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Nichi Vendola

“Sono un fifone nato”, ripete Nichi. “Da bambino ero buono e pieno di paure: pauroso di tutto”. E dunque bene si capisce il parapiglia, quella notte di vent’anni fa, in quella casa a pianterreno, zona Talenti, periferia est della capitale.

16 Settembre 2010 alle 13:24

dal Foglio del 2 luglio 2005

“Sono un fifone nato”, ripete Nichi. “Da bambino ero buono e pieno di paure: pauroso di tutto”. E dunque bene si capisce il parapiglia, quella notte di vent’anni fa, in quella casa a pianterreno, zona Talenti, periferia est della capitale. Qui vivevano insieme Vendola, appunto, e Franco Giordano, attuale capogruppo di Rifondazione comunista a Montecitorio. Anni un po’ scombinati, senza capo né coda, dell’antica Fgci che si preparava a uscire di scena. Nichi e Franco si conoscono da una vita, nati persino lo stesso giorno, il 26 agosto. Franco un anno prima. Quando a 18 anni Giordano era segretario della Fgci di Bari, Vendola guidava i giovani comunisti (quelli che c’erano) nella natia Terlizzi. La casa di Talenti, poi, era una casa che funzionava con i suoi ritmi e i suoi tempi, mica roba di ordinario accasamento. “Una specie di comunità – ricorda Giordano – non sapevi chi veniva la sera, te ne accorgevi solo la mattina dopo”. E qui si verifica il fatto che bene racconta delle paure vendoliane. Sera d’estate. Giordano dorme nella sua stanza con la porta finestra aperta. Nell’altra, Vendola legge. Di colpo, nel cuore della notte, il futuro capogruppo si sveglia con una strana sensazione. “Intorno e sopra al mio letto, in tutta la camera, c’erano forse trenta gatti. Comincio a urlare: Nichi! Nichi!”. Che si affaccia sulla porta, vede l’amico con gli occhi sbarrati e la folla di felini e rientra di corsa, chiudendosi dentro a chiave per maggior sicurezza. L’unico conforto che Giordano ebbe, nel momento del panico, fu Nichi che dietro la porta sbarrata consigliava: “Franco, abbaia! Franco, abbaia!”. E Franco, fissando i mici, abbaiava: “Bau! Bau!”. I quali mici, fissando Franco, per niente spaventati e piuttosto perplessi, non mostravano intenzione di voler abbandonare il campo. Se ne uscirono con comodo, a loro piacere e a insindacabile convenienza. Franco corse verso la porta: “Nichi, se ne sono andati!”. Ma Nichi, rivoluzionario però prudente, non si decideva ad aprire. “Restò chiuso a chiave per ore, per paura che qualche gatto passasse di là”, rievoca Giordano.

Ma Nichi è pure coraggioso. Come quella volta, ed è un quarto di secolo fa, che dal palco del congresso della Fgci annunciò pubblicamente: “Compagni, sono omosessuale!”. Stupore prima, ovazione poi, da parte delle giovani avanguardie rivoluzionarie. “E in sala c’è anche il mio fidanzato!”. Ohhh, e nuova ovazione. Nichi scende in trionfo dal palco, e la prima persona che incontra lì sotto è proprio il suo amico Franco Giordano. Corre ad abbracciarlo, lo stringe forte, lo bacia (sulle guance). I fotografi sono scatenati. In mezzo al parapiglia, Franco sorride e si macera nel dubbio: “Oddio, adesso che penseranno, che sono io il fidanzato di Nichi? Mica per pregiudizio, ovviamente, ma la mia storia è un’altra”. Fu comunque infine compiutamente accertato che il compagno Giordano di Vendola era amico, amico intimo, ma certo non fidanzato. Non erano tempi, anche a sinistra, in cui dichiararsi omosessuale. Non erano, i comunisti, meno bacchettoni dei democristiani. Non avevano, molti, forse meno pregiudizi dei fascisti. Ha ricordato Vendola, nel bel libro intervista con Cosimo Rossi, “Nikita”, che “dentro Botteghe Oscure, tolta la palese intolleranza di Giancarlo Pajetta, non ho incrociato che curiosità o grande affetto e grande solidarietà”, ma è pur vero che molto scompiglio sollevò nel partito un’incauta intervista del giovane figiciotto, che segnalava la possibile valenza rivoluzionaria del, diciamolo come si dice, pompino. Alessandro Natta, allora segretario del Pci, quasi rischiò un mancamento. Pietro Folena e il solito Giordano parecchio ci misero a “calmare le acque”, mentre in pieno Comitato politico nazionale Marisa Rodano intimò ai possibili omosessuali vaganti nel suo orizzonte: “Se uno di questi mettesse le mani su uno dei miei nipotini gli darei subito una sberla”. O quella volta a Mosca, quando sempre Folena e Giordano erano pronti a denunciare al mondo che le autorità sovietiche avevano “fermato il compagno Vendola in quanto omosessuale”, e invece Vendola, ricorda qualcuno sorridendo, era forse solo stato preso da momentanea passione “per un compagno olandese della delegazione”. Ma pure, a Nichi piace più dire che è omosessuale piuttosto che gay, “non amo dare un’immagine variopinta, pirotecnica. Dichiararsi non è pettegolezzo, è carne, fatica, sangue, dolore, emarginazione, offese, violenza”. Senza esagerare. Gli chiesero: se dovesse rinascere, rinascerebbe Pasolini? E lui, saggiamente: “No, perché non vorrei morire ammazzato al lido di Ostia”. Ha scritto Francesco Merlo: “Vendola è il primo masaniello delicato e persino un poco effeminato della storia d’Italia… Persino la sua omosessualità è rassicurante perché mai scandalosa né provocatoria, non è un luogo di vizio e di morbosità ma di dolcezze romantiche e di solidarietà leale”.

“L’omosessualità è un pezzo del mio scisma dalle due chiese. E’ stato il mio scisma dalla chiesa comunista e dalla chiesa cattolica. Perché le due chiese hanno avuto in comune il registro della doppia verità… La doppiezza è stata per me un muro di gomma. Un luogo proibito. Per ragioni che non so spiegare e che, forse, hanno bisogno di essere spiegate dal mio psicanalista o dal mio psichiatra. Non so” (Vendola in “Nikita”, intervista a Cosimo Rossi).

E qui entrano in campo le componenti essenziali di quello che possiamo chiamare il Nichinismo, quella strana creatura che ha conquistato il levante, un po’ Nichi e un po’ comunismo, un po’ visione bracciantile e un po’ orecchino, un po’ prete e un po’ gay, un po’ lacrime e un po’ versi alati, la grande famiglia e pure il fidanzato. I più vendoliani, i cultori più entusiasti, dicono che lì in terra di Bari il centrodestra cominciò a perdere e il Nichinismo cominciò ad affermarsi quando il corteo del Gay Pride attraversò i vicoli della città vecchia nel 2001, con Nichi alla testa, e le vecchie popolane lanciavano petali di fiori dalle finestre “come quando passa il Santo”, e invece passavano checche e froci e transessuali, profano tanto e sacro forse niente, pur se nell’epica del Nichinismo quel profano quasi sacro si fa. E  figurarsi che Fini aveva invitato i baresi a sbarrare le porte, e qualche anno dopo il cauto e garbato Alfredo Mantovano addirittura gridava nei comizi che le mamme di Puglia dovevano scegliere se volevano un figlio come Fitto o un figlio come Vendola, e forse diceva tra un democristiano e un comunista, e magari pensava tra un figo eterosessuale e un ricchione con l’orecchino. Perché era il senso, l’ovvio, quasi il naturale e certo l’opportuno politicamente. E in fondo, pur se espresso con toni più politicamente corretti, questo rimuginavano dentro di loro alcuni del centrosinistra quando Vendola vinse le primarie. Per poi, come annotò Francesco Merlo su Repubblica, scoprire che “gli apparati del centrosinistra sono molto più indietro delle mamme pugliesi”. Nichi le due chiese, di cui pure lamenta la doppiezza, le ha frequentate entrambe, entrambe amate, e poi entrambe cercate (o ricercate) quando sembravano sfuggire. Quando era ancora bambino da scuola elementare, Pietro Ingrao andò a comiziare a Terlizzi, e lì passò la mano sul capo del giovane Nikita: “Preparati a diventare un buon comunista”. E come una chiesa, così simile alla Chiesa di cui parleremo più avanti, Vendola vedeva e oggi rammenta il Pci. Tutto dall’altra parte si rimanda, e lì si specchiava. Entra per la prima volta a Botteghe Oscure, “persino con più trepidazione della prima volta che ho messo piede a San Pietro”, e “vidi da vicino non una nomenclatura, ma un conclave”. E i riti, i movimenti, la scenografia possono raccontare tanto una cosa quanto l’altra: “Vedevo la solennità dell’incedere di Nilde Iotti, le irritazioni di Luciano Lama, il silenzio pensoso di Paolo Bufalini, l’iracondia ballerina di Alessandro Natta, la riflessività petrosa e scavata di Pietro Ingrao, l’intelligenza scattante di Gerardo Chiaromonte… Un monastero in cui scorreva il sangue, non per una battuta a Porta a porta, scrivendo un libro intero che era la risposta a un altro libro intero; in cui un libro di storia del paesaggio agrario era un momento della durissima lotta politica”. Così era, così doveva restare. “Nel partito sono stato trasgressivo e dissidente, volevo cambiare tutto, ma senza ucciderlo”.

Prima delle Federazione giovanile comunista, Nichi aveva frequentato la parrocchia. Ha raccontato a Cosimo Rossi: “Sono stato nella Chiesa, nell’Azione cattolica, ho fatto il chierichetto. Ma l’associazionismo cattolico era troppo segnato dal machismo sportivo per me. Non mi piaceva quasi nulla: il ping pong, il calcio, il calcetto… Della vita associativa cattolica proprio non mi piaceva lo spirito di competizione che c’era, mi pareva che fosse sempre una gara”. Componente essenziale del Nichinismo è in ogni modo il rito, la cerimonia, certe movenze che all’infinito si ripetono, come certi personaggi dell’immaginario che lo sostiene. “Mi piaceva fare il chierichetto, questo sì. Servire la messa era una cosa che mi dava una discreta soddisfazione. Era quella fase della mia giovane esistenza in cui pensavo di poter ispirare la vita a san Domenico Savio”. Questo san Domenico è morto giovanetto, e la mirabile santità della sua esistenza ispirava Nichi, e magari più lo ispirava la sottile seduzione del suo sguardo. “Forse ero un po’ innamorato, non lo so. Mi piaceva l’immagine di quel giovane santo di cui oggi non ricordo più niente se non quel volto efebico a cui volevo ispirarmi”. Dice persino Nichi: “Sono un estremista religioso, prima che un estremista politico”. Perché poi “c’è un problema di identità culturale: il mio ambiente che è un ambiente cattolico, una culla cattolica. Diciamo che è proprio un indicatore di un alfabeto sociale”.

Se sul telefonino Vendola ha la solita e abusata e noiosa icona del Che,  ogni estimatore del Nichinismo sa che il barbuto comandante non serve a niente. E infatti Nichi, nella sua camera di Terlizzi – dove da presidente della Puglia torna la sera a dormire, e a volte mamma Tonia fa trovare i cavatelli con i ceci, con “piccole olive salate, che spezzano il dolce del cece” – c’è il ritratto di Giuseppe Di Vittorio, e infatti era dai tempi di Di Vittorio che qualcuno non parlava più di braccianti, mentre Nichi e il Nichinismo si nutrono emotivamente di ciò che di quel mondo resta, e dei personaggi che quel mondo ha generato. “Il comunismo io l’ho incontrato, e avevo i calzoni corti, tra i braccianti e i vecchi compagni di Terlizzi”. E quindi è tutto un popolarsi del sindacalista Ciccillo, di “Marietta ‘dalle pezze vecchie’ che fu una vera e propria pasionaria e capopopolo, di Fabiola, “che mi dava sempre un goccio di Martini”, e di don Peppino Matteucci, “che era stato garibaldino alla fine dell’Ottocento. Poi era diventato prete. Infine, si era spretato per fuggire con donna Teresa”, e del carrettiere “che si fermava con mio padre e mio zio: erano comunisti, gente semplice”. Quelli che lo conoscono, dicono che Nichi ha la lacrima facile, il ciglio bagnato, il singhiozzo poco trattenuto. “Si commuove davvero – garantisce Peppino Caldarola, deputato diessino di Bari – è uomo di forti commozioni. E insieme una versione abbastanza originale del populismo, con una capacità di dialogo senza precedenti”. Il Nichinismo richiede la memoria di queste facce, di piccoli eventi che ricompongono un mondo. E insieme, lo stesso Nichinismo è luogo dove il culto  della famiglia è massimo, dove l’aggrovigliarsi e l’attorcigliarsi di nonni e zii, fratelli e cugini, nipoti e amici pare infinito, quaranta o cinquanta persone che vanno in vacanza, e affittano quattro o cinque appartamenti, “e il rito delle tombolate durava mezzo anno”. E infatti della famiglia Vendola parla quasi più che del comunismo. Persino quando confessò la sua omosessualità – e aveva pure portato qualche fidanzatina a casa, “il mio immaginario era costruito sul maschile, ma la mia curiosità innata mi portava a tuffarmi sul maschile” – persino allora dalla famiglia poteva venire il peggio, “è stata il terminale degli uomori fobici del tessuto comunitario”, ma poi anche il meglio (o qualcosa di  meglio): “Ma è stata – come dire? – articolata nel suo sforzo. Il luogo più protettivo resta quello materno, che è quello più predisposto, anche per ragioni sacrificali, alla comprensione. Non fu una storia facile. Fu una storia molto complessa”. E la mamma di Nichi, del Nichinismo vera e propria icona, ora racconta tranquillamente ai giornali: “Noi non abbiamo mai fatto domande, non abbiamo mai pensato nulla. Siamo stati proprio scemi, perché il nostro ragazzo soffriva e aveva bisogno del nostro affetto”. E Nichi racconta che lui la famiglia l’ha sempre vissuta come un romanzo di Marquez o di Isabel Allende, come una grande epopea, “come una storia di storie, di voci. E la parola è sempre stato il tema fondamentale della mia educazione… Mio padre, ad esempio, ci ha sempre impedito di imparare il dialetto. Mio padre e mia madre parlavano in dialetto di nascosto dai figli”. E così, “sulla sfondo della mia infanzia c’è un mondo un po’ deamicisiano: una vita domestica abbastanza giocosa, abbastanza timorosa delle cose di strada, delle villanie”, c’è appunto il babbo comunista fervente e pure fervente religioso della Madonna di Sovereto.

Il Nichinismo ha memoria. Fa storia con le sue piccole memorie. Vendola era un bambino solitario, ha raccontato a Rossi, “soprattutto perché avevo maturato un forte senso di diversità dai miei coetanei per un fatto: non sopporto che torturino le lucertole. Ho un trauma assoluto quando vedo… che dico quando vedo, quando immagino che possano mettere una miccetta in bocca a una lucertola per farla esplodere”. E quella ferocia che spinge Nichi sul balcone, fa la sua tenda da indiano di Terlizzi con gli asciugamani del bagno. Questa faccenda degli animali Vendola racconta che se l’è portata dentro per tutta la vita. A tre anni, una notte lo portarono di corsa a Bari: vedeva tutte le cose intorno che si animavano e prendevano forme di animali. Poi successe di nuovo, tanti anni dopo, mentre attraversava in macchina un bosco: “Improvvisamente i colori intorno a me sono come sfumati, si sono ovattati completamente i rumori, e ho sentito la voce di mio padre di quarant’anni prima che diceva: Nikita, Nikita, Nikita… Stai tranquillo, Nikita, è papà. Le ombre di quelle foglie si sono animate esattamente come quando avevo tre anni: tutto ha cominciato ad animarsi, a prendere forma di animali…”.

Fu deputato per la prima volta nel ’92, l’onorevole Vendola. Il Nichinismo era molto là da venire. E i compagni di Rifondazione ricordano ancora la battuta che fece Lucio Magri: “Dopo la prima grande unificazione, quando gli operai di Torino hanno eletto loro deputato il meridionale Antonio Gramsci, ora siamo alla seconda grande unificazione, con i braccianti meridionali che eleggono loro rappresentante in Parlamento un omosessuale”. Ora, tanti anni dopo, il diessino Caldarola, che pure sulla sua candidatura non pochi dubbi aveva, scrive: “Magia di un nome. Se dici ‘Nichi’ in Puglia, tutti sanno di chi parli. La magia di un nome o di un soprannome fa storia a sé. Nessuno avrebbe scommesso una lira su Doroteo Arango Arambula se non avesse deciso di chiamarsi Pancho Villa”. E nientemeno il Secolo d’Italia, recensendo un suo libro di poesie, gli attribuisce “il leopardiano pensiero poetante”. Ma Caldarola ha ragione: il nome è (quasi) tutto. Senza nome non avremmo oggi il Nichinismo che sale dalla Puglia. E senza Nichi, forse Fitto ce l’avrebbe fatta (e sarebbe ancora il figliolo ideale per le mamme pugliesi).

Componente essenziale del Nichinismo è la religiosità. Non i passaggi in chiesa e la pratica da chierichetto. C’è  che come niente, Nichi prende a parlare della croce, di Dio, della fede. Persino al congresso del partito, per quasi un’ora e mezzo, “ho potuto parlare del Dio che danza la vita e che è il Dio dei miei pensieri notturni”. E’ un altro confine che il Nichinismo ha spostato in avanti, questo della religione. Non che altri politici (di questi tempi, poi) mostrino un certo ritegno ad affrontare l’argomento, ma è una questione di accenti e di aggettivi che rendono il discorso di Vendola, del comunista Vendola, dell’omosessuale Vendola, diverso. Un fervore a volte predicatorio, intenso spesso. Gli amici dicono che è la sua anima di poeta, i dubbiosi che pure ci sono nella sinistra che lo circonda, preferiscono non approfondire. Fino  a poco tempo fa, ancora sognava di studiare teologia, adesso ha preso a tuffarsi persino nelle pagine di don Giussani. Ha esagerato (ma senza ammettere di aver esagerato): “La miglior lettura per un comunista è la Bibbia”. Raramente riesce a trattenere una citazione dell’Ecclesiaste, “fuggi amore mio come la gazzella sul monte degli aromi”. In un’intervista ha quasi elevato a preghiera: “Il fascino e la follia della croce, cioè la verità del mistero dell’incarnazione, il figlio del Dio vivente, la sua sofferenza, la regalità capovolta, un re con una corona che è fatta di spine, un trono che è un legno incrociato, un trionfo che è un’agonia, una morte: trovo che tutto questo parli all’uomo moderno, che lo turbi, lo provochi”. Forse il Nichinismo avrebbe preso corpo persino senza il comunismo, persino con maschia eterosessualità, persino senza il poetare. Ma non senza don Tonino Bello. Fu del vescovo di Molfetta che Vendola si fece discepolo, che seguì nella Sarajevo sventrata dalla guerra. Lo costrinse a vincere molte sue paure. Sulla sua tomba è andato appena eletto governatore della Puglia. E quando parla di Bello, sempre Nichi si commuove. “Evocava magie celesti. Non so come facesse”. E in uno scritto indirizzato al vescovo scomparso: “In tutta sincerità, non ho ancora fatto pace con la tua morte”.

C’è un prima e un dopo. C’è Nichi Vendola e poi il Nichinismo. Quando guarda fuori dalla finestra del suo ufficio di governatore, sul lungomare Nazario Sauro, a volte ripensa alla casa romana, a Campo de’ Fiori, e un lungo giro che lo ha riportato a Terlizzi, a casa. E il governare non è sempre reso più facile dal poetare, e le durezze della quotidiana amministrazione in due mesi qualche segno hanno lasciato. Qualche antica amicizia che forse si è persa, rotture politiche, tensioni con i partiti. Ambizioni umane, troppo umane. Come gli assessorati. E la polemica sui centri per gli immigrati. E adesso la nomina di un no global alla guida dell’acquedotto pugliese, “mi considero soprattutto un militante dell’acqua”.

Se sopravviverà al sogno che ora deve farsi realtà, ai giorni straordinari in cui pure “lu Santu Lazzaru” si spendeva per Nichi in campagna elettorale, a quando l’orecchino fu da altri messo al lobo in segno di solidarietà (mentre prudentemente Casini mandava in dono un paio di gemelli a forma di falce e martello), e su Internet il nuovo governatore diventava “Niki Trek, The First Generation”, ecco, allora si vedrà se il Nichinismo ha un futuro. Ha preso la comunione da Ruini, ha salutato il Papa, “uno dei teologi più acuti, più raffinati e dal pensiero più potente”,  poi del Papa si è lamentato per la sua posizione sulle unioni gay, “parole che ricordavano i canonisti seicenteschi ‘turpe at iniqua luxuria’. Che peccato”. Ma tutto questo, in fondo, poco importa. Mantenere il  sogno, questo è il difficile. Se sarà solo governatorato quotidiano, vita breve avrà il Nichinismo.

Dicono quelli che lo incontrano a Bari, che a volte Nichi dà l’impressione di voler essere come altrove. Dicono che è un po’ affaticato: per la prima volta forse costretto a non valicare “un limite di imponderabile anarchia nei miei sentimenti e nel mio modo di relazionarmi”. Il Nichinismo, ovviamente, non può fare a meno di Nichi. E i nichinisti sono ancora su un terreno indefinito. Tutto può essere sorpresa, come quando con Giordano andò a salutare dei partigiani, e mentre stringevano la mano a un anziano, questa rimase nelle loro, di mani. “Restituiscila!”, urlava Nichi a Franco fissando l’arto artificiale. Ma mica l’imbarazzo si supera così facilmente. Ogni sorpresa è possibile, quindi. Come questa. Dice  Caldarola: “Forse non gli fa piacere se lo dico, ma Nichi piace moltissimo alle donne pugliesi. Se lo mangiano con gli occhi. E poi mormorano: peccato…”.
 

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