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Di sinistra, ma concreto

Ci risiamo. Ogni volta che Valentino Parlato, fondatore e storico ex direttore del manifesto, mostra non tanto una propensione alla Realpolitik – cosa che pure gli è stata utile per salvare mobilia e rivoluzione insieme, e cioè il giornale in perenne bolletta – ma un’inclinazione al minimo contatto col mondo reale, c’è un’orda di lettori del manifesto pronta a rovesciargli addosso rimbrotti, critiche e indignatissime missive dal tono deluso e sorpreso.

4 Ottobre 2010 alle 00:00

Ci risiamo. Ogni volta che Valentino Parlato, fondatore e storico ex direttore del manifesto, mostra non tanto una propensione alla Realpolitik – cosa che pure gli è stata utile per salvare mobilia e rivoluzione insieme, e cioè il giornale in perenne bolletta – ma un’inclinazione al minimo contatto col mondo reale, c’è un’orda di lettori del manifesto pronta a rovesciargli addosso rimbrotti, critiche e indignatissime missive dal tono deluso e sorpreso. Capita infatti che Valentino Parlato non si limiti a passeggiare al parco come l’amato Denis Diderot – del quale cita sempre, tra i libri preferiti, “Il nipote di Rameau”. Capita che non gli basti intrattenere con la vita e con la filosofia il rapporto che Diderot intratteneva con la vita e con la filosofia (al contempo “serio e leggero”, ha detto Valentino al figlio Matteo che l’ha intervistato, con Marina Catucci e Roberto Salinas, per il documentario biografico “Vita e avventure del signor di Bric à Brac”). Capita al contrario che Valentino Parlato, dopo aver preso un caffè in piazzetta nel quartiere Monti, dopo aver salutato l’amato nipotino, dopo aver indossato una delle sue giacche adatte a tutte le stagioni (ché mai lo si vedrà vestito con pastrani o piumotti), si rechi come sempre in redazione e si prenda la briga di scrivere un trafiletto piccolo piccolo, in prima pagina, su Alessandro Profumo dimissionario: “Profumo era ed è di sinistra e, forse proprio per questo, è stato ed è un banchiere di alta qualità, capace di mantenere in ordine e far crescere Unicredit”. Tre righe soltanto, ed ecco che un esercito trinariciuto si scatena. Almeno a Lenin, tornato in Russia a bordo del famoso vagone piombato con permesso di transito del Kaiser, giunse l’accusa degli intellettuali di stanza a Zurigo (tra cui James Joyce, che pensava al rientro di Lenin come a una sorta di “cavallo di Troia”, temendo una rivoluzione avviata con i soldi degli imperialisti tedeschi). A Valentino invece è toccato il commento esacerbato di un tal Nicola da Asti (“ne è passato del tempo da quando quel tale, comunista come il manifesto, affermava che reato non fosse assaltare una banca, ma fondarla o dirigerla”). Su Valentino è piovuto l’improperio mascherato di un tal Gaetano (“ho l’impressione che nel tuo trafiletto ci sia tutto il fallimento della sinistra, compreso quello del manifesto”). E addosso a Valentino si è abbattuta infine la bocciatura di un tale “Tarma” (“ho letto le poche righe di V.P. sui poteri. Subito dopo sono stato traslato al pronto soccorso perché a forza si sfregarli per l’incredulità ho irritato gli occhi a sangue”).

A quel punto Valentino ha garbatamente dato pubblica risposta a lettori e colleghi (pare infatti che qualche “ma che scrive Parlato?” sia stato sibilato anche in redazione): “Provo a difendermi, a spiegare le mie ragioni”, ha scritto Valentino: “Innanzitutto affermare che non ci possa essere un banchiere di sinistra mi sembra ridurre il marxismo a determinismo assoluto: chiunque gestisca denaro è di destra… un determinismo che ottunde le nostre capacità di capire la storia e la politica”. E giù con citazioni di banchieri a suo avviso illuminati: Rathenau, Parvus, Mattioli, Soros. La liquidazione milionaria di Profumo “fa parte del gioco”, ha provato a dire un ragionevole Valentino ai suoi irragionevoli lettori, i quali men che meno avranno gradito l’ultima riga della sua autodifesa: “Sono contrario a un marxismo ridotto a pura meccanica”. Chiunque gestisca il denaro è di destra: frase che appare addirittura eretica se riferita a Valentino, ché Valentino da sempre, e cioè dalla fondazione del manifesto nel ’69, si occupa, tra le altre cose, di andare a chiedere finanziamenti per “la rivoluzione che non russa” (quella del manifesto, appunto, per dirla con il famoso slogan anni Novanta). E insomma, mentre la “ragazza del secolo scorso” Rossana Rossanda incedeva in redazione con portamento principesco, e mentre Luigi Pintor, dal suo splendido isolamento, se ne usciva con editoriali senza se e senza ma, il più flessibile e tenero Valentino, nato da famiglia siciliana e cresciuto nella Libia coloniale, gran maestra di relatività esistenziale e politica, si sobbarcava il cosiddetto lavoro sporco. E dunque per lui non è tradimento di alcunché e alcunchì il farsi gentile col potente (il fine – la mobilia per l’idea comunista – giustifica il mezzo). Non è tradimento per uno che, come Valentino, da siciliano in Libia ha imparato che si può essere adolescenti fascisti e poi giovinetti comunisti, nipoti di un nonno che fornisce vino ai soldati e beneficiari di un’intera biblioteca militare, amici di ufficiali tedeschi più interessati alla buona tavola che alla ritirata di Von Paulus e neopacifisti in nome del giornalismo progressista tripolino, destinatari della repressione e miracolati da un’inattesa cacciata in Italia per mano britannica – perché fu così che Valentino, destinato altrimenti a una modesta carriera da avvocato locale, giunse a Roma, dove trovò l’Unità, Rinascita e il Pci.

Non che dai potenti Valentino ci sia andato “con il cappello in mano”, racconta un amico: “Ci andava con la dignità e il cinismo di chi cerca soldi per un collettivo e resta fedele al collettivo stesso”. In ogni caso le leggende sul suo conto faticano a inabissarsi: Valentino che torna in redazione con buste piene di denaro al cospetto dei redattori esultanti (“finalmente gli stipendi”, ovviamente equiparati a quelli di un metalmeccanico di terzo livello). Valentino che deve andare al Banco di Napoli ma non ha le scarpe adatte e allora uno dei fedelissimi scende e gliele compra. Pare infatti che l’ex direttore del manifesto preferisca, allo shopping, l’ozio costruttivo a casa, tra librerie bianche che facilmente gli provocano autorimproveri del tipo “non ho studiato con sufficiente serietà tutto quello che c’era da studiare”. Pare poi che Valentino, più che gli acquisti, ami le due chiacchiere con un amico davanti a un buon bicchiere, dopo l’immancabile puntata in redazione (puntata si fa per dire, Valentino in redazione ci passava e ci passa ore e ore, salvo quelle dedicate al pranzo e al riposino pomeridiano). A forza di occuparsi di mobilia, a forza di dire che non era così indispensabile, per lui, farsi carico della linea politica del giornale, ché anche i pagamenti e le assunzioni fanno parte dell’azione di un pensatore rivoluzionario, a Valentino capitò pure l’incidente mediatico: un Bettino Craxi che dall’esilio di Hammamet dice in diretta televisiva qualcosa che fa apparire il manifesto, tramite Valentino, un suo beneficiario economico. Rino Formica confermò il tutto, con toni a dir poco accesi, in un’intervista rilasciata a questo giornale in morte di Craxi – ma era adirato con Valentino che aveva definito Craxi “un personaggio minore e negativo della storia italiana”. Tempo dopo, sempre su questo giornale, Valentino la spiegò a modo suo a Lanfranco Pace. Non fu una vera smentita, piuttosto un aggiustamento serio e leggero al tempo stesso, frutto magari dell’ennesima rilettura del serio e leggero Diderot: “No, Craxi non sapeva o era mal informato”, disse Parlato a Pace. “Di Ninno (il vice di Balsamo, tesoriere del Psi di Craxi, ndr) stava nel nostro stesso palazzo, io andavo giù, gli davo un postdatato e lui mi dava contanti. Solo che questi assegni venivano sempre incassati e alla fine pagati. Craxi avrà dedotto erroneamente, dalla pratica allora corrente di non incassare mai i postdatati, che ci finanziava completamente. Invece ci faceva certo un bel favore, ma niente di più”. Valentino non è mai stato uomo di conti. Piuttosto un uomo di relazione, avvistato persino, in compagnia della seconda moglie Delfina, in salotti non esclusivamente popolati da integerrimi intellettuali di sinistra. Lungi dall’essere corrivo con il capitale, Valentino si aggirava però, e con agio, negli ambienti economico-industrial-bancari che Rossana Rossanda frequentava solo se costretta, e con immensa fatica e sofferenza. Valentino no, Valentino trattava con cordialità (per il bene del giornale, ovvio) i capitalisti invisi ai colleghi compagni, con il risultato che gli stessi colleghi compagni, in giro per Roma o Milano, spesso si sentivano dire da qualche insospettabile pezzo grosso: “Mi saluti tanto il direttore” – e oggi c’è chi ricorda, con divertita costernazione, la volta in cui Valentino comparve nei corridoi con aria allarmata, chiedendo se per caso qualcuno del giornale non stesse lavorando su Luciano Gaucci (Gianfranco Fini non c’entra, era l’epoca delle inchieste sui bilanci del Perugia). Rassicurato dai redattori sull’assenza del benché minimo lavorìo sul tema, Parlato chiamò in viva voce Gaucci, e grande fu lo stupore degli astanti quando Gaucci lo apostrofò con un “ciao, direttore carissimooooooooo”. Poteva poi accadere che nei dibattiti pubblici Valentino lasciasse parlare i vertici Fiat senza fare per forza la faccia accigliata, per poi ribattere aspramente ma rispettosamente nel merito e non con un grugnito di orrore per i padroni sfruttatori, motivo per cui qualche compagno si adombrava, ritenendo invece assolutamente necessaria l’offesa un tanto al chilo al padrone sfruttatore. Quando poi in redazione si discusse, con toni estremamente drammatici, dell’eventualità che la Fiat comparisse sul giornale sotto forma di pubblicità, fu chiaro che esistevano due Valentini: uno durissimo con il Lingotto dal punto di vista giornalistico-ideologico e uno morbidissimo con i capi del Lingotto dal punto di vista delle pubbliche relazioni – cosa impossibile a pensarsi per una parte del manifesto. Qualcuno infine si lamentò quando, per il trentesimo anniversario del quotidiano, giunse in redazione (allora guidata da Riccardo Barenghi) una nota di auguri dal “miglior nemico” Cesare Romiti: una lettera in cui Romiti esprimeva “… rispetto e considerazione” per il giornale anche al di là del “rapporto di dimestichezza” che lo “legava” a Valentino Parlato e anche al di là “del valore funzionale della cosiddetta legge degli opposti secondo la quale senza contrari non c’è progresso”. Ci furono borbottii orripilati tra lettori e firme storiche per quell’allusione al “rapporto di dimestichezza”. E però a Valentino toccò di intrattenere “rapporti di dimestichezza” anche con Cesare Geronzi. Fu infatti Parlato, tra i pilastri del manifesto, a caricarsi l’incombenza delle trattative con il banchiere per la rinegoziazione delle esposizioni del giornale (scaglionate nel tempo a un tasso abbordabile). Negli anni qualcuno, al manifesto, forse immemore del sollievo che i rapporti con la Banca di Roma avevano portato, almeno momentaneamente, al portafoglio di non pochi redattori, si lamentò di non avere totale libertà nel bastonare la banca medesima. Al che Valentino, quasi costernato per il fatto che i compagni non fossero, come lui, assaliti dalla realtà, rispose con frasi che volevano più o meno dire: e chi è che, in questo paese, scrive contro chi lo finanzia? Anni dopo spiegò ancora meglio il concetto nell’intervista a Parlato jr, Catucci e Salinas: “Quando tutti i giornali hanno un padrone, non puoi andare contro gli interessi del padrone”. L’attitudine alla dignitosa ma costante “questua” pro manifesto provocò la nascita di dicerie e storie varie, peraltro mai verificate, attorno a Valentino, rivoluzionario concreto tra rivoluzionari duri e puri: chi si schifava per una presunta conversazione con l’editore Ciarrapico, chi per i presunti seppur casuali contatti, via Banca di Roma, con qualche finanziere libico dell’universo Gheddafi.

Di vero c’è che Parlato incontrò Enrico Cuccia e cercò, a detta dello stesso Parlato, di conquistare il banchiere dalla camminata ricurva con interessata ruffianeria, necessaria alla ricerca di foraggio economico per le idee del quotidiano che vuol chiamarsi “comunista” da quando decise di dimostrare (al Pci) l’impossibilità di un monopolio (del Pci) sul comunismo. Il dialogo con Cuccia, per come l’ha raccontato in seguito Valentino, fu più o meno questo: Parlato si presenta e si profonde in salamelecchi (“onoratissimo”, “è un piacere, sono qui soltanto per avere dei consigli”). Cuccia taglia corto: “A Milano si dice che chi chiede consigli chiede danè”, ovvero soldi. I due si mettono poi a parlare di Sicilia, e in siciliano Cuccia ritaglia corto, con una frase che può significare “tra imbroglioni non si vende fuffa”. Non sgancia una lira, ma Valentino può poi rivendersi l’incontro con altri che invece sganciano, rassicurati dalla consuetudine che credono di indovinare tra il severo banchiere e il comunista di mondo. Un comunista di mondo che, serafico, si addentra nel mondo (oggi un’amica si chiede: “Ma come fa Valentino a essere sempre così pacioso? Io l’ho sempre ammirato. E’ sempre stato un po’ lunare, con l’aria da eterna mascotte in un ambiente di torturati per la lotta, di monolitici difensori della rivoluzione che non c’è”). Parlato ha preso le cose con seria leggerezza diderotiana, girando per l’Italia con l’amica inseparabile Luciana Castellina, bellissima e inseritissima con le sue babbucce di velluto, frequentata da Parlato senza ambiguità sentimentali (Parlato ha sempre ritenuto un vanto la sua capacità di farsi amico e basta delle donne). Ed è un’amica a spiegare con convinzione il senso di Parlato per gli affari (del manifesto): “Merito della sua indole allo stesso tempo moralista e comunista: per lui ‘pecunia olet’, e però ‘non olet’ se è per la giusta causa”.

Più flessibile degli altri Parlato appariva anche negli anni giovanili in cui faceva il correttore di bozze all’Unità, giornale dove diede impulso alla carriera facendo l’inviato nei paesini di provincia, pieni di euforia per la fine della guerra e pieni di sfollati ancora mezzo nascosti nelle belle ville sulle colline. Un amico dice che Parlato sembrava “tutto fuorché monolitico” anche ai tempi di Rinascita, sua culla giornalistica per un caso fortuito (un conoscente in redazione che fa il suo nome) e per l’adattabilità di Parlato stesso: morto Palmiro Togliatti, fondatore della rivista, c’è chi, tra i più ortodossi, inorridisce alla sola idea di dover lavorare sotto Giancarlo Pajetta. Parlato invece non inorridisce e va volentieri a riempire un “buco” nel settore economico.
Men che meno, in quegli anni, Valentino è considerato tutto d’un pezzo all’interno del Pci dove, occupandosi di piccoli commercianti e piccoli artigiani, si guadagna la definizione di “amendoliano di sinistra”. Successivamente Giorgio Amendola gli toglie il saluto per via dello strappo che porta alla fondazione del manifesto. Valentino però, come racconta Valentino in “Vita e avventure del signor di Bric à Brac”, continua imperterrito a salutarlo. Quando infine Amendola ricambia, Valentino gli confessa di aver detto in giro: “Ti considero il mio maestro”. Immediata la rispostaccia: “Hai avuto troppi maestri, tu”. Parlato ricorda altresì di non essere mai stato trattato da comunista granitico nel mondo degli affari: e anzi in gioventù, nonostante la militanza, gli giunge la proposta di un lavoro per la Banca mondiale in Brasile (costruzione di una strada e redazione di rapporti approfonditi sulla situazione in loco). All’idea del viaggio nel paradiso carioca, tre mesi in giro per il nordest tropicale, Valentino chiede l’aspettativa a Pajetta e la ottiene a dispetto dell’ingombrante presenza della Banca mondiale sullo sfondo. Quando poi è chiamato per un analogo lavoro in Perù, motiva la partenza con una boutade che non è neppure tanto una boutade: “Fatemi fare il mercenario, così almeno faccio un po’ di soldi”. C’è da dire che neppure il responsabile del progetto in Brasile si scandalizza di fronte a un collaboratore dichiaratamente comunista: “Lavora a Rinascita? Vabbè, sul curriculum mettiamo Rinascente”.

Va da sé che uno che è stato accusato di intelligenza con il nemico capitalista (quando l’intelligenza serviva a pagare gli stipendi della rivoluzione) non si scompone di fronte alla marea di proteste per gli elogi a Profumo, e infatti Parlato non si è scomposto, né si è mai sentito amico del padrone. E’ accaduto ben di peggio, d’altronde, quando ha osato criticare la sinistra antagonista per il boicottaggio di Israele alla Fiera del libro di Torino. L’accusa più gentile arrivata dai lettori del manifesto è stato l’aggettivo “farneticante”, in un crescendo giunto fino alla definizione di “ipocrita servo degli Usa e dei sionisti”. Sarà che Parlato dice di tenere sempre a mente la massima del “Manuale” di Epitteto: “Non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti”. Motivo per cui chi si turba per l’elogio al banchiere deve incolpare non Valentino Parlato che lo elogia, ma il proprio giudizio negativo sul banchiere.

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