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L’onorevole sputazzato

Tutto lo scilinguagnolo sullo scilipotismo s’è risolto nell’indicare in Domenico Scilipoti il Jolly maligno del ramino parlamentare. E le cronachistiche facezie, prestate al moralismo, hanno trovato in lui la prova incarnata di ogni malefatta. Specie le ultime arrivate, quelle di una presunta copiatura del magnifico manifesto degli intellettuali vergato da Giovanni Gentile ad uso del Movimento dei Responsabili, ne hanno fatto un fascista. “Me ne compiaccio”, ha replicato lui.

11 Aprile 2011 alle 00:00

Tutto lo scilinguagnolo sullo scilipotismo s’è risolto nell’indicare in Domenico Scilipoti il Jolly maligno del ramino parlamentare. E le cronachistiche facezie, prestate al moralismo, hanno trovato in lui la prova incarnata di ogni malefatta. Specie le ultime arrivate, quelle di una presunta copiatura del magnifico manifesto degli intellettuali vergato da Giovanni Gentile ad uso del Movimento dei Responsabili, ne hanno fatto un fascista. “Me ne compiaccio”, ha replicato lui, “se proprio nel 1925 la pensavano come me, a maggior ragione, poi, se c’è comune sentire con pensatori di livello quali Giovanni Gentile, un grandissimo filosofo, me ne com-piac-cio!”.

Tutti vanno addosso a Scilipoti,
ex esponente dell’Italia dei valori. Non ha più la protezione della banda degli onesti ma bisogna dire che dei grandi disposti a certificargli piena fiducia li trova egualmente, come Stelvio Cipriani, musicista di grande valore, il compositore di “Anonimo veneziano”, che gli ha anche dato un inno per il suo partito. Non è certamente la colonna sonora per il bunga bunga, solo i fortunati partecipanti al congresso fondativo del movimento, a Catania, or è passata una settimana, l’hanno potuto apprezzare ma, prossimamente, diventerà un brano familiare ai più.

Tutti scagliano anatemi contro Scilipoti e lui – più propriamente – così agghindato d’ogni disattenzione verso la buona creanza glamour è il tecnicamente e più improprio dei feticci. Così inattendibile verso lo Spirito del Tempo, Scilipoti che ha anche la sorte di aver un cognome così efficace, perfetto per una sceneggiatura, fu fantastico a “Un giorno da Pecora”, la trasmissione radiofonica di Claudio Sabelli Fioretti e Giorgio Lauro. Fece un’ospitata diventata un cult. E su di lui, così irresistibile nel suo essere fondamentale nell’orizzonte italiano, diventato ismo per cui si studia ormai anche lo “scilipotismo”, si esercita la ferocia degli odiatori. Per dirla con la lingua ancestrale, insomma, Scilipoti detto Mimmo – dottore, specialista di ginecologia e consulente di medicina orientale, agopunturista e autore prolifico di saggi scientifici il più famoso dei quali è “Moxibustione in terapia medica” – è ‘u muru vasciu, ovvero, il muro troppo basso su cui s’appoggiano tutti.
La moxa è una tecnica terapeutica, trattasi di applicazione prolungata di calore su punti e meridiani tipici dell’agopuntura, è una tra le tante cose che solo lui sa – e noi che l’abbiamo incontrato possiamo ben dirlo – è un pozzo di scienze, quelle di Ippocrate, ben inteso. Ed è anche uno cui il dovere del medico lo ha forgiato nella prima e necessaria arte, ovvero l’occhio clinico. Col solo guardare in faccia qualcuno, infatti, Scilipoti sa come curarlo e “senza chimica, ma con la biologia, con i preparati galenici, con quel buon senso di cura dovuta alla persona e non al cliente da spennare con i farmaci che avvelenano più che guarire”.

E’ un provetto conferenziere il nostro beniamino, è poliglotta, nelle Americhe e in Asia lo hanno sempre avuto gradito ospite ai convegni scientifici. Ha studiato in Cina e in Giappone, è un conoscitore della saggezza orientale, è uno dei pochi che sa distinguere il confucianesimo dal taoismo, conosce il buddismo e lo zen e non a caso ha voluto come simbolo lo Yin e lo Yang, le polarità dell’armonia e della completezza, “però ho voluto che fossero rosso e verde, col bianco sullo sfondo, per fare il tricolore”. Un bellissimo emblema, non c’è che dire, pronto a diventare “bicicletta”, cioè, accoppiato a ruota con un altro simbolo in un futuro elettorale. Possibilmente Pdl.

Lui, insomma, conosce la moxa, ma la doxa, ossia l’opinione che s’è diffusa su di lui, è solo una molestia. Al punto di trasformargli la sua vita di peone in capro espiatorio facile, fin troppo facile. Muro vascio, appunto. Fino a farne un tipo antropologico, quello del “tracollo etico” nientemeno. Così disse, e lo disse solenne, il ferocissimo buono De Magistris. Parlò dai microfoni di “Annozero” e quella volta, purtroppo, la trasmissione di Michele Santoro copiò il peggiore giornalismo di destra. Le telecamere che indugiavano sul negozio della signora moglie del dott. Scilipoti, infatti, indagando su quella vetrina carica di bigiotteria e di profumi, erano né più né meno come le spiritosaggini di Brachino sui calzini del giudice Mesiano. Indugiarono sulla casa, il gazebo, il giardino, il fabbricato. Tutto un climax per arrivare all’apoteosi del pignoramento. E siccome alla sinistra, anche quando copia la destra, viene concessa l’attenuante dell’intelligenza, perfino nell’insolentire la mamma novantenne di Scilipoti – nel bel mezzo del reportage – sembrò a tutti una nobile pagina del giornalismo d’inchiesta, una coraggiosa campagna di verità, un alto esempio d’indignazione e non, invece, come fu, una brachinata.

Certo, c’è una prima e una seconda vita del dott. on. Scilipoti. E quella del giorno dopo il voto del 14 dicembre in Parlamento, è il giro di boa dove, improvvisamente, quest’uomo mite – padre di famiglia come tanti – si ritrova raccontato come un indebitato, “uno che non aveva soldi per comprarsi il pane”. Ma tra la prima e la seconda vita di Scilipoti, c’è Berlusconi, il risorto. Il simpatico Mimmo, infatti, che pure indossa il camice del suo Nirvana di medicina non convenzionale è colpevole di aver curato il Cavaliere che stava già bello che defunto dopo la separazione con Gianfranco Fini. E come poteva immaginarlo, allora, che tra tanti peones solo a lui e non agli altri – come il suo sodale dipietrista, Antonio Razzi – sarebbe piovuto come piombo la croce definitiva di diventare “quello Scilipoti”. E lui è quello su cui, su Internet, può circolare un game dal titolo “Ammazza Scilipoti”.
E’ stato accusato anche Razzi, per carità, tutti e due hanno dovuto accettare la scorta, ma nessuno tra gli odiati ha avuto il carico da undici, tutto razzista, che è stato buttato addosso a Scilipoti. Perché, infine, la colpa è tutta sua se lui è così troppo di paese, ed è troppo entusiasta, così come troppo di popolo, e poi troppo dottore, e anche troppo agopuntore, troppo di troppo, insomma e poi, in una sola battuta: troppo siciliano. E se il razzismo è lo spurgo delle viltà, coscienza infetta dei birignao, la strada è venuta così facile agli odiatori da averlo inchiodato il nostro alla croce della macchietta senza neppure attardarsi sulla mascariata di mafia che, in tema di Sicilia, viene sempre ovvia. Si sa, viene da Terme Vigliatore, cioè dalla provincia babba, quella senza nerbo di mafia e al nostro prediletto è venuto meno anche il torvo fascinaccio criminale. Ed è mancante di profilo dunque, rotondetto e nulla più.

Ogni doxa si coniuga nella para-doxa
e paradosso vuole che quello di Berlusconi, adesso, sia il “governo Scilipoti”, così si espresse Walter Veltroni durante un “Ballarò”, dimenticando però che il dott. Mimmo, in quanto parlamentare, è certamente figlio legittimo di Veltroni stesso e di Enrico Letta, gli unici che decisero l’apparentamento elettorale del Pd con l’Idv e però, d’accordo, in politica si va e si viene, solo che questo muro vascio è proprio indifeso. Non sono solo i giornali fiancheggiatori e le trasmissioni più in voga a farne strame. Quali mosche cocchiere, infatti, tutti quei comici che non fanno ridere – tutti prestati alla politica – non sapendo più trovare una battuta non trovano di meglio che dare uno schiaffo a Scilipoti. E un ceffone a Scilipoti non si nega mai. Come Gene Gnocchi. Fa lo sketch della moglie in pelliccia, la signora Scilipoti carica di collane e gioielli, come a voler fare il ritratto di una povera tapina di paese il cui marito ha imparato l’arte di sfangarla vendendosi. Bella forza a caricare pallettoni così su una famiglia di cristi di Terme Vigliatore. E poi ci sono i comici tipo Crozza che, giusto a fare una nota di critica teatrale, fa il suo mestiere, con obbligo di risata delle vittime durante i “Ballarò”, con lo stesso spirito dei commissari del popolo impegnati nei corsi di rieducazione. Bieco e greve, una volta venne messo al suo posto solo da Laura Ravetto ma, restando sempre bieco e greve, salva il proprio canovaccio cavandosela sempre con Scilipoti, brachinandogli addosso. Ma sempre con la salvaguardia dell’attenuante.

Ed è piccoletto Scilipoti, è vero. E’ rotondetto, gioviale, profumato d’acqua di colonia, è foderato d’abiti garbati, ed è siciliano. Ha l’accento rivelatore, si presta all’anatema, ed è un muro troppo basso su cui gli smottamenti dell’incalzante guerra civile vorrebbero fare solo sghignazzi. Tombali.
Non avendo il becco di una lira e volendo diventare ciò che è diventato, Mimmo Scilipoti – noto alle cronache parlamentari per via di fastidiosi appellativi quali “venduto”, “trasformista” o, peggio, “berlusconiano” – non avendo, appunto, il becco di un quattrino, faceva il tassista. E lo faceva per pagarsi gli studi di medicina. Portava i clienti per le strade di Terme Vigliatore, tra i paesi dei monti Peloritani, nella bella Messina e, sicuramente, avrebbe voluto caricare in macchina un cliente tale e quale a com’è lui, adesso: un deputato, il leader del Movimento responsabilità nazionale nientemeno, cui spiegare la politica come solo lui la sa spiegare. E non potevano che piacersi, lui e Berlusconi, piccoletto l’uno e bassettino l’altro, rotondetto l’uno e pienotto l’altro, sorridenti entrambi, tutti e due accomunati da un destino bizzarro per cui l’uno, Scilipoti, è il sostegno dell’altro, Berlusconi, non potevano che incontrarsi fosse solo per discutere di agopuntura. Manca sempre la prova di reato, quella di essersi venduto, e non è perché gli fu riservata un’accoglienza cortese e gioviale che Scilipoti si convinse di lasciare Di Pietro per l’esatto opposto, anzi, a farseli raccontare “i due”, per Scilipoti, “si assomigliano ma hanno quelle poche differenze che diventano enormi, per esempio: sono stato ricoverato due volte e mai che il presidente Di Pietro si preoccupasse di me, Berlusconi, al contrario, sa sempre tutto”.

Non ne poteva più di alzare
e abbassare la mano da peone, così dice sempre Scilipoti e di fare la vita che gli chiedevano di fare l’Italia dei valori, la Repubblica, e il Pd non vuole più neanche immaginarla anche a costo di “essere fatto nero al punto di non farmi riconoscere manco dalla madre”. Lui è quello di 130 interrogazioni, 30 proposte di legge, 140 denunce alla procura, 18 gruppi di lavoro e poi, sempre lui, è quello che si fa riunioni in tutta Italia alla faccia di “mascalzoni che non hanno il coraggio di affrontarmi”. Sempre alzando il livello della politica coi temi della musicoterapia, delle parafarmacie e della farmaceutica. E siccome solo i poeti, a maggior ragione se pazzi, dicono la verità, Scilipoti che è florido, e innervato d’allegria, dice chiaro ciò che la fumisteria dell’anatocismo bancario – il tasso d’interesse sugli interessi – nasconde tra i garbugli usurai. Dice: “Un milione e quattrocentomila famiglie rischiano di dover perdere la casa mentre un milione e seicentomila aziende dovranno abbassare le loro saracinesche, cioè chiudere”. Scilipoti, vessillifero dell’olismo per cui il tutto soverchia la somma che fa il totale, è il tipo eroico e strepitoso che quando si deve alzare in volo mette le mani in tasca, noi che lo incontriamo nella galleria dei presidenti, alla Camera dei deputati, lo vediamo che quasi librarsi nella leggerezza dell’axeroftolo palmitato; quando, appunto, ingaggia un calcolo multifattoriale di vitamine e beta-carotene per cui l’interlocutore – come l’asino tra i suoni – capisce solo una cosa e solo questa cosa, noi, abbiamo capito: è un nemico giurato del capitalismo, lo Scilipoti. Fosse solo per l’amalgama dentaria, che è tossicissima.

Vedere Scilipoti all’opera è una soddisfazione per tutti i ragazzi di paese. I colleghi suoi, tutti superati da lui adesso che non è più un peone ma un protagonista, lo guardano in tralice, tutti gelosi della sua fama esplosa. Anticapitalista, si porta in Parlamento Daniele Lazzeri del centro studi Vox Populi. Argomento: usurocrazia. Per ricordare con Ezra Pound che “è dovere di ognuno tentare di immaginare un’economia sensata, e tentare di imporla col più violento dei mezzi: far pensare la gente”. E così, Scilipoti dal sorriso allegro, Scilipoti che fa guerra all’usura, alle banche, alle lobby farmaceutiche e a quelle della chimica applicata alla mercificazione dell’uomo, Scilipoti che è deputato, certo, ma soprattutto medico ginecologo e specialista di medicina non necessariamente meccanicistico-cartesiana, fa pensare la gente. Fosse solo per confutare “Le passioni dell’anima” di Cartesio su cui è preparatissimo. Visto come lo trattano tutti i vigliacchi che si nascondono nei cori, potrebbe essere proclamato il medico dei pazzi laddove i pazzi sono tutti loro, gli odiatori ma Scilipoti, prossimo a fare il suo solito bagno tra gli insulti, sorride: “Ancora non mi hanno internato a Coltano”.

E gli vanno addosso, tutti,
perfino quelli di passaggio, i visitatori, che se lo guatano e quando ci congediamo da lui nel corridoio di Montecitorio, lui si avvia verso l’Aula e al suo apparire s’alzano i latrati. E non tanto per l’onta, no, ma per quei colleghi così poco onorevoli che gli urlano dietro “traditore”, “venduto”, “bunga bunga”, per quei colleghi avvelenati dal ricordo del 14 dicembre, Mimmo Scilipoti da Terme Vigliatore, ha già perduta la speranza di farli ravvedere tutti quanti. E nell’andarsene fa un’alzata di spalla. Anche quando gli berciano addosso l’intero scibile dell’insulto per deriderlo e quasi sfregiarlo. Ma lui ha la leggerezza dell’axeroftolo palmitato. Mette le mani in tasca e se ne vola via. Oltrepassando lo scilinguagnolo sullo scilipotismo.

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