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La sinistra a sinistra del Pd non vince, ma può far perdere Zingaretti

L’idea di Pd e Campo progressista insieme è qualcosa di più di un progetto, è la formazione con cui la Regione è stata governata sino a oggi

19 Novembre 2017 alle 06:22

La sinistra a sinistra del Pd non vince, ma può far perdere Zingaretti

Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Roma. “Lavoriamo per costruire un’alleanza più ampia possibile”, spiega al Foglio il deputato e segretario regionale del Pd, Fabio Melilli. Nel Lazio, infatti, l’idea di Pd e Campo progressista (il partito di Pisapia) insieme per vincere è qualcosa di più di un progetto, è la formazione con cui la Regione è stata governata sino a oggi: con Nicola Zingaretti presidente e Massimiliano Smeriglio, espressione del movimento di Pisapia ed ex Sel, a fare da vice. “Insieme per il Lazio”, così si chiama Campo progressista in regione, a ottobre ha organizzato un tour per sostenere Zingaretti. Alla Pisana il gruppo che porta lo stesso nome (nato a luglio) conta cinque consiglieri, tra i quali c’è anche Riccardo Agostini, unico rappresentante di Mdp. Anche Massimo D’Alema, che a livello nazionale lavora per fare del trittico della sinistra (Mdp, Sinistra italiana e Possibile) una sorta di Linke italiana, a livello regionale potrebbe sposare una posizione diversa: “Io distinguo tra chi ha imposto con la fiducia una legge elettorale che produce un Parlamento di nominati e chi ha costruito per la regione Lazio una legge che i nominati li elimina”, ha detto, con riferimento a Zingaretti.

 

Ma per un D’Alema che ammicca, c’è un Fassina che strilla. Alcune settimane fa, dopo un incontro con Zingaretti, Sinistra italiana ha pubblicato un comunicato di fuoco contro il governatore uscente. Smeriglio, pisapiano sì, ma anche uomo che con Zingaretti lavora da anni (era già stato assessore ai tempi della Provincia, quando era in Rifondazione) difende l’operato della sua giunta: “Quello che abbiamo fatto ha una forte impronta democratico-progressista. Vorremmo continuare a lavorarci anche con Si, ma non a tutti i costi e soprattutto non senza che loro facciano una valutazione positiva su questi 5 anni di governo”.

 

La linea di Si è poco pragmatica, forse, ma è molto coerente. Per Fassina, Fratoianni&Co il problema è il Pd nel suo complesso che, “avendo ceduto al pensiero neoliberista, non poteva che partorire come leader un personaggio della risma di Renzi”. C’è questa idea dietro la linea intransigente nei confronti di Zingaretti che potrebbe creare qualche problema al presidente uscente. Certo l’esperienza di Sandro Ruotolo, candidato alla sinistra di Zingaretti nel 2013, che prese uno striminzito 2 per cento, farebbe pensare che dopo tutto cambierebbe poco per il centro-sinistra. Ma d’allora ci sono notevoli differenze: innanzittutto quella era la candidatura della lista flop “Rivoluzione civile” di Antonio Ingroia (Sel sosteneva Zingaretti) e, soprattutto, allora non c’erano tre poli, era una sfida a due (il M5s con Davide Barillari prese 20 punti in meno di Zingaretti). Questa volta invece, in uno scontro a tre, ogni voto potrebbe fare la differenza. E’ forse per questo che al prossimo incontro fissato tra i rappresentati di Si e Zingaretti (il governatore aveva detto loro: “Ci vediamo dopo le elezioni siciliane”), quest’ultimo potrebbe cercare in tutti i modi di convincere Fassina e i suoi. D’altronde delle eccezioni alla lotta a tutto campo che Si sta muovendo al Pd ci sono: a Fiumicino appoggerà la ricandidatura dell’attuale sindaco democratico Esterino Montino.

 

Tra le altre cose che allontanano Sinistra Italiana dalla coalizione per Zingaretti c’è l’apertura ai moderati. Spiega Smeriglio: “Rispetto a cinque anni fa è cambiato tutto: da Frascati a Latina sono nate una serie di esperienze civiche legate ai movimenti per i beni comuni, a loro apriremo, ma vogliamo fare altrettanto con il mondo dei moderati che cinque anni fa stava con la lista della Bongiorno. Ci stiamo lavorando”.

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