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Come Di Matteo si è conquistato la Champions

Roberto Di Matteo lascia che parlino gli altri. Due parole e poi quella: catenaccio. Altre due e sempre quella: catenaccio. Ancora due e sempre quella: catenaccio. Barcellona-Chelsea di qualche settimana fa è il ferro che marchia un’identità. S’è difeso, sì. 

21 Maggio 2012 alle 00:00

Roberto Di Matteo

Roberto Di Matteo - Foto LaPresse

Pubblichiamo il ritratto di Roberto Di Matteo uscito sul Foglio il giorno prima che conquistasse la Champions League.

Roberto Di Matteo lascia che parlino gli altri. Due parole e poi quella: catenaccio. Altre due e sempre quella: catenaccio. Ancora due e sempre quella: catenaccio. Barcellona-Chelsea di qualche settimana fa è il ferro che marchia un’identità. S’è difeso, sì. E poi? Poi c’è che il barcellonismo imperante ha reagito all’eliminazione facendo la più banale e triviale delle equazioni: Di Matteo è italiano, quindi si sa solo difendere. Comodo così: dargli del difensivista nel pallone serve a segnare una differenza tra gli altri che giocano, divertono, fanno sognare e lui che si scervella per non prendere gol, senza pensare all’estetica, senza badare al contorno. Il calcio è pieno di storie così: se batti la squadra dei giusti, come il Barcellona di questo periodo, devi essere un mostro, uno che gioca sporco, uno che quantomeno usa mezzi da osteria. Ha vinto, muti. Silenzio perché lui è in finale di Champions e gli altri no. E l'ha pure vinta. Conta questo, non altro. Conta che chi lo attacca rosica, che chi lo semplifica lo volgarizza. Per interesse. Per detrazione e per fanatismo. Domani Di Matteo si gioca l’Europa partendo da niente e potendo arrivare a tutto. Bayern Monaco-Chelsea, lì in Germania. Che vuoi di più? Soprattutto: che cosa vogliono gli altri? Di Matteo c’è, in attesa di sapere che cosa sarà dopo: Inghilterra? Italia? Altrove? No problem. Si va, si torna, si sta. Roberto ha scelto l’Italia come identità, non come destinazione. Immigrato opposto. E’ nato calciatore all’estero, da straniero. E’ diventato allenatore all’estero, da straniero. Italiano comunque: quando nacque a Schaffhausen, in Svizzera, da due genitori abruzzesi, avrebbe potuto scegliere anche la nazionalità elvetica. Disse no. Lo convocarono in nazionale svizzera: se ti cambi il passaporto, sei dentro. Disse no. Italiano per convinzione, non per convenzione. Ha rifiutato altri passaporti per se stesso, non per altro. Noi oggi ce lo vogliamo riprendere con la fame di chi ha smesso di credere nell’esterofilia a ogni costo. La sua storia, come quella di Giuseppe Rossi, è il monumento al paradosso: vogliamo quello che non è nostro e non sappiamo tenerci quello che lo è prima di scoprire che ci piace e provare a riprendercelo quasi a tutti i costi. Quasi. Di Matteo è la spiegazione fisica del teorema: tornerà da noi, perché in pochi mesi è diventato grande altrove. Ci serve, perché abbiamo bisogno di cambiare pelle, ogni tanto: abbiamo passato gli ultimi anni a cercare il Messia straniero. José Mourinho ha dato l’illusione che potesse riprodursi il suo modello. Allora Benítez, allora Luis Enrique. Di Matteo ci fa accorgere che mentre noi cercavamo, gli altri hanno trovato: Spalletti in Russia, Zenga negli Emirati Arabi, Mancini e ora Di Matteo in Inghilterra. Il Corriere della Sera, già un anno fa, ha usato una definizione poco originale: fuga dei cervelli sportivi. “Parlare di Fabio Capello, Carlo Ancelotti e Roberto Mancini è troppo facile, all’Inghilterra che non riesce a produrre tecnici in casa non è sembrato vero di poter attingere al calcio italiano. Nazionale inglese, Chelsea e Manchester City, of course. E non va male a Giovanni Trapattoni, commissario tecnico dell’Irlanda che ha vinto, e molto, anche in Germania, in Portogallo e in Austria. Oltre che in Italia, naturalmente. Più complicato però girare il mondo come Walter Zenga, che per tornare in Italia ha dovuto prima vincere scudetti in Romania (Steaua Bucarest) e in Serbia (Stella Rossa Belgrado) e che dopo un anno e spiccioli tra Catania e Palermo ha rifatto le valigie per accettare i petrodollari degli emiri, allenatore prima dell’Al-Nassr e poi degli odiati rivali dell’ Al-Nasr (quando una consonante fa la differenza). Più complicato anche andare in Russia dove, invece, Spalletti è andato a raccogliere successi”.
E’ l’Italia più Italia dell’Italia. Quella che a un certo punto canta più forte degli altri: “… dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa… parapo, parapo, paraponziponzipo”. Gli allenatori d’esportazione hanno preso il posto dei giocatori. A un certo punto avevamo un sacco di ragazzini emigrati per diventare celebri. Ora loro sono tornati e invece fuori ci vanno i grandi. Seduti, con un taccuino in mano, con le idee in testa. Tanti. E’ un modo di giocare che non s’assomiglia mai: ognuno fa come gli pare. Sono diversi, sono spesso opposti. Li uniscono per semplificare, e anche qui, semplificando ridicolizzano più le loro considerazioni che il modo di allenare di ciascuno di questi tecnici. Eccola, allora l’altra parola chiave: italianisti. E’ un’altra sintesi denigratoria al punto giusto: è il sinonimo di catenacciaro. E’ il messaggio in codice per dire: guarda che lo sappiamo che sei bravo a vincere, ma dobbiamo provare a essere un po’ nazionalisti. Che cosa vogliono questi? Di Matteo vinca per tutti, domani. Per se stesso, per vendicare Mou che avrebbe potuto e dovuto vincere questa Champions, per punire la Germania, per dare uno schiaffo a chi l’aveva già ammazzato prima che cominciasse. Perché l’esordio era stato contro il Napoli e allora bisognava essere tutti napoletani: Roberto era l’avversario. Cattivo, quindi. Sporco, pure. Avevano pronosticato un futuro rapido: allenatore ad interim. Violenti perché erano tutti convinti che fosse un debole. Violenti perché pensavano che non ce la potesse fare. Lui al Chelsea? Dopo Mourinho e dopo Ancelotti? Maddai. Cioè, sì per poco, però poi basta. Così dicevano e così non dicono più. Andrà via, probabilmente. Però da grande. Ha già preso la Fa Cup, contro il Liverpool, si gioca la finale di Champions contro il Bayern. I detrattori sono ovviamente scomparsi, sostituiti da trepidanti fan. Combattono gli uni contro gli altri, dicendo al mondo di essere stati gli scopritori di Roberto. Talent scout dell’ovvietà e della (propria) mediocrità. Adesso circolano una serie di “io l’avevo detto” da far rabbrividire. Sono gli stessi che qualche settimana prima prevedevano per Di Matteo un passaggio veloce su questo mondo, prima della autoconsegna all’oblio pallonaro. Così è, anche se non vi pare.

La verità è che Di Matteo s’è scoperto da solo. Senza sapere se avesse davvero la stoffa, come capita a tutti. Ci credi, ma non sai se è la tua fiducia in te stesso a darti la sensazione di essere bravo, o è davvero che sei bravo. Accade nel pallone e altrove. L’unica risposta è la vita: lo vedi, in fondo. Se ce la fai, sai con onestà perché è successo. Fortuna, capacità, spinte, appoggi. Una cosa sola o tutte insieme. Oppure due sì e due no. Ora Roberto sa che gli anni passati a chiedersi se la panchina fosse un posto adatto a lui, hanno avuto una risposta. Perché la guida del Milton Keynes e del West Bromwich Albion non erano sufficienti. Non per chi da calciatore ha giocato nel Chelsea e nella Nazionale italiana. Quelle squadre danno certezze agli altri, a quelli senza pedigree di campo: si formano lì, nelle squadre più piccole e costruiscono il loro domani. A uno come Roberto serviva uno stadio vero, meglio se il suo. Stamford Bridge aveva persino un box col suo nome fino a poche settimane fa: era accanto a quelli dedicati a Gianluca Vialli e Gianfranco Zola. Ci andarono praticamente tutti insieme a Londra, tra la fine degli anni Novanta e il Duemila. Prima ondata di italiani in Inghilterra, quando la Premier League aveva deciso di aprire a noi. A Londra arrivarono tre con storie completamente diverse: uno a fine carriera (Vialli), uno scaricato dalla tendenza anti-bassotti (Zola), uno nel pieno dell’attività e senza particolari avversari tra gli allenatori italiani (Di Matteo). Il Chelsea non era ancora russo, lo stadio non era ancora finito: si ricorda un match con il Newcastle giocato con una curva abbattuta e con la tribuna meno nobile ancora senza seggiolini numerati in ogni settore. L’altro mondo era l’inizio del nuovo mondo. Di Matteo se l’è fatto tutto: da calciatore facendo vincere una Fa Cup a Wembley con un gol dopo 43 secondi, da ex calciatore uscito a 32 anni dal campo e tentato dall’avventura imprenditoriale, da allenatore convinto a rientrare nel mondo del calcio molto in fretta. Ha smesso dieci anni fa: era il 2002, si ruppe la gamba in tre punti. Trentadue anni, mica vecchio. Qualche tempo dopo l’ha ricordato così, alla Gazzetta dello Sport: “Ero un atleta e all’improvviso rischiavo di restare menomato per tutta l’esistenza. Ora mi resta solo un brutto ricordo che mi ha insegnato ad affrontare la vita ad un certo modo”. Si parlò di un percorso post operatorio molto complicato, dopo dieci interventi e troppe mani entrate nella sua carne per riparare le ossa danneggiate. Si parlò di menomazioni fisiche che non gli avrebbero consentito più di camminare senza zoppicare. Si parlò addirittura dell’ipotesi amputazione. Accadde anche con Pierluigi Casiraghi (anche lui ai tempi del Chelsea). Si parlò di troppe cose e ovviamente mai di calcio. Di Matteo abbandonò tutto: rimase in Inghilterra senza tornare in Italia. Trentadue anni, di nuovo. I soldi tanti. Anche qui: ma poi? “Mi sono iscritto a un’università privata, la European School of Economics, mi sono laureato in Corporate finance e ho preso anche il patentino da allenatore”. Con la prima ha deciso di fare un po’ di business: ha aperto due ristoranti a Londra (friends a Chelsea e il Baraonda vicino Piccadilly) e ha fatto qualche investimento in Thailandia, che per molti è il nuovo paradiso dell’impresa. Col secondo, invece, ha aspettato. Non tanto, perché è arrivato il Milton Keynes e l’ha preso. Robetta: campagna industriale, nessuna identità calcistica, tanto da essere nota molto di più come la sede della scuderia di Formula Uno Red Bull. Terza divisione, praticamente la serie C2. Se glielo chiedi ora, Di Matteo ne parla con entusiasmo: “Facevo tutto io, anche le trattative di mercato. So leggere il bilancio di una società e alla fine ho fatto risparmiare ai Dons più di un milione di sterline”. Come a dire: la prima (la laurea), più il secondo (il patentino), hanno costruito Roberto allenatore vero. Così vero che l’anno dopo è finito al West Bromwich Albion, in Championship.

Promosso. Premier, di nuovo. Premier, diversamente. Tutti felici e pure lui per un po’, fino all’esonero arrivato nell’inverno scorso. La squadra che nel girone di andata funzionava, non andava più: arrivederci a tutti. Londra, allora. Cioè a casa e nei suoi ristoranti, fino alla chiamata del Chelsea per fare da secondo a Villas-Boas. Avrebbe potuto dire no: aveva già fatto il primo in premier, perché tornare vice? Avrebbe potuto aspettare ancora: una squadra da salvare con cui provare a fare il miracolo. Ha detto sì, invece. Senza spiegare, senza, probabilmente, neanche riflettere troppo. Perché il Chelsea è il Chelsea, per lui e per molti altri. Perché forse lì essere il numero due è un po’ meno infamante rispetto all’Italia. Perché forse José Mourinho ha insegnato agli altri che da secondo si può diventare primo. Roberto s’è messo lì e ha seguito Villas-Boas. Il portoghese ha fallito, Abramovich l’ha mollato e ha promosso lui. Emilio Marrese l’ha felicemente paragonato a Chance Giardiniere di “Oltre il giardino”: ovvero Peter Sellers che, ingenuo analfabeta, viene spacciato a sua insaputa per un genio della strategia politica e si ritrova candidato alla presidenza degli Usa. La differenza è che Roberto di pallone ne sa. L’analogia, invece, è la casualità: lui era lì, dove serviva che fosse.

S’è seduto in panchina, ha rimesso la cravatta. Hanno detto tutto, però: hanno parlato di ammutinamento, di giocatori che hanno silurato il loro tecnico, di una combutta tra lui e i calciatori per far licenziare VB. Di Matteo ha parlato: “Non ho segato la panchina a Villas-Boas. Con lui era nata una vera amicizia”. Stop. I risultati hanno distrutto il resto delle maldicenze. E’ così che funziona, no? Se perdi sei un farabutto che ha fatto le scarpe al suo capo e ha pure fallito. Se vinci sei un genio del pallone. Roberto è passato attraverso la terza variabile: il Barcellona. Allora tra farabutto e genio è diventato catenacciaro. Non avrebbe dovuto permettersi di fare ciò che ha fatto: vincere col Barcellona a Stamford Bridge e poi pareggiare 2-2 al Camp Nou. I buonisti non perdonano. Di Matteo deve vincere ancora per togliersi il marchio infamante di colui che ha messo fine al ciclo del barcellonismo. Per tutti gli altri è un grande allenatore. Per loro, per i puristi del pallone bello e un po’ inutile, no. Sono pronti a cambiare idea. Una Champions in mano toglie i dubbi. Vero?

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