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Il cervello di Clarence

Stasera sarà ancora lì. A cantare. A portare la croce. E a prendere applausi. Era lì anche quattro giorni fa. Dopo cinque minuti chiudeva la pratica dell’ostico Cesena, un pallonetto calciato di destro dal vertice sinistro dell’area che scende pelo per pelo tra secondo palo e traversa: un uno a zero molto striminzito ma quanto basta per tempi difficili.

28 Settembre 2011 alle 15:00

Clarence Seedorf

Clarence Seedorf - Foto LaPresse

Stasera sarà ancora lì. A cantare. A portare la croce. E a prendere applausi. Era lì anche quattro giorni fa. Dopo cinque minuti chiudeva la pratica dell’ostico Cesena, un pallonetto calciato di destro dal vertice sinistro dell’area che scende pelo per pelo tra secondo palo e traversa: un uno a zero molto striminzito ma quanto basta per tempi difficili. Qualcuno dal palato troppo fino si è messo a fare facile ironia, chiedendosi se non si sia trattato di un cross sghembo finito miracolosamente dentro: come se l’ambiguità dell’intenzione potesse intaccare la bellezza del gesto. Poi lui nel dopo partita sorride, con i denti bianchissimi e gli occhi sfavillanti: dice di no, che era davvero un tiro e non un cross e la cosa finisce subito lì. Se Clarence Seedorf dice che è un tiro, è un tiro.

Perché di lui si può dire tutto, si può fare tutto tranne che metterlo in discussione. E’ uno dei pochi che incarnano l’immacolata concezione dell’estetica, l’assenza nella bellezza del peccato originale, dogma fondamentale della religione calcistica. Non solo perché accarezza la palla come pochi sanno fare al mondo, calcia senza bisogno di pensare perché questo gli hanno insegnato fin da ragazzino alla scuola più raffinata e completa del mondo, l’Ajax di Amsterdam. Non solo sa fare di tutto, anche il centravanti spalle alla porta e una volta alla Sampdoria giocò da unica punta e segnò addirittura tre gol in una sola partita. Non solo sa cambiare fronte d’attacco in una frazione di secondo con lanci da quaranta metri che cadono morbidi sul piede del compagno, non solo inventa “no-look” che poco hanno da invidiare a quelli di Totti, non solo sa triangolare stretto e costruire quel dai e vai che squarcia le difese avversarie: spara anche bordate da fuori area che a volte non si vedono e quando si vedono piegano le mani.

Era all’Inter in una partita contro la Juventus che sembrava compromessa e lui salva il risultato in tre minuti, due botte dai venticinque, una di destro e una di sinistro, cosa mai vista su un campo di calcio che gli interisti ricordano ancora oggi con emozione. Non solo questo, comunque, e non solo pallone. Ci sono anche quei dettagli che definiscono un uomo e il suo modo di stare al mondo. Non mente, se proprio è costretto sorride, non risponde, al più omette, glissa nella reticenza. Non si lascia andare a inutili spavalderie, non fa il gradasso, non parla mai sopra le righe e dice sempre qualcosa di sensato. Non diffonde ansia, non lascia intravedere la paura, esprime forza tranquilla. In questo inizio di stagione, il Milan sembra malconcio, sbanda e incassa in poche partite quasi più gol che in tutto il girone di ritorno dello scorso campionato, i commenti sanno di acido e i tifosi depressi: lui arriva e dice che non conta il numero dei gol ma chi te li fa e se te li fanno i Cissé, i Klose, i Pedro, i Villa e ben tre te ne fa un Cavani in assoluto stato di grazia, la cosa ci può stare, perché gli avversari esistono e può accadere che anche loro abbiano classe e grandi talenti. Considerazione ovvia ma bisognava pensarla e avere il coraggio di dirla in un mondo in cui si va avanti accampando scuse.

Non rimira mai il proprio ombelico, non è uno di quelli che quando calciano un rigore sembra che si mettano in posa davanti la telecamera. Non insulta l’avversario, non lo punzecchia per fargli saltare i nervi, spingerlo a reagire e farlo espellere. Non si butta inutilmente per terra, non simula, non piagnucola. Se entra in area e trova una selva di gambe, fa di tutto per restare in piedi. Qualche anno fa, in semifinale della Champions, una delle partite perfette sue e del Milan, con l’acqua che cadeva a secchi su San Siro, tre difensori del Manchester United gli vanno incontro e lo stringono al limite dell’area, uno alza la gamba, lo sfiora, lui incespica, ma si rialza, conquista il rimpallo, manda la palla un po’ più avanti, esce dal groviglio e di contro-balzo, di collo pieno, spedisce forte dove i due metri di Van der Sar non riescono ad arrivare. E’ così, Clarence Seedorf: non si arrende mai, non china mai la testa. E’ una questione di principio. Prima ancora di carattere.

E come fa a non avere carattere uno che viene dalla periferia del mondo, nasce a Paramaribo, nel Suriname, discende da una linea di schiavi, il bisnonno prese il nome dal padrone tedesco che lo affrancò. Uno cresciuto nella strada, dove si può sopravvivere solo con la forza, il senso di sé e un certo codice d’onore. Quando tutta la famiglia si trasferisce in Olanda, Clarence sposa il calcio: a 17 anni e qualche mese sarà il più giovane debuttante in prima squadra della storia dell’Ajax. Vince subito il campionato e l’anno dopo la Champions. Con Edgar Davids, suo coetaneo, forma la coppia di centrocampisti di più belle speranze del calcio europeo, ma i due sono molto diversi e non tanto si pigliano, aggressivo, e attaccabrighe Edgar, sinuoso, felpato elegante Clarence.
Si è costruito da solo, pezzo a pezzo: il blues delle origini è stato il motore inesauribile di un desiderio feroce di riscatto, di un’affermazione definitiva e irreversibile di sé e della sua gente. Arriva per primo alle sedute di allenamento e parte per ultimo, dal martedì al sabato, tutte le settimane che Dio manda in terra. I massaggiatori rossoneri sembrano sempre intimiditi ogni volta che hanno a che fare con i suoi muscoli. In quelli degli altri, anche dei più robusti, riescono sempre a “entrare” come si dice in gergo, a lavorarli, a manipolarli. Nei suoi mai, blocchi di granito, potenza afro-americana allo stato puro. Tutto il corpo è scultoreo. Però ha il culo basso, un difetto che si trasforma in vantaggio quando si devono fare veroniche in mezzo al campo e vincere i tackle.

Quanto al lato “a”, oggetto di continuo stupore ovviamente di invidia per i compagni di doccia e virtù chiacchieratissima in rete, basta ricordare quanto disse Kaká in un’intervista alle “Iene” o vederlo come testimonial della marca di intimo Richmond. Più di David Beckham, più di Cristiano Ronaldo. Il che non guasta. Ma un membro non è nulla se non si ha anche cervello, pare che anche Adriano fosse molto dotato ma non gli è servito per essere imperatore. E il cervello di Clarence si vede. Per un Cannavaro che perde i soldi investiti in una catena di ristoranti, per i tanti che ebbri per l’improvvisa ricchezza si fanno spolpare da profittatori d’ogni genere, lui è l’esempio di come si possano gestire al meglio anche gli affari. Si dice che in questo campo sia scostante come una rock star, aggressivo come un Gordon Gekko convinto che con i soldi si possa comprare tutto, anche l’orgoglio degli altri. Raccontano che per far fuori il suo ex procuratore fissò un pranzo proprio il giorno di Natale. E’ certo invece che è l’unico calciatore del Milan che si fa portare dall’autista: quando non si allena sta sempre al telefono a controllare quanto avviene nelle sue numerose società. Oculato, sveglio. E arrogante come un normale uomo di successo. Non ha mai vinto Palloni d’oro ma Pelé lo ha messo personalmente nella lista dei più grandi calciatori in attività del mondo, nonostante la sua non più giovane età.

Uno che dimostra così grande unione tra corpo e psiche, che è pure animato da sentimento religioso, che ha girato l’Europa e dice che non gli dispiacerebbe andare a giocare in Brasile visto che la moglie è brasiliana e il portoghese è la sua seconda lingua fra le sei che parla, uno così pronto a darsi nuovi obiettivi, a vincere nuove sfide, è per forza di cose ingombrante. Molto ingombrante.

I compagni lo apprezzano, lo stimano. Mantengono però nei suoi confronti la diffidenza verso il maestro, verso qualcuno che non fa parte del loro mondo. A dispetto dei coloriti soprannomi affibbiatigli da Carlo Pellegatti, il maggiore esponente dei telecronisti di parte, “Effetto serra”, “Willy Wonka”, “Fabbrica di cioccolato”, “Maîtres Chocolatiers” , per i compagni e per l’ambiente resta il “Professore”. E un giorno ad Alessandro Nesta, di solito a modo ma evidentemente stanco dei suoi rimbrotti in campo, gli venne naturale: “A professò e mo m’hai rotto er cazzo”.

Gennaro Gattuso è una bandiera del Milan ma per due anni Clarence l’ha ignorato, non gli ha mai passato la palla. Pensava, forse a ragione, di avere più chance di successo lui contro due che Gattuso da solo. Poi il leone e calabrese, capa tosta, ha capito la lezione: ha cominciato a guardargli il movimento dei piedi, il modo di toccare la palla, ne ha studiato il ritmo e la dolcezza. E con l’umiltà che solo i grandi uomini hanno si è messo a studiare quei fondamentali che gli sono sempre mancati. E ha cominciato a migliorare passo dopo passo, fa la foca sa entrare in area, a volte riesce anche a dribblare. Clarence che fra i centrocampisti aveva un debole per Rui Costa, intuisce quanto possa esser devastante il giovane Kaká e si metterà al suo servizio: saranno due finali di Champions League, la prima persa ai rigori dopo una partita pazzesca, la seconda vinta.
E’ ingombrante anche per gli allenatori. Sta in panchina nel momento topico di un derby in cui Gattuso in trance agonistica si fa espellere, Leonardo, l’allenatore, gli dice di entrare ma lui è in ciabatte, tarda e il Milan va sotto di due a zero. E lui spiega con calma come avesse chiesto ai suoi allenatori di avvertirlo sempre con un certo anticipo di un suo eventuale ingresso in campo, perché i suoi muscoli hanno bisogno di un riscaldamento particolare e in quella occasione gli era stato detto che sarebbe entrato solo nel secondo tempo. Con Massimiliano Allegri, nuovo allenatore dall’anno scorso, il rapporto è stato complicato. Si gioca a San Siro con il Bari, è un momento difficile, la capolista sente il fiato sul collo dell’Inter che ha recuperato molto terreno.

L’allenatore decide di dare spazio al giovane Merkel, e lascia a Seedorf dieci inutili minuti finali. Un’umiliazione. La partita finisce in parità, altri due punti persi sulle inseguitrici. Ma Allegri è duttile, ammette di aver sbagliato, chiede scusa a Seedorf e gli dà la chiave del gioco: da allora sarà cavalcata fino alla vittoria.
Sabato sera dopo la partita col Cesena e quel piede che ha tolto l’ennesima castagna dal fuoco, Allegri ha detto che uno come Seedorf andrebbe clonato. Chi sa come sono andate veramente le cose in casa rossonera si sarà fatto una grassa risata. Anche nella società più titolata del mondo, o giù di lì, può accadere che qualche lingua si sciolga e si metta a parlare violando quello stile a chiappe strette che impegna allenatore, staff e calciatori alla riservatezza. Ma come, fare un clone quando alle porte dell’estate stavano per far fuori l’originale? Non solo Cassano, cui ancora si possono rimproverare guapperie da Bari vecchia che ne inficiano il talento. Non solo Pirlo, a cui non si può rimproverare nulla se non la voglia di giocare e viene per questo mandato a Torino, decisione oltre modo insana. Addirittura Seedorf, forse il principale artefice di una vittoria che i tifosi aspettavano da anni.

L’estate è torrida tra colpi bassi e congetture. Comincia la caccia a una mezzala, a un signor X con il 10 sulle spalle, guarda caso proprio il numero di maglia di Clarence. Sono anni che nel calcio si parla di trequartista, di esterni bassi e alti, di centrali bassi e alti, di destra e di sinistra: ed ecco che all’improvviso rispunta il vocabolo mezzaala, roba da età dell’oro, modernariato che dagli anni Sessanta si allunga a mascherare le ipocrisie dell’oggi.

L’allenatore lascia intendere che finché c’è Seedorf non può non farlo giocare perché è uno per l’appunto ingombrante che finisce per imporsi. Vorrebbe al suo posto qualcuno che corra, difenda e attacchi, in realtà vuole un giovane, banalmente. Per cambiare un over 35 con un under 25. Un giovane che ha le fattezze prima di Paulo Henrique Ganso, brasiliano di classe cristallina ma mobile quanto un paracarro. Poi di Bastian Schweinsteiger, che quanto a correre Dio sa se corre, ma è una bufala, non il giocatore, la notizia, perché il Bayern di Monaco non ha pensato nemmeno per un secondo di venderlo. Spunta allora la cresta di Hamsik, il galletto del Napoli, prototipo del centrocampista completo, moderno: lui stesso in un’intervista a un quotidiano sloveno dice di vedersi bene in rossonero e dà la cosa per fatta. Ma il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis non è dello stesso avviso e l’affare sfuma. Si passa all’esile Montolivo, poi all’ancora più esile Aquilani, il solo effettivamente comprato e sottratto a un altro inutile inverno in terra savoiarda. Per tutto il tempo che è durato questo balletto, Allegri e Galliani si sono permessi di tenere sulle corde Clarence, l’unico, l’originale da clonare, l’eroe di primavera e di tante altre primavere prima di questa. Per cinque volte lo fanno andare in via Turati, ore 9 e 30 e raccomandazione di essere puntuale, per rinnovare il contratto. Lui magari arriva pure qualche minuto prima perché è persona educata, così cortese da ridursi persino l’ingaggio. Sa di non essere più il diciassettenne con un’acconciatura alla Frank Rijkaard, a cespo di insalata per intenderci, che un giorno fece appena due passi oltre la metà campo e sparò forse da quaranta metri un terra-aria nel sette, gol da cineteca che ancora spopola in rete. Cinque volte dunque Seedorf va dal gatto e dalla volpe, cinque volte il gatto e la volpe gli dicono di tornare. Nel frattempo avrà fatto qualche considerazione sull’ingratitudine di questo particolare mondo e del mondo in generale, ma non si scompone più di tanto. Ci sono sempre posti nuovi da vedere e cose interessanti da fare. E poi proprio in quei giorni sembrava che la Roma lo avrebbe accolto a braccia aperte. Lui e Totti, settanta anni in due: diciamocelo, sarebbe stato divertente vedere cosa avrebbero combinato contro questi due i venticinquenni in calore.

Non è andata così. Perché il Milan ha anche un presidente. Che si chiama Silvio Berlusconi. E stravede per il nostro eroe. Come uomo, come calciatore, come imprenditore. E come cavaliere d’Orange-Nassau, la più alta onorificenza olandese, di cui è stato insignito proprio quest’anno. Il presidente non si è lasciato scappare la cerimonia, era in prima fila. Clarence Seedorf? Allenerà il Milan, dopo aver giocato fino a 52 anni.

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