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L'ultimo romanzo

Un amico del capitano Ultimo – nome di battaglia di Sergio De Caprio, il carabiniere che il 15 gennaio del ’93 arrestò Totò Riina – spiega così il pensiero del capitano Ultimo: i burocrati sprofondano in poltrona, gli arrivisti nella loro ambizione, il falco vola alto e porta il cuore di chi lo guarda oltre il muro grigio, oltre il temporale, fino a toccare la luce. Meglio essere falchi o cavalli selvaggi che pecore, ma piuttosto che farsi pecora meglio lasciarsi trattare come cani.

4 Ottobre 2010 alle 00:00

Un amico del capitano Ultimo – nome di battaglia di Sergio De Caprio, il carabiniere che il 15 gennaio del ’93 arrestò Totò Riina – spiega così il pensiero del capitano Ultimo: i burocrati sprofondano in poltrona, gli arrivisti nella loro ambizione, il falco vola alto e porta il cuore di chi lo guarda oltre il muro grigio, oltre il temporale, fino a toccare la luce. Meglio essere falchi o cavalli selvaggi che pecore, ma piuttosto che farsi pecora meglio lasciarsi trattare come cani. Oggi Ultimo è tenente colonnello al Nucleo operativo ecologico, ha fondato un’associazione di volontariato per i bambini disagiati e alleva un falco. Prima del falco c’è stato un processo che ha dell’incredibile – un uomo al di sopra di ogni sospetto (Ultimo) messo al di sotto di ogni sospetto con l’accusa di favoreggiamento a Cosa Nostra (accusa rivolta anche al coordinatore delle indagini dei Ros, il generale Mario Mori). Sotto inquisizione, in particolare, era la scelta “tattica” – come l’ha definita Ultimo in varie sedi – di non perquisire subito l’appartamento dove Totò Riina viveva con la moglie, per continuare a seguire i complici e arrivare alla “disarticolazione del quadro”. Decisione, questa, inizialmente approvata anche dall’allora neoprocuratore di Palermo Giancarlo Caselli. “Il fatto non costituisce reato”, è stato il responso finale del tribunale, nel 2006, e però il sospetto aveva già danneggiato, colpito, avvelenato. Prima del falco c’è stato anche un lupo, addestrato da Ultimo in onore di San Francesco, suo modello di vita al pari del capo indiano Geronimo, del comandante Che Guevara e della cavalleria polacca che, armata soltanto di dardi, ha tenuto testa ai carri armati tedeschi attirandoli in una palude. Fatto sta che, il 15 gennaio del ’93, Ultimo cattura Riina alla maniera della cavalleria polacca: con pochi fedelissimi, mentre Riina si trova a bordo di un’autovettura sulla circonvallazione di Palermo, da poco uscito dal comprensorio di Via Bernini, individuato da “Crimor”, la squadra di Ultimo, dopo infiniti pedinamenti e infiniti ascolti da microspie piazzate attorno alle macellerie dei fratelli Ganci e ai cantieri edili da questi controllati. Il contributo del pentito Balduccio Di Maggio nell’arresto di Riina – precisò poi Ultimo, cui qualcuno voleva togliere anche il merito della cattura, attribuendolo a una soffiata voluta da Bernardo Provenzano – c’era stato, sì, ma in fase finale e sotto forma di ausilio nel riconoscimento delle persone che uscivano dal cancello verde di via Bernini (in particolare la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, e altri collaboratori del boss). Non fu però Di Maggio a individuare il comprensorio, dissero i Ros, perché il pentito, per anni latitante a Torino, disponeva di informazioni “vecchie” rispetto a quelle degli investigatori mimetizzati nel quartiere Noce, e aveva peraltro detto di non conoscere la villa di via Bernini. Né era un “covo”, quell’appartamento, spiegarono i Ros: il boss ci abitava con i familiari, e un mafioso non tiene nulla di importante dove stanno i familiari. Oggi è gloria e tifo su Facebook per i poliziotti che hanno incastrato il giovane boss mafioso Giovanni Nicchi. Bravi ragazzi con il mephisto, si è letto sui giornali, lavoratori onesti che per millequattrocento euro al mese lasciano a casa le mogli pazienti per battersi contro la mafia con buffi pseudonimi e metodi tradizionali (pedinamenti, foto, intercettazioni). Ieri invece era fango sui Ros che arrestarono Riina, fango che torna a galla nonostante l’assoluzione.

Non si sentono molti “evviva” per Mori e Ultimo. Non gli “evviva” che ricoprono quelli che Repubblica chiama “gli eroi normali” della Catturandi. Non gli “evviva” tributati oggi ai metodi tradizionali usati a suo tempo da Ultimo e poi contestati a Ultimo dai suoi accusatori. Da nove anni Ultimo vive lontano da Palermo, in una specie di esilio volontario che dura da quando la sua squadra di “soldati straccioni”, così li chiamava, è stata smantellata. Alcuni dei suoi uomini sono rimasti nell’Arma, altri lavorano nel settore pubblico, uno fa il venditore di enciclopedie, uno ha un impiego nella sicurezza privata. I loro nomi in codice – Arciere, Ombra, Oscar, Omar, Vichingo, Pirata, Nello – non scorrono paciosi come quelli dei poliziotti della Catturandi 2009 (Don, Bracco, Panda), e anzi riportano alla mente la condanna a morte che il boss Bernardo Provenzano aveva inviato a Ultimo (attraverso il pentito Cancemi) e la gratitudine di Ultimo per la nebbia in cui il capitano e i suoi uomini si nascondevano per poter osservare il palcoscenico di Cosa Nostra – quello di superficie, quello della quotidianità mafiosa. Non serve una grande struttura, non serve un’antimafia altisonante, basta mettersi lì, diventare ombra e nebbia e ascoltare, tenere gli occhi aperti, seguire i sospettati uno a uno, scoprire le connessioni tra questo e quello, disse Ultimo al giornalista Maurizio Torrealta che, nel 1995, lo intervistò a lungo per il libro “Ultimo, l’uomo che arrestò Totò Riina” (Feltrinelli). Basta mettersi a lavorare, diceva Ultimo, evitare il “Medioevo dell’acchiappo facile”, fare contro la mafia quello che chiedeva Falcone: “Analizzarla, seguirla, annientarla”. E’ un lavoro da “giornalista estremo con copertura armata”, un lavoro da attore, un lavoro che comincia molto prima del pedinamento, della foto, dell’intercettazione. E’ una mimesi perfetta con un quartiere, con un modo di vestire, con un paese, con un ambiente dove si deve sempre essere ai margini della scena. Vuol dire spogliarsi della propria personalità, dimenticarla e diventare punk tra i punk, barbone tra ai barboni, mendicante tra i mendicanti, impiegato tra gli impiegati. Vuol dire fare la spesa con la moglie del sospettato per mesi, fare il turista d’estate per imparare il nome delle vie, mandare a memoria la cartina come uno che deve imparare a guidare il taxi, fare il normale cittadino che finge di non capire niente, fare il carabiniere cretino della barzelletta, lasciare che gli altri credano che quel carabiniere sia uno stupido. Vuol dire fare il signor nessuno fino a sentirsi davvero nessuno, fino a rendersi simile alla città, omogeneo agli altri e quindi indistinguibile dagli altri, talmente cornice del quadro da poter nuotare nel quadro indisturbato. Chi è nessuno può guardare senza essere visto, capire senza essere fermato, cogliere la natura di un legame, di un’abitudine e persino della mentalità di cui un’abitudine si nutre. Chi è nessuno sa contare il tempo per tredici, quattrodici, quindici ore nella pancia della “balena”, il furgone dell’appostamento, e magari sopportare di non vedere nessuno per giorni, di non tornare a casa per giorni, fino a che qualcosa di sospetto non appare, fino a rischiare la vita per mettere una cimice, e non è detto che serva farsi amico il cane da guardia alla porta del boss – il cane è un cane e fa quello che gli pare. Sembra “Ocean’s Eleven” solo che è vero, e se una saracinesca scricchiola mentre si entra a piazzare la microspia il suo rumore sembra più forte dei battiti impazziti del cuore del soldato. Così li chiamava Ultimo: soldati. Soldati semplici che nella lotta diventano invincibili a patto che nessun burocrate li neutralizzi con disonestà concettuale.

Devi avere paura, devi entrare nella paura, avere paura di essere individuato e anche paura di sbagliare obiettivo, sbagliare persona, sbagliare edificio, sbagliare operazione. Se non hai paura non puoi lottare contro la mafia, diceva Ultimo a chi, tra i giovani carabinieri, gli chiedeva: come si fa? Chi conosce Ultimo racconta che ancora oggi Ultimo teme di essere individuato, e non perché gli è stata tolta la scorta, decisione criticata da alcuni parlamentari del Pdl e da molti colleghi carabinieri che si sono offerti di scortarlo ovunque, con mezzi propri, fuori dall’orario di lavoro. La scorta non c’entra. E’ che, dopo anni di lotta in campo aperto, la paura nessuno se la può togliere. Oggi Ultimo non può rilasciare interviste ufficiali, non compare in pubblico, non si mostra. Né si mostrava quando stava a Palermo, tanto che attorno al suo volto è nata, negli anni, una leggenda. Chissà com’è, chissà se è biondo, moro o pelato, si chiedevano le ragazze di Palermo dopo l’arresto eccellente di Riina. E’ il comandante Marcos dell’Arma, dicevano scherzando – ma neanche tanto – gli esperti di vicende palermitane, curiosi di vederlo in faccia. E se Mori è stato spesso paragonato al capitano Bellodi de “Il giorno della civetta” di Sciascia, “Ultimo è un capitano Bellodi senza la moderazione di Bellodi”, dice il giornalista Lino Jannuzzi, forse pensando che anche Ultimo, come Bellodi, dopo aver detto “mi ci romperò la testa”, resta confinato nella sera indolente di una città troppo più a Nord della Sicilia feroce e luminosa dove voleva restare a combattere. Ultimo ha gli occhi veloci del suo falco, dice di Ultimo il coro di voci di quelli che Ultimo l’hanno visto e conosciuto ma, per proteggerlo e per rispettarne la volontà di vivere nascostamente, si rifiutano di descriverne nei dettagli l’aspetto. Ultimo è come gli indiani, segue ma non lascia tracce, e i suoi uomini sono “come gente che viene dal bosco e da un mondo che non c’è”, per dirla con le parole di Ultimo nel suddetto libro “Ultimo”. Guarda che Ultimo è istintivo, indomabile e se s’incazza s’incazza, racconta oggi un esperto cronista, divertendosi a tirare fuori, non senza ammirazione, l’aneddoto (al limite del credibile) di Ultimo che, nascosto con alcuni colleghi in una stanza adiacente a un covo mafioso, sente dal microfono nascosto un picciotto affibbiare al “capitano” un epiteto non gentile a sfondo sessuale. Impossibile lasciare l’offesa senza replica. Ecco che, non appena i picciotti se ne vanno, il capitano entra e lascia in bella vista un foglio con sopra disegnato un organo maschile. Ultimo, racconta un suo estimatore, ha dato di “maiale traditore” al nuovo ufficiale che, nei lontani anni Ottanta, giunse bello bello a interrompere le sue indagini attorno ai movimenti di Cosa Nostra a Bagheria. Occupatevi piuttosto di furti, disse a Ultimo il nuovo ufficiale mentre, con la moglie in gonnellina bianca, andava a giocare a tennis nell’hotel frequentato dai mafiosi. Fu la momentanea fine della vita in Sicilia per Ultimo e l’addio alla Bagheria polverosa dov’era arrivato da tenente ragazzino, dopo l’addestramento alla Nunziatella e dopo un passaggio al Battaglione di Palermo – con qualche rimprovero per aver risposto male a quelli che, con il massimo disprezzo, chiamava “sapientoni in cerca di privilegio”, oltreché per aver fatto di testa sua persino durante la ginnastica del mattino.

A Bagheria, Ultimo aveva inaugurato il metodo di investigazione a tutto campo senza orari, con macchine proprie e senza dare nell’occhio. Mai interrompere con una decisione prematura il flusso delle indagini, diceva Ultimo in polemica con la politica dei posti di blocco, dei sequestri preventivi e del ricorso compulsivo ai pentiti, comodamente ascoltati a monte dell’investigazione attiva – non è un caso, forse, se oggi anche i poliziotti della Catturandi di Palermo mostrano insofferenza verso chi parla di “meriti dei pentiti” in arresti preparati da anni di indagini meticolose. A Bagheria io facevo così, ha spiegato Ultimo negli anni Novanta: uno di noi esce con la fidanzata e intanto vede che succede al bar. Un altro nota un gruppo di sospetti comprare un cabaret di cannoli e fa rapporto. Un terzo, mentre va in giro con il furgoncino, scorge quattro figuri addentrarsi nella stradina di campagna e fa rapporto. Due più due più tre, e ne esce un arresto che deve però sembrare frutto di un normale rastrellamento, perché sennò è impossibile continuare l’indagine e seguire tutta la catena dell’associazione a delinquere. Gli estimatori di Ultimo, poi, vedono nella fuga di notizie che permise ad alcuni giornalisti di individuare l’abitazione di Riina (e di sostarvi davanti) una concausa del fallimento di una strategia investigativa che avrebbe potuto distruggere il livello politico-imprenditoriale dei corleonesi. L’assoluzione di Ultimo non cancella la rabbia di Ultimo, e stavolta non è leggenda: basta riascoltare la dichiarazione a “Chi l’ha visto?”, all’inizio del novembre scorso, in cui l’ex capitano e oggi colonnello De Caprio ha dato di “servo di Riina” a Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco mafioso di Palermo (e per questo Ciancimino jr ha subito annunciato querela): “Nessun mafioso”, ha detto Ultimo, “nessuna persona ci ha mai indicato il covo, l’abitazione dove abitava Riina… La verità che ho ripetuto in ogni sede è che l’arresto di Riina è stato ostacolato dalla Procura di Palermo e oggi capisco che ha dato fastidio a tutte quelle persone che evidentemente avevano interesse a tenere in libertà Riina, gli stessi che hanno isolato e ucciso professionalmente Giovanni Falcone, gli stessi che hanno isolato Paolo Borsellino, poi fisicamente ammazzati dai sicari di Cosa Nostra… Basta leggere la sentenza di assoluzione per rendersi conto che quell’arresto e tutte le vicende collegate si sono svolte in maniera legittima e trasparente, senza alcun inganno verso la Procura e senza alcuna trattativa. Dunque chi parla di trattativa e di accordi è solo un vile, uno dei tanti vili servi di Riina”. E non basta, fa notare un conoscente di Ultimo, citando una frase detta da Riina in un’aula di tribunale, nel 2004: “Perché non sentite il figlio di Ciancimino che era in contatto con i carabinieri che mi hanno arrestato?”, disse il boss. Nella versione dei fatti favorevole a Ultimo, la frase fa propendere per l’ipotesi di un Riina che “suggerisce” per infangare chi l’ha catturato.

Si piange dentro ma le lacrime non scorrono fuori, diceva Ultimo di sé e dei suoi uomini, tristi e muti come alberi davanti alla morte di Falcone o indignati contro i cosiddetti “vescovi” – i burocrati che non stringevano le mani al povero pescatore incontrato in caserma e invidiavano Falcone al punto da dire “che la bomba all’Addaura se l’era messa da solo”, come raccontò Ultimo a Torrealta. La stima per il magistrato ucciso nella strage di Capaci risaliva agli anni in cui Ultimo indagava su traffico di stupefacenti e boss latitanti a Milano, in coordinamento con Ilda Boccassini. Chissà perché la gente vuole ridurre le donne a soprammobili e quando sono in gamba a elementi di disturbo, si chiedeva Ultimo con immensa stima per Boccassini e sommo disprezzo per i suoi detrattori. Si stava a Milano, si inseguivano sospetti in motocicletta ma era come stare a Palermo, si incastravano latitanti protetti dalla notte, senza arrestare subito, ma entrando pian piano nel loro modo di ragionare – non c’è tanta differenza, in fondo, tra noi e loro, siamo tutti soldati, solo che loro si rivolgono al male e noi al bene, loro uccidono, noi arrestiamo. Non datemi premi e privilegi, disse Ultimo dopo la cattura di Riina, nel momento della gloria. Non ci si deve esaltare per un arresto, è solo dovere, e quando sei per strada con i compagni a combattere per un attimo ti senti forte e bello come Geronimo, ma è un attimo, appunto. Quando poi arresti un boss sopraggiunge un senso di vuoto. “Per i giorni in cui non prendiamo nessuno un premio non ce lo danno?”, così rispondeva Ultimo a chi gli prospettava un futuro da eroe di stato – e ancora non c’era stato il rinvio a giudizio.

Ultimo non ha nulla e non vuole nulla, Ultimo forse ha una famiglia forse no ma è uguale, l’importante è la lotta per gli ultimi, scrivono i fan sul sito www.capitanoultimo.it., quelli che non hanno capito il perché del processo al loro eroe. Il motivo dell’accanimento giudiziario resta oscuro. Ci furono varie archiviazioni, ma si giunse comunque al rinvio a giudizio, e già allora ci si chiese: perché Ultimo e Mori, perché questa insistenza? Non più tardi di un mese fa, Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale, interpellato da questo giornale sulla recrudescenza di polemiche mafiologiche attorno al “papello” di Riina e alla presunta “trattativa” mafia-stato, aveva dato questa spiegazione per l’incaponimento giudiziario contro i Ros: “…La risposta sta nell’inchiesta mafia-appalti. Ai tempi di quell’indagine, i Carabinieri lamentarono una fuga di notizie dalla procura di Palermo, confermata da Mori oggi, quando dice che Paolo Borsellino, incontrato fuori dalla procura, gli raccomandò la massima discrezione”. Nelle poche interviste rilasciate prima che la bolla processuale lo riportasse all’autoimperativo delle prime ricognizioni siciliane – meglio dire poco, meglio non dire nulla, a Palermo più sei muto meglio è – Ultimo raccontò l’asprezza di quella vita randagia: chi a dormire su un albero, chi sotto un camion, chi nascosto in macchina al freddo, chi senza sonno attaccato a un microfono, chi a sognare il figlio piccolo, chi a perdere i sensi dalla fatica. Li aveva tirati fuori dagli scantinati, i suoi uomini, Ultimo. Li aveva scoperti uno a uno a Milano, intenti a trasportare motori, a sistemare un archivio o a rispondere al telefono. Erano i meno premiati, i meno considerati, i meno ossequiosi, i dimenticati nello sgabuzzino. Li ho presi per questo, perché erano ultimi, rispondeva Ultimo a chi gli chiedesse conto di quella squadra di signori Nessuno che diceva di seguire solo la lezione di Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Grazie Raoul Bova, scrivono i fan di Ultimo sul web, e non solo perché Raoul ha interpretato Ultimo nell’omonimo sceneggiato, ma perché Raoul e Ultimo si sono conosciuti, sono diventati amici e hanno creato la fondazione “volontari capitano Ultimo onlus” per ristrutturare un edificio dove ospitare una casa famiglia per bambini orfani e per i figli di immigrati in situazione difficile. Raoul, Ultimo e la Nazionale cantanti, tutti a raccogliere fondi in un lavoro da “esercito mendicante”, per dirla con un’espressione che piace a Ultimo, come racconta un iscritto all’associazione. Chi conosce Ultimo dice che il “soldato straccione” gira ancora e sempre con il guanto nero con le dita tagliate – “Usa questo guanto per acchiappare i sogni”, gridava Raul-Ultimo, nello sceneggiato, a un ragazzino che voleva entrare nella sua squadra; nella realtà Ultimo ha detto di sentirsi, con quel guanto, più vicino al povero, alla puttana, al lavavetri, al reietto della città. La vita povera con i poveri gliel’ha mostrata il nonno, contadino carabiniere nel borgo toscano dove Ultimo è nato negli anni Sessanta, e dove ha memorizzato per sempre la scena dei cacciatori che tornavano con la preda e la buttavano in pezzi, al centro della piazza, perché tutti ne avessero una parte. Me l’hanno insegnato gli anziani, che il carabiniere deve aiutare il popolo, diceva Ultimo prima e dopo l’assoluzione, osannato poi vituperato poi di nuovo osannato poi buttato a mare nel mare grande dei processi palermitani – processi in cui non serve saper veleggiare di bolina tra onde di tempesta. E dire che Ultimo, da ragazzo, era pure un bravo timoniere.

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