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Nicastro, il manager interno più amato dai grandi soci Unicredit

“Le esperienze importanti non sono mai comode”. E ancora: “Sono orgoglioso di essere cresciuto in Trentino: una terra che premia chi fa e non chi parla”. Coerente con queste premesse, Roberto Nicastro ha iniziato la settimana più importante della sua carriera in Unicredit, ove venne chiamato da Alessandro Profumo nel 1997, senza uno strappo alle sue regole.

28 Settembre 2010 alle 00:00

“Le esperienze importanti non sono mai comode”. E ancora: “Sono orgoglioso di essere cresciuto in Trentino: una terra che premia chi fa e non chi parla”. Coerente con queste premesse, Roberto Nicastro (nella foto di Corona Perer - www.giornalesentire.it) ha iniziato la settimana più importante della sua carriera in Unicredit, ove venne chiamato da Alessandro Profumo nel 1997, senza uno strappo alle sue regole: al lavoro dall’alba fino a sera inoltrata, le solite 14-15 ore al giorno che gli consentono di tener sotto controllo i meccanismi di una banca dall’organizzazione complessa, troppo complessa come lui ha provato a ripetere al suo antico amico e superiore.

Nicastro, dicono in Unicredit, sa sgobbare come un mulo ma tacere come un montanaro. E ama le scalate in solitaria. Sarà lui il nuovo numero uno della banca? O, almeno, il direttore generale cui affidare, secondo i voti del presidente trevigiano di Cassamarca, Dino De Poli, le redini della gestione, al fianco di un ad più esperto di lui nelle grandi strategie? Se, come pare, la scelta del triumvirato di Dieter Rampl (che ieri è stato per mezz’ora in Banca d’Italia dove non c’era Mario Draghi) e gli uomini forti delle Fondazioni, Fabrizio Palenzona e Paolo Biasi, cadrà su un manager interno, sarà quasi impossibile scartare Nicastro, papà calabrese, classe 1964, due figli, sposato con una compagna di università conosciuta in Bocconi, e che della banca conosce quasi tutto.

Qualsiasi altra soluzione interna, dal diplomatico Paolo Fiorentino all’esperto Federico Ghizzoni, candidato possibile come direttore generale da affiancare a Nicastro, o a Bruno Ermotti (con cui non corre buon sangue) sarebbe giudicata alla stregua di uno schiaffo per l’unico sopravvissuto del team iniziale radunato da Alessandro già il Grande tredici anni fa. Nicastro c’era arrivato sei anni prima, nel 1991, dopo una dura gavetta: laurea in Bocconi, un anno come ricercatore alla Sda, poi a Londra ad imparare il mestiere alla Salomon Brothers. Ma il vero rodaggio è in McKinsey: sei anni di consulenza in Europa e in America Latina, nel largo consumo come nel settore bancario. A Piazza Cordusio, Profumo gli affida la direzione pianificazione e partecipazioni; un ruolo che, a detta dei più anziani, è lontano dal cuore dell’attività bancaria. Roba da scuola di management, insomma. Ma Nicastro sa cogliere l’occasione giusta: la Polonia. A lui, dopo la conquista di Bank Pekao, Profumo affida l’incarico di inserire nel gruppo questa consociata, che nel corso degli anni si rivelerà l’impresa più fortunata del gruppo. Per lui sono in arrivo incarichi più delicati: prima la gestione della Divisione Nuova Europa, poi, dal 2003, la responsabilità della Divisione Retail.

Sempre al fianco di Profumo,
con cui condivide uno dei dogmi di McKinsey: ogni funzione, ogni capo può e deve essere misurato secondo una precisa “accountability”. Il che, dicono i maligni, ha fatto sì che in molti casi ci sia stata più concorrenza dentro la banca che verso l’esterno. Sarà, ma il modello ha funzionato. Almeno fino alla crisi del 2008 che colpisce la superbanca alle prese con la digestione di Capitalia e Hvb nel momento più delicato, quando calano i profitti, gli utili e i corsi di Borsa e sale il nervosismo dei mercati. Nicastro non tradisce il maestro, anche se adesso i panni dell’eterno numero due cominciano ad andargli stretti. Chissà se il manager interno che può accontentare i soci potrà accontentare anche il mercato. 

(terzo di una serie di ritratti; i primi due, di Andrea Orcel ed Enrico Tomaso Cucchiani, sono stati pubblicati sabato 25 settembre)

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