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Mi manda Camurri

A un certo punto, dice Edoardo Camurri, si è sentito come Julia Roberts – pur tricologicamente più disastrato, pur odontoiatricamente meno fornito. E’ successo che lo hanno condotto in un grande negozio ad accattar braghe e giacchette e scarpe per il debutto del suo “Mi manda RaiTre”. “Come Pretty Woman: provavo e provavo, accompagnato da quelli della trasmissione”.

5 Maggio 2011 alle 00:00

A un certo punto, dice Edoardo Camurri, si è sentito come Julia Roberts – pur tricologicamente più disastrato, pur odontoiatricamente meno fornito. E’ successo che lo hanno condotto in un grande negozio ad accattar braghe e giacchette e scarpe per il debutto del suo “Mi manda RaiTre”. “Come Pretty Woman: provavo e provavo, accompagnato da quelli della trasmissione”. E si capisce che già questa perigliosa identificazione tra il Camurri e una mite seppur vispa fanciullina – tanto mite da potersi chiaramente indentificare come pre Olgettina – fornisce una prima indicazione sulla grandezza e sui rischi di RaiTre. Porre Camurri a capo di una trasmissione simbolo del nazional-popolare italiano è un bellissimo azzardo: perché Camurri saprà pure tutto su Lou Reed, membro di giusto rilievo dell’apposito fans club, ma è pure osservatore di gran talento, capace di rendere perfetta metafora dell’italico dibattere il botta e risposta da spiaggia che apre il suo “L’Italia dei miei stivali” (Rizzoli). Spiaggia di Fregene, purtroppo orfana di Flaiano. “Me rode er c**o”. “Te rode er c**o eh?”. “Ma me rode me rode”. “Eh, te credo che te rode, quella nun te l’ha data”. “Nun sai quanto me rode er c**o”. “Me roderebbe pure a me, er c**o, se nun me la dava”. Ora, il mirabile del camurrismo è tutto qui: a) nell’afferrare il fondamentale in uno sprofondo di scemenza; b) nell’imbragare l’innocente ma pur sempre conturbante culo con un paio di strategici asterischi – così che ogni cosa s’abbia a comprendere, ma nulla possa turbare. “Mi manda RaiTre” è una trasmissione di vero incanto nazional-popolare, condotta prima di Camurri da Piero Marrazzo e da Andrea Vianello (e niente è tanto nazional-popolare come la parrucchiera della Magliana fregata sulla strada della vacanza per Sharm el Sheikh, come il trans che irrompe nella tranquilla noia del tinello), che non casualmente fonda la sua ragion d’essere nello specifico del rodimento di culo: non tanto per non averla avuta, come il dolente in spiaggia – piuttosto per una fregatura presa, un’ingiustizia subita, un torto non riparato. E dunque, quando sotto il solleone di luglio Camurri intese parlare di culo e il c**o elevò alla prima pagina del suo libro, forse fu fortuna. O più ancora fu presagio. E siccome tutto si tiene, come cantava il grande Sergio Endrigo nella sigla di “Di tasca nostra” – il programma degli anni Settanta che è il nonno e il babbo del camurriano “Mi manda RaiTre” prossimo venturo? Questo cantava: “Mille lire, almeno mille lire al mese / era il sogno, il sogno piccolo borghese / ma per chi ha sempre avuto il culo sul velluto / era uno scherzo bruciarle in un minuto…”.

Quindi – qui acclarato e provato e testimoniato di come e di quanto meglio di Camurri, per un simile assembramento di doglianze mutualistiche e di delusioni motoristiche, non si potesse trovare (appunto: ah dotto’, me rode tanto er culo pe’ ’sta faccenda!) – si passa ad esaminare opere e figura del conduttore stesso. Che in apparenza alla sorte del fagiolino surgelato appare negato (per più elevate vocazioni, per più confacenti affinità), ma che in realtà, per sorprendente ricapitolazione, al fagiolino tanto surgelato quanto fresco degnamente s’appaia – come quell’altro genio sulfureo di Gianni Boncompagni, che dei surgelati è il massimo esperto, e che con accanita passione bordeggia il banco surgelati dei supermercati. Edoardo Camurri è torinese – come i gianduiotti, come i due o tre cavouriani presenti sul territorio nazionale, come i meglio ragazzi di via Po – soltanto che Torino gli sta un po’ sui c******i (direbbe lui), praticamente gli fa rodere il c**o – e rieccoci. Pesca nel piatto pezzi di pollo alle mandorle (ma non siamo in un ristorante cinese, dioscampi!), e racconta: “Mi sono riconciliato da poco, ma non la sopportavo più. Torino si sente ancora capitale morale del paese, i migliori tra i migliori. A me invece viene sempre in mente la descrizione che di Torino fa Guido Piovene nel suo ‘Viaggio in Italia’, quando parla delle sue pasticcerie, cioccolatini incartati con carta dorata, cornici splendenti, e vetrine che sembrano quelle delle pompe funebri”. Che poi, non è solo avere sulle p***e la città e i cittadini, ma anche metterlo per iscritto, pubblicarlo in volume. E in un micidiale resoconto, “era una notte di febbraio del 2003 e mi trovavo in un appartamento mediamente borghese di Torino (arredato in stile chippendale)”, tratteggia per intero la noia mortale di quei suoi amici – progressisti, biologici, equosolidali, bandiera della pace, Emergency – così perbene, così soffocanti. E a un certo punto, temerariamente, li mette in relazione con la concupiscenza – pur se a vederli, tra loro e la concupiscenza sembra esserci “lo stesso rapporto che intercorre tra gli asparagi e la mortalità dell’anima”. Immagine successiva: quegli stessi amici alle prese con un programma ove si mostrava: a) tecniche per il petting; b) come fare un pompino (non scritto p*****o, come c**o: misteri insondabili della lascivia camurriana) con il risucchio; c) come masturbare una donna e regalarle un orgasmo strepitoso in meno di due minuti. Camurri taglia il filo del palloncino e lo lancia in aria: “A questo punto sarebbe stato meglio fare un’orgia. Cioè, pensavo, loro avrebbero sì desiderato un’orgia, ma per via del super Ego, figurarsi se avevano il coraggio di proporla. Perciò eccoli lì, per salvarsi l’inconscio, a eccitarsi su come il dito medio può stimolare il clitoride di una bamboletta gonfiabile. E lo squallido ero io”. Così addio Torino, addio torinesi, addio amici dal retto sentire. “Mi avevano fatto soffrire”. Roma, arrivo – viziosa davvero, africana davvero, decentemente corrotta davvero. Insomma, adesso si respira…

Che poi, in famiglia un po’ bizzarri – sia detto con ammirazione – sono tutti. Persino il gatto, in casa Camurri: il trovatello degnamente accasato si chiama, incolpevolmente, Spilimbergo, “come la cittadina in provincia di Pordenone” – a motivo di oscure rimembranze. E infatti il felino se ne sta sulle sue – anagraficamente offeso, probabilmente, consolato solo dal fatto che, se era una gattina, magari le sarebbe toccato in sorte Roccasecca, “come la cittadina in provincia di Frosinone”. E molto bizzarro, essendo la bizzarria piuttosto bordeggiante la felicità, era nonno Roberto, che si accasava per lunghi periodi all’hotel Roma, “dove si era suicidato Pavese”, e che sottoponeva la paziente nonna a continui traslochi, “almeno trenta ne ha fatto, a volte tornava a casa e diceva alla moglie: ah, domani traslochiamo…”. Era un appassionato di lirica e di musica sinfonica, Mahler e Verdi: si sistemava in poltrona con le cuffie, file di gianduiotti sui braccioli. Felice, certo. “Gli ultimi tempi, quando era in clinica ammalato, e non ce la faceva nemmeno a camminare, lo sostenevano, faceva due piccoli passettini e incominciava a intonare a squarciagola: partiam!, partiam!, partiam!!!…”. Quando non era impegnato in traslochi o nell’ascolto musicale, nonno Roberto passava le sue giornate nei bar storici di Torino o a litigare con tutti i preti che gli venivano a tiro. “Lui era molto cattolico, e non gli sembravano mai abbastanza adeguati”. E siccome Dio qualche segno sempre lancia, ecco che un mese dopo la morte dell’amato nonno traslocatore, vengono raggiunti in famiglia da una telefonata dal cimitero: “Dobbiamo spostare l’urna con le ceneri”. Eventi che rafforzano una ragionevole fiducia di una certa attività anche nell’aldilà. E proprio nella biblioteca del nonno, il piccolo Edoardo incontra uno dei miti della sua vita: J. Rodolfo Wilcock. “Lessi ‘Parsifal’: non ci avevo capito niente, ma l’avevo trovato fenomenale”. Pertanto, invece di farsi azionista, Camurri si fa wilcockiano. Convinto assai. Ha annotato, ormai esperto: “E’ la grazia del buonumore contro la pesantezza degli agit-prop della cultura. Stiamo parlando di quel ceto medio riflessivo che è convinto che la letteratura e gli intellettuali possano e debbano rendere migliore, a seconda del proprio entusiasmo, uno spazio elastico che può andare dal proprio rione al mondo intero” (J. Rodolfo Wilcock, “Il reato di scrivere”, Adelphi, a cura di E. C.). E così, sottolinea Camurri, e quasi a voce alta pare di sentirlo intonare: “Beati loro che pensano al progresso / io penso solo alla morte e al sesso”.

Per la verità, questo non si sa. Passeggia per le vie soleggiate di Testaccio dove abita con Rossella e la piccola Maddalena, in perenne risata come il gatto Spilimbergo sta perennemente guardingo (certo, non ha l’afflizione gattesca del nome da confine di nord-est), e racconta che tra qualche giorno non solo comincia “Mi manda RaiTre” (e il rilegatore antifascista, con motivata lode al 25 aprile sulla vetrina, si raccomanda di sputtanarli bene ’sti carognoni, e il bancarellaro, e passanti variamente assortiti esortano e incoraggiano), ma cambierà pure alloggio. Pochi metri, ma che c**o! “Andiamo ad abitare in questa casa, dove viveva Elsa Morante. Nel cortile c’è ancora la palma che lei ha raccontato nella ‘Storia’… Lì, sopra la farmacia…”. L’attuale magione – casa popolare, cinquanta metri, tre piani senza ascensore che molto fanno ridere la sola Maddalena che se li fa in braccio – trabocca di libri e di curiosità camurriane: quelle visibili, e quelle invisibili. Persino quelle quasi impercettibili: così la convinzione che l’invenzione del jazz sia dovuta a Beethoven, “senti qui, l’ultima sonata per pianoforte, la numero 32… senti?, ha scoperto il jazz…”. E a parte la morbosa passione per Schumann, sempre e ovunque svetta e suona, quando a Torino faceva il “bohémien d’alto bordo”, così che “ogni tanto riuscivo insopportabile anche a me stesso”, all’ora di pranzo (essendo la stessa, per il Camurri, quasi ora di colazione), si affacciava alla finestra per osservare gli impiegati che uscivano dagli uffici lì davanti, “nell’occasione prendevo un cd con le musiche di Erik Satie e a tutto volume facevo della ‘Sonatine bureaucratique’ la colonna sonora per quell’esercizio di contemplazione”. Una tipica perfidia camurriana è la seguente: recarsi in luoghi dove il senso comune crede concentrato un sovrappiù d’intelligenza – premi letterari, convegni letterari, festival di filosofia – e, antica talpetta rivoluzionaria, scava dentro la compostezza marmorea dell’adunata, fino a portare alla luce imperdibili frammenti di dialogo, “sai che dice Albertini?… Non er sindaco, er calciatore!”, sguardi invidiosi, party imbarazzanti (“l’organizzazione delle scomodità”, li definiva Borges, che se ne teneva lontano), poveraccismo che sarebbe troppo pure in borgata. “E’ la repubblica delle lettere, dico per rincuorarmi, ma sono tutti sudati e svolazzano moscerini in questa sera d’estate dove sta per piovere…” – perfetta sceneggiatura per un film genere “La terrazza”, sorta di comica “Gomorra” dei saputelli nazionali.
Nonostante la catechista da bambino lo abbia costretto a fare Dio con il pongo, non poco minando la saldezza del rapporto con gli affari celesti, Camurri è persona di buon cuore e di buon umore. Ha lunghe risate, la voce baritonale che potrebbe mettere in fuga il primo truffatore che gli si parerà davanti. E già in questi giorni, facendo le prove del probabile anche se appare inverosimile – tipo: quello che si finge re del Portogallo e piazza patacche per onorificenze (certo, che se uno si vuole accattare onorificenze dal re del Portogallo, vero o falso che sia, una patacca se la merita) – ha già intuito cosa sarà (e va a consolazione di ciò che lui si aspetta che sia): un gran romanzo popolare – storie e facce, risate e lacrime, indignazione e gesti. E perciò un po’ si evoca Bob Dylan nello spot, un po’ Bertolt Brecht nello spirito. Se nei trascorsi televisivi precedenti Camurri si è sottoposto tanto al volo parabolico quanto a fare da cavia in un centro di neurologia – su un gozzo si trovava, nei mesi scorsi, “un gozzo come ‘Provvidenza’, quello dei Malavoglia”, a celebrare per Sky i centocinquant’anni unitari nostri, e quindi a farsi garibaldino con fittizia partenza da Quarto, o meglio ancora emulo di Mario Soldati e dei suoi viaggi per la penisola, quando lo hanno chiamato: vorrebbe fare ‘Mi manda RaiTre’? Così adesso gli toccheranno pelati e treni ritardatari, finti corsi di laurea e fasulli corsi per veline future, pataccari d’ogni genere, burocrazie d’ogni razza, truffati a frotte – a lui, a Camurri ex bohémien da Lungodora in momentaneo transito per il Testaccio, che avendo molto caro Wilcock (come pure Lévi-Strauss) e la sua “sprezzatura”, e ogni sapienza acquisita sarà profusa nello sciogliere il mistero di un pranzo di nozze pagato ma malamente effettuato. Ma è appunto verso la nobiltà del nazional-popolare che si marcia, avendo abbandonato il greve intellettual-chic ai suoi party dove si mangia scomodi e si viene divorati dalle zanzare – e peggio ancora dai colleghi letterati.

Il camurriano alloggiamento di Testaccio andrebbe, prima delle smontaggio per l’imminente trasloco, visitato – a motivo di riflessione, e di qualche ulteriore sorpresa. Non tanto le bandiere tibetane, o il ritratto dei due anziani gentlemen inglesi, “due artisti meravigliosi, sono gay, stanno insieme da una vita, vestono elegantissimi e poi fanno quadri dove mettono un lunghissimo stronzo tra di loro”, o una tela del suo amico pittore Enrico Robusti: una donna dalla faccia inquietante, rovesciata verso l’alto. Titolo dell’opera: “Di lui non mi è rimasta che una macchia d’umidità sul soffitto”. E perciò, “l’abbiamo tenuta per un po’ sopra al letto, poi spostata di qua”. Molto saggia decisione. A sentirlo parlare, Camurri è un’anima lieta e di felici complicazioni. Come raccontano i libri amati. Per esempio “La botanica parallela” di Leo Lionni (testo scientifico, con tavole, data della scoperta della pianta, zona di crescita: tutto falso). O “La terra rossa” di W. H. Hudson. “Un libro felice, diceva Borges”. Ernesto Rossi, è un’affermazione contenuta in una sua lettera dal carcere: “Il più son balle” – funziona quasi da slogan esistenziale. La passione per Louis Wain, un edoardiano disegnatore di gatti morto in manicomio. “Sto scrivendo un libro su di lui”. All’inizio i gatti di Wain erano sornioni, docili, rassicuranti. Con il passare degli anni e con l’arrivo della malattia, hanno un aspetto sempre più selvaggio, elettrico, il pelo dritto. “Sempre più schizzati, i suoi gatti”. Forse lì a “Mi manda RaiTre”, a Camurri toccherà di far vedere il pelo dritto (seppur scarso) da gatto ammattito. Che il c**o è tanto, ma solo il culo non è tutto.

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