di pandemia hanno ricominciato a lavorare alla grande. In primis, perché, se anche qui si fanno le code, non sono certo paragonabili a quelle davanti ai supermercati. Si aspetta, ma non troppo.

  

Vediamo qualche numero. A Roma e nel Lazio, secondo i dati di Fida Confcommercio (Federazione Italiana Dettaglianti Alimentazione), i piccoli esercizi nell’ultimo mese hanno registrato un aumento nelle vendite del 32 per cento. Più 6 per cento è invece il dato che riguarda i supermercati, + 15 per cento i discount, e un –20 per cento gli ipermercati. Facciamo, però, un po’ di chiarezza sulle definizioni: per piccoli negozi e minimarket s’intendono quelli con una superficie fino a 400 mq, i supermercati vanno da 400 a 2.500 mq, oltre i 2.500 sono ipermercati. Discount sono quelli che, al di là della grandezza, offrono prodotti di sottomarche a prezzi scontati o molto ridotti. Questi dati sono riscontrabili anche sul resto del territorio italiano. I piccoli esercizi, infatti, registrano il +28 per cento nel nord est, +25 per cento nel nord ovest, addirittura +40 per cento al sud. Mentre i supermercati guadagnano da un minimo del 4 per cento a un massimo del 10 per cento in tutto lo stivale. Insomma, se nei supermercati la clientela è aumentata, nei piccoli è esplosa. “Sono dati incoraggianti che speriamo possano essere confermati anche a emergenza finita. Le persone stanno riscoprendo i cosiddetti ‘negozi di prossimità’ e il piacere di fare la spesa nel proprio quartiere, senza dover andare chissà dove. Inoltre, i piccoli esercizi sono stati bravi a intercettare subito i bisogni delle persone, aumentando per esempio le consegne a domicilio, che sono cresciute del 300 per cento”, osserva Donatella Prampolini, presidente di Fida Confcommercio. E in certe zone particolarmente colpite dal Covid hanno svolto un servizio essenziale, con le consegne a casa ai contagiati o alle persone in quarantena, con la spesa lasciata fuori dalla porta.

  

Chi invece ne sta risentendo in negativo sono i grandi ipermercati, anche per un motivo logistico: il più delle volte si trovano all’interno dei centri commerciali e per arrivarci bisogna percorrere diversi chilometri in auto, cosa vietata dalle regole attuali.

 

C’è però anche un fattore psicologico da non sottovalutare. “In questo periodo di distanziamento sociale le persone cercano il contatto umano ovunque sia possibile. Specialmente le persone sole: i single e gli anziani. Scambiare due chiacchiere col negoziante sotto casa mentre si fa la spesa ci fa sentire meno isolati”, spiega Pietro Farina, direttore di Confcommercio Roma. Secondo cui il trend in positivo dei piccoli era già in atto. “Dopo anni di crisi nera in cui hanno chiuso parecchi esercizi, dal 2016 registriamo un ritorno ai ‘negozi di vicinato’ con una crescita del 5 per cento annuo. I numeri di questi giorni sono una conferma del trend”, continua Farina. Ma i dati sono confermati anche da Confesercenti.

 

Ci sono poi altri fattori, secondo le associazioni di categoria, a determinare il successo dei piccoli esercizi alimentari. Il primo è la qualità dei prodotti, spesso legati al territorio. Il tal prosciutto, una particolare tipologia di pane, il tal formaggio, provenienti da produttori locali, si possono trovare solo lì. Inoltre, specie con l’allarme epidemiologico, le persone sono alla ricerca della sicurezza della filiera. Se si conosce il negoziante, ci si sente più garantiti. “La specializzazione sui prodotti di nicchia si sta confermando una scelta vincente”, aggiunge Farina.

 

La situazione, però, è complicata per tutti, perché far entrare i clienti uno o due per volta rende il lavoro più lento e farraginoso. “Abbiamo dovuto eliminare tutte quelle pietanze cotte che ogni giorno preparavamo per gli impiegati degli uffici, siamo tornati alla vendita di prodotti basici: salumi, formaggi, uova, latte, farina, pane, pizza. Se prima avevamo più persone che acquistavano per il pranzo o la cena del giorno, ora comprano anche per i giorni successivi”, raccontano da Gentili, punto di riferimento alimentare del quadrante di Roma nord tra via della Camilluccia e via Trionfale. Poi ci sono i negozi gestiti da bangla, indiani e pakistani, circa 400 in città, e anche quelli, secondo le associazioni di categoria, hanno incrementato gli affari. Ma non sono monitorati e una stima non si può fare.

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