La volée di Icaro

Ha quarant’anni, adesso, e il sentire ancora bambino. Davanti un futuro che forse scintilla, vinto il male oscuro. Ma se torni indietro e immagini: è il 1980, Andre Agassi ha dieci anni, è troppo piccolo per volare quando la sua storia comincia. E’ come Icaro e sembra sorridere oltre il velo di lacrime e polvere sulla faccia.

20 Giugno 2011 alle 11:00

Andre Agassi

Andre Agassi - Foto LaPresse

Ha quarant’anni, adesso, e il sentire ancora bambino. Davanti un futuro che forse scintilla, vinto il male oscuro. Ma se torni indietro e immagini: è il 1980, Andre Agassi ha dieci anni, è troppo piccolo per volare quando la sua storia comincia. E’ come Icaro e sembra sorridere oltre il velo di lacrime e polvere sulla faccia. Sbatte, controvoglia, ali metaforiche, tenta la perfezione del colpo nel ritmo sempre uguale che scandisce il suo tempo: corre, la racchetta, insegue 2.500 palle ogni giorno, 17.500 la settimana, un milione in un anno. Dietro la casa, povera, in decadenza, il deserto arriva diagonale al recinto, seccato dal sole, dove il padre crudele ha costruito un campo da tennis che ha la forma di un rettangolo. Ma il labirinto è nella tua mente, nel tuo dolore, infantile e amplificato, se Dedalo non ti salva, se Dedalo, tuo padre, reinventa un finale diverso al mito e ti spinge verso il sole. 
C’è, nella stanza dell’infanzia di Andre, in fondo al campo stinto, un Minotauro che è vero. E’ reale, presente. Non è un mostro bucefalo. Tecnicamente: è una tennis twist ball machine, un cannone che lancia proiettili gialli, Dunlop, da inseguire e colpire.

Che parla con la voce del padre, ex pugile iraniano trapiantato negli Stati Uniti – lui, invisibile, minaccia e bestemmia in assiro, alle spalle del bambino. Pretende infallibilità. Il mostro è dipinto con occhi, orecchi, bocca di drago. Il suo fuoco liquido, orizzontale, acceca lo sguardo innocente, la figura curva e concentrata, sotto il peso delle ali d’oro; il talento opprime. E il ragazzo è coraggioso, non si tira indietro. E’ l’ombra del campione che un giorno si costruirà, lento, con sarcasmi, involuzioni, rinunce, lacrime, sudore. Per questo vulnerabile, vicino. Vorresti stringerlo, fargli sentire che non è solo.

E ci vorranno sette anni per tirargli fuori il primo sorriso: di quando, nel 1987, a Itaparica, Brasile, Andre Agassi vince il suo primo torneo da professionista non c’è, pure, memoria collettiva. Nella sua autobiografia appena uscita (“Open”, Einaudi, scritta a quattro mani con il corrispondente del Los Angeles Time, J.R. Moehringher, 493 pp., 20 euro) puoi leggere: “Donne in bichini e perizoma mi coprono di baci. C’è la musica, la gente balla, qualcuno mi porge una bottiglia di champagne e mi dice di spruzzare la folla (…) Sono tutti cosparsi di burro di cacao e quindi lo sono anch’io. Quell’atmosfera carnevalesca è il complemento perfetto al mio martedì grasso interiore”. Già, mardi gras, è mondo alla rovescia, è trasgressione, ordine capovolto, la gioia. La vittoria non c’entra. La normalità è sofferenza, nella vita di Andre, il campione che non cambia, non muta negli anni: egli odia, ha sempre odiato, quello sport solitario insegnato dal padre, in cui eccelle e a cui è predestinato. Di cui non sa come liberarsi, niente di diverso nel momento della consacrazione. E’ un’esistenza decisa, la sua, una prigionia come l’inerzia di un match: hai voglia a cambiarla quando gira male. La forza di gravità può schiacciarti. E questo, all’epoca, è un segreto. Non c’è nessuno che lo conosce, nessuno con cui condividere. C’è una cronaca altra e determinante. Una cronaca divertente e che non si può non riferire.

Scolora in rosa, stinto e kitsch, come quelle sue magliette impossibili – sembravano slavate –, l’algida scena tennistica a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Arriva il kid di Las Vegas, viene dall’America di Bibbia e fucile. Gira in Corvette, ha un amico predicatore. “Chi potrà mai prenderlo sul serio, quel parvenu?”. E la gente impazzisce. Nell’immaginario Agassi non è Ivan Lendl, il titano. Non è John McEnroe, il genio. Non è Jim Courier, il robot. Non è Michael Chang, l’elfo di Dio. Non è neppure Yannick Noah, reggae man. E’ solo un junkie, uno sballato, l’invitato che non ti aspetti alla tavola dei ricchi, un campione problematico che vince, ma ancora perde troppo. Ha tecnica inconfondibile, pure, che il padre e l’allenatore Nick Bollettieri, dioscuri infernali, hanno affinato nel tempo: colpisce prima, in anticipo, colpisce con forza la palla senza aspettare che raggiunga il culmine dopo il rimbalzo. La sua racchetta è un campo elettrostatico che attrae e respinge con effetto impossibile. La percentuale di risposte vincenti che mette a segno, osserva qualcuno, è spaventosa. Eppure la strada è lunga, la mente sempre contorta. Un eroe può essere fragile. Il sole chiama, le ali fondono. Cade Icaro. E si fa male.

Nella casa in cui ritorna dalle battaglie, in giro per il mondo, ha montato tende nere. Come le vele di Teseo. Nemesi. Simbolo di lutto eterno. Presagio di sventura? Ricordate Egeo, il padre buono, che muore per la dimenticanza dell’eroe? La malvagità, solo quella, gli sembra che nella vita possa resistere. Andre vive da fuggiasco: Scottsdale, Melbourne, Orlando, Roma, Parigi, Wimbledon, New York. Liturgia di movimenti sempre identici. Ma, nel paradosso che è la sua cifra, il bambino, cresciuto con le ali, sta bene solo lì: nell’oscurità artificiale e voluta della sua notte oscura, della sua camera nera, tenebra personale a Las Vegas, depressione difesa, protetta dallo skyline aranciato al tramonto, dall’orizzonte verticale di grattacieli che esplodono e specchiano luci nel buio, geometria e fosforescenza, finte come quella di un lingotto. Contraddittorio, sempre: il primo Slam che vince è quello che meno gli si addice, quello che nessuno avrebbe mai indovinato. A ventidue anni batte in finale, a Wimbledon, dove dicevano che non volesse andare per scelta e non era vero, Goran Ivanisevic, la macchina croata che, in teoria, su quell’erba elettrica, mai avrebbe dovuto lasciargli scampo. E cambia qualcosa? No, che non cambia. Dedalo non abbraccia Icaro al ritorno, niente festa. “Ce l’ho fatta, papà”. Ma non conta. Neppure quando riesce ad atterrare, dopo le prime vittorie, c’è pace. Il successo è nulla. Il sole è tutto. E se punti lassù, alla perfezione, non puoi evitare di considerare anche la vittoria solo una tappa intermedia. C’è sempre un ostacolo da superare. Come quella rete, in mezzo al campo, dietro la casa prima del deserto, che, nell’incubo peggiore, ricordi, tuo padre alzava quindici centimetri più della norma. Il drago sta sempre in alto, più in alto, e all’eroe mortale tocca inseguire.

Poi, certo, i critici sono concordi: gli anni migliori di Andre Agassi vanno dal ’90 al ’95. Arrivano soldi, vittorie, leggende, gossip. Un’esistenza che d’un tratto si trasforma in Eldorado, è l’età dell’oro del campione che si nutre di record. Culmine: il numero uno della classifica Atp. Il dodicesimo nella storia ad arrivarci. Il destino prefigurato si compie. C’è quello che tutti sanno, in questo periodo: le vittorie ripetute a Scottsdale, Cincinnati, Key Biscayne, Toronto, San Francisco. L’odio per i media. L’amore che finisce con Wendy – la prima fidanzata, amatissima. L’amore con l’attrice Brooke Shields – quello che alla fine non lascerà tracce. La vita luccicante. “L’immagine è tutto”, dice in uno spot notissimo. E l’etichetta di modaiolo è servita per sempre. Copertine, pettegolezzi. L’interrogativo collettivo: “E’ un ribelle? E’ un punk? E’ gay? E perché porta quel ciuffo mechato che tanto scandalizza le dame al Roland Garros?”. Facile: se non c’è paradosso non c’è Agassi. Porta la cresta perché è calvo. Ha un toupé sopra l’alopecia. E, al Roland Garros del ’90, il parrucchino gli si sfalda sotto la doccia. Panico, terrore. Maledizioni ai francesi che non sanno come aiutarlo. Notte insonne a cercare di risolvere: il giorno dopo perde contro Gomez, ma è solo per il terrore che gli scivolino via quei capelli malamente appiccicati che ha raccolto per lui, dalla ceramica del bagno, suo fratello Philly.

Quello che invece non tutti sanno è il solito rovescio saturnino, malinconico: la paura che continua a crescere insieme alla popolarità. Sposa la Shields in un matrimonio tragicomico: lei è perfetta, lui suda fin dentro le scarpe il tight assassino. Poi beve cocktail con la truppa di “Friends” (lei fa le comparsate per contrastare una carriera in decadenza), ma nel mondo liberal di Hollywood lui c’entra zero, con quella faccia da proletario arricchito.

Insicurezze nuove esplodono. Un giorno scende da un aereo e gli dicono al telefono che il padre sta male. Dedalo si è ammalato. Strana l’angoscia, temere ed amare un carnefice. E allora correre, volare ancora con quelle maledette ali d’oro. Per sentirsi dire, in ospedale, nel solito anglo-assiro sbagliato: “Vork your volley”. Con la v. E: “Colpisci più forte”.

Perché la novità è che all’orizzonte, in fondo al campo Andre ha un nemico che non è il drago, è un suo simile, un baciato dall’angelo, ha l’identico umore e non si riesce ad odiare. Ma, come accade in quella vecchia canzone di De André che parla di soldati identici, di parole ghiacciate e incapaci di sciogliersi al sole, non è uno che ricambia cortesie. Di pensieri, idee, immagini, ricordi, proiezioni, c’è un motivo meraviglioso che ti resta in testa, a lungo, quando finisci di leggere l’autobiografia di Andre Agassi: è il suo modo di intendere il rapporto con gli avversari e, soprattutto, la sua lotta titanica con Pete Sampras. E’ una chiave, un approccio ideale, per capire l’affetto notevolissimo che ti ritrovi a provare nei confronti di un campione che sì, bisogna dirlo, ha cercato di essere quasi come l’Uomo Ragno di Stan Lee. Non solo sconfiggere, ma comprendere il nemico. E pazienza se il Goblin, quel greco glaciale che è peggio di Achille, invulnerabile, non gliene perdona una nei momenti che contano. Infatti: a guardare le statistiche ufficiali degli incontri che li hanno contrapposti, Andre Agassi e Pete Sampras hanno quasi pareggiato i loro conti. Ma i numeri ingannano. Quando contava, quando in ballo c’era qualcosa di significativo, non c’era storia: Sampras, manicheo e raffinato, non faceva sconti. Agassi perdeva, si frantumava, dava il via a una irredimibile autoumiliazione. Preludio a un’esecrazione auto inflitta, mai rinviabile, panoplia di gesti, atteggiamenti, attitudini, corpo e mente. I giocatori di tennis, tutti lo sanno, parlano da soli tra un punto e un altro. “Così non va. Sei meglio di così”, si urla addosso Andre guardando Pete. E la sua storia prende una piega imprevista.

Nel 1996, quando comincia la stagione, è atteso da tutti. E’ il numero uno, deve consacrarsi. Deve vincere e vincere. Ormai è sul tetto del mondo. Si è rasato i capelli e sembra Hulk, ma non serve. Si autodistrugge, un suicidio sportivo in piena regola. “Non si sa sempre riconoscere che cosa è che ti rinchiude, che ti mura vivo, che sembra sotterrarti ”. Vincent Van Gogh lo scriveva a Theo, André lo cita nell’incipit del suo libro. Per provare a spiegare. Può accadere di cadere in volo: colpa anche delle stranezze, certo, di quella sua sprezzatura che – tutti lo pensano – è ironia, risata in faccia, e non lo è: la linea di contorno che lega il suo equilibrio di contraddizione e sforzo e abnegazione si sfalda. Semplicemente. Pensa a smettere, non smette. Il rosario di sconfitte infila nuovi grani. Poi finalmente si ferma.

E qui, nel racconto, arriva il colpo d’ala, la spinta a capire la crudeltà del tennis come sport. Come sempre, sono i particolari a fare la differenza. Per capire l’enormità di un odio e la solitudine: di notte, da ragazzi, dicono che alla Bollettieri Academy, la stessa scuola di Agassi, Jimmy Courier suonasse un enorme tamburo per sfogare la sua frustrazione. La delusione di essere sempre il numero due, lui lindo e acconcio, battuto da quel cafone di Las Vegas con il mohicano rosa. Quando, alla fine degli anni Novanta, Big Jim cominciò a ripetizione a battere Andre, sempre, alla fine dell’incontro, lo guardava negli occhi, infilava scarpe nuove da ginnastica e diceva forte: “Vado a fare jogging, non sono stanco”. Nell’umiliazione del nemico può risiedere gioia.

Ecco, ci sono storie così, che c’entrano poco con il tennis ma molto con la vita di tutti i giorni, in questo libro che sa rendere vivo, presente, il senso di un dolore. E poi esaltare. Perché tutti lo sanno, Agassi risorge sempre: e quelle lacrime sul campo più ostico, espugnato solo al crepuscolo, al Roland Garros, nel ’99, sono traguardo. Dal challenger dei dilettanti, il punto più basso da cui aveva scelto di ripartire, al sole inarrivabile la strada è infinita. E Andre l’ha percorsa tutta, tornando ad essere il numero uno, poi, dopo più di vent’anni di carriera, chiudendo in bellezza e bestiale fatica, il solo capace di legare due epoche: l’età dell’oro (Borg, McEnroe), alla decadenza dei giorni nostri (Federer, Nadal).

Come sempre, poi, nell’inizio è già scritto il finale: ha quarant’anni, adesso, e il sentire ancora bambino. Ma fa il padre – tocca a lui, ora – e non vuole che i figli giochino a tennis. Da qualche tempo è entrato nella Hall of fame e per una volta è orgoglioso secondo, a ruota di quella leggenda di sua moglie, Steffi Graf, che lui chiama Stefanie per distinguersi dal mondo. Anche lei, forse, è stata una dannata della perfezione. Una come lui (anche se più forte, non c’è dubbio), e un po’ lo intuisci dal libro, in cui però, con tatto e pudore, di lei si dice e non si dice. Perché è Stefanie che lo ha salvato, ovvio. Ma i modi dell’amore, che pareggiano l’angoscia, si accennano e non si raccontano. Questa non è una storia di gossip. Oggi Andre Agassi ha messo in piedi una fondazione per l’infanzia disagiata – ha scoperto che non c’è niente che lo fa stare bene come aiutare chi ha avuto meno dalla vita – e si è messo a studiare. Il delirio, l’allucinazione, le visioni di fuoco sono retaggi del passato. Non ci sono più mostri da combattere quando hai dato tutto. O forse sì. Si conclude con una scena da film questa storia: nel 2006, agli U.S. Open, il suo ultimo torneo, Agassi esce al terzo turno. Ma il suo canto del cigno è la battaglia campale con Marcos Baghdatis al secondo, un’agonia che finisce con ore e ore di crampi, dopo l’incontro, a 36 anni, dopo uno scontro infernale (vinto) con uno forte e che pure potrebbe essere suo figlio.

Non è una favola quello che è accaduto dopo, quello che raccontano alcuni bene informati. Provate a immaginare l’ambientazione: l’eroe esce dagli spogliatoi, torna in albergo, è notte e fuori c’è New York. A lui manca Las Vegas, ci scommetteresti. Perché, nel buio, l’oscurità non si attenua, e mancano le luci intermittenti, e Cesare e Cleopatra in salsa kitsch, i dollari d’argento che, scintillanti attraversano come fuochi d’artificio le facciate degli edifici. E’ tardi, in camera Stefanie e i bambini dormono. Andre zoppica verso gli ascensori poi lo vede da vicino, dimagrito, imbiancato: il  tempo passa anche per chi costruisce draghi, padre. E’ dura riconoscerlo per un figlio. Cosa si siano detti scopritelo alla fine di questo libro meraviglioso. Ma potete fantasticare. E immaginare, infine, Icaro togliersi ali d’oro. Riconsegnarle a chi gliele ha forgiate e, leggero, sorridere. Non c’è più bisogno di volare.

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