Perché il referendum su Atac è "contro la svendita e il monopolio dei trasporti”

Redazione

Walter Tocci, vicesindaco con Rutelli e liberalizzatore di sinistra, confuta uno per uno tutti i luoghi comuni di chi si oppone

Ormai non le conta neppure più, le assemblee a cui ha preso parte in queste ultime settimane per convincere i romani a votare Sì al referendum sull’Atac di domenica prossima. I problemi di Roma, e quelli del trasporto romano in particolare, Walter Tocci li conosce come pochi, lui che è stato il vice di Rutelli per otto anni, in Campidoglio, dal 1993 al 2001. E le preoccupazioni che l’ex senatore del Pd si è sentito rivolgere, in questa maratona di dibattiti, sono state più o meno sempre le stesse.

 

Se vince il Sì, si privatizza un servizio che per sua natura dovrebbe restare pubblico.

Il Sì è a favore della liberalizzazione e contro la privatizzazione. Non si vendono, cioè, azioni di Atac a un privato, ma si riforma l’assetto del sistema separando il servizio dalla produzione. Nel concreto: il cittadino che viaggia coi mezzi deve dotarsi di un biglietto, trovare una fermata, prendere un autobus e poi magari cambiarlo per raggiungere la sua meta. In questo suo percorso, fa i conti con: tariffazione, accessibilità, frequenza e rete. Se queste funzioni sono ben gestite, è soddisfatto. E nulla gli interessa se l’autista è un dipendente pubblico o privato. Dopo questa separazione, si procede alle gare solo per la produzione del trasporto, cioè la guida e la manutenzione dei mezzi, mentre il servizio è affidato a una agenzia pubblica che gestisce tariffe, frequenza e rete sulla base delle indicazioni del Consiglio comunale. Oggi il monopolio dell’Atac, coi suoi 12 mila dipendenti, offre un servizio di 84 milioni di chilometri all’anno, inferiori ai 101 finanziati dal Campidoglio. Ed è un monopolio che danneggia l’interesse generale. Si deve invece trasformare Atac in una agenzia di qualche centinaia di dipendenti pubblici che abbia il compito di regolare il servizio nell’interesse della città e gestire i contratti coi privati.

 

Se vince il Sì, i biglietti finiranno per costare molto più di quanto costano oggi.

I biglietti e gli abbonamenti saranno definiti e incassati dall’agenzia pubblica. Il privato non potrà influenzare le tariffe. Oggi, infatti, nei bus periferici gestiti da privati i cittadini entrano col titolo di viaggio Metrebus.

 

Se vince il Sì, il gestore privato abbandonerà le periferie puntando tutto sulle corse del centro, assai più redditizie.

Dove devono andare gli autobus lo deciderà l’agenzia su indirizzo del comune. Sulle linee meno redditizie l’agenzia aumenterà il sussidio fino a pareggiare i costi.

 

Se vince il Sì, il comune finirà sotto il ricatto del gestore privato.

Le gare verranno attuate per lotti in modo da avere una pluralità di operatori privati. Se uno si comporterà male, verrà sostituito tramite un’altra gara. Il comune divide et impera: e nessun privato potrà ricattare la città.

 

Se vince il Sì, migliaia di dipendenti verranno licenziati.

Gli attuali dipendenti, esclusi i dirigenti, saranno assunti alle stesse condizioni contrattuali dai vincitori delle gare. Questa clausola sociale deve essere rispettata negli appalti perché lo impone una legge approvata dal governo Gentiloni lo scorso anno.

 

Se vince il Sì, trionferà anche stavolta la logica delle privatizzazioni, che tanti danni ha causato all’Italia negli ultimi decenni.

Con la liberalizzazione realizzata a Roma alla fine degli anni Novanta, separammo il servizio in Atac e la produzione in Trambus e ottenemmo ottimi risultati arrivando al livello di offerta di 120 milioni di chilometri. Si sarebbe dovuti partire con le gare, e invece nel 2008 fu riunificato il carrozzone Atac, e da lì cominciarono i guai con l’aumento del debito e la riduzione del servizio. Oggi Atac è sull’orlo dell’abisso, e rischia di caderci da un momento all’altro. E’ già in procedura fallimentare, e se i creditori non accetteranno il taglio del 70 per cento di quel che gli è dovuto, rischia di andare in liquidazione. In questo scenario drammatico, si arriverebbe alla vendita dell’azienda al primo che passa. Il No al referendum, col mantenimento dello status quo, rischia di creare il terreno fertile per una privatizzazione selvaggia. L’unico modo per evitare le due sciagure – il monopolio e la svendita – consiste nel votare Sì.

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