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Il nuovo Damiano Tommasi

I riccioli non coprono i cambiamenti. Questo è un altro Damiano Tommasi. Questo minaccia: “Senza firma sul contratto collettivo dei calciatori il campionato non parte. Sarà sciopero”. 

8 Agosto 2011 alle 00:00

Damiano Tommasi

Damiano Tommasi - Foto LaPresse

"Il 19 agosto è prevista un’assemblea, entro quella data confidiamo nella fumata bianca, altrimenti non si gioca". E' l'ultimatum di Tommasi, a cui Beretta ha risposto: "A queste condizioni non firmeremo e non si vede perché dobbiamo sottostare a certe minacce e firmare con Tommasi un accordo che non abbiamo sottoscritto con Campana".

I riccioli non coprono i cambiamenti. Questo è un altro Damiano Tommasi. Questo minaccia: “Senza firma sul contratto collettivo dei calciatori il campionato non parte. Sarà sciopero”. L’anima candida sa diventare dura: la voce è gentile, le parole no. Parla da sindacalista sapendo che tutelare i diritti dei privilegiati è comunque un’anomalia. E’ un lavoro, però. E’ il suo lavoro. Tommasi ha sentito un sacco di volte la storia del predestinato: come se quella scelta fatta qualche anno fa di giocare in serie A con lo stipendio minimo l’avesse automaticamente candidato a essere la nuova faccia dell’Associazione italiana calciatori. Forse è davvero così, o forse le cose sono andate diversamente. Il caso, la sorte, le coincidenze. Adesso è qui, magro com’era e poco sorridente com’era: si ferma davanti ai microfoni con la faccia scura come se stesse andando a trattare la cassa integrazione dei metalmeccanici o dei minatori. Il ruolo impone riti che il contesto rende inevitabilmente grotteschi. Perché poi lo dice, ovviamente: “Il problema non è economico”. E’ troppo intelligente per fare il duro e puro della casta pallonara, Tommasi. E’ troppo onesto per credere davvero che si possa bloccare il campionato per la storia dei fuori rosa. E sì che può ripetere fino all’infinito che quel contratto non vale solo per i fenomeni straricchi, ma anche per gli altri. E sì che deve evitare di perdere la prima battaglia da presidente dell’Assocalciatori. Però non può fare quello che difende i capricci dei giocatori. Perché questo è il messaggio che passa, è inevitabile: il testa a testa tra Lega di serie A e calciatori è diventato un nuovo capitolo italiano dello scontro tra caste. Potenti contro potenti, ricchi contro ricchi. Solo che a Tommasi tocca curare gli interessi di quelli che i soldi li prendono soltanto e non devono tirarli fuori per far divertire la gente. Ovvio che non è così semplice, ovvio anche che questa deriva populista-forcaiola distruggerà pure il pallone dopo essersi succhiata l’anima della politica. Però è così, adesso. Questione di clima, di contesto, di sistema. Tutto ciò che non vuol dire niente e che improvvisamente invece conta, perché l’opinione pubblica viene trasformata in giuria di un processo e gli imputati sono i calciatori strapagati e straviziati.

E’ difficile fare il mestiere di Tommasi, ora. Poi per lui di più. Perché lo ricordiamo noi e lo ricorda lui tutto il periodo in cui Damiano era diventato un simbolo opposto a quelli che adesso deve difendere. Lo presero e lo misero su un piedistallo che non aveva chiesto, ma che da allora rischia di diventare un gradino dal quale si può cadere: stanno tutti lì, come gli avvoltoi. Appollaiati in attesa di un errore, di una frase sbagliata, di una contraddizione. Tommasi sa anche questo. Capisce che la sua situazione è poco comoda e per nulla facile: fare il tutore degli interessi dei calciatori nel 2011 non può prevedere l’idea che sia una questione di principio. Purtroppo è così che funziona: i forconi sono già pronti e le parole anche. Il ritornello direbbe così: “I calciatori non si rendono conto che c’è una realtà nella quale la gente non arriva a potersi comprare il pane nella quarta settimana del mese”. Il trucco che non è un vero trucco sarebbe relativizzare. Sorridere, invece di presentarsi serio e puntuto. Poi sdrammatizzare una situazione che drammatica non è. Lo sappiamo che di fronte, nella trattativa, ci sono persone altrettanto privilegiate, ma il problema è il tipo di protesta: lo sciopero del calciatore è un nonsenso che rischia soltanto di essere controproducente. Molte delle cose su cui i giocatori si sono irrigiditi quest’anno sono delle follie: l’idea che a parità di compenso uno non possa rifiutare il trasferimento in qualunque altra squadra di A era una bestialità calcistica. L’hanno giustamente spuntata i calciatori che s’opponevano. Manca la firma sul contratto, ok. Però adesso devono giocare, perché due mesi e mezzo senza calcio sono abbastanza e perché le questioni ancora in ballo sono dettagli, perché l’idea stessa di scioperare ora per lavoratori atipici quanto vuoi, ma sempre e comunque fortunati, è un errore devastante per loro stessi.

Tommasi entra ed esce dal ruolo di sindacalista. Sa tutto questo. Sa anche che la contrapposizione tra il suo potenziale oltranzismo di ora e la sua totale flessibilità di qualche anno fa diventerebbe incomprensibile per la gente. Ci sono scelte che ti segnano la vita e lui ha quella: accettare di giocare in A a quindicimila euro lordi, mille e cinquecento euro al mese per i dieci mesi di stagione. Il pallone s’inchinò a lui. Il gesto simbolico oltre i numeri. Perché è vero che uno che guadagna milioni per tre, quattro, cinque anni di seguito poi può permettersi scelte così, ma è vero soprattutto che nessun altro l’aveva mai fatto. E poi lui non chiese a nessuno di seguirlo, anzi: “Il sistema non funziona. Con i campioni si crea entusiasmo, passione e di conseguenza incassi. E’ la regola del gioco, piaccia o no. Il vero scandalo, semmai, è constatare che certi ingaggi non sono consentiti dai bilanci. Trovo giusto rifare i conti, assolutamente ingiusto provare a risolvere tutto pagando di meno chi gioca: i calciatori, checché se ne dica, restano la componente più corretta”. Fortunato, Tommasi. Ha realizzato tutti i suoi desideri prendendo a calci un pallone, ma non i suoi valori. All’epoca di quella decisione un po’ gli davano del fesso e un po’ lo invidiavano, i suoi colleghi lo rispettano come se fosse lo specchio delle loro coscienze. Damiano era il grillo parlante di Pinocchio. Perché da atipico nel gioco e nella vita è il calciatore italiano che negli ultimi vent’anni più s’è impegnato nel sociale, il primo a interrogarsi sui mali del pallone, a mettersi contro i tifosi, a subire i fischi perché diceva che era uno schifo lo spettacolo in campo e sugli spalti: gli insulti, la violenza, gli accordi sottobanco, i bilanci aggiustati. Chi si meravigliò della scelta di quella stagione, chi bollò come spot autopromozionale la decisione di firmare un contratto al minimo federale avrebbe dovuto rileggersi la prima pagina del Messaggero del 29 febbraio 2000. Tommasi scrisse un articolo: “Non c’è solo il calcio. Il Parlamento italiano non può curarsi delle vicende del campionato italiano. Davvero il tema di discussione per un’intera settimana può essere un rigore dato o non dato? Ma gli altri cinque miliardi e mezzo di persone che non sanno cos’è il calcio, di cosa parlano? Sono parole di uno che cambia volentieri professione per non perdere la famiglia, di uno che preferisce parlare dei figli che non dell’arbitro, di uno che a volte si vergogna di fare il suo mestiere. La violenza sugli spalti, in campo, negli spogliatoi, in sala stampa, gli insulti, gli sputi, i cori razzisti, gli striscioni mi amareggiano enormemente. Vale davvero la pena di vivere per il calcio? Il Milan, la Juve, la Roma, la Fiorentina, l’Inter sono davvero più importanti della questione balcanica, dell’Ira, dell’Eta, della pena di morte? E’ triste assistere a trasmissioni sportive completamente infarcite di nulla, di sterile parlarsi addosso, quasi a voler diffondere l’idea che è di vitale importanza capire se era rigore o meno”. Tommasi diceva e dice cose retoriche, ma le dice perché ci crede. E’ un idealista, uno che se non avesse fatto il calciatore avrebbe aperto un negozio di commercio equo e solidale. Quando scrive o quando parla, cita Martin Luther King e il Vangelo: “Come puoi togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello se prima non togli la trave che sta nel tuo?”.

Per capirlo bisogna partire dall’inizio: dalla famiglia e dal Veneto. Viene da Vaggimal, un borgo di 75 famiglie, frazione di Sant’Anna d’Alfaedo. Siamo nell’alto Veronese, dove la Pianura comincia a incontrare le prime salite verso le Alpi. E’ lì che ha iniziato a giocare a calcio. E’ lì che è cresciuto. E’ lì che ha incontrato don Rino, un sacerdote, “una persona che ha contribuito e contribuisce nella mia crescita umana, che tra le altre cose mi ha fatto conoscere don Milani”. Ecco, basta questo. La religione. Damiano Tommasi, nella Nazionale che nel 2002 giocò il Mondiale di Giappone e Corea, era soprannominato il “Chierichetto”, che fa il paio con “Anima candida”, il nomignolo che inventò per lui lo speaker dell’Olimpico, Carlo Zampa. L’immoralità del pallone lo sconforta perché lui crede davvero in un mondo migliore: “Anche io ho un sogno. Vedere due squadre, insieme al centro del campo, vincitori e vinti ugualmente sereni, salutare il pubblico al triplice fischio come si usa in qualsiasi teatro alla fine dello spettacolo; sentire un allenatore arrabbiarsi col suo attaccante cascatore; vedere un giocatore espulso umiliato scusarsi con i compagni e il pubblico perché ritenuto non meritevole di continuare a giocare; sentire uno stadio intero applaudire i vincitori perché più bravi, senza badare al colore della maglia; vedere un tifoso complimentarsi con l’arbitro che giustamente fischia un fallo contro; leggere che il risultato non è dipeso dalle decisioni arbitrali; sentire solo cori d’incitamento per la propria squadra e non contro la squadra avversaria; vedere uno stadio disertato dalle forze dell’ordine perché non servono”. L’utopia che lo manda avanti ce l’ha da sempre, da quando cominciò a giocare nelle giovanili del Negrar e – parole sue – non capiva perché i genitori degli altri ragazzini fossero così avvelenati, sempre pronti a intervenire per dire che il figlio fosse più forte degli altri.

Fa tutto parte di un personaggio. Sì, c’è retorica, c’è un po’ di glassa, un po’ di buonismo, c’è molto di politicamente corretto. Ci sono ingredienti che solitamente stonano e che invece con lui finiscono per diventare fisiologicamente accettabili. Perché al pallone serviva una coscienza pulita, uno che per tutti, proprio per tutti, possa essere l’esempio. E’ stato un giocatore diverso. Tecnicamente pure. Nel 2001, l’anno dello scudetto con la Roma, Capello lo definì il giocatore più importante della squadra. Più di Totti e Montella, più di Batistuta. Era atipico: metà mediano, metà ala. Un interno, uno che si muoveva in una zona del campo indefinita. Ha segnato spesso, Damiano. Proprio per questo modo di giocare atipico, proprio perché non ha mai dato un punto di riferimento. Oggi, però, è difficile che lo si ricordi per questo. Chiedere a qualcuno che cosa gli viene in mente su Damiano Tommasi significa sapere che la risposta sarà quella: “Che ha giocato con lo stipendio di un operaio”. Prima di arrivare al suo modo di giocare ci sono le campagne. Contro il razzismo, contro il doping, contro gli sprechi. Nel 2000, l’anno del Giubileo, finì sulla copertina di Famiglia Cristiana. Poi fece discutere con un’intervista a Trenta Giorni, diretto da Giulio Andreotti: “C’è stato troppo calcio nell’anno santo”. Due anni prima, il Papa boy del calcio aveva già provocato uno scossone. Era successo che il croato del Brescia Kovacˇic aveva scelto di tornare a Zagabria per dedicarsi al volontariato cattolico. Aveva stracciato un contratto da professionista. Ovviamente intervistarono Tommasi: “Potrei fare come lui, mi ha fatto piacere conoscere la sua storia e mi dispiace che non se ne sia parlato molto. Finalmente è crollato un luogo comune quello che fa credere che fare il calciatore sia il sogno di tutti. Nella vita c’è di meglio se uno ha altri obiettivi. Datemi del pazzo, se volete, del resto hanno detto la stessa cosa a Kovacˇic, o a Zeman quando ha cominciato a parlare di doping. Mi diverto a inseguire gli avversari, il pallone, ad aggredire gli spazi; ma potrei scegliere di continuare a farlo a livello dilettantistico, un giorno: il calcio rischia di diventare solo slealtà, litigi, insulti, furti e tutto questo non mi piace affatto. Questo sport è diventato esclusivamente un business, si fanno i calendari pensando solo ai soldi, non alle esigenze degli atleti. I calciatori vivono in una scatola per tutta la carriera, per questo quando è l’ora di smettere molti ne soffrono. Kovacˇic è uscito dalla scatola in anticipo”. Kovacˇic un croato: i Balcani. Kovacˇic un cattolico: la religione. La scelta del calciatore del Brescia toccò Tommasi perché entrava nel suo microcosmo. Perché lui è quello che nel 2001 organizzò un’amichevole a Sarajevo per raccogliere fondi per la costruzione di un campo sportivo a Stubla, in Kosovo. L’idea gli era venuta qualche anno prima, quando giocava in squadra con il serbo Tomicˇ, che in piena guerra decise di tornare da solo a Belgrado per stare vicino ai familiari.

Se vai a cercare negli archivi notizie su Damiano trovi solo cose così: 15 anni di professionismo al massimo livello si trascinano parole diverse da quelle degli altri. Perché è raro che l’abbiano sentito per fargli dire: “Io sono a disposizione del mister”, oppure per farsi fare il commento sulla partita per poi scrivere “avremmo meritato di più”. A Tommasi il telefono squillava per l’intervista extrapallone. Un cliché pure quello, però quantomeno evidentemente più consono a lui. Per questo parlava. Solo che la bontà, la personificazione dei brandelli di candore rimasti al calcio, ha oscurato il resto: è andato in Spagna, al Levante; poi in Inghilterra, al Queens Park Rangers; poi, soprattutto, in Cina. E’ stato il primo giocatore italiano a farlo: firmò con il Tianjin Teda per una stagione. Ventinove partite, due gol. Il rientro in Italia è coinciso con l’addio al professionismo. L’hanno preso e gli hanno chiesto se volesse provare a rappresentare i calciatori. Ci ha pensato e ha detto sì. In fondo lo voleva da tempo e poi l’aveva già fatto a Roma: se c’era un problema, lo spogliatoio lo eleggeva senza elezioni rappresentante. Lui parlava. Lui scriveva. Lui, a volte, litigava. Adesso è il suo mestiere e a pallone gioca da dilettante in una squadra nella quale giocano anche i fratelli. Seconda categoria è il campionato. Ufficialmente in quei tornei non girano soldi, poi però i giocatori, gli altri, qualche cosa la prendono. Poco più su, tra Promozione ed Eccellenza, si viaggia anche a duemila euro al mese. Più di quanto Tommasi, da giocatore scudettato, prendesse in serie A. E poi in nero, ovviamente. E’ tutto un po’ strano, è tutto troppo anomalo. L’Italia accetta perché è fatta così. E poi perché il calcio è calcio: la gente guarda senza pensare né a quanto prendono i campioni, né a quanto evadano al fisco i dilettanti.

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