cerca

Nonno Libero

L’immagine di Franco Baresi è sempre quella: il braccio alzato. Un passo in avanti, al momento giusto. Fuorigioco. Poi palla a lui, con la pettinatura un po’ sconvolta, con la maglietta fuori e con la faccia di quello che era vecchio anche da giovane. Baresi s’è portato dietro se stesso e un ruolo. Nessuno ha più definito o parlato di libero da quando ha smesso lui.

17 Settembre 2010 alle 00:00

L’immagine di Franco Baresi è sempre quella: il braccio alzato. Un passo in avanti, al momento giusto. Fuorigioco. Poi palla a lui, con la pettinatura un po’ sconvolta, con la maglietta fuori e con la faccia di quello che era vecchio anche da giovane. Baresi s’è portato dietro se stesso e un ruolo. Nessuno ha più definito o parlato di libero da quando ha smesso lui. Centrali, si dice adesso. Senza differenza tra marcatore e non marcatore. Al massimo qualcuno usa frasi così: uno dei due centrali gioca staccato. Il libero è sparito con il numero sei che il Milan ha ritirato per sempre dalle sue magliette. Baresi è stato il capitano di una squadra e anche di un modulo. Ha giocato per vent’anni e però il mondo lo ricorda soprattutto per quel quadriennio di Sacchi: Franco era già Baresi, ma sarebbe stato se stesso solo dopo Arrigo. Perché quell’immagine di lui che alza il braccio, si gira verso il guardalinee, lancia un’occhiata di consenso a Tassotti, Maldini, Galli o Costacurta, è cominciata nel 1987 quando il vate di Fusignano s’è seduto sulla panchina del Milan. Adesso che tutti fanno paragoni benauguranti ad Allegri, Baresi torna in mente: il simbolo della difesa perfetta, di un modo di giocare che era coinvolgente e coinvolto. Chissà se vede applicati quei movimenti che il sacchismo ha fatto diventare eterni. Come la diagonale: destra, sinistra, l’onda che si muove a seconda di dov’è il pallone, con il terzino che sale a fare pressing, il centrale che prende il posto del terzino, il libero che scala nella posizione del centrale, l’altro terzino che s’abbassa nella zona del libero, il centrocampista esterno che torna indietro a coprire lo spazio. La difesa è il pallone più dell’attacco. Perché dietro non si improvvisa mai: avanti puoi avere un genio che ti risolve le partite, mentre dietro se non sei organizzato e perfetto finisci per aria anche se sei il difensore più forte del mondo. E’ questo che è stato Baresi: il migliore di un’era nel suo ruolo e il migliore di sempre nel gestire un reparto complicato e fondamentale come la difesa. Capitano per ovvietà, è stato. Una scelta obbligata dalla naturale predisposizione al comando e per l’importanza che aveva il suo ruolo all’interno dell’idea calcistica di Sacchi. Non lo può dire, Baresi. Però può pensarlo: lui era il più bravo, il migliore, il difensore più forte degli ultimi venticinque anni. Era il capo della banda: Arrigo guardava, lui traduceva. Tutti fuori.

Dalle spalle a osservare il movimento degli altri: Paolino sulla sinistra, Mauro sulla destra, Billy accanto, Carletto giusto davanti. Marco in fondo a buttarla dentro. Sincronizzati e simmetrici. La bacchetta al maestro Franco. Lui dirigeva, lui guidava, lui indicava la strada: è stato una specie di uomo vitruviano del pallone, cioè la perfezione delle geometrie che l’uomo può raggiungere nella vita e nel suo movimento. E’ questo che gli ha dato la forza di portare quella fascia sullo stesso braccio che alzava ogni volta che il sincronismo della difesa portava un avversario in fuorigioco. La bandierina del guardalinee andava su: fischio, fischio, fischio, ancora fischio. Quel movimento perfetto è stato la sintesi della vita di Baresi in campo: non c’era bisogno di parlare, perché bastava sempre fare la cosa giusta.
Ci sono capitani che hanno avuto il rispetto dei compagni perché alzavano la voce. Baresi no. Lui è rimasto un simbolo per tutti anche soltanto per le cose che faceva quando cominciava la partita. Uno sguardo, una indicazione al compagno, uno schema difensivo chiamato e riuscito: non hai neanche bisogno di aprire bocca per essere il numero uno, a volte. A che serve? Baresi era taciturno nella vita e anche quando giocava. Eppure è stato carismatico: uno al quale non avrebbero tolto la fascia mai e infatti mai gliel’hanno tolta. Un capitano ossequiato per la capacità di essere il miglior simbolo dell’idea di un allenatore, poi dell’altro e infine dell’altro ancora. Liedholm, Sacchi, Capello, lui non una volta in panchina: l’avessero mandato non sarebbe stato lì a fare il viceallenatore, come invece avrebbe fatto qualcun altro. Franco sarebbe stato zitto, come uno della Primavera. Perché la forza non era la capacità di parlare con la bocca, ma quella di farlo col pallone, o meglio senza. Quante volte s’è sentito lo stucchevole ritornello: “Eh, si vede che è lui il vero allenatore in campo”. Invece è stato lui a volersi fare superare dagli altri. Perché tutti avevano pronosticato una vita da mister, mentre quella è toccata agli altri Invincibili: Rijkaard che è stato anche campione d’Europa, Van Basten che ha allenato l’Olanda, Donadoni che è stato il commissario tecnico dell’Italia, Ancelotti che è rimasto al Milan e poi al Chelsea, Tassotti che gli ha fatto da vice, Costacurta che spera di prendersi una squadra e per ora s’è preso il monitor di Sky.

C’ha provato anche Baresi, certo. Una volta s’era anche proposto lui. Quattro anni fa, quando la panchina della Costa d’Avorio era rimasta vacante, lui scrisse una lettera per dare la sua disponibilità: voleva mettersi in gioco anche da allenatore, col pensiero di poter fare su è giù in aereo da un continente all’altro. Prendetemi che arrivo, porto anche un compagno con i capelli biondi: uno che fatica senza discutere tanto, cioè Angelo Colombo. L’idea era quella di sistemare tutto quello che in Africa ancora non ha imparato nessuno: difendere. Avanti la Costa d’Avorio aveva già Drogba, non gli serviva nient’altro. Il guaio era ed è anche oggi dietro. Franco pensava di poterlo fare, forse pensava anche di volerlo fare. Perché c’era stata quell’altra prova, a Londra. Era il 2002, lo chiamò Mohamed Al Fayed per metterlo a guidare il settore tecnico del Fulham. Aveva strane idee, mister Harrod’s: tante teste da mettere insieme, nessun leader vero, le faide interne per tenere alta la tensione. Bizzarra teoria. L’allenatore era Jean Tigana, non uno che avrebbe accettato consigli da un superiore. Baresi arrivò e cercò di tranquillizzarlo: “Non sono qui, per rubarti il posto”. Non servì. Fu lo stesso battaglia, con Tigana ad aizzare la squadra contro il nuovo intruso. Barzellette tipo questa: “E’ venuto per scegliere chi di voi l’anno prossimo sarà venduto, chi dovrà restare e chi invece dovrà accettare la riduzione dello stipendio per continuare a stare qui al Craven Cottage”. Fulham e Al Fayed allora furono una piccola parentesi: tre mesi e poi di nuovo in Italia. Cioè Milan. Come quattro anni dopo, cioè quando la Federcalcio della Costa d’Avorio scelse di non accettare la sua disponibilità: Baresi rimase a Milano, anzi a Milanello. Non s’è mai mosso, s’è preso la Berretti, forse soltanto perché una volta, prima di smettere di giocare, disse che il suo futuro nel pallone sarebbe stato con i ragazzi. Due anni fa ha lasciato anche quella panchina per entrare nella direzione marketing del Milan. Altro, quindi. cioè qualcosa dove possa essere un po’ più se stesso e meno quello che gli altri vorrebbero che fosse. Perché è come se ci sia scritto da qualche parte che un grande giocatore debba poi diventare un allenatore. Perché? Chi lo dice? Il calcio ha raccontato spesso il contrario: Rivera, Riva, Boninsegna, Cabrini, Tardelli, Baggio. Tutti immensi e tutti o incapaci di ripetere la loro straordinaria bravura anche da allenatori, o addirittura lontani anche solo dall’idea di provare ad allenare. Baresi sta con loro e sta anche con quel tipo di capitano che resta capitano per sempre. E quindi non può diventare allenatore. Perché lui era pronto ad arrabbiarsi per i suoi errori prima che per quelli degli altri. Le lacrime di Pasadena, per esempio: mica contro Baggio, ma per quel suo tiro sbilenco finito dove non gli era mai successo. Dopo è accaduto di nuovo: l’errore di andare al Fulham gli è pesato, non tanto per come è andata l’esperienza, quanto per l’idea di aver tradito il Milan. Lo dicono quelli che oggi sono vicini a Baresi e non sono molti. Uno è Angelo Colombo, ex centrocampista del primo Milan sacchiano e allenatore degli Allievi rossoneri. Si vedono e si sentono. Non ce ne sono molti altri di amici, neanche a Milanello. Baresi però sa di godere dell’aiuto di Berlusconi. Il Cav. gli è sempre stato vicino, talmente vicino che Baresi è stato più volte indicato dall’ex premier come modello, come simbolo e leader. Nello sport e nella politica. E’ un affetto riconosciuto e ricambiato. E’ qualcosa che ha a che fare con i sentimenti e la passione sportiva. Per Franco si poteva rinunciare a un appuntamento politico importante. E’ successo nel 1997, tempo di bicamerale. La sera del 29 ottobre, era previsto un voto sulla giustizia: “Stasera non posso, scusate. Io non posso mancare, capite? Ci sono Van Basten, Rijkaard, Gullit. Baresi lascia il calcio. Mi sa che ci scappa anche qualche lacrimuccia”. Pianse Franco, quella sera. Il calcio era già finito da qualche mese. A giugno. Anzi prima, all’inizio di aprile. Milan-Juventus 1-6: Franco massacrato da Christian Vieri. Più veloce, più agile, più tutto. Non poteva non capire a 37 anni. Da allora ha pensato solo alla notte della festa: luci, colori, suoni. C’era uno striscione: “Resta con noi”. Poi tutta la cerimonia: la maglia numero 6 del Milan ritirata per sempre. Serviva l’autorizzazione della Lega calcio. Arrivò. Nessuno potrà più indossarla, nessuno si azzardi a pensarlo. Sei è lui. Sei cioè il numero del capitano.

Uno che non aveva neanche bisogno della fascia.
Se pensi a lui nel Milan più grande di sempre non ti viene mai in mente con quel pezzo di stoffa bianco sul braccio. C’è, ovviamente. Nelle foto e nelle immagini in movimento. Eppure non ci pensi perché lo sai: tifosi, non tifosi, grandi e piccoli, tutti consci del fatto che Baresi fosse il capitano del Milan e della Nazionale. Un attestato infinito di fiducia, una totale devozione verso di lui e verso il suo modo di giocare e comportarsi. Una guida, un guru silenzioso, un totem della sicurezza. Prendi il Mondiale americano del 1994: si ruppe il menisco e fu grazie a lui che l’Italia scoprì una cosa che si chiama “artroscopia”. Eravamo tutti devastati del suo infortunio, dall’idea che si potesse andare avanti e non avere il capitano, il baluardo, il simbolo della resistenza e della difesa. Lui, nel frattempo faticava. Sotto i ferri con quei due buchini al posto del taglio, quell’intervento sconosciuto al mondo e da allora diventato argomento di conversazione a cena con gli amici. Perché l’artroscopia di Baresi era la speranza che in finale ci potesse essere, ovvero quasi un controsenso scientifico: fino ad allora un menisco significava tre-quattro mesi di stop. Lì scoprimmo che in 25 giorni si può guarire, se sei Baresi. L’immagine della sua fatica fu uno dei simboli di quel Mondiale: i compagni lo vedevano forzare e crederci per tornare in campo e s’impegnavano di più. Se lo faceva lui, lo dovevano fare anche loro. Era un messaggio criptato: Baresi correva senza correre, parlava senza parlare, giocava senza giocare. Un emblema del modo di essere uomini capaci di aumentare il proprio carisma in maniera inversamente proporzionale rispetto al loro stato di salute: più era rotto, più era ascoltato. Poi tornò: quel giorno in campo, nella finale dopo 12 anni da Madrid. Lui acciaccato e Baggio acciaccato. Sbagliarono, ma quante volte ci abbiamo ripensato? Furono grandi, eroici nella voglia di esserci e nell’idea di potercela fare per se stessi, per i compagni e per la gente. Franco più di Roby per la gravità dell’infortunio e per l’età. E’ rimasto lo strascico di quel gesto e di quella voglia di non mollare: il rigore sbagliato, ovviamente; poi le lacrime, e però anche la sensazione dell’orgoglio di appartenere a un paese e a una Nazionale. Capitano mio capitano, sì. Perché se questa parola e questo ruolo hanno un senso, Baresi è stato quello che negli anni Novanta è riuscito a interpretarlo meglio. Pensateci: era facile essere un simbolo negli anni Settanta, poi negli Ottanta. Il calcio di allora prevedeva molte meno fughe e molte meno possibilità. Uno che arrivato in un grande club ci rimaneva quasi per inerzia: perché andare via? Il decennio successivo ha cambiato il pallone. In meglio, non in peggio. Ha trasformato un circo mediaticamente incompetente in un grande spettacolo popolare. Franco Baresi è stato la congiunzione: la certezza che il calcio era sempre il calcio, cioè un pallone, undici contro undici, attacco, difesa, tecnica, tattica, gol, parate. Cioè il nostro sogno collettivo. Non c’era quello che il nostalgismo temeva: la mercificazione delle nostre passioni. Baresi è rimasto un simbolo: silenzioso, corretto, quasi dimesso. Uno senza eccessi e senza follie. Praticamente un rappresentante del calciatore medio, anche di quello contemporaneo. Guardate i capitani di oggi: assomigliano più a lui che all’ipotetico calciatore contemporaneo fighetto. Zanetti, Del Piero, Totti, Frey, Cannavaro: tutti hanno a cuore le loro squadre come se fosse roba loro, come se si sentissero parte di qualcosa. Baresi è inarrivabile, ovvio. Forse non esiste altro capitano più capitano di lui. Però l’eredità che ha lasciato è rimasta, come una medicina che cura preventivamente anche chi non ne ha bisogno. Non alza il braccio più nessuno, adesso. Franco è stato l’ultimo a farlo. Agli altri la fascia di capitano si vede.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi