Le ferie a Roma (a mollo in piscina)

Michele Masneri

Tra buche, caldo e oleandri, c’è una città acquatica e pariola che è rimasta a casa. Trampolini e boxer stinti. Un catalogo

Come resistere all’estate sovranista, dovendo restare in città? Il dilemma è il solito. Chi può, se ne va. Chi no, ne magnifica la vuotezza, le passeggiate ai Parioli diversi, vuoti, sensuali. La mancanza del traffico, il parcheggio vasto e disponibile. Però, che afa. Non sottovalutare allora il refrigerio della piscina. Roma è città acquatica, non solo di mare e di fiume. Anche di trampolino. Ecco dunque tante piscine, soprattutto concentrate nel feudo Pd dei gloriosi Parioli. Tra ambasciate e oleandri e buche (le buche dei Parioli son le più grandi di Roma). Per nostalgici della Prima Repubblica, all’Hotel Parco dei Principi ecco una grande vasca con memorie da prima repubblica (qui veniva sovente un gentiluomo come Emilio Colombo, e si disse in allegra compagnia di nerboruti garçons d’honneur). Altri nerboruti, ma in piscina indoor, praticamente sotto, all’ex Roman Sport Center, oggi Heaven, la palestra della borghesia romana, fallita quattro anni fa e oggi risorta. Era un pezzo di autobiografia pariola, specie di astronave dalle architetture garagistico-brasiliane di Luigi Moretti, quello del Watergate Hotel di Washington ma anche di tanti bei palazzi fascisti a Roma, tra cui una stupenda casa del Balilla a Trastevere, e della villa Saracena di Santa Marinella, appartenuta a una principessa Pignatelli-Cortez poi testimonial della schiuma Camay. Cunicoli in cemento armato portano alla fermata della metro Spagna, a un parcheggio da duemila posti, a un supermercato, a una discoteca, e poi alla Roman dove si nuota nel complesso “Saba”, nome della società dei parcheggi che ha in concessione dal comune l’intero sito sotterraneo, con supermarket e piscina.  Fallita appunto anni fa, con una class action che tenne col fiato sospeso le classi dirigenti. Ci fu forse nella città indolente per la prima e unica volta un’indignazione condivisa (la palestra fallì e i soci rimasero coi loro costosi abbonamenti ridotti a carta straccia). Fondata da Eddie Cheever I, americano in vacanza a Roma che fondò prima American Contourella, con centinaia di centri in giro per il mondo. A Roma apre invece “Silhouette” a via Barberini e insieme alla segretaria e poi consorte Francesconi Rosetta nel 1962 aprono la Roman. Cheever aveva portato nella capitale lo squash (la Roman è la prima coi suoi due campi a far praticare questo sport) e il culturismo moderno, testimonial come Schwarzenegger e Lou Ferrigno (quello di Hulk). Genererà poi un Eddie Cheever II, campione di Formula 1, detto “l’americanino de Roma”, e un Eddie Cheever III, anche lui corridore.

 

Per altri sorpassi, basta scendere più giù, lungo via Aldrovandi: chi avesse a cuore l’opera somma di Dino Risi, morto esattamente dieci anni fa, non dovrebbe far altro che passare un pomeriggio nella piscina del residence Aldrovandi, dove il regista del “Vedovo” e “Una vita difficile” trascorse trent’anni in aurea solitudine.  Con “affaccio sullo zoo, per comodità”, diceva , “perché se mi si rompe un rubinetto non devo neanche chiamare l’idraulico. Chiamo la reception e loro lo fanno aggiustare”. Gassman lo andava a trovare, e c’era sempre la storia dell’aquila. “C’era un’aquila su un albero. La fissavamo, muti. Poi Gassman iniziò a parlare: ‘Quell’aquila sono io. Anche io sto seduto per ore su una poltrona. Fermo, a guardare un muro”. Fecero la camera ardente a chilometri zero alla casa del Cinema. Che faceva Risi? Leggeva, non rivedeva assolutamente mai i suoi film (detestava). Amava soprattutto Philip Roth, ma anche John Fante e Carver. Aveva provato tutta la vita a fare un romanzo, ma aveva rinunciato buttando via tutto e col rimpianto “di non incontrare una donna in treno e dirle che l’autore del libro che leggeva ero io”.

 

Scendendo da via Aldrovandi ancor più giù, si sbuca in altre bolle. Nel senso proprio di teloni invernali che d’estate vengono tolti alle piscine di circoli. Ci sono quelle araldiche: la più bella, quella “degli Esteri”, nel senso di ministero di, con la piscina storica che insieme al suo circolo è stata fondata nel ’37 da Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri e genero del Duce, ragazzo sfortunato, e incredibilmente poco sfruttato in sceneggiature e/o fiction. La piscina storica, venticinque metri, tutto un rivestimento azzurrino di mosaico Bisazza, con trampolino d’epoca per tuffi coreografati da Istituto Luce, è da poco ristrutturata. E’ stata disegnata insieme alla palazzina a tre piani del Circolo dell’architetto molto fascista già dal nome Florestano Di Fausto, specializzato in architetture marittime in Libia oltre che autore della centrale del latte di Pescara e della villa di Beniamino Gigli a Recanati. Giusto Puri-Purini, famiglia di ambasciatori-architetti romani, scrive: “Quella del Circolo fu architettura dell’entertainment, del tempo libero, come già si era espressa nei vivaci stabilimenti balneari sul litorale di Ostia, in tanti altri luoghi del mare italiano, e in altri luoghi, esotici e lontani: le colonie”. Ma restando invece ai Parioli, per vivere un’esperienza da Finzi-Contini, ecco la piscina del Tennis belle Arti, con doppio ingresso da Valle Giulia e da via Flaminia: lì, mentre dei coraggiosi giocano appunto a tennis anche in ore micidialmente calde, soprattutto si sguazza a bordo piscina tra copertine di livello editoriale altissimo; signore che compulsano tomi di Saint Simon in francese, almeno l’edizione tascabile di Philip Roth che si trova in edicola col Corriere (pare il minimo per accedere a questa balneazione per lettori forti). Il Belle Arti vede la prevalenza del boxer stinto, della pancetta quarantenne allenata ma non troppo, è un po’ una Ultima Spiaggia urbana, anche con baretto a buffet e gelati rigorosamente artigianali tra cui i pinguini Pepino. Consigliato soprattutto per fans arbasiniani, la piscina è praticamente incastrata sul retro di Sant’Eugenio, la chiesa dove si chiude Fratelli d’Italia col funerale del protagonista Raimondo (“in quella spaventosa chiesa novecento di Sant’Eugenio, a Valle Giulia. Durante la messa, che alcuni prendono come un cocktail, con molti saluti, in sportivo beige, e tutti i ragguagli sulle crociere imminenti in Turchia anche dei bambini, che hanno finito le scuole, ecco appoggiate alle pareti lì in fila pesanti e molto colorate le corone estive di grossi fiori gonfi coi nastri neri e viola e i nomi ‘Desideria’, ‘Marina’, ‘Marina’, ‘Camilla’, ‘Camilla’, ‘Giulio’, ‘Giorgio e Grazia’, ‘Sandro e Gloria’, ‘Enrico’, ‘Antonio’, ‘Lorenzo’, ‘Gaia’, ‘Letizia’, ‘Serena’, ‘Allegra’, ‘Gioia’, ‘Gioia’, tristissimi in oro”).

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