cerca

L’Inter dello zio Sam

La sintesi di tutto è quell’assist: all’interno dell’area avversaria, partendo da sinistra verso destra, lì sul piede suo, con la porta che s’annusa, a tre minuti dalla fine. Un centravanti normale tira, Samuel Eto’o alza la testa e appoggia per Pandev. Gol. Sam non esulta nemmeno, all’inizio. Guarda il pallone che entra, realizza che l’Inter è avanti in Champions, poi si gira e corre verso i compagni. Un gol e due assist in una sera. In una sera.

22 Marzo 2011 alle 00:00

La sintesi di tutto è quell’assist: all’interno dell’area avversaria, partendo da sinistra verso destra, lì sul piede suo, con la porta che s’annusa, a tre minuti dalla fine. Un centravanti normale tira, Samuel Eto’o alza la testa e appoggia per Pandev. Gol. Sam non esulta nemmeno, all’inizio. Guarda il pallone che entra, realizza che l’Inter è avanti in Champions, poi si gira e corre verso i compagni. Un gol e due assist in una sera. In una sera. In una di quelle in cui serve, in una di quelle in cui si vede chi è grande davvero. Eto’o è un mostro, l’unico calciatore che ha vinto il triplete campionato, coppa nazionale e coppa dei Campioni con due squadre diverse in due anni consecutivi. Decisivo, fondamentale, prezioso. Quest’anno è il simbolo del calcio italiano nel mondo, perché è uno dei tre campionissimi (gli altri sono Ibrahimovic e Pato) che la serie A può sfoggiare per tenere il passo di Premier League e Liga, perché è la faccia dell’Inter che prosegue la sua marcia in Europa da sola squadra italiana rimasta in corsa, perché è l’attaccante più completo che il nostro campionato possa mettere in mostra adesso: sa giocare da bomber come quest’anno, sa giocare da spalla come l’anno scorso, sa essere leader manifesto o silenzioso a seconda delle necessità. Chi tra i tifosi dell’Inter ha nostalgia del Milito della passata stagione? Con Samuel che fa 19 gol in campionato e otto in Champions, gli altri goleador non vengono neanche in mente. Così mercoledì sera nessuno s’è ricordato che Pazzini non può giocare in Europa. Eto’o fa dimenticare qualunque cosa, compresa la testata rifilata a Cesar del Chievo qualche settimana fa e che gli è costata tre giornate di squalifica. La macchia l’ha lavata, Sam. I gol sono il detersivo che cancella anche la minima traccia, anche ogni possibile alone.

Ci sono difensori che hanno paura di giocargli contro. Non è timore di una gomitata, come può accadere con Ibrahimovic, né spavento per il fatto di trovarsi di fronte una delle punte più forti del mondo. Eto’o terrorizza per l’imprevedibilità: il rischio è l’umiliazione. L’angoscia è uscire dal campo come un pugile che non ha capito da che parte è arrivato il cazzotto. Lui ti prende in velocità, ti aggira, ti fa un tunnel, ti sposta nonostante non sia un colosso. Non è un certo tipo di attaccante, lui è l’attaccante: rapido, forte, deciso, coi tempi giusti, col destro, col sinistro, con l’acrobazia.

E’ difficile da marcare nel pallone e nella vita. Non lo tieni su niente: evidente, indiscreto, sfacciato. Quando ha deciso che Milano non sarebbe stata una città di passaggio s’è comprato una casa. Cioè, una casa, molto di più: un appartamento da mille metri quadrati in via Turati, di fronte alla sede del Milan. Alla firma dell’atto di acquisto, il Corriere della Sera ha scritto così: “Affacciandosi dal terrazzo, là sotto, l’attaccante dell’Inter si troverà davanti gli uffici in cui Galliani e Braida gestiscono il Milan. Dall’alto di quello stabile si vede mezza Milano e pare che il capitano della Nazionale del Camerun intenda godersi lo spazioso terrazzo: il primo lavoro che ha ordinato, si dice, è la costruzione di una grande piscina”. Il si dice è diventato una certezza. Nuota, Sam. Nuota e si specchia nel suo lusso. Perché tutto quello che fa si vede. L’ultima foto in borghese è quella con la vigilessa che lo multa in via Montenapoleone e lui che implora di togliergli la contravvenzione: 38 euro per divieto di sosta. Due secondi e mezzo di lavoro e se la ripaga, eppure fa casino, si dispera, si fa immortalare come l’ultimo degli uomini qualunque alle prese con satrapo in divisa. Non ha sovrastrutture: guadagnare tanto non gli impedisce di essere umanamente indignato e nervoso per la fregatura di aver ricevuto una multa. Allo stesso tempo si compra automobili uniche al mondo e non s’arrabbia quando gliele rubano: è accaduto che l’anno scorso avesse prestato la sua Bentley al compagno Marco Arnautovic. Sparita. Niente polemiche, niente dispiaceri. Semplicemente ha comprato un’altra automobile. Così è, se gli pare. Così, col suo carattere e la sua lingua che corre quanto le gambe. Perché è silenzioso, ma quando parla fa casino. Allora, per esempio, Mourinho li aveva letti tutti i giornali del dopo Chelsea-Barcellona del 2005: “Basta dare un’occhiata al loro allenatore per rendersi conto della mentalità che ha preso piede ai blues. E’ impresentabile, un povero disgraziato. Se il Chelsea vince la Champions è una vergogna per il calcio”. Eto’o ce l’aveva con José per un finale di partita un po’ velenoso, con Mou agitato e con alcuni dello staff del Chelsea così su di giri da insultare Samuel. Colpa di Mourinho, colpa di qualcuno: Eto’o è un altro campione con un temperamento complicato, è un affare con una testa complicata, uno scambio nel quale non migliora il carattere. Perché Samuel non è Ibra, ma a volte lo ricorda. Dice quello che pensa e pensa quello che non dovrebbe dire. La storia di Mourinho è una parte del bouquet. Ed è vero che poi a quanto pare abbiano fatto la pace prima che il camerunense arrivasse all’Inter, ma è vero anche che Eto’o sarebbe stato capace di farlo ancora con l’allenatore portoghese o con qualcun altro. Non si tiene un pensiero dentro. Sbotta e chi s’è visto s’è visto. Lo fece al Real Madrid, dove giocò tre partite in tutto a 18 anni e si rifiutò di farsi spedire al Deportivo La Coruna: “Io non sono uno schiavo”.

Decide lui, sempre.
In quel momento decise di andare al Maiorca, che è sempre stato molto meno del Depor, poi decise di dire sì al Barcellona, il che pare ovvio adesso ma non quando ci arrivò lui. Anche l’anno scorso doveva dire Inter o no, Inter o qualcos’altro, Inter o un’altra lite con Guardiola, che l’anno prima aveva deciso di mandarlo via, ma non ci riuscì e alla fine ha dovuto metterlo in campo per vincere campionato, coppa del Re e Champions. Decisivo, ovviamente. Decisivo coi gol, perché è abituato a farne come pochi. Allora, per dirne una, nelle due finali di coppa dei Campioni vinte dal Barça, lui ha segnato. Guardiola l’ha fatto giocare, l’ha fatto divertire, l’ha fatto vincere. Solo che se provate a chiederlo a Samuel, potete scommettere che lui inverte il beneficiario delle ultime due: “Io ho fatto divertire, io ho fatto vincere”. Presuntuoso come tutti quelli che sanno di essere determinanti, permaloso come chi sa di non voler essere messo in discussione. Poi gli altri aggettivi che la Spagna s’è divertita a usare a turno: irascibile, matto, orgoglioso. Convinto di essere sottostimato perché nero. “Devo correre come un nero, per riuscire a guadagnare come un bianco”.

L’orgoglio della pelle e dell’africanitudine è ricorrente. L’anno scorso, all’inizio dell’avventura del Mondiale in Sudafrica, un gruppetto di giornalisti lo seguì nel viaggio verso Johannesburg. Metaforico e non reale. Roberto Perrone scrisse così: “Il ragazzino che viveva in una casupola a Douala è tornato in Africa per vincere. Non si sa se avesse la valigia di cartone, quando sbarcò a Madrid, ma ora ha una Vuitton e vive in una suite dell’hotel Bulgari. Un viaggio. A Douala si stringeva nel letto con i suoi cinque fratelli e sorelle. Suo padre perse il lavoro di ragioniere quando Samuel era un bambino, sua madre si alzava alle tre del mattino per andare al porto a comprare il pesce per poi rivenderlo. Però non si stava malissimo a casa Eto’o, meglio di tanti vicini. A quindici anni, 1996, quando Samuel se n’è andato, non era infelice. ‘Era la mia occasione’. L’ha colta. Oro olimpico, due coppe d’Africa, tre volte Pallone d’oro africano, tre Champions League, due triplette in Spagna e in Italia, solo per citare le onorificenze più brillanti sul suo petto muscoloso. Entrate da 10,5 milioni di euro l’anno, molti dei quali spesi per premiare i compagni con i quali ha conquistato la qualificazione ai Mondiali: a ogni componente del Camerun ha regalato un orologio da 30 mila euro. Partito con i bermuda, non aspirava solo a diventare ricco e famoso. ‘Ho sempre sognato di giocare la coppa del Mondo in Africa. Ora il sogno è realtà, Sudafrica o Camerun per me non fa differenza. Sono africano prima che un cittadino del Camerun’”.

L’origine, la storia, il continente. Poi anche il razzismo. Samuel il diverso. Lo si sente lui, lo fa notare agli altri. Eto’o non sopporta, non accetta, non tollera. Si è messo a guidare una crociata contro i dementi che urlano “buh” in campo. E’ stato il primo calciatore della storia del pallone che ha fatto fermare una partita per cori razzisti. Prima del caso del messinese Zoro contro l’Inter, ci fu lui nella Liga. “Non si gioca a pallone dove succedono cose così”. Ha fatto casino in Spagna ed è arrivato anche fuori: Inghilterra e un po’ anche Italia. Ha tirato dentro tutti i compagni africani divisi in tutti i campionati per trascinare il calcio razzista fuori dagli stadi. “Preferisco che i miei figli non vengano a vedere le mie partite, altrimenti vedrebbero e ascolterebbero cose difficili da spiegare”.

I figli, altro capitolo. Ne ha avuti quattro dalla moglie. Poi una bambina da una giovane ragazza sarda. Storia strana: alla fine, dopo un po’ di trattative e di pasticci, l’ha riconosciuta. Si chiama Annie ed è venuta allo scoperto attraverso la mamma un anno e mezzo fa. La madre telefonò all’agenzia Ansa e dettò un comunicato: “Nella lettera a Babbo Natale, mia figlia chiederà come unico regalo, di poter incontrare suo padre Samuel Eto’o che in sette anni di vita non ha mai incontrato, ma del quale custodisce in camera un poster che nessuno può neanche sfiorare”. Annie fu concepita dopo una notte d’amore a Maiorca, quando Samuel giocava a Palma. Prima di quella uscita prenatalizia c’era già stata la polemica sugli alimenti: l’attaccante avrebbe avuto un ritardo di 13 mila euro nel pagamento degli alimenti e la mamma di sua figlia avrebbe chiesto il pignoramento dello stipendio.

Su Eto’o ne girano diverse, anche troppe. Una è quella che vuole che una volta abbia detto: “Se non abortisci ti decapito”. La notizia è uscita, è stata pubblicata e poi smentita. Nessuno sa quale sia il confine tra la realtà e il gossip. Lui, a dispetto di quanto si possa immaginare vedendolo in campo è un tipo difficile. “Vivo in Europa, ma dormo in Africa”, disse pensando alle sue radici. Samuel per certi versi assomiglia ai corridori neri Usa dell’Olimpiade ’60 a Roma: rivendica uno spazio, vuole dignità, vuole parità, cerca riscatto. Ha fame, per questo ha mangiato ogni cosa in questi anni. S’è preso tutto quello che poteva: coppe, coppette, coppone, campionati, premi personali. Due volte calciatore africano dell’anno. Poche per lui altro discendente della categoria di quelli che evidentemente si sentono invincibili. Due sono poche, così come è poco l’oro olimpico. Poco tutto per lui che vorrebbe essere il più forte e che più forte di tutti si sente  davvero. Lo disse a Rijkaard che un giorno gli chiese di entrare a 5 minuti dalla fine: “Io sono il migliore, tu non mi tratti così”. La risposta fu il silenziosa ma raggelante: alla partita dopo panchina. Allora lo cercò il Milan, pronto a comprarlo quasi a qualunque cifra. Disse di no e non si fece nulla. Disse di no e rimase in Spagna. A Barcellona, prima che firmasse, erano già convinti che avesse accettato l’Inter. Perché il solo fatto di non sentirsi amato, lo allontana dagli allenatori. Guardiola non lo voleva già dall’inizio. Poi l’ha tenuto un anno, fino all’ipotesi di scambiarlo con Ibrahimovic. Ecco, attenzione alle parole. Scambio è una di quelle che Samuel non accetta. Alla prima domanda della prima conferenza stampa lo fece capire chiaramente. Stava per ripetere quella cosa che aveva detto ai dirigenti del Real: “Io non sono uno schiavo”. Poi scelse la via più diplomatica: “Ibra? Io sono Samuel Eto’o e non voglio paragonarmi a nessuno”.

Invece il paragone è tutto, quest’anno. L’arrivo di Zlatan al Milan ha alimentato il dibattito che Moratti ha chiuso definitivamente mercoledì pomeriggio, dopo aver goduto fino alla fine della qualificazione ai quarti di Champions: “Lo scambio Ibra-Eto’o? Un affare fantastico”. L’Inter ha preso il suo nuovo tesoro e in più ci ha guadagnato 50 milioni di euro. Una meraviglia che Samuel non ama moltissimo: non pensa e non può pensare di valere 50 milioni meno di Zlatan. Non è così, adesso lo dicono i numeri oltre che il buonsenso: la differenza di poche decine di migliaia di euro nei guadagni  è la dimostrazione ulteriore che non c’è uno più forte dell’altro. Ibra è un talento, Samuel un fenomeno. La natura, la testa, l’allenamento, l’abitudine a sentirsi importante: hanno in comune molto più di quanto dicano. Alternativi per forza, più che per incompatibilità. Sono rivali, ma potrebbero essere compagni. Solo che quella storia dei cinquanta milioni è uno schiaffo che non si può accettare. Non Dopo aver vinto una Champions con l’Inter e non dopo aver vinto di più di Zlatan in assoluto. Qualcuno immaginava che Eto’o fosse soltanto quello dell’anno scorso: pronto a sacrificarsi per la squadra e non star assoluta. E’ quello, poi è anche altro. Tutto. allora lo dimostra segnando, lo dimostra facendo godere il suo presidente. Aspetta il derby, adesso. Ibra non ci sarà, forse. Peggio per lui: Eto’o non si ferma certo ad aspettare nessuno.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi