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Perbenisti al macello

Il “Tritacarne” ci salverà. E’ quello del trituratore Giuseppe Cruciani. Ci risparmierà dalla tiritera della logorrea perbenista. E dalla magnifica asineria del banale. E sarà merito di questo uomo di solido cinismo, burbero e brusco, approdato a Current Tv, ovvero nel canale televisivo più fico e perciò anche più perbenista e banale. E’ lui, infatti, fascinoso più di un Doctor House, che si presenta con indosso un camice da chirurgo.

9 Maggio 2011 alle 00:00

Il “Tritacarne” ci salverà. E’ quello del trituratore Giuseppe Cruciani. Ci risparmierà dalla tiritera della logorrea perbenista. E dalla magnifica asineria del banale. E sarà merito di questo uomo di solido cinismo, burbero e brusco, approdato a Current Tv, ovvero nel canale televisivo più fico e perciò anche più perbenista e banale.

E’ lui, infatti, fascinoso più di un Doctor House, che si presenta con indosso un camice da chirurgo. Gli sbucano polsini di giacche di ottimo taglio accuratamente sbottonati, traffica nell’attrezzeria per scegliere coltellacci e bisturi sbrecciati e fa male, malissimo, ai suoi pazienti, non avendo punto voglia di attendere l’anestesista. E sono resezioni d’ambiguità, contraddizioni e dogmi quelle su cui opera il Cruciani. Ha lobotomizzato De Magistris, Giovanardi, Bocchino, Grillo e Santanchè, tutti personaggi che sono stati fatti a pezzi per essere meglio compresi, ha fatto una disarticolazione a Roberto Saviano e se poi il dolore è tale e tanto che il cuore scoppia, specie quello del pubblico fico di Current, perbenista e banale, è tutto di guadagnato.

Cruciani che scatena, infatti, brividi alle femmine, Cruciani che fa saltare i nervi agli acculturati, Cruciani che fa bagnare di sudori freddi i grillini e quelle ridicole masse di giovani della legalità e della democrazia, incarna la maschera del cattivo, è anche tifoso della Lazio e – se Dio vuole – è veramente cattivo. E’ un sincero esponente del cattivismo ed è maestro nell’arte sadica del goliardismo dissacratore. Gli piove e gli scivola addosso un diluvio di insulti, gli hanno dedicato perfino una parodia in forma di sito internet, un capovolto culto della personalità, appunto, officiato dai suoi nemici lo solleva dalla noia di praticare egolatria alcuna e il fatto è che lui attrae il masochismo del pubblico di sinistra. E il cretino di sinistra è quello che lo detesta ma non può fare a meno di seguirlo, fosse solo per inseguirlo. E queste e-masculazioni, ovvero queste resezioni degli organi sessuali esterni con cui Cruciani pratica il mestiere del macellaio di potentissimi mammasantissima del potere culturale, questi spezzatini non possiamo che salutarli con soddisfazione perché fanno l’alba della tanto attesa televisione non consolatoria, quella – se Dio vuole – non loffia e mai più di regime.

Il trituratore, magro e scattante, è stato visto ospite in tivù, ad “Agorà”, per esempio, la trasmissione di Andrea Vianello e già in quel contesto, orripilando Federica Fantozzi, editorialista dell’Unità, Cruciani ha sfoggiato una tesi ardua ma convincente anche all’orecchio di un talebano e cioè che la puttanaggine è democrazia. La scelta di una ragazza disposta a usare il proprio corpo per fare carriera è dunque una benemerita perversione con cui la democrazia si conferma e si afferma. Altrimenti ci sarebbe “la spaventosa perfezione”, un mondo ideale che non potrebbe certo piacere ai democratici. “Se c’è qualcuno che compra questa cosa qui, una tetta, un pezzo di corpo, e se c’è una donna disposta a vendere, c’è la riprova borderline della democrazia”.

E’ la tivù inaudita e mai vista quella di Cruciani, forse neppure più “de sinistra” ed è quella tanto attesa in cerca degli anti Santoro e degli anti Fabio Fazio, anche se, a farselo raccontare da Cruciani stesso, la “televisione è in automatico di sinistra”. Come in radio, “anche al Sole 24 Ore, giornale di padroni, dove i colleghi – racconta Cruciani – sono pavlovianamente di sinistra”. E viene da pensare che se “La Zanzara” non fosse un cult, un successo sempre più forte di Radio24, se lo sarebbero tolto volentieri di torno a maggior gloria della democrazia e della legalità. “Ma chi ve lo fa fare a prendervi Cruciani”, ha detto Marco Travaglio, altra star del fico canale, ai dirigenti della rete televisiva. “Fate benissimo”, ha esultato invece Luca Telese e però si sa, Travaglio è fatto di spigoli, Telese è rotondo.

E Telese, onnipresente di suo, Telese che prezzemoleggia anche su Current perfino in cortocircuito è speculare a Cruciani che, infati, lo chiama al telefono e gli sibila: “Ti ho appena massacrato, guarda il ‘Tritacarne’ stasera”.

E Telese ostenta una furia da crociato contro Cruciani proprio nel senso nobile della Guerra santa. Si combattono ma si riconoscono, si stimano, ognuno commette degli errori, spesso non si ammette di avere sbagliato, ma vanno avanti lo stesso. Cruciani non porta rancori e se ne sono dati di colpi di maglio i due, spesso sotto la cintura, da essere entrati nell’antologia del giornalismo pop e, beninteso, autorevole. Solo Cruciani, nel frattempo che Telese fa incetta di applausi presso quel pubblico scimunito del Festival del Giornalismo di Perugia (lo stesso pubblico che ha appena fatto la ola a Massimo Ciancimino), può permettersi di strapazzare quelle anime belle di spettatori. E li manda a quel paese non, come lo accusa Telese, “dentro il format Sgarbi”, piuttosto nello stile burbero, brusco e mal rasato di chi liscia il pelo al gatto in senso contrario per farsi graffiare.

E così, mentre Telese liscia, Cruciani scartavetra, il tutto sotto lo sguardo divertito di David Parenzo, l’altro incomodo in questa relazione da letto a tre piazze dove sono, ognuno nei loro ruoli, tre briganti tra i somari, collaudati nel gioco del buono, del brutto e del cattivo. Il cattivo è chiaramente Cruciani, fa del cinismo una corazza per garantirsi la distanza e non precipitare nei pozzi lerci del moralismo, gli altri due, invece, non si può che farli brutti e basta. David Parenzo, di suo, dice, “Sono il Marty Feldmann del giornalismo, l’Igor di Frankenstein”, Telese, al contrario, non si descrive ma su entrambi pesa il rimprovero di Cruciani: “Ho un’irrimediabile idiosincrasia alle pubbliche relazioni, preferisco un’ora e mezzo di corsa a qualsiasi pranzo di lavoro. Ed è per questo che quei due, a forza di vedere questo e quello per progettimorte, mettono pancia”.

Tanto bello e cattivo, il Cruciani, tanto politicamente corretti e “di peso” i due. E se Telese, dopo un infortunio sulla Marcegaglia proprio su Radio24 (le diede della cretina) ha dovuto traslocare altrove, a far la santarellina della sinistra ci resta il Parenzo che se la gode da pazzi a stare con Cruciani. “Mi arrivano mail e sms – ci racconta David – di gente che mi dichiara cose, tipo ‘ti sono solidale e vicino, lavorare con Cruciani deve essere spaventoso’. Solidarietà? Ma io mi diverto tantissimo. La cosa più bella è aver trovato un amico. Il fine settimana ci inviamo sms con tutte le follie che leggiamo sui giornali. Meno male che siamo entrambi orgogliosamente eterosessuali” . Parenzo è quello che Domenico Scilipoti ha definito “parto anale”. Parenzo non se la prende, se la ride. Scilipoti che è mito amato e omaggiato ne deforma il cognome chiamandolo “Parenzio” e siccome Cruciani le orchestra bene le cose, mettendoli vicini durante una diretta della “Zanzara”, giusto quattro giorni fa, ne ha ricavato una puntata bellissima, degna della mitologia di “Alto gradimento”. Nel trito e ritrito della stracca melassa la notizia langue, langue l’opinione, langue la discussione e ogni sussiego dell’informazione. Cos’altro di peggio potrebbe cavarsi dalla noiosa letteratura sui Responsabili? Ma quando Cruciani fa fatata la zucca dell’attualità politica, mentre il mondo intero s’interroga su Osama bin Laden, gli riesce perfino di far ascoltare in religioso stupore l’inno del Movimento per i Responsabili. Trattasi di “Un solo cuore, un’unica idea”. Una canzone composta da Danilo Amerio, un musicista passato da Sanremo che ha avuto dei problemi e che però è stato salvato dai masai, così ha spiegato Cruciani consapevole di minare la granitica presenza nella scena nazionale di altri collaudati hit, da “E Forza Italia!” a “Meno male che Silvio c’è”.

Cruciani che è la pars destruens se ne bea di questa musica, Parenzo che è la pars costruens, invece, s’indigna, alza il ditino e accusa Scilipoti che però non indietreggia, anzi, fa uno show strepitoso consegnandosi mani e piedi a Cruciani. E questi, a differenza dei Conduttori Unici delle Coscienze, non scaglia anatemi ma, al contario, esalta le qualità dell’ex dipietrista e lo lascia librare nell’etere da gigante qual è. Perché è un gigante, Scilipoti, e ci vuole l’arte di Cruciani, quella di scartavetrare il pelo al gatto, per non vedere il solito spettacolo del riflesso condizionato e dell’automatismo deprecatorio.

Burbero, brusco, duro, Cruciani che dà il meglio quando interagisce affronta i radioascoltatori senza mai farsi ben volere, anzi, incalzandoli, gelando la logorrea di tutti quelli che, diciamolo, se hanno l’uzzolo di chiamare in diretta un poco rovinati in testa lo devono essere. Non trovano di meglio che dire la loro inutile parola e se c’è un vendicatore, uno che non somiglia al suo pubblico, questo è il nostro celebrato Cruciani che – se Dio vuole – non appartiene al costume italico ed è un romano trapiantato a Milano che s’è preso il meglio della norditudine. E’ diventato, infatti, un padano doc, al punto di non vergognarsi d’aver votato Berlusconi, di aver votato anche Lega, “e anche il Pd, ma alle provinciali, giusto per Penati”.

Con quella sua barba incolta, Cruciani vive la professione da maratoneta, va tre volte a settimana a correre, è seriale, s’impegna col corpo, ha un bellissimo corpo, vanta una muscolatura nervosa e soda e si diverte da morire. Nell’epoca del bunga-bunga compiuto Cruciani fa priapismo della parola e della dialettica. Non gliene frega del consenso, dice cose terribili, è – se Dio vuole – sempre disdicevole, se esistessero ancora i radicali sarebbe radicale, non è un bravo ragazzo ed è quel tipo che nessuno lo presenta alle mogli o alle figlie, e piace da pazzi perché è quel Cruciani che è in ognuno di noi che ce lo fa ammirare, invidiare e amare. E tutto questo volerlo cercare è sempre la stessa faccia dell’odiare.

Da quando c’è la “Zanzara” è tornata la radio, Cruciani che non è paludato, mostra tutte le mostruosità in forma di phoné, tutto a viva voce come tutta la vicenda di letto tanto cara all’opinione degli indignati raccontata con una quantità di olgettine e femmine che neppure il Tg3 avrebbe osato di immaginare. E’ un’oasi del disincanto quella “Zanzara”, costringe quei beoti di ostili telefonatori in diretta a fare i conti con un’Italia che sappia ridere di se stessa e sappia praticare l’ironia.

Da quando Cruciani ha schiacciato sull’acceleratore tutto questo bunga-bunga radiofonico, dal lunedì al venerdì, cattura gli ascoltatori e decide i destini di malcapitati ospiti, come Tiziana Maiolo, con la sua celeberrima uscita sui rom (“è molto più facile educare un cane che un rom”), sommersa da una marea di crucifige e congedata con lieve ghigno da Cruciani: “Una cosa così non si dice ma una cosa così la pensano in tanti”. Insomma, “c’è sapore – assicura Parenzo – non è pasta al burro”.
E non sarà certo inodore e incolore questa stagione di tivù e giornalismo prossima a venire caricata sulle spalle di Giuseppe Cruciani. Quelle su Current sono solo prove tecniche, sarà la volta sua, il narcisismo è solo un elemento di marketing in lui, non un disturbo della psiche. Gli ascoltatori conformisti non lo interessano, quelli vorrebbero uno che sappia ascoltare e che chieda scusa per eventuali interruzioni, invece Cruciani va sopra, parla sopra, sta sopra tutte le righe obbligate del politicamente corretto. E più questa masnada di minori lo tormenta, con centinaia di mail all’ora, con gli interventi in rete, più lui alza il tasso di sapidità al sapore. A La7 stanno ipotizzando di fare un “Zanzarone” notturno e finalmente sarà tutto un capovolgere il fabiofazismo. Se Nicola Porro è “il volto umano del berlusconismo”, Cruciani che non ha mai visto in vita sua il Cavaliere, è “il volto sarcastico”. Contro Fini, facciamo ad esempio, non ha sguinzagliato inviati tra archivi e catasti, s’è limitato a far tormentone con un ritornello in lingua milanese tipo, “mi sono cacato addosso a Montecarlo”.

Burbero, Cruciani dice solo “so solo che”. E poi ancora spiega: “So solo che il fatto di essere di sinistra ti mette in un circolo privilegiato, senza la necessità di fare alcuna prova per misurare le proprie capacità professionali. Solo solo che se si sta in quel tipo di parrocchia si è ascoltati e considerati, altrimenti niente. So solo che io non frequento, non ho pubbliche relazioni. E sono orso. So solo che fa più regime la Repubblica che il Fatto. E a Nanni Delbecchi che mi critica il format dicendo che ospito me stesso, rispondo: certo, ospito le mie opinioni. Mi faccio scivolare tutto addosso, so solo che non sono nato con un ideale, non ho una base culturale di famiglia, sono vagamente liberale, anzi, lo sono ma senza una vera e propria dottrina, non ho un Ernesto Rossi da citare, non ho nessun pregiudizio, so solo che le parole possono diventare vuote. E inutili. Mi attaccano per quello che dico su Saviano. Penso che da un poco di tempo in questa parte, da quando è stato cooptato dal marketing di Repubblica, sia diventato banale. E so solo che è diventato un obbligo leggerlo non perché lo leggano gli altri ma perché è tutto un farsi vedere dagli altri mentre lo si legge. So solo che difendo la libertà di dire quello che si vuole, compresa la cialtroneria di una frase come quella di Lassini sui magistrati che sono come le Br e so solo che se fossi un simpatizzante del Pd avrei dal pubblico una pacca sulla spalla e invece mi tengo la spalla senza pacca. So solo che tutto ciò che deriva dalla politica dura giusto il tempo di una spiccia drammaturgia. E so solo che aveva ragione Fiorentino Sullo quando diceva: ‘Le cose che dicono i politici valgono nel momento in cui vengono dette, dopo non più’”.
Le cose dette, tritate e triturate da Cruciani, sono diventate tormentone da dove piovono e scivolano insulti, indignazione e un gran successo cult-pop. Arte pura nell’epoca del teledestrismo di là da venire.

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