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Pirozzi sbatte lo scarpone sul tavolo

Dà un ultimatum al Cav., straparla e non vuol saperne di ritirarsi. Intervista al sindaco di Amatrice, candidato (ora) indesiderato del centrodestra alla regione Lazio

Marianna Rizzini

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rizzini@ilfoglio.it

25 Gennaio 2018 alle 14:40

sergio pirozzi

Elezioni Regionali, Sergio Pirozzi in conferenza stampa a Roma (foto LaPresse)

Roma. “Non mi ritiro, non mi sarei mai ritirato, venerdì 26 è la data limite per l’apparentamento – ma questo non è un ultimatum, eh”. Non è, ma ci assomiglia molto: succede che il candidato (ora) indesiderato del centrodestra Sergio Pirozzi, già sindaco di Amatrice, sbatte lo scarpone sul tavolo manco fosse la famosa scarpa di Nikita Kruscev all’Onu, e proprio mentre il centrodestra cerca di trovare un accordo sul nome da presentare per la corsa alla regione Lazio (in particolare sul nome di Stefano Parisi, leader di Energie per l’Italia).

  

“Se ero degno di fare il sottosegretario alla Ricostruzione perché non sono degno di fare il presidente della regione?”, dice Pirozzi, uomo prima coccolato (o sopportato?) come esponente verace della società civile e simbolo della resurrezione post-terremoto da molte delle forze politiche che ora vorrebbero rimetterlo nella lampada di Aladino da cui l’hanno tirato fuori a forza di spolverarne la superficie. Solo che Pirozzi non è il Genio della lampada, e una volta che l’hai tirato fuori non c’è verso: fuori resta. E dunque Pirozzi butta l’ipotesi Parisi nel sacco delle cose che rilevano fino a un certo punto, perché tanto la decisione lui l’ha già presa: “L’ho sentito due mesi e mezzo fa. Ha espresso un grande apprezzamento per la mia candidatura e per questo lo ringrazio. E’ una persona che ha fatto una grande corsa a Milano, anche se ha perso sul filo di lana, ma non può esserci un candidato buono per tutte le occasioni…”.

      

E non solo il Pirozzi che non rientra nella lampada della società civile che si è spinta troppo avanti alza la posta, ma indossa anche, con aria un po’ smargiassa, un maglione rosso “che porta fortuna e combatte l’invidia”, come “il vecchio presidente dell’Ascoli Costantino Rozzi che portava i calzini di quel colore” per scaramanzia durante la partita. E svela, il verbo di Pirozzi che pare dal sen fuggito ma non lo è, particolari forse non da divulgazione urbi et orbi, come per esempio il colloquio con il vicepresidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (FI) durante il quale, dice il sindaco di Amatrice, gli venne “offerta” la “vicepresidenza della regione o un posto in Parlamento”.

  

Pirozzi che non sghignazzò, ma alla carriera ci prova

Ieri, presentando la sua Lista dello Scarpone, a Roma: “Le mamme devono tornare a fare le mamme: da presidente proporrò ore di lavoro pagate dalla Regione”

 

E lui aveva detto “no”. E allora gli era stato offerto “un ruolo di governo, ma per quello bisogna vincere le elezioni e una volta entrati tutto quello che era bianco diventa nero”. E anche quando apparentemente si schermisce, il tono non è dimesso: “Non sono umile, ma chi lo dice a me non lo è neppure lui o lei… e se qualcuno dice che non sono controllabile… non so cosa vuol dire…”. Poi improvvisamente parla di se stesso in terza persona: “C’è un tentativo di mettere in difficoltà quest’uomo in vari settori…”, ed è a quel punto che chi ha spolverato la lampada rimpiange con più intensità di averlo fatto.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    25 Gennaio 2018 - 15:03

    Pirozzi l’uomo del terremoto più che il terremoto uomo. Pirozzi che esce dal seminato e cerca altre avventure perché la sua Amatrice gli sta ora stretta. Più che fuori di senno è il senno che Pirozzi non controlla più. “Rinnovata ha verga d’Avellano” e non più come pastore di pecore ma di anime, scende dai monti con il forcone e va verso il mare non più adriatico ma tirreno. L’esaltazione come la cucciutaggine sono al massimo e la sua popolarità ad Amatrice crede che sia nel resto della regione. Utopia e illusione. Limiti e capacità di persuasione fuori controllo, analisi e risultato zero. Si scontra con Parisi, uomo di intelletto e di politica non gridata ma documentata. Fatta e non da fare. Logica e non utopistica o di parte. A questo siamo e se il grande vecchio, pur riconoscendogli i meriti lo placca, lui sdegnato gli oppone il gran rifiuto e chissenefrega della polititica, dell’Italia e del paese. Il paese è Amatrice. Pur tutti noi riconoscendo ad Amatrice la sofferenza e dolore.

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