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Scene da un avvocato

Charlotte Corday che uccide Marat nella vasca da bagno, il quadro di David che consegna ai posteri la scena e Paola Severino, neoministro tecnico della Giustizia, che a quella scena torna in una notte d’estate. Accadeva a Spoleto, nel 2003: Festival dei Due Mondi, luci nel chiostro antico, i “Processi storici” sul palco, gli spettatori-giudici pronti a spaccarsi in due fazioni e Antonio Di Pietro che recitava nel ruolo di se stesso (pm giacobino).

23 Dicembre 2011 alle 00:00

Charlotte Corday che uccide Marat nella vasca da bagno, il quadro di David che consegna ai posteri la scena e Paola Severino, neoministro tecnico della Giustizia, che a quella scena torna in una notte d’estate. Accadeva a Spoleto, nel 2003: Festival dei Due Mondi, luci nel chiostro antico, i “Processi storici” sul palco, gli spettatori-giudici pronti a spaccarsi in due fazioni e Antonio Di Pietro che recitava nel ruolo di se stesso (pm giacobino). “Anche Paola Severino recitava, era il difensore di Charlotte, immobile e ieratica”, dice uno spettatore di allora, convinto “che il ministro, come attrice, fosse più promettente dell’ingessato Tonino”. Anche Gaetano Pecorella, attore-accusatore nel processo immaginario a Galileo Galilei (con Paola Severino ancora alla difesa), riconosce la “preparazione” attoriale “e culturale” del ministro – e pazienza se poi, dal Pdl, si dice in disaccordo col ministro in tema di carceri (non gli piacciono le camere di custodia in questura e, al contrario del Guardasigilli, considera “strada obbligata” l’amnistia, ma Paola Severino continua a chiamarlo “il mio amico Pecorella”).

Quando si è trattato di difendere un Giulio Cesare con le sembianze di David Sassoli, Paola Severino si è ritrovata sul palco con l’amico Francesco Gaetano Caltagirone (anche cliente per l’inchiesta Enimont), al cospetto di un Carlo Nordio nelle vesti del pm, di un Raffaele Ranucci travestito da senatore romano e di uno Stefano Dominella nella parte del testimone. “Ma il ruolo più stimolante, per Paola, è stato quello di difensore di Galeazzo Ciano: personaggio controverso, sfondo storico ancora incandescente”, dice un amico della Luiss, dove Paola Severino ha insegnato Diritto penale fino a ieri e dove è stata preside e prorettore.

Come nel Pdl, anche nel Pd il ministro da un lato piace (“grande presenza sulla scena del diritto penale”, dice un parlamentare democratico) e dall’altra raccoglie critiche al suo decreto nella veste di “formule correttive”, per usare la definizione della stessa Paola Severino. Una che da Napoli, città natìa, è arrivata a Roma ragazzina per fare strada in un ambiente e in una materia, il Diritto penale, in cui “la presenza femminile certo non dilagava”, dice l’avvocato Grazia Volo.

D’altronde erano loro, negli anni Settanta-Ottanta, gli astri nascenti del foro romano, come disse  un giorno in un’intervista Franco Coppi, e oggi Grazia Volo parla di Paola Severino come “della persona giusta al momento giusto, vista la sua esperienza e la sua professionalità”. Andava in tribunale, Paola Severino, con le sue giacche blu squadrate, le perle al collo e i sandali spuntati da gran caldo d’asfalto. Andava in tribunale con la passione totale per il ruolo di difensore, con tutto quello che significa: Severino, oltre a politici, industriali e banchieri, ha difeso anche Salvatore Buscemi nel processo per la strage di Via D’Amelio. Un altro pianeta rispetto a quello abitato dalla taciturna amministrativista Luisa Torchia, l’altro avvocato-donna comparso e scomparso dalla lista dei tecnici di Mario Monti, seppure per un altro dicastero. Energica Severino, compassata Torchia. Ambiente industrial-borghese la prima, ambiente istituzional-borghese la seconda.

Chi ha visto anche solo una volta Paola Severino in tribunale, dice il collega Guido Alleva, co-difensore in tanti grandi processi, si sarà per forza accorto che Paola Severino “sembra un vero barrister inglese che veste la toga e dispiega il suo talento da mattatore davanti al giudice”. Ha un “tratto cortese e un temperamento d’acciaio”, dice Alleva, “è un mélange di qualità straordinarie difficilmente riscontrabili tutte insieme: lucidità, attenzione al quadro dei comportamenti umani, diplomazia e forza di carattere”. Spesso ci si trova di fronte a una Severino capace di “intuire in anticipo” il pensiero dell’interlocutore, “magari per la banalità del medesimo”, scherza Alleva, “ma non solo”.

Si esaltava in aula, l’avvocato Severino, ha detto ai suoi studenti della Luiss, due settimane fa, in un lungo commiato ad aula gremita, “commossa” almeno quanto il giorno in cui, ha detto, è tornata in cattedra “dopo l’operazione di cui tutti oggi vedono i segni”. Ne parla apertamente, Paola Severino, del braccio destro ostaggio di una malattia e poi amputato. Ne parla anche se quelli che la conoscono dicono che neanche te ne accorgi, che è dovuta diventare mancina da adulta e imparare a scrivere con la sinistra, perché di Paola “vedi solo il risultato della forza d’animo”. “I problemi fisici non sono mai veri problemi”, ha detto la professoressa Severino agli studenti assiepati a semicerchio, sorridendo persino al pensiero della sua personale ripartenza.Vi conosco tutti, è stato il suo saluto prima di aprire il capitolo “ministero”, “vi conosco e vi voglio consapevoli di essere sulla sponda dell’estrema ratio del diritto”.

E però poi non sono tutti come lei, che in terza elementare, da primogenita di una famiglia di avvocati e magistrati, scriveva nei temi “voglio fare l’avvocato penalista” e poi, all’università, allarmava il fratello, studente di Medicina, con la dedizione assoluta ai tomi di diritto. “Ma come fai?”, le chiedeva la sorella letterata. “Avvocato penalista”, era sempre la risposta. Detto e fatto. Il curriculum di Paola Severino, avvocato penalista, mostra vari galloni, un premio Marisa Bellisario e vari primati: prima donna ordinario di Diritto penale, prima donna Guardasigilli, prima donna vicepresidente del Consiglio della magistratura militare. Poi ci sono i clienti illustri sparsi tra impresa, politica e generone romano: da Caltagirone all’ex premier Romano Prodi (processo sulla vendita Cirio) al banchiere Cesare Geronzi (processo sul crac Cirio) all’ex segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni (indagine sui fondi per la gestione della tenuta di Castelporziano) al legale della Fininvest Giovanni Acampora (processo Imi-Sir).

E’ primato anche sul reddito: all’inizio del 2000 la professoressa Severino rese noto il suo reddito del 1998 (tre miliardi di vecchie lire). “Eppure è riuscita a costruire la sua figura a prescindere dai suoi clienti”, dice una collega avvocato, convinta altresì che “Paola Severino non abbia bisogno della politica, e anzi l’abbia già superata. Non ha ragione di gestire il ministero come strumento”.
Il giorno in cui è diventata ministro, il penalista Severino s’è trovata a dover “subito cambiare la carta intestata dello studio”, pena l’anatema preventivo degli oltranzisti della connessione sospetta con i poteri forti, i quali hanno poi effettivamente sottolineato con il pennarello rosso la sua amicizia con Caltagirone e la contiguità di suo marito Paolo Di Benedetto, ex commissario Consob ed ex gestore di fondi alle Poste, con il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, amministratore delegato delle Poste prima di arrivare ai vertici di Banca Intesa. Ed è così che, unendo gradi di separazione, un deputato dell’Idv rifila al ministro Severino l’etichetta di “altra prof. vicina per vie traverse a Banca Intesa, guarda caso”.

Sia come sia, in un giorno di novembre l’avvocato Severino ha lasciato lo studio “tra le lacrime”, dice un malizioso osservatore “di lacrimevoli ministri montiani – Fornero docet”. Quattordici avvocati “allevati da Paola Severino come figli e preparati come pari”, dice un avvocato della scena romana, “sono ormai pronti per farcela da soli”. E’ stato un déjà-vu, per il ministro, un volo all’indietro fino a quel giorno di molti anni fa, con il mentore Giovanni Maria Flick che diceva “sei abbastanza grande per volare con le tue ali”, e Paola Severino che sperimentava la vertigine dell’indipendenza totale dal professore-maestro (poi ministro con Romano Prodi) – quello che l’aveva fatta diventare avvocato in prima linea, ramo Diritto penale d’impresa. C’è un telefono, nella memoria del ministro, il telefono sulla scrivania nel primo giorno di lavoro nello studio a nome proprio. Squillerà mai?, si chiedeva l’avvocato Severino al colmo dell’ansia – l’ansia che fa pensare “resterò disoccupata, nessuno saprà chi sono, dovrò dichiarare fallimento”.

Poi quel telefono ha squillato e non ha più smesso di squillare, motivo per cui oggi Severino arringa gli studenti al grido di “abbiate coraggio”. Li vorrebbe tutti com’era lei, semplicemente “entusiasta”, ha detto un giorno. Vorrebbe trasmettere la forza di quel suo “voglio fare l’avvocato penalista”, scritto nel tema a otto anni e portato in valigia all’università ai tempi dello studio matto e disperatissimo e della costruzione di un gruppo “affiatatissimo”, come racconta il prorettore della Luiss Roberto Pessi, compagno di studi e poi collega (“giurista di grande prestigio e amica leale”, è la sua definizione di Paola Severino). Paola e Paolo (Di Benedetto, allora ancora futuro marito del ministro) studiavano, passeggiavano e andavano a sciare: Madonna di Campiglio, Cortina, altre Dolomiti. Poi venne l’amore, il matrimonio, una figlia, altre vacanze con Pessi e famiglia. In versione estiva, il gruppo, con bambine coetanee al seguito, si spostava a Capri, tra barche a vela e barche a motore – e ancora oggi capita che il visitatore caprese, in una bella giornata d’estate, incontri il ministro per le vie dell’isola con figlia e nipotini, quelli che il presidente della Repubblica ha salutato al giuramento.

Che sia la nomina prestigiosa che spande luce su una già luminosa carriera o che sia “l’attenzione umana formidabile” del ministro, come dice l’avvocato Alleva, a facilitare i suoi primi giorni da Guardasigilli, è difficile trovare qualcuno che non parli in termini elegiaci di Paola Severino (le lodi vanno da “preparata” a “seria” a “tenace” a “capace” a “incredibile” a “sensibile”). Melania Rizzoli, deputata pdl, la definisce “persona stupenda vicina alle sofferenze altrui”. Augusta Iannini, capo dell’ufficio legislativo del ministero di Via Arenula e moglie di Bruno Vespa, ricorda i tempi in cui, da “giovane gip”, incontrava “Paola Severino giovane avvocato” e la trovava “capace di determinazione e guizzi d’ironia”. “E’ anche una brava cuoca”, dice Augusta Iannini, memore del “meraviglioso sartù di riso alla napoletana cucinato da Paola”. (Un senatore del Pd l’ha assaggiato e conferma: “E’ ottimo, e lei è una gran gourmet”).

Sommersi dall’onda di elogi, i nemici, in questi giorni, se ne stanno ben coperti. Uno, nell’ambiente industriale, dice: “Severino mi pare più versata nell’avvocatura che nella teoria”, intendendo per teoria “la visione strategico-politica”. Poi c’è Marco Travaglio che l’ha presa di mira (ma non come Corrado Passera), coadiuvato al Fatto quotidiano da Gianni Barbacetto. Ministro Severino non sia “Morbidino”, scrive Travaglio, scagliandosi contro il presunto “indulto mascherato”. “Continuità con i politici precedenti”, è la sentenza di un Travaglio che sbandiera lo spauracchio di un Caimano acquattato nell’ombra. Barbacetto intanto scandaglia gli editoriali della professoressa Severino sul Messaggero: gli scritti del ministro “negli ultimi anni riprendono e sviluppano tutti i luoghi comuni sulla giustizia del berlusconismo di destra e di sinistra” (Paola Severino è contro la pubblicazione estensiva delle intercettazioni e contro l’uso smodato dei pentiti).
Vicina all’Udc, ma abbastanza laterale da sfilarsi in tempo (nel 2002) da una gara con veti incrociati per la vicepresidenza del Consiglio superiore della magistratura, la cattolica Paola Severino non ha nascosto “l’emozione”, ha detto, di trovarsi a Rebibbia accanto a Benedetto XVI per l’incontro con i detenuti. Aveva con sé una lettera, il ministro: il messaggio di un detenuto sardo, esperto artigiano di presepi. E aveva un canovaccio mentale per un discorso simpatetico: “Situazione di eccezionale difficoltà e disagio… terribile condizione di persone che racchiudono nel loro cuore esperienze, sofferenze e speranze”.

Due giorni dopo, Paola Severino arrivava, in mezzo alle luci del primo giorno di Hannukah, alla festa per i cento anni dell’Ospedale israelitico, e diceva parole di biasimo per le minacce antisemite che corrono sul web, in nome di un’antica amicizia che, dallo scambio di vedute con Tullia Zevi, l’aveva portata, anni fa, a difendere l’Unione comunità ebraiche nel processo Priebke. “Era il nostro punto di riferimento nei giorni dell’assoluzione e poi del nuovo arresto”, dice Riccardo Pacifici, presidente della Comunità ebraica di Roma, convinto che Severino “possa essere un buon ministro in tema di stato di diritto e diritto delle minoranze”.

“Mi ricordo degli studenti quando li incontro, ormai adulti, nei tribunali”, ha detto la professoressa Paola Severino agli studenti della Luiss, chiedendo “rispetto” per i tanti magistrati che lavorano “in modo serio ma non lo manifestano in modo eclatante”. “Non fatevi fuorviare dalla stampa, ragazzi”, diceva il ministro, lasciando però trasparire un moto di disapprovazione quantomeno stilistica per i Di Pietro e per i De Magistris. “Rispetto”, ripeteva con equanimità terzopolista, come a voler fugare ogni dubbio di partigianeria – e intanto otteneva, a scoppio ritardato, l’elogio del presidente dell’Anm Luca Palamara.

Non si può piacere a tutti, dicevano le nonne, ma Paola Severino, per ora, si aggira “serena”, come dice un deputato suo conoscente, “sul terreno dei nemici ancora in sonno”.

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