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Alle origini dello sciopero bianco che paralizza la metro di Roma

Un treno ogni 8 minuti. Per il Campidoglio “è un complotto”, ma è solo il collasso di un’azienda che andrebbe fatta fallire

23 Novembre 2017 alle 14:03

Alle origini dello sciopero bianco che paralizza la metro di Roma

Un accesso alla Linea A della metropolitana di Roma (foto LaPresse)

Roma. L’ultima beffa è l’annuncio degli altoparlanti che rimbalza sulle centinaia di teste che affollano la banchina della stazione Termini della linea A della metropolitana romana. “Si ricorda che è vietato fare foto all’interno delle stazioni”, ripete con tono monocorde. Risate di scherno e fischi di disapprovazione. E scatti fotografici a immortalare il girone dantesco e consegnarlo alla rabbia che ribolle sui social. Si rischia una multa da sette euro, ci spiegano, e addirittura una querela per diffamazione se alle immagini postate in rete dovesse essere accompagnato un commento che risulti offensivo o denigratorio dell’azienda dei trasporti. I sommersi non sperino mai di essere salvati.

 

Un quarto alle 8, la banchina è già stipata e ci si regge in equilibrio appoggiandosi a schiene, mani e gambe di chi sta attorno e attende immobile. Una donna cerca di fare spazio per permettere al figlio di respirare, una coppia di turisti spagnoli chiede se sia successo qualcosa. “Sempre così, todoslosdiaselmismo”, risponde un addetto alla sicurezza. Sul marciapiede non c’è più spazio così i vigilantes sono costretti a chiudere l’accesso al mezzanino superiore e contingentare l’accesso alle banchine mentre sulle scale si accalca pericolosamente una folla senza possibilità di deflusso. Il display segna quattro minuti di attesa per il prossimo treno, ma due minuti più tardi il conto alla rovescia è ancora fermo. Forse non è un caso e sul web qualcuno ha provato anche a fare i calcoli. “Un minuto Atac equivale a 2.15 minuti di tempo reale”, hanno scritto sul blog OdisseaQuotidiana. Una strategia precisa, sostengono i più, per “bluffare” sui tempi e ingannare chi attende.

 

“Atac destroyed my time”, urla il coniglio protagonista di un adesivo molto popolare in questi mesi sui muri di Roma. Perché la realtà è che in una città che da anni è costretta a fare i conti con un sistema di trasporto urbano indegno di una capitale europea, quello che sta accadendo da mesi nelle viscere della metropolitana ha il sapore più amaro della sconfitta e della resa per milioni di utenti quotidianamente costretti a fare i conti con treni che non passano, attese che si fanno sempre più lunghe e vagoni stipati ben oltre l’immaginabile. Capita ogni giorno, e ogni giorno sembra peggio. Sulla linea A la frequenza prevista nelle ore di punta sarebbe di un treno ogni quattro minuti. Orologio alla mano, l’attesa minima è quasi sempre doppia. Stessa storia, con punte di attesa sopra ai 10 minuti nella fasce orarie non di massimo afflusso, anche per la linea B.

 

“Ritardi. Numero di treni circolanti inferiore rispetto al programmato” cinguetta via twitter ogni maledetta mattina il servizio informazioni di Atac. Sulla A ne dovrebbero essere in servizio 33 per garantire gli standard prefissati “ma in una giornata normale – assicurano fonti interne – su rotaia vanno fra i 20 e 23 mezzi. Sulla B invece sono 16, 18 al massimo, contro i 27 previsti”. Il risultato è che saltano corse, i tempi di attesa si allungano, la gente si accalca pericolosamente sulle banchine e i treni viaggiano sempre più carichi al punto che spesso è impossibile salire e a volte non basta neanche attendere il treno successivo.

 

Come martedì quando il blocco dei taxi ha mandato letteralmente in tilt l’intera rete. Per Atac la causa di tutto è una sorta di sciopero bianco messo in atto dai macchinisti per la stretta imposta dall’azienda contro l’assenteismo. I lavoratori, è la tesi, al momento di prendere in carico il treno segnalerebbero guasti inesistenti per fermare il mezzo e mandarlo in manutenzione. Una protesta selvaggia che Atac sta combattendo a colpi di provvedimenti disciplinari.

 

I sindacati, però, respingono le accuse. “Il macchinista è penalmente responsabile del treno che conduce e dell’incolumità dei viaggiatori – risponde Renzo Coppini, segretario Sul – da mesi segnaliamo problemi di sicurezza e manutenzione”. Dopo l’incidente di luglio, quando una donna è rimasta incastrata nelle porte e trascinata per decine di metri (il macchinista è indagato per lesioni), i lavoratori hanno deciso di farsi più rigidi nella verifica dei guasti e dei malfunzionamenti per non rischiare altri incidenti e problemi penali. E i mezzi si accumulano in rimessa in attesa di manutenzione.

 

“La situazione è diventata ancora più critica dopo l’avvio della procedura per il concordato – prosegue Coppini – i fornitori, che non vengono pagati da tempo, temono di vedere evaporare i propri crediti e per questo la fornitura di ricambi e i servizi di manutenzione si sono fatti molto più problematici”. “Dicono che i macchinisti segnalano guasti finti – accusa Massimo Dionisi, segretario provinciale dell’Orsa Tpl – ma intanto l’azienda provvede a cambiare gli specchietti retrovisori che noi avevamo segnalato, intervengono sui parabrezza come avevamo chiesto mesi fa e abbassano le luci in galleria per evitare il rischio di riflessi pericolosi alla visibilità”. Di sicuro ritardi e corse saltate si verificano regolarmente anche sulla linea C, dove i treni sono a guida automatica e non ci sono macchinisti. Per provare a mettere una pezza alla situazione e velocizzare le corse, nelle scorse settimane Atac aveva deciso di cancellare i limiti di velocità previsti da tempo su alcune tratte per questioni di sicurezza. Disposizione poi cancellata in tutta fretta il giorno stesso dell’entrata in vigore. “Non essendo stato fatto alcun lavoro di messa a norma – sospettano fonti sindacali – si sono resi conto che il rischio era altissimo”. Un braccio di ferro che minaccia addirittura di arrivare in tribunale visto l’esposto presentato contro Atac per la mancata depolverizzazione delle gallerie (il servizio è fermo da giugno), unico modo per prevenire l’accumulo di sostanze potenzialmente dannose per la salute di operatori e viaggiatori.

 

Accuse incrociate di un gioco delle parti i cui effetti si scaricano unicamente sulle spalle degli utenti mentre il sistema va a fondo. Lo dicono i numeri: quelli del conto economico che ha spinto la giunta di Virginia Raggi a provare la carta del concordato (1,3 miliardi di debiti, 325 milioni soltanto con i fornitori) e quelli del servizio. Nei primi dieci mesi dell’anno, infatti, fra superficie e metropolitana Atac ha perso quasi 12 milioni di chilometri di servizio, pari a 1 milione e 159 mila corse saltate (340 mila circa più dello scorso anno). Maglia nera per la Metropolitana, che a ottobre ha fornito un servizio inferiore di oltre il 20 per cento rispetto a quanto programmato nel contratto con il comune per un mancato introito di circa 2,2 milioni. “Ci vorranno 80 anni perché il sistema del trasporto pubblico di Roma possa mettersi al pari con quello delle altre capitali europee”, scriveva Legambiente nell’ultimo rapporto “Pendolaria”.

 

“Atac rinasce”, gongola nel frattempo su Facebook Virginia Raggi. Ma viene il dubbio che quaggiù, sulla banchina della stazione Battistini dove almeno trecento persone premono contro le porte del treno arrivato già stracolmo dopo 6 minuti di attesa, forse la sindaca non sia mai scesa. E che neanche abbia mai visto le immagini di Pietralata dove una settimana fa i viaggiatori per protesta hanno impedito al convoglio di ripartire.

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