Il fronte repubblicano (su scala romana) non funziona tanto

Giachetti e Casu ci spiegano perché l’idea anti populista di Calenda è buona, ma con la Raggi zoppica

31 Maggio 2018 alle 15:58

Il fronte repubblicano (su scala romana) non funziona tanto

Foto LaPresse

Roma. Il punto, a ben vedere, non pare quello di stabilire se sia buona o sia cattiva. Andrea Casu, ad esempio, si mostra abbastanza scettico; Roberto Giachetti, invece, la definisce “assolutamente sensata”. Il punto, semmai, è capire se sia pensabile sua scala romana, la proposta del “fonte repubblicano” avanzata da Carlo Calenda. Ed è qui, su questa eventuale riproducibilità in sedicesimo di un embrassons-nous in funzione anti sfascista, che il segretario cittadino del Pd e l’ex candidato sindaco del centrosinistra si ritrovano, entrambi, concordi nel dire che no, a Roma non si può fare.

  

Non subito, almeno, non in modo automatico. “Non mi sembra questo il momento di parlare di nuove sigle”, dice Casu con la voce un po’ affannata, tutto intento com’è nell’organizzare la manifestazione di venerdì in piazza Santi Apostoli, “a difesa delle istituzioni e dei cittadini che si riconoscono nei valori della Costituzione”. Né nuove né, tanto meno, nuovi simboli. Perché in effetti anche questo ha suggerito, Calenda. Osserva Giachetti: “Quando si avanzò l’idea di rinunciare al nostro simbolo, per le municipali di Ostia nello scorso dicembre, a me parve ragionevole. Ma quello era un contesto particolare, dove sarebbe stato opportuno fare un passo indietro come partito per porre l’enfasi sulla battaglia contro la criminalità organizzata. Se però penso alla prossima scadenza importante a Roma, non posso che proiettarmi al 2021”. Le prossime elezioni per il Campidoglio, cioè. “Esatto. E in quel caso – prosegue il deputato del Pd – forse ha più senso mantenere una coalizione tradizionale, anziché avere un simbolo unico”. Il motivo? “Facile. Avere più liste, alle amministrative, conviene sempre: perché ti permette di essere più pervasivi sul territorio, raccogliere un numero assai maggiore di preferenze”.

  

Quel che però sembra davvero mancare, a Roma, è un fronte compatto di avversari contro cui schierarsi, una minaccia tremenda che fomenti la paura e l’entusiasmo, l’idea che si sia chiamati davvero a combattere una battaglia che abbia qualcosa di millenaristico. “E’ chiaro – osserva Giachetti – che a livello nazionale il rischio che Lega e M5s ci portino fuori dall’euro e dall’Europa, legittima e rende necessaria la proposta di Calenda. A Roma servirebbe che Virginia Raggi si mettesse in testa di abbattere il Colosseo, per avere un equivalente altrettanto forte. E benché dai grillini sia doveroso attendersi qualsiasi cosa, a questo punto forse non ci arriverebbero neppure loro”.

  

Eppure, nella loro apparente insignificanza, anche le buche potrebbero rappresentare il problema – concretissimo, peraltro, non solo potenziale – intorno a cui coagulare la protesta contro l’inconcludenza del Campidoglio, e la carovana rosa che si rifiuta di correre su strade disastrate, in pieno centro e in mondovisione, la tappa conclusiva del Giro d’Italia, varrebbe a suo modo quanto il richiamo allarmato di un qualche burocrate europeo sul rischio della tenuta dei conti del paese. Casu sorride, nel sentire in paragone. Sorride ma coglie il senso della provocazione, e rilancia: “Il Pd a Roma è già la principale forza di opposizione”.

  

Evanescente, talvolta, perfino latitante, è stato da più parti osservato. Ma il segretario non ci sta: “Il nostro compito è unire tutte le forze che con sempre più convinzione manifestano il loro malcontento verso una amministrazione fallimentare. Non a caso siamo stati al fianco di chi è sceso in piazza del Campidoglio contro la scellerata chiusura della Casa delle Donne. Non a caso saremo con Cgil, Cisl e Uil che il 6 giugno prossimo chiederanno alla Raggi di guardare negli occhi le sofferenze dei romani e cominciare a rispettare gli impegni assunti. Non a caso – prosegue nell’elenco – in queste ore abbiamo aperto i circoli di tutta la città per difendere i valori democratici e repubblicani in cui tutti noi crediamo”. Il tutto, però, con un distinguo necessario, rispetto allo scenari ipotizzato da Calenda. “Noi – precisa Casu – restiamo fieramente il Pd. Non rinunciamo alla nostra identità e non ci intestiamo le battaglie altrui: vogliamo essere uno dei motori di questo riscatto cittadino”. Che, garantisce Casu, “si sta sollevando”.

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