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Salvare la fascia

Zitti, gli altri. Lontano si alza la voce di un coro che diventa sempre più insistente. Tamburi e voci. Cantano per lui, contro tutti gli altri. Che sia in campo o seduto in panchina, quella canzone è per Alessandro Del Piero. Lui alza lo sguardo e applaude, oppure si alza dalla panca, guarda, saluta e applaude. Capitano, c’è solo un capitano. A 36 anni a nessuno importa se meriti o no di giocare titolare: Del Piero è un faro che illumina anche da spento.

28 Settembre 2010 alle 00:00

Zitti, gli altri. Lontano si alza la voce di un coro che diventa sempre più insistente. Tamburi e voci. Cantano per lui, contro tutti gli altri. Che sia in campo o seduto in panchina, quella canzone è per Alessandro Del Piero. Lui alza lo sguardo e applaude, oppure si alza dalla panca, guarda, saluta e applaude. Capitano, c’è solo un capitano. A 36 anni a nessuno importa se meriti o no di giocare titolare: Del Piero è un faro che illumina anche da spento. Ha inventato il ruolo di leader a prescindere, perché Baresi e Scirea sono stati grandi e carismatici, poi quando avrebbero rischiato di non essere più titolari, hanno mollato. Alex no. Sono cinque anni, o forse qualcosa in più, che ad agosto si dice e si scrive sempre la stessa cosa: Del Piero non è più sicuro del posto. E’ così davvero, perché l’era Capello alla Juventus l’ha trasformato in un gregario di lusso in campo, ma ha cementato la sua leadership tra il pubblico juventino. Fabio lo metteva fuori, oppure lo sostituiva ogni volta che partiva titolare: Del Piero ingoiava, soffriva e però non polemizzava. E’ questo che l’ha reso immortale per la gente e per i compagni. Sembrava finito, all’epoca. Sembrava destinato a un viaggio verso la fine. Invece ha vinto. Come un paradosso: vince uno che era destinato a diventare il numero uno e per un momento della carriera è sembrato un numero e basta. Quello che non ha mai conquistato la classifica marcatori, quello che non ha mai alzato al cielo il Pallone d’oro. Vince l’uomo che non riesce più a far restare tutti a bocca aperta come quando era poco più che un ragazzino. Il calciatore che ha fallito più che incantato. Il figlio dell’operaio dell’Enel che per anni non è riuscito ad accendere la luce. Vince perché c’è qualcuno che non ha capito che per la gente non conta soltanto quello che sei ora, o che sei stato ieri, ma quello che sei stato prima. Perché “da noi non si vive di ricordi” è un concetto buono per chi pensa al soldo, per le società che si quotano in Borsa, ma non vale per le persone della strada e della curva. Anche per quella della Juventus, incapace di accettare una sconfitta. Perché ogni lunedì mattina nei bar di mezza Italia ci si chiede perché la parabola di Alessandro Magno sia arrivata fino ai campi di pallone; perché uno che pareva diventare il re del mondo non è riuscito a vincere la guerra, ma alla fine ha perso poche battaglie. Alex ha sconfitto lo scetticismo di Capello, poi quello di Ranieri, adesso quello di Del Neri.

L’allenatore era arrivato a Torino e aveva detto: “Non ci sono titolari, neanche Del Piero. Si contenderà un posto ogni settimana”. Uno normale, uno come gli altri. Uno di loro. Solo che lui è più forte: lo vedi da come ha reagito ogni volta, quando qualcuno ha fatto balenare l’idea che Alex non servisse più. Stava fermo, prima della partita. Pronto ad ascoltare quel coro che arrivava sempre, che stesse in campo o in panchina. Quelle voci sono state e sono la sua forza. Inutile dire altro: Alex non ha mai parlato male della sua società, non ha creato problemi. Sa che la Juventus ha bisogno di lui, anche se per anni ha raccontato al mondo che nessuno è incedibile. Sa che ha bisogno di un uomo immagine e non c’è nessuno in questo momento, all’infuori di lui. Avrebbe potuto urlare: avrebbe trovato orecchie pronte ad ascoltarlo, microfoni aperti per trasmettere in mondovisione il suo sfogo, taccuini pieni di appunti da riempire giornali interi. Invece no. Un sorriso, con quella voce sottile e gentile. La serenità è l’arma con cui ha girato tutto a suo favore. Così comanda lui, che ha dalla parte sua la gente, nonostante Pinturicchio faccia soltanto degli scarabocchi, nonostante Godot sia diventato un’ossessione. Ma non è bastato Ibrahimovic ad allontanarlo da Torino, né Capello, né Giraudo, né Moggi, né Diego, né qualunque altro giocatore comprato per sostituirlo o affiancarlo adesso e sostituirlo poi.

Eduardo Galeano scriveva: “Quando per il piede d’oro arriva l’ora del piede stanco, la fonte della felicità pubblica si trasforma nel pubblico rancore. A volte l’idolo non cade intero. E a volte, quando si rompe, la gente ne divora i pezzi”. A Del Piero non è successo. Il rancore è arrivato dai suoi simili e dai suoi superiori, non dalla gente. Lui si è rotto in una notte di Amsterdam del maggio 1998. Juventus-Real Madrid, finale di Champions League. Sconfitta. Destino. Aveva neppure 24 anni. Uno strappo alla coscia, un buco nella mente: “Quel piccolo infortunio, il mini dramma di quella notte, è stato l’inizio del tunnel”. Poi di seguito il mondiale di Francia: imbarazzante. E ancora le polemiche sul doping, il ginocchio che si rompe in un pomeriggio freddo di Udine di qualche tempo. Nove mesi di letargo, aprono un buio infinito. Dentro un Europeo 2000 giocato da schifo, con due palle per la vittoria con la Francia sul suo piede e finite nella spazzatura. Nella sua notte perenne, Alex ha coltivato la sua furbizia. L’ha concimata e innaffiata con un fertilizzante unico: non rispondere alle provocazioni. C’hanno provato tutti. C’ha provato l’Avvocato con quella definizione di Godot. E lui: “Beh, è vero, Godot non arriva mai, ma è sempre nella mente di tutti, fino alla fine dello spettacolo”. C’ha provato Umberto Agnelli: “Alessandro è un cocco di mamma”. E lui: “Penso sia stata una battuta, magari infelice, ma una battuta. Voleva dire che in questi mesi nei quali sono rimasto fuori, mi hanno aspettato e coccolato. Una cosa normale per chi ha dato tanto a questa squadra”. C’ha provato il resto della dirigenza della Juventus, quando si è accorta che forse il suo stipendio era troppo alto. E lui, che è ragioniere e due più due lo sa fare, ha abbozzato: “E’ vero, ma la Juventus su di me guadagna”. C’ha provato la stampa sportiva: “E’ finito, una controfigura, gioca soltanto perché il suo sponsor personale è anche sponsor dell’Italia e quindi fa pressione per tenerlo in campo”. E lui: “E’ vero ho giocato male, ho sbagliato, mi assumo tutte le mie responsabilità, ma penso che ci sia malafede. Chi parla dello sponsor, non può essere in buona fede”. C’ha provato la stampa rosa: “Non è mai in compagnia di una donna, è gay”. E lui: “In realtà la fidanzata ce l’ho e mi sposerò, solo che la mia vita privata resta privata”. Poi eccola Sonia, ecco i figli. Prima uno, poi due, adesso diventeranno tre.

La prima volta che fece vedere al mondo
quella che sarebbe diventata sua moglie fu in un libro fotografico che è il suo testamento da calciatore: la sua famiglia, la sua Torino, la sua Juventus, la sua Nazionale. “Semplicemente Del Piero”, il titolo: perfetto esempio di marketing sportivo e personale, prototipo di una strategia della comunicazione che l’ha portato a essere un prodotto venduto in Italia e nel mondo. “I momenti che ho vissuto, mi hanno insegnato ad amare la mia maglia per tutto ciò che significa”. Un tifoso non può chiedere di più da un suo campione. Una società non può cacciare uno così. Perché uno così è davvero un’aquila, cioè quello che voleva essere da bambino. Lo scrisse in un tema: “Mio papà è un orso, mia mamma è un canguro, mio fratello Stefano è un delfino, io sono un’aquila”. Non lo sapeva, ma era il simbolo dell’impero. L’aquila romana e quella bicipite, emblema degli imperi di oriente e occidente. E la Juventus che cos’è se non un impero? Lui personificazione della sua squadra lo è da quando giocava nel campionato primavera. Era il torneo di Viareggio del 1994, Alex era già nel giro della prima squadra. Ottavi di finale: derby contro il Torino. La Juve perde 1-0, ma viene ripescata. Arriva fino alla finale contro la Fiorentina: vince 1-0, con un rigore di Alessandro.
Nell’abisso che l’ha risucchiato, Del Piero è stato in grado di mantenersi a galla: al limite tra il baratro e la salvezza. Ha accettato la serie B e contemporaneamente ha vinto il Mondiale. Tutto quello che non aveva avuto prima, l’ha ottenuto quando sembrava ormai avviato verso la fine della carriera. Se stesso, sempre e comunque. Per questo non ha mai accettato di cambiare ruolo. Avanti. Punta. Anche quando il suo idolo Platini gli ha voltato le spalle: “E’ un 9 e mezzo, né attaccante, né centrocampista”. Lui è andato dritto pure se le gambe andavano per i fatti loro. Quando non era lui, ha tirato fuori qualcosa di simile alle magie dell’epoca Magna. Era il 18 febbraio 2001, giocava a Bari. Era appena morto il papà Gino: finta, controfinta, dribbling, pallonetto, gol. Un altro urlo, altro genio. Stavolta le lacrime: “E’ stato lo sfogo per la tristezza che avevo dentro per la scomparsa di mio padre”. Dedica al papà anche al Mondiale di Giappone e Corea 2002, quando Totti e Vieri dovevano portare l’Italia in cima al mondo. Lui era in disparte. Tra panchina e campo. Silenzioso.

E in un momento ha salvato un paese e una squadra da una figura peggiore di quella che poi è stata. Girone eliminatorio, partita col Messico. Serve un gol. Vieri sbaglia, Totti sbaglia. Trapattoni lo richiama in panchina, entra Alex. Un colpo di testa goffo, brutto, niente magia, ma segna lo stesso. E’ il suo primo e unico gol mondiale, è la palla che rotola in rete e tutti si dimenticano, perché poi c’è la Corea, c’è Byron Moreno, c’è Totti che si fa espellere, c’è Vieri che divora un gol troppo facile da segnare. Una redenzione inutile per Alex. Poteva essere la gomma che cancella l’umiliazione di Francia, il senso di colpa di Olanda e Belgio: “E’ stato il gol più importante della mia vita. Anche se non è stato bello. Se dovevo sognare qualcosa era proprio questo che volevo. Stupendo, fantastico. Abbiamo raggiunto la qualificazione, ma per come si era messa la partita ci è andata alla stragrande. E pensare che stavolta è merito mio, è bellissimo, mi rende felice”.
Un gol normale, da gregario, per lui che è stato un fenomeno. Un gol e basta per essere felice. Umanità. Anche questa è furbizia: Alessandro Del Piero è il figlio modello, è il ragazzo educato, è il testimonial anti maleducazione. Quando arrivò a Torino e affittò un appartamento in centro si mise a portare la spesa a tutte le vecchie signore del palazzo. E’ diventato un fumetto per bambini, nelle pubblicità parla con gli uccellini come san Francesco, non scappa mai di fronte a chi gli chiede un autografo: sorriso e firma. Lui dice che questo è il suo carattere: “Mi trattengo, anche quando mi arrabbio. Non esplodo. E’ spirito di conservazione”. La calma come virtù vissuta. La stessa che gli ha permesso di restare in piedi pure da zoppo: gli altri sono passati, lui è rimasto. Sempre in mezzo ai dualismi, Alex. Sempre in salvo: era lo scudiero di Baggio, poi il Codino se ne andò. Arrivò Inzaghi, via pure lui. Come Zidane, come Miccoli, come Ibra, come Diego. In Nazionale idem: ha scalzato prima Baggio, poi Zola. E’ arrivato Totti e lui è rimasto. E il gol più importante della vita è cambiato: non più uno da gregario, ma uno da campione, quello nella semifinale del Mondiale 2006 contro la Germania. Poi in finale anche il rigore segnato, per riscattare gli errori di Rotterdam di sei anni prima.
La parabola è tornata in alto. Del Piero è tornato Del Piero. A 37 anni tira fuori quello che non faceva più da tempo: i tiri magici che entrano anche se sembrano impossibili. E’ accaduto in Europa League, due volte. Il giro, una volte esterno, l’altro interno. Che bellezza. Come quelli di qualche tempo fa. Juventus-Fiorentina 4 dicembre 1994, la perla: lo scatto con il tempo giusto su un lancio di Alessandro Orlando, lo sguardo che segue il pallone che non tocca terra, il colpo di esterno destro, Toldo che vola ma non può arrivare là dove il palo s’incrocia con la traversa. L’urlo, la corsa, il tripudio. Il genio. Ancora quei tiri “a giro”, tutti incredibilmente uguali, tutti straordinariamente unici: contro la Lazio, contro il Borussia Dortmund, contro la Steaua Bucarest, i Glasgow Rangers. Ti riaffiora l’immagine di una palla che entra nella porta del River Plate a Tokyo: campione del mondo per club, miglior giocatore della partita. I gol “alla Del Piero”. Marchio di fabbrica che ti porti appresso fino a quando non smetti, anche se non tornano più, anche se ci provi ogni santa e stramaledetta partita ma finiscono in curva. E’ il sogno che non passa mai, perché è quello di Hans-Jorgen Nielsen e condiviso da tutti. “Ci sono giocatori che creano il buco là dove non dovrebbe esserci, gli artefici delle rivelazioni (…). Un impossibile tiro, una girata brusca, un passaggio per il quale non ci sarebbe posto e all’improvviso tutto cambia (…). Sì, giocatori come questi non hanno bisogno nemmeno della palla per creare le loro rivelazioni, riescono a essere poeti del gioco senza doversi sempre mettere in mostra”.
Così è stato Alex. Così è Alex. Che da fenomeno è diventato normale e poi è tornato fenomeno. E comunque è sempre rimasto capitano. Sono passati i rivali e alla fine sono passati anche i dirigenti: Del Piero è partito da Gianni Agnelli, s’è trovato Moggi, Giraudo e Bettega, poi ha incontrato gli Elkann e con loro Blanc, adesso torna agli Agnelli con Andrea. Lui è il figlio di quel signore che lo chiamò cocco di mamma. Adesso sa che voleva soltanto provocarlo per farlo reagire. Ha reagito. Andrea che un giorno sognava di passare qualche ora con Paolo Rossi, adesso non vede l’ora di parlare con Del Piero. Perché lui è la certezza anche quando la Juve perde le sue sicurezze: un capitano che sa che cosa sia la panchina, che ha provato ogni tipo di cattiveria addosso, è l’uomo a cui t’aggrappi quando vuoi andare da qualche parte che non conosci bene. Ci sono sempre quelle parole: “Ho sempre sognato di giocare in questa squadra, che poi è la mia, perché faccio il tifo per la Juve da quando sono un bambino. Da qui non vorrei mai muovermi e non me ne andrò”. Dici che è una frase fatta, una di quelle buone per ogni stagione. Ma è esattamente quello di cui ha bisogno chi fa il tifo, chi segue una passione, chi s’innamora di undici persone che corrono su un prato verde con una maglia che è quella sua. Fedele, Alessandro. La Juventus non sa magari che cosa c’è nel suo futuro. Sa che c’è Del Piero, adesso in campo, domani dietro una scrivania. Quello che è stato tutto nella vita. Quello che è ancora se stesso.

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